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Massimo Bubola

Non solo De André: i quarant’anni di carriera a testa alta di Massimo Bubola

Una storia di rado propagandata come meriterebbe, quella del poliedrico artista che in tanti conoscono solo per via della pur importante collaborazione con Fabrizio De André. Vediamo di scavare un po’ più a fondo.
LA TORRE DI BABELENEWS 31 AGOSTO 2016 17:53 di Federico Guglielmi per fanpage.it che ringraziamo
Bubola-foto-300x225in foto: Massimo Bubola
Estraggo dallo scaffale un vecchissimo numero dello storico settimanale di musica (e altro) “Ciao 2001”, che porta la data del 5 settembre 1976. Lo sfoglio, e l’occhio mi cade sulla recensione di un 33 giri a me ben noto, evidentemente uscito da non troppo tempo: ipotesi più probabile, a inizio estate. Quale? “Nastro giallo” di Massimo Bubola, proprio l’esordio del cantautore. Sono dunque trascorsi ben quattro decenni da quando il musicista di Terrazzo, una cinquantina di chilometri da Verona, ha cominciato a raccontare le sue storie su disco, facendolo sempre con coerenza e competente cura da artigiano che ama il suo mestiere. Doti che, spiace constatarlo, non pagano come sarebbe giusto, ma che certo non hanno impedito a Bubola di andare avanti per la sua strada: un’abbondante quindicina gli altri album di studio messi in fila, prestigiose le collaborazioni, soprattutto inattaccabile la fama di artista “puro” che non si piega né si spezza. Per quanto riguarda l’ultimo aspetto, parlano ad esempio chiaro la scelta autarchica compiuta a seguire la chiusura del rapporto con la CGD (dal 2001 il Nostro ha pubblicato quasi tutto per l’etichetta autogestita Eccher Music), il fermo rifiuto di forzare la mano all’ispirazione spingendola verso progetti non “sentiti” pienamente e – al contrario – il coraggio dimostrato nel lanciarsi in imprese creative di nicchia quali “Neve sugli aranci” del 2007 (come da nota sulla copertina: “Otto poesie, tre lettere musicate, due canzoni e un racconto irlandese”) o “Il testamento del capitano” del 2014, raccolta di adattamenti di canzoni della Prima Guerra Mondiale.

Al di là dei limiti e delle ingenuità di “Nastro giallo”, di cui tra l’altro non è mai stato confezionata una stampa in CD, in quel lontanissimo ‘76 il ventiduenne Bubola sembrava destinato a un ruolo non da outsider, bensì da protagonista. Il vinile era stato prodotto da Roberto Danè, arrangiato da Gian Piero Reverberi – due “fiancheggiatori” di Fabrizio De André – e marchiato dalla label cui lo stesso De André era legato da sei anni, la Produttori Associati. Roba grossa, insomma. E quando il Genovese, reduce dal “Vol. 8” concepito a quattro mani con Francesco De Gregori, propose al giovane di stringere sodalizio, nessuno ebbe più alcun dubbio sulla nascita di una nuova stella. De André e Bubola realizzarono a quattro mani due album (“Rimini” del 1978” e “Fabrizio De André”, ovvero “L’indiano”, nel 1981), con in mezzo il 45 giri “Una storia sbagliata” (1980), separandosi quasi subito dopo (nel 1981 Faber produsse per la FaDo il terzo LP del suo pupillo, “Tre rose”; a occuparsi del secondo, “Marabel” del 1979, era stato Antonello Venditti) e ritrovandosi nel 1990 per stendere il testo della celeberrima “Don Raffaè”, contenuta in “Le nuvole”: tutto materiale firmato al 50% da entrambi, e nonostante nelle registrazioni le parti di Bubola siano marginalissime (o inesistenti), chiunque abbia anche solo un minimo di sensibilità musicale non può non riconoscere come farina del sacco di Massimo le sonorità folk-rock filoamericane che le pervadono. Chi vedeva in lui un semplice gregario, magari di lusso, non aveva capito nulla.

Liberarsi dall’ombra (involontariamente) proiettata da un monumento come Fabrizio De André non fu facile, ma Massimo Bubola ci riuscì. Faticò un po’ all’inizio, come provano i due soli dischi confezionati nel prosieguo di ’80, ma da “Doppio lungo addio” (1994) a “Diavoli e farfalle” (1999), passando per “Amore & guerra” (1996) e “Mon trésor” (1997), seppe imporsi come voce più che autorevole del cosiddetto rock d’autore nazionale, inanellando brani dove l’intensità sposa poesia e letteratura, l’impegno civile e politico convive con il sentimento e la Storia e il contrasto fra luce e oscurità si appiana in un brillante storytelling la cui evocatività è sottolineata dal canto profondo. “Segreti trasparenti” (2004) e “Ballate di terra & d’acqua” (2008) si inseriscono con altre sfumature nel medesimo quadro, ma da un esame più attento del percorso di Bubola emerge di tutto e di più: produzioni artistiche di importanti gruppi rock italiani come Gang ed Estra, partnership di vario genere con Mauro Magani, Milva, Cristiano De André, Fiorella Mannoia (per lei ha composto “Il cielo d’Irlanda”) e altri ancora, divertissement di profilo (“Chapadero!” del 2009, “epopea tex-mex-western in undici episodi” a nome Barnetti Bros Band con Andrea Parodi, Massimiliano Larocca e l’americano Jono Manson, o “Romagna nostra” del 2010, rivisitazioni di classici del liscio), una buona manciata di CD dal vivo (fra i quali la bella collana “Il cavaliere elettrico”), l’autotributo “Dall’altra parte del vento” del 2008, con rielaborazioni di stralci del repertorio allestito con De André più qualche aggiunta “in tema”. E non sarebbe nemmeno finita qui, ma perché avvilire ulteriormente una vicenda ricchissima di vita e calore in un arido susseguirsi di eventi, dati e date? Le coordinate per un eventuale viaggio alla (ri)scoperta di Massimo Bubola non si dovrebbero ormai poter fraintendere, e allora ci si limiti ad alzare il calice in onore di questi quarant’anni sobri e assieme funambolici. Nonché splendidi, parafrasando una popolare battuta di Nanni Moretti.

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Faber

Il Fabrizio De André ancora “negato” a 17 anni dalla morte

Diciassette anni or sono, proprio l’11 gennaio, un autentico monumento della nostra canzone d’autore ci lasciava appena cinquantottenne. Ovviamente nessuno lo dimentica, ma parte della sua opera continua purtroppo a essere “maltrattata”.
FABRIZIO DE ANDRÉLA TORRE DI BABELE NEWS 10 GENNAIO 2016 20:29 di Federico Guglielmi per fanpage.it che ringraziamo
faberCome tutti ben sanno, la carriera discografica di Fabrizio De André non è cominciata con la pubblicazione su Bluebell Records, nel 1967, dell’album “Volume I”. Fra il 1961 e il 1966, il cantautore genovese aveva infatti realizzato dieci 45 giri per la piccola Karim: venti facciate per un totale di diciotto titoli, ma con due di essi proposti in versioni diverse. Brani per lo più famosi, perché in massima parte raccolti in alcuni 33 giri antologici fra il 1966 e i primi ‘80, ma soprattutto perché tredici di essi vennero reincisi dall’autore per i suoi 33 giri ufficiali: uno in “Volume I” (“Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers”), sei in “Volume III” del 1968 (“La ballata del Miché”, La guerra di Piero”, “La canzone di Marinella”, “Il testamento”, “La ballata dell’eroe” e “Amore che vieni, amore che vai”) e sei in “Canzoni” del 1974 (“La città vecchia”, “La ballata dell’amore cieco”, “La canzone dell’amore perduto”, “Fila la lana”, “Delitto di paese” e “Valzer per un amore”). Gli ultimi cinque, ovvero “Nuvole barocche”, “E fu la notte”, “Il fannullone”, “Per i tuoi larghi occhi” e “Geordie”, non furono invece mai ripresi, quantomeno in studio. Per quanto concerne il formato CD, i diciotto pezzi uscirono prima in “Il viaggio” (un Philips del 1991), poi in “La canzone di Marinella” (Replay Music, 1995), ma senza “Delitto di paese” e “Geordie”, e infine in “Peccati di gioventù” (Universal, 2000; mancano però “E fu la notte” e “Nuvole barocche”). Di questi compact, solo l’ultimo è ancora in catalogo, ma è comunque un “incompleto”; le ragioni per le quali non sia mai stata confezionata una integrale, comprendente anche le registrazioni de “La ballata dell’eroe” e “La ballata del Michè” edite sul secondo singolo del 1961 e differenti dalle successive del 1964 e del 1963, rimane un mistero. Non può attribuirsi all’eventuale smarrimento dei nastri (nel caso, per quanto finora non digitalizzato, si potrebbero chiedere i vinili a un collezionista e restaurare da lì), né può dipendere dai diritti, visto che appartengono tutti alla Universal. È allora una questione di volontà? “Non capisco ma mi adeguo”, per citare il vecchio Maurizio Ferrini.

Le fissazioni da completista non c’entrano: riunire questo materiale in un unico supporto è un obbligo nei confronti della Storia. A dirla tutta, sarebbe inoltre da recuperare la primissima “La città vecchia”, indicativa di un approccio più esplicito e sboccato: De André vi canta “quella che di giorno chiami con disprezzo specie di troia / quella che di notte stabilisce il prezzo alla tua gioia”: dunque, “specie di troia” e non “pubblica moglie” e, per esigenze di rima, “alla tua gioia” e non “alle tue voglie”. Quella di alcuni pezzi – gli stessi pezzi – che presentano discrepanze più o meno sensibili da disco a disco non è tuttavia un’esclusiva del periodo Karim, ma riguarda pure gli anni della Bluebell e della Produttori Associati. Senza inoltrarsi nel ginepraio degli arrangiamenti cambiati o dei remix, e limitandosi alle modifiche di testo, le curiosità non difettano. Esistono, ad esempio, due “Bocca di rosa”: nella più “sommersa”, il primo dei paesini visitati dalla protagonista non è Sant’Ilario bensì San Vicario, mentre l’irridente “Spesso gli sbirri e i carabinieri / al proprio dovere vengono meno / ma non quando sono in alta uniforme / e l’accompagnarono al primo treno” è trasformato in “Il cuore tenero non è una dote di cui sian colmi i carabinieri / ma quella volta a prendere il treno l’accompagnaron malvolentieri”, cioè come l’artista aveva preso, sembra su cortese richiesta dell’Arma, a eseguirla dal vivo. Persino più eclatante è il caso di “Giovanna d’Arco”, adattamento italiano di “Joan Of Arc” di Leonard Cohen, che nel 45 giri commercializzato nel 1972 (e quindi due anni prima di “Canzoni”, per il quale fu rielaborato), si conclude con una strofa in più: “Ho visto la smorfia del suo dolore / Ho visto la gloria nel suo sguardo raggiante / anche io vorrei luce e amore / ma se arriva deve essere sempre così crudele e accecante”. E la celebre “Caro amore”, apparsa nel 1967 su singolo e solo nelle stampe iniziali di “Volume I” e in seguito cassata perché Joacquin Rodrigo non aveva gradito i versi inseriti sulla musica del “Concierto de Aranjuez”? Quasi mezzo secolo dopo, e con entrambi gli autori scomparsi, non sarebbe opportuno restituirla al mondo? E infine, perché non estrarre dalla cassaforte la versione in inglese – mai diffusa sul mercato – di “Tutti morimmo a stento”, che sarà magari discutibile a livello di pronuncia ma è senza dubbio una testimonianza cruciale?

Pensate un po’: mentre all’estero non hanno avuto problemi ad assemblare un cofanetto di diciotto CD sulle session del 1965/66 di Bob Dylan, con un dischetto interamente dedicato a “Like A Rolling Stone”, in Italia si preferisce che, per fruire di musica a suo tempo pubblicata, gli appassionati si affidino ai file di qualità per lo più pietosa reperibili su YouTube. È tristemente noto come da noi si sia bravissimi a sminuire – se non addirittura a oltraggiare – la cultura e l’arte che dovremmo proteggere ed esaltare, ma di fronte a certi atteggiamenti, che non si sa bene come definire e meno che mai si riescono a capire, c’è da rimanere basiti. Ancor più considerando che anni fa, per diffondere la conoscenza dell’opera di Fabrizio De André e salvaguardarne lo spirito, è stata istituita la Fondazione a lui intitolata; nel sito sono menzionati un Presidente, un Vice Presidente, cinque consiglieri e ben dieci membri del comitato direttivo, e che in diciassette non abbiano ancora disposto l’organizzazione davvero razionale di una discografia di studio frastagliata ma in fondo nemmeno estesissima (si veda, a tale proposito, il box dello scorso novembre)… beh, sì, indigna.

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Fabrizio De André

L’eredità di Fabrizio De André: un patrimonio collettivo da proteggere

Da oggi è disponibile una nuova, imponente antologia di Fabrizio De André, che dimostra in modo inequivocabile quanto la figura del cantautore genovese sia radicata nella nostra cultura. Peccato solo che, contrariamente alle apparenze, non si tratti di una “integrale”.
FABRIZIO DE ANDRÉLA TORRE DI BABELE di Federico Guglielmi per Fanpage.it che ringraziamo
fab

in foto: Foto: Reinhold Kohl – Fondazione Fabrizio De Andrè
Nel panorama pur esteso e policromo della musica italiana, d’autore e non, pochi godono della considerazione e delle attenzioni che toccano a Fabrizio De André. Anzi, nessuno. Non che non sia giusto, sia chiaro. Il cantautore genovese, purtroppo scomparso prematuramente ormai quasi sedici anni fa, è infatti un’autentica figura di riferimento della nostra canzone, assurto al rango di icona culturale oltre che artistica. Come accade con tutti i più grandi, le sue opere e anche la sua sfera privata sono dunque oggetto di analisi, di studio, di curiosità, come attestato dalla folle quantità di libri presenti sul mercato – alcuni di notevole interesse, altri più che prescindibili – e dal fatto che le tappe di un percorso discografico meno lineare di quanto potrebbe sembrare vengono di continuo riproposte, e non solo a uso e consumo dei fan di vecchia data. Ed è esattamente questo, a ben vedere, l’aspetto più soprendente di De André: la sua formidabile capacità di attrarre, intrigare, colpire e conquistare sempre altro pubblico, e pubblico giovane. Non è merito della santificazione rigorosamente post-mortem (in vita il Nostro era sì popolare, ma ad attribuirgli facoltà semi-divine erano relativamente in pochi), che peraltro ha avuto come inevitabile strascico l’affiorare di una piccola schiera di “ridimensionatori” (se non persino di detrattori) agguerritissimi nel pescare nel torbido di una vita che ha ovviamente, come tutte, qualche zona d’ombra. La realtà è che il cospicuo lascito – circa centotrenta brani – è dotato di qualcosa che travalica il suo spessore poetico e la sua forza espressiva, così come la splendida voce e il naturale magnetismo del suo titolare; le suggestioni e gli stimoli arrivano diretti, al di là della piena comprensione dei riferimenti eruditi e dei risvolti ermetici. E soggiogano, rivelando in tal modo la loro “universalità”.

Le collaborazioni dimenticate
Se è vero che la statura assoluta di Fabrizio De André non può essere messa in dubbio, è altrettanto innegabile che in molti, tessendone le lodi, si dimenticano di citare quanti hanno contribuito in maniera determinante all’ideazione e alla piena riuscita del suo repertorio. Non vorrei passare per bastian contrario proprio io che gli devo il mio amore sconfinato per la musica “alta” (lo scoprii, undicenne o poco meno, quarantacinque anni or sono, e mi aprì infiniti mondi), ma pur eludendo i discorsi sull’influenza più che cruciale, per quanto riguarda le primissime incisioni, di Georges Brassens, De André non sarebbe diventato quel De André senza tutti coloro che lo hanno via via affiancato; regolarmente riconosciuti, ok, cosa non scontata come si potrebbe credere, ma messi sistematicamente in ombra dal carisma dell’attore protagonista. Gian Piero Reverberi, ad esempio, per i magnifici arrangiamenti di “Volume 1”, “Tutti morimmo a stento”, “Volume 3” e “La buona novella” (e di altro, più avanti); il produttore e “focalizzatore” Roberto Dané per la brillante sequenza dei tre concept “La buona novella” del 1970 (ispirato ai vangeli apocrifi), “Non al denaro non all’amore né al cielo” del 1971 (adattamento della “Antologia di Spoon River” dell’americano Edgar Lee Masters) e “Storia di un impiegato” del 1973 (una disamina a posteriori del ’68, con arrangiamenti di Nicola Piovani); ancora Reverberi e Dané per “Canzoni” del 1974, antologia di riletture nella quale si omaggiano pure i maestri Georges Brassens, Bob Dylan e Leonard Cohen; Francesco De Gregori, con il quale fu scritto “Volume 8” del 1975, e Massimo Bubola, corresponsabile di “Rimini” del 1978 e “Fabrizio De André” del 1981; l’ex Premiata Forneria Marconi Mauro Pagani, eminenza tutt’altro che grigia per “Crêuza de ma” (1984) e “Le nuvole” (1990; la celeberrima “Don Raffaè” è pure di Bubola e dello stesso Pagani); Ivano Fossati, che co-firma l’ultimo “Anime salve” del 1996. Mettiamola così: nel già lungo elenco di talenti di Fabrizio De André c’era anche quello di saper scegliere le persone più idonee per proficue collaborazioni, dalle quali raccogliere input e suggerimenti.

de-andrè-copin foto: Foto: Reinhold Kohl – Fondazione Fabrizio De Andrè
Una raccolta (quasi) completa
Da oggi è in vendita con il marchio Sony una nuova raccolta di Fabrizio De André. È composta da quattordici CD racchiusi in un lussuoso cofanetto-librone pieno di saggi informativi e stupende fotografie, ha un prezzo consigliato di 99 euro (il che vuol dire che la si può trovare a un’ottantina) ed è, in pratica, il “seguito” dell’analoga “I concerti” di tre anni fa. Il titolo “In studio” fa pensare a un’integrale, ma spiace constatare che una volta in più, nonostante (o forse “proprio per”) il coinvolgimento della Fondazione De André, non è stato realizzato il prodotto definitivo. Innanzitutto, mancano del tutto due pezzi, ovvero “E fu la notte” (retro del primo 45 giri “Nuvole barocche”, 1961) e il famigerato “Caro amore”, con testo di De André sulla musica del famoso “Concierto de Aranjuez” dello spagnolo Joaquín Rodrigo, in origine edito su un 45 giri e sulla prima stampa del 1967 di “Volume 1”. Discutibili le giustificazioni fornite da Dori Ghezzi, compagna e poi moglie dell’artista dal 1974 alla scomparsa: per la prima, il fatto che Fabrizio l’avesse pressoché ripudiata, per la seconda il non apprezzamento da parte di Rodrigo della rilettura che all’epoca portò alla decisione del ritiro. Dato che entrambi non sono scarti di studio ma canzoni pubblicate su vinile e in circolazione in Internet, si sarebbe potuta evitare l’ulteriore censura; a parte che sono testimonianze comunque di pregio, perché non renderle disponibili, visto che “nasconderle” è in ogni caso impossibile? Senza contare che quando l’arte viene diffusa smette di essere bene esclusivo di chi l’ha creata e diviene patrimonio collettivo. Allo stesso modo, perché non cogliere l’occasione per mettere finalmente ordine nel materiale degli anni ‘60, recuperando e allineando tutte le registrazioni “primordiali” dei vecchi classici, comprese quelle esistenti in più esecuzioni con differenze (lievi) di testo? Ok, magari c’erano ancora problemi con i diritti, ma che essi non fossero risolvibili con un minimo di buona volontà sembra piuttosto assurdo; problemi di diritti, però, non sussistevano di sicuro per la “Suzanne” e la “Giovanna d’Arco” uscite su singolo nel 1972 e diverse da quelle reincise per “Canzoni”, e per qualche altra chicca analoga ben nota allo zoccolo dur(issim)o di appassionati e collezionisti. E allora? Fosse stato per me, avrei tirato fuori dallo scrigno persino il Santo Graal di ogni cultore, la versione in inglese di “Tutti morimmo a stento”, che sarà pure un po’ imbarazzante nella pronuncia ma che tanto prima o poi finirà in Rete in pietosa qualità audio.

Straordinario valore di “In studio”
Dettagli, certo, che il 99% degli acquirenti reputerà fisime da fanatici completisti e che logicamente non alterano lo straordinario valore di “In studio”. Un cofanetto che è, lo si precisa a scanso di equivoci, quanto di più approfondito e bello sia stato finora assemblato a livello di documenti di studio di Fabrizio De André, ma che rimane l’ennesima “incompiuta”. Possibile che per il ventennale della morte, nel gennaio 2019, il miracolo dell’opera omnia si compirà. Con alcune settimane di anticipo, giusto in tempo per i regali di natale.

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Fabrizio De André: le forme dell’amore

Articolo apparso originariamente su i giornalediconfine.net che volentieri ringraziamo.

Antonio Di Gennaro

…ma c’è amore un po’ per tutti /
e tutti quanti hanno un amore…

(F. De André, 1975)

1. Premessa

faberUna pluralità di motivi caratterizza l’esperienza poetica di Fabrizio De André. Idee, sentimenti, avvenimenti prendono forma nello schiudersi della parola in versi. Come d’incanto, frammenti di emozioni si calano e si celano sotto le spoglie di un linguaggio poetico. Storie di uomini e donne, storie di vita raccontate nella fluidità di un testo, spesso accompagnato da pochissime note. Storie di una quotidianità vissuta, lasciata trasparire attraverso le tracce della poesia.
Certo, in quest’universo poetico – come poteva non esserlo – balza in primo piano il tema dell’amore, poetato e “sviscerato” dal De André sotto le sue molteplici sfumature, come amore dei sensi, amore sognato, amore tradito, amore pagato. L’amore come condizione strutturale del nostro essere-al-mondo è analizzato nella complessità e nella problematicità della sua essenza, senza mai smarrirne il carattere propriamente umano. Dall’amore offerto con gratuità e sensualità (1), si passa all’amore venduto per strada (2), lì dove s’incontrano i destini di solitudine di offerente e acquirente, sino ad arrivare poi ad amori sfiorati (3), amori sfioriti (4), amori nutriti unicamente dal ricordo di ciò che è stato (5).
Ciò che è importante evidenziare, sin d’ora, è il fatto che in De André non si ponga una visione unitaria dell’amore, quanto piuttosto una visione polisemica, pluriprospettica. L’amore non si cristallizza in un’idea da cantare, ma in virtù della sua connotazione umana (terrena e finita), segue i molteplici orizzonti della vita. Non un amore in sé, assoluto o ideale, ma amori, vicende d’amore, forme d’amore, ognuna portatrice di un vissuto, di una storia, di un pathos. Per questo motivo, allora, il nostro discorso cercherà di rintracciare “ambiti generali”, “categorie formali” in cui far convergere le diverse esperienze d’amore (amore perduto, amore venduto, amore sognato) col solo intento di poter offrire una possibile chiave interpretativa dei testi del cantautore genovese, senza per questo volerne esaurire la pienezza e la vivacità ermeneutica.

2. L’amore perduto

Il tema dell’amore perduto è presente in numerosi testi e trova, forse, la sua più emblematica rappresentazione in un testo del 1968, intitolato per l’appunto “La canzone dell’amore perduto” di cui riportiamo per intero le parole:

Ricordi sbocciavan le viole
con le nostre parole:
«Non ci lasceremo mai,
mai e poi mai».
Vorrei dirti ora le stesse cose
ma come fan presto amore
ad appassire le rose
così per noi
l’amore che strappa i capelli
è perduto ormai
non resta che qualche svogliata carezza
e un po’ di tenerezza.

E quando ti troverai in mano
quei fiori appassiti
al sole d’un aprile
ormai lontano, li rimpiangerai.
Ma sarà la prima
che incontri per strada che tu coprirai d’oro
per un bacio mai dato
per un amore nuovo.

E sarà la prima che incontri per strada,
che tu coprirai d’oro
per un bacio mai dato
per un amore nuovo.(6)

È evidente, dopo la lettura di questo testo, il nesso tra idealità e realtà, tra il desiderio di eternità e di stasi e l’inesorabile fluire del tempo. L’amore nel tempo è una promessa che va alimentata giorno dopo giorno: “non ci lasceremo mai, / mai e poi mai”, ma al tempo stesso, nonostante questo suo carattere di assolutezza, è soggetto all’estrema possibilità della fine, in virtù della storicità e della finitezza dell’umano. Vi è il rischio che quanto consideravamo imperdibile, vada definitivamente perduto, proprio perché il primo, il vero, non è l’immutabilità di una condizione raggiunta (in sé soltanto un’idea), ma la concretezza del cambiamento, l’inarrestabile fluire del tempo.
L’amore in quanto sforzo, fatica, continua conquista, può essere minacciato dal venir meno di stimoli e interessi e allora lentamente può spegnersi o “appassire” come “le rose”. In ogni caso però, ciò che svanisce può anche rinascere o presentarsi sotto forma diversa. Un nuovo amore, inaspettato, può regalarci quel mondo perduto e ricucire lo stappo insinuatasi tra noi e la vita. La scissione causata dalla perdita improvvisa può essere superata nella magia di un nuovo inizio: “sarà la prima che incontri per strada / che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato, / per un amore nuovo”.
Un esito meno rasserenante caratterizza invece una lirica del 1969 “Inverno” ove prevale lo struggimento e il dolore infinito per un rapporto volto ormai al termine:

Sale la nebbia sui prati bianchi
come un cipresso nei camposanti
un campanile che non sembra vero
segna il confine fra la terra e il cielo.

Ma tu che vai, ma tu rimani
vedrai la neve se ne andrà domani
rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un’altra estate.

Anche la luce sembra morire
nell’ombra incerta di un divenire
dove anche l’alba diventa sera
e i volti sembrano teschi di cera.

Ma tu che vai, ma tu rimani
anche la neve morirà domani
l’amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino.

La terra stanca sotto la neve
dorme il silenzio di un sonno greve
l’inverno raccoglie la sua fatica
di mille secoli, da un’alba antica.

Ma tu che stai, perché rimani?
Un altro inverno tornerà domani
cadrà altra neve a consolare i campi
cadrà altra neve sui camposanti. (7)

La fine di un amore provoca in questo caso l’“inverno” della coscienza, paralizzata dal freddo della solitudine e dal presentificarsi della notte. L’“inverno” è la cifra di una precarietà vissuta come perdita di senso, crollo di un “fondamento”, smarrimento di coordinate vitali. Tutto sembra definitivamente compromesso con l’allontanamento dell’amato, per cui, a chi ancora ama, non resta altro che l’implorazione o la supplica: “Ma tu che vai, ma tu rimani”. Nel ritornello finale però, alla disperazione e alla sofferenza si sostituisce la piena accettazione della frattura avvenuta, la presa di coscienza di una realtà in atto, non più modificabile, che richiede soltanto l’accelerazione degli eventi: “Ma tu che stai, perché rimani?”.
Altre canzoni sviluppano il tema dell’amore come “perdita”. Nel testo “Per i tuoi larghi occhi”, ad esempio, l’allontanamento della persona amata è vissuto con apparente distacco:

Io ti dico che mai
il ricordo che in me lascerai
sarà stretto al mio cuore
da un motivo d’amore. (8)

Eppure ciò che s’impone alla fine del testo, è ancora il legame con lo sguardo dell’altro, il ricordo di “occhi” che avrebbero potuto rischiarare una vita:

Ma i tuoi larghi occhi chiari
i tuoi larghi occhi chiari
anche se non verrai
non li scorderò mai. (9)

Infine come non ricordare le tragiche storie d’amore narrate in “La canzone di Marinella” e in “Fila la lana”, testi carichi di malinconia per la scomparsa fisica della persona amata. In entrambi i casi si avverte lo sgomento vissuto dal soggetto, la spasmodica ricerca di tracce in grado di lenire la ferita del cuore:

e lui che non ti volle creder morta
bussò cent’anni ancora alla tua porta. (10)

recitano alcuni versi di “La canzone di Marinella”, e ancora in “Fila la lana”:

Fila la lana, fila i tuoi giorni
illuditi ancora che lui ritorni,
libro di dolci sogni d’amore
chiudi le pagine al suo dolore. (11)

L’amore sottratto, per volontà di un atroce destino, si tramuta, in questo caso, in follia, illusione, folle illusione, in una parola: delirio.

3. L’amore venduto

Il tema dell’amore come mezzo da mercificare costituisce una costante fondamentale all’interno del percorso poetico compiuto dal De André. L’amore si presenta infatti non soltanto come il sentimento puro che lega gli amanti, ma anche come ciò che può essere messo a disposizione in vista di una fruizione temporanea. In De André però, ricordiamolo, manca qualsiasi tipo di giudizio etico in merito alla mercificazione dell’amore, qualsiasi tipo di pre-giudizio verso quel tipo di condotta, considerata dai più, immorale. Chi è costretto a vendere il proprio corpo (sia esso un uomo o una donna) è solamente una vittima della società borghese (12), non un diverso da condannare, ma un individuo, una persona portatrice di emozioni, di una storia interiore spesso caratterizzata da un profondo dolore.
In De André potremmo affermare vi è un’estrema attenzione verso la prostituzione come fenomeno sociale, attenzione che si snoda negli anni da “Via del Campo” (1967), sino ad arrivare a “Prinçesa” (1996). Questo non a caso proprio perché il mondo narrato e cantato dal De André è il mondo della emarginazione, il mondo dei deietti, di tutti coloro che per un destino di vita si sono ritrovati a vivere una vita fatta di sconfitte e di amare delusioni: i “dannati della Terra” (13). Soffermiamo quindi, in primo luogo, la nostra attenzione sul testo di “Via del Campo” e ascoltiamo quanto esso ha da dirci:

Via del Campo c’è una graziosa
gli occhi grandi color di foglia
tutta notte sta sulla soglia
vende a tutti la stessa rosa.

Via del Campo c’è una bambina
con le labbra color rugiada
gli occhi grigi come la strada
nascon fiori dove cammina.

Via del Campo c’è una puttana
gli occhi grandi color di foglia
se di amarla ti vien la voglia
basta prenderla per la mano.

E ti sembra di andar lontano
lei ti guarda con un sorriso
non credevi che il paradiso
fosse solo lì al primo piano.

Via del Campo ci va un illuso
a pregarla di maritare
a vederla salir le scale
fino a quando il balcone ha chiuso.

Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior. (14)

Via del Campo” si presenta con un linguaggio semplice e diretto come metafora viva di un luogo ove ha luogo, ogni volta, il consumarsi di uno stesso dramma: quello della solitudine. “Via del Campo” è lo spazio reale e ideale in cui è possibile comprare la finzione di un amore, l’illusione di possedere un’anima e un corpo. “Via del Campo”, ancora, è la fatticità di una condizione precaria, ambigua di una notte vissuta nella “notte” alla ricerca di un po’ di compagnia, o per dirla con Cesare Romana «il ritratto emblematico di una condizione umana, la dimostrazione di quanto possa essere disagevole – oltre che improduttivo – il mestiere di vivere» (15).
Il tema della solitudine costituisce dunque il leit motiv di “Via del Campo”, solitudine esistenziale vissuta tanto dalla “graziosa” quanto dall’“illuso”. Il “sorriso” della “bambina” è infatti un “invito” al “paradiso”, un “invito” a sfuggire, per brevissimi istanti, l’inferno di un vuoto vissuto giorno dopo giorno. Ma anche quel “sorriso” racchiude in sé un aspetto di mistero: esso, offerto come richiamo all’amore, si pone come denuncia di una mancanza, di un amore che non c’è.
Sulla stessa scia di solitudine esistenziale, di disagio e di malessere, si articola poi un testo del 1975, “Nancy”:

Un po’ di tempo fa
Nancy era senza compagnia
all’ultimo spettacolo
con la sua bigiotteria.
Nel palazzo di giustizia
suo padre era innocente
nel palazzo del mistero
non c’era proprio niente
non c’era quasi niente.

Un po’ di tempo fa
eravamo distratti
lei portava calze verdi
dormiva con tutti.
« Ma cosa fai domani »
non lo chiese mai a nessuno
s’innamorò di tutti noi
non proprio di qualcuno
non solo di qualcuno.

E un po’ di tempo fa
col telefono rotto
cercò dal terzo piano
la sua serenità.
Dicevamo che era libera
e nessuno era sincero
non l’avremmo corteggiata mai
nel palazzo del ministero.

E dove mandi i tuoi pensieri adesso
trovi Nancy a fermarli
molti hanno usato il suo corpo
molti hanno pettinato i suoi capelli.
E nel vuoto della notte
quando hai freddo e sei perduto
È ancora Nancy che ti dice
«Amore sono contenta che sei venuto». (16)

Nancy” è la storia di una ragazza “senza compagnia”, eppure scrive De André “dormiva con tutti”. In questa opposizione di termini tra il “senza” che fissa un bisogno e il “tutti” che identifica una vuotezza dei rapporti, si consuma la tristezza di un’anima. Nancy è certamente una delle figure più fragili e più belle descritte dal De André, una donna sola in cerca soltanto di un po’ di “serenità”. Pur tuttavia, nonostante questa sua costante ricerca di pace, Nancy è sempre pronta ad obliare se stessa, il proprio esser-ci, per donare ad altri l’emozione di un amore.
Come è possibile notare, lo sguardo di De André si spinge sempre a fondo, non resta mai in superfice. Penetra la realtà con occhio critico, cercando di cogliere l’aspetto psicologico dell’individuo, il particolare, l’elemento singolo, il fulcro e il dramma del soggetto nella vita, secondo una prospettiva etica, mai moralistica. “Prinçesa”, ad esempio, vive il disagio di un corpo non suo, che non le appartiene, e sogna un altro corpo: una diversa anatomia. Imprigionata nella fatticità di forme e lineamenti maschili, Prinçesa ricorre al bisturi per “correggere la fortuna” e per riappropriarsi della propria identità femminile, di quella femminilità e di quella sensualità che, nel profondo di sé, sente essere il proprio destino, la propria intima natura. Ora “Fernanda è una bambola di seta”, che finalmente si riconosce nei tratti somatici e nel profilo di donna e che quindi può esprimere e regalare ad un altro il proprio amore:

A un avvocato di Milano
ora Prinçesa regala il cuore
e un passeggiare recidivo
nella penombra di un balcone. (17)

4 L’amore sognato

Eccoci giunti alla terza e ultima sezione di questo breve percorso interpretativo. Dopo aver analizzato l’idea dell’“amore perduto” e di quello “venduto”, ci sembra doveroso soffermare ora la nostra attenzione sull’idea di un amore che non si è mai realizzato, dunque ideale. La canzone che certamente, più di tutte, esprime tale concetto risale al 1974: “Le passanti”.

Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore
in un attimo di libertà:
a quella conosciuta appena,
non c’era tempo e valeva la pena
di perderci un secolo in più.

A quella quasi da immaginare
tanto di fretta l’hai vista passare
dal balcone a un segreto più in là
e ti piace ricordarne il sorriso
che non ti ha fatto e che tu le hai deciso
in un vuoto di felicità.

Alla compagna di viaggio
i suoi occhi il più bel paesaggio
fan sembrare più corto il cammino
e magari sei l’unico a capirla
e la fai scendere senza seguirla
senza averle sfiorato la mano.

A quelle che sono già prese
e che vivendo delle ore deluse
con un uomo ormai troppo cambiato
ti hanno lasciato, inutile pazzia,
vedere il fondo della malinconia
di un avvenire disperato.

Immagini care per qualche istante
sarete presto una folla distante
scavalcate da un ricordo più vicino
per poco che la felicità ritorni
è molto raro che ci si ricordi
degli episodi del cammino.

Ma se la vita smette di aiutarti
è più difficile dimenticarti
di quelle felicità intraviste
dei baci che non si è osato dare
delle occasioni lasciate ad aspettare
degli occhi mai più rivisti.

Allora nei momenti di solitudine
quando il rimpianto diventa abitudine
una maniera di viversi insieme
si piangono le labbra assenti
di tutte le belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere. (18)

Il testo “Le passanti” racchiude, attraverso il fluire dei ricordi, l’idea di un amore latente oramai consegnato all’esercizio del rimpianto. È evidente, in questo caso, il riferimento del soggetto alla propria memoria, il ritornare su quanto è stato mediante una rielaborazione di vicende diverse accomunate da uno stesso elemento: l’amore vissuto in potenza.
Il testo si apre con una lunghissima dedica (vv. 1-24) che il poeta rivolge a tutte le donne incontrate lungo il viaggio della propria esistenza. Poche righe per ognuna. Brevi accenni che però lasciano trasparire tutto il naufragio di un’anima sola. Il poeta rivive “le passanti” ricordandone il “sorriso”, gli “occhi”; ognuna è un mondo appena intravisto che non si è mai avuto il coraggio di fermare e di conquistare. Ognuna è un rimpianto per qualcosa che sarebbe potuto accadere e che invece non è mai accaduto.
Molte donne, tanti ricordi, troppi rimpianti. Perché tutto questo? La risposta la ritroviamo in quel “Ma se la vita smette di aiutarti” (v. 31) ove si ravvisa la coscienza dell’impossibilità, la consapevolezza del venir meno di qualsiasi speranza. Riprendendo alcuni versi di Cesare Pavese è possibile affermare che: “Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno / in cui nulla accadrà” (19). Ecco, chi vive di questo mesto sentimento si è già incamminato lungo la strada dei propri ricordi cercando in essi un possibile rifugio alla desolazione del presente. Se è il futuro a venir meno con la sua carica di novità, è il passato ad impegnare il nostro presente, o, detto in altre parole, quando è la speranza a cedere il passo ai ricordi, un unico sbocco attende il nostro vivere quotidiano: “il rimpianto” che “diventa abitudine”.
Nel testo della canzone “Leggenda di Natale”, tratta da Le Père Noël et la petite fille di George Brassens, assistiamo invece alla rappresentazione di un amore immaginato, come qualcosa di puro ed eterno, ma che la realtà ci presenta poi come effimero e crudele.

Parlavi alla luna, giocavi coi fiori
avevi l’età che non porta dolori
e il vento era un mago, la rugiada una dea
nel bosco incantato di ogni tua idea.

E venne l’inverno che uccide il colore
e un Babbo Natale che parlava d’amore
e d’oro e d’argento splendevano i doni
ma gli occhi eran freddi e non erano buoni.

Coprì le tue spalle d’argento e di lana
di perle e smeraldi intrecciò una collana
e mentre incantata lo stavi a guardare
dai piedi ai capelli ti volle baciare.

E adesso che gli altri ti chiamano dea
l’incanto è svanito da ogni tua idea
ma ancora alla luna vorresti narrare
la storia d’un fiore appassito a Natale. (20)

Un’ingenua fanciulla – un’adolescente, “avevi l’età che non porta dolori” –, sogna, forse di incontrare, per la prima volta, un grande amore. L’atmosfera della prima strofa è fiabesca, idilliaca: “…il vento era un mago, la rugiada una dea / nel bosco incantato di ogni tua idea” (vv. 3-4). La giovane attende presumibilmente di innamorarsi, di cadere in amore (to fall in love, secondo l’espressione anglosassone), di incrociare l’altra metà, idealizzata come una candida creatura. Di tutt’altro tono la seconda e le successive strofe. Contrariamente alle attese, alla ragazza non si presenta nessun “principe azzurro”, nessun “angelo dolce”, ma un uomo adulto, subdolo, i cui “occhi eran freddi e non erano buoni” (v. 8).
L’atmosfera magica e solare che caratterizza la prima strofa si dissolve, d’un tratto, diventando sempre più cupa, triste, malinconica, monocromatica: “E venne l’inverno che uccide il colore”. L’uomo seduce/raggira la ragazza e approfitta della sua innocenza: “dai piedi ai capelli ti volle baciare” (v. 12). La fanciulla che parlava “alla luna” e giocava “coi fiori”, scopre l’amara distanza/dissonanza tra i sogni e la realtà, tra i desideri (prodotti dell’immaginazione) e la concretezza del reale vissuto. “Leggenda di Natale” si pone così come la storia di un sogno infranto, di “un fiore appassito”, cifra dell’esistenza di ogni singolo uomo, che sperimenta nello scacco e nel dolore, l’essenza profonda della vita.

5 Quasi una conclusione

Nonostante questa dimensione tragica dell’esistenza, De André sembra lasciarci con un invito, un monito da seguire e applicare: “carpe diem”, come imperativo nell’arte di amare. Seguendo le orme di Ovidio, Orazio e di Nietzsche, De André esorta a vivere la vita nella sua pienezza, senza lasciare nulla di intentato, con “spirito dionisiaco” e responsabilità. La vita, secondo il cantautore genovese, non và teoricamente (e semplicisticamente) “pensata”, ma praticamente (e paticamente) vissuta in tutte le sue sfaccettature, in termini di apertura, possibilità, edonismo e, per dirla con Onfray, in un’ottica di “erotica solare” (21). Rubare alla vita quanto c’è di buono, mettersi in gioco, immergersi nel divenire del mondo e imprimere al mondo la propria impronta, è questo l’insegnamento lasciatoci dal De André. Non sognare e basta, come l’ingenua e meravigliosa Amélie di Jean-Pierre Jeunet (22), ma passare dalla dimensione ideale a quella reale, dall’immaginario al concreto, dal mondo delle idee al mondo della carne. Vivere, soffrire, patire, in prima persona, assertivamente. Amare e ancora amare, perché l’amore è la più grande illusione e la forza più potente in grado di dare un senso alla vita:

Vola il tempo, lo sai che vola e va
forse non ce ne accorgiamo
ma più ancora del tempo che non ha età
siamo noi che ce ne andiamo.
E per questo ti dico amore amor
io t’attenderò ogni sera
ma tu vieni non aspettare ancor
vieni adesso finché è primavera… (23)


(1) Cfr. F. De André, Bocca di rose (1967).
(2) Cfr. F. De André, Via del campo (1967).
(3) Cfr. F. De André, Le passanti (1974).
(4) Cfr. F. De André, Leggenda di Natale (1968).
(5) Cfr. F. De André, Fila la lana (1966).
(6) F. De André, La canzone dell’amore perduto (1968).
(7) F. De André, Inverno (1969).
(8) F. De André, Per i tuoi larghi occhi (1969).
(9) Ibid.
(10) F. De André, La canzone di Marinella (1966).
(11) F. De André, Fila la lana, cit.
(12) Cfr., F. De André, La città vecchia (1966).
(13) Cfr. in particolare: R. Giuffrida-B. Bigoni, Canzoni corsare, in Fabrizio De André. Accordi eretici, Euresis Edizioni, Milano, 1997, pp. 24-26.
(14) F. De André, Via del campo, cit.
(15) C. Romana, Dalla nota di copertina dell’album Volume 1°.
(16) F. De André, Nancy (1975).
(17) F. De André, Prinçesa (1996).
(18) F. De André, Le passanti (1974). In realtà il testo di De André è il riadattamento di una canzone di Georges Brassens “Les passantes” (1972), la quale a sua volta è il riadattamento di una poesia del poeta francese Antoine Pol “Les passantes”, tratta dalla raccolta di versi Émotions poétiques (Éditions du Monde Nouveau, Paris, 1918).
(19) C. Pavese, Lo steddazzu, in Id., Poesie, Einaudi, Torino, p. 104, vv. 10-11.
(20) F. De André, Leggenda di Natale (1968).
(21) Cfr. M. Onfray, Teoria del corpo amoroso, tr. it. di G. De Paola, Fazi Editore, Roma, 2006.
(22) Cfr. Il favoloso mondo di Amélie (Le Fabuleux Destin d’Amélie Poulain), film scritto e diretto da Jean-Pierre Jeunet (2001).
(23) F. De André, Valzer per un amore (1968).


Antonio Di Gennaro, Fabrizio De André: le forme dell’amore in “XÁOS. Giornale di confine”, Novembre 2014
URL: http://www.giornalediconfine.net/2014/de_andre_le_forme_dellamore.htm


I diari inediti di De André: “Mi comperai la vita con i canti e i sorrisi”

Pensieri, incontri, frammenti appuntati ovunque dal margine dei libri, alle buste, ai sacchetti per rifiuti: un ritratto segreto e umanissimo del grande Fabrizio

Fabrizio De André, nato a Genova nel 1940 e morto a Milano nel 1999, è stato uno dei cantautori italiani più carismatici. Ha inciso 13 dischi e partecipato a film, opere teatrali

01/04/2016
MARCO NEIROTTI per TuttoLibri de La Stampa
 Quando dalla pagina stampata, con le parole e i pensieri, si avvertono anche la voce profonda, l’intonazione venata dalla cadenza genovese, perfino il sorriso e lo sguardo curioso, allora l’incontro è completo. Eccolo Fabrizio De André, addormentato ma non spento dal tumore nel 1999 a 58 anni e ora qui a svelarsi inSotto le ciglia chissà, un «diario» senza cronologia, raccolta di appunti fulminanti e riflessioni, aforismi e versi inediti, ricordi e dialoghi con se stesso, battute e nostalgie, fissati al volo su una busta o meditati su una pagina di quaderno, in comune a tutti il suo respiro poetico espresso scolpendo le parole.

Racconta Dori Ghezzi, che ha selezionato l’immenso materiale di anni (ora conservato al Centro Studi Fabrizio De André presso l’Università di Siena): «Fabrizio annotava molto. Quando lo faceva in modo estemporaneo e improvviso forse era più per incidere nella memoria scrivendo più che per rileggere. Quando stava creando lo faceva in modo professionale, dentro un progetto, riordinando il materiale». Pubblicare quel pensare intimo eppure aperto come un dialogo è stato un lavoro di selezione, è stato raccogliere senza tradire la riservatezza di Fabrizio.: «Senza dare una sequenza temporale, si sono piuttosto unificati argomenti».

E gli argomenti sono giorni vissuti e osservati. Quando annota «mi comperai la vita con i canti e i sorrisi» avvia un sorprendente viaggio nel comporre, entra nella creazione del cantautore («Perché scrivo? Per paura che si perda il ricordo delle persone di cui scrivo») ma ammonisce la nostra curiosità: «Non chiedete a uno scrittore di canzoni che cosa ha pensato, che cosa ha sentito prima dell’opera: è proprio per non volervelo dire che si è messo a scrivere. La risposta è nell’opera».

Brevi o più distesi nella riflessione e nell’introspezione, coriandoli di diario ripercorrono lo spettacolo sanguinante dell’emarginazione (che «ti sottrae al potere» e «ti avvicina al punto di vista di Dio»), scavano nelle guerre, si muovono tra la politica e il calcio, la sociologia della violenza e il rapporto tra i sessi.

Non c’è tema – trattato nelle canzoni, ma anche incontrato in strada o nei libri – che sfugga al suo interesse, accompagnato dagli autori delle notti di lettura, da Plotino e Platone, da Petronio e Apuleio a Spinoza, Hegel, Adorno fino a Sartre, da Verlaine a Camus e Proust, da Šolochov e Steinbeck a Sepúlveda e Álvaro Mutis. Ma la miniera di cultura di De André non è una fornitrice di diamanti filosofici o letterari a se stanti, è una sorgente che irriga e fa fiorire altro sentimento e altra poesia. Sulla quale, trattando con umiltà il proprio lavoro, sparge un rammarico: «Per quanto c’è di poesia nelle nostre canzoni assolviamo al compito che è però dei poeti, che purtroppo nessuno legge più».

E l’autoironia stabilisce i confini: «Noi siamo dei venditori. Bisogna vedere se siamo abbastanza onesti da vendere carne fresca oppure carne marcia».

In 250 pagine incalzanti come un racconto folto di rami come la narrativa di Márquez, la «storia» procede con la consapevolezza del tempo («Perché lo chiamano passato, se non passa mai?») e percorre i temi delle canzoni: l’anarchia come «categoria dello spirito», l’emarginazione, la solitudine, il potere, l’iniquità, la morte. Percorre i mali di ieri immutati oggi: «Con i razzisti e con i nazisti non si convive, non si tratta, li si chiude, loro sì, dentro quattro mura, e che dimostrino lì la loro autosufficienza, le loro capacità di uomini superiori, la loro grande forza esercitata, chissà perché, sempre e soltanto con i deboli». Paiono scritte oggi, con la dolcezza di sempre, le pagine su emigrazione, sofferenza, nuova povertà.

Il De André che guarda il mondo guarda con onestà se stesso e con tenerezza gli affetti e la memoria: l’infanzia di ricco attirato dai giochi con i compagni poveri e carichi di slanci, la famiglia d’origine, madre, fratello e quel padre illustre che ritorna come insopprimibile desiderio di reincontro, con un ringraziamento da porgergli. Le prime nozze, poi il matrimonio e la vita con Dori, i figli, Genova, il mare, la Sardegna, anche l’alcol, il sequestro di persona e il rapporto con la religione, con Cristo uomo e con un Dio da scoprire.

«L’avrebbe pubblicata?». Questo Dori adesso racconta di essersi domandata a ogni frase, a ogni osservazione o confessione allo specchio. E non ha potuto che rispondere sì, perché in queste pagine è il Fabrizio che sapeva ascoltare e parlava con la convinzione serena di chi conosce il valore delle parole, la coscienza di sé e degli altri che animava l’umiltà con cui, alle prove dei concerti, si poneva con una pazienza infinita agli ordini dei tecnici che lavoravano con sapienza perché tutto fosse perfetto e poi andava lui stesso nell’ultima fila ad ascoltare perché nessuno fosse anche un poco escluso.

Leggendo guizzi fulminei o più elaborate analisi, si pensa al rischio che, in una società di comunicazione e immagine più che di contenuti, qualcuno provi a impossessarsi d’una frase tagliente o guizzante per impossessarsi di Fabrizio, ma anche da questo Dori lo sente riparato: «Certo, non essendo un extraterrestre, esprimeva pensieri nitidi e precisi, ma il suo pensiero non è rapinabile». E’ invece offerto per essere condiviso: chi di De André ha amato la poesia e la musica senza la fortuna di un dialogo leggendo queste pagine si ritrova in poltrona o sotto un albero a chiacchierare con lui, a fargli le domande che aveva in serbo e a sentirlo rispondere con la voce profonda e gentile.

La copertina di Tuttolibri in edicola domani, sabato 3 aprile, con i diari inediti di De André (e molto altro)