Archivi categoria: libri letti 2009

55/2009: enrico deaglio, patria, 1978-2008, il saggiatore, 2009, pag. 939

“Patria” è il racconto della nostra storia in cinquecento frammenti divisi per anno, ci sono i protagonisti, le vittime, i vincitori, le resistenze (anche quelle fasulle), ma anche la musica e i libri che ci hanno accompagnato in questi anni. Un libro tosto per non dimenticare che esiste la storia ufficiale e quella, molto più vera, che uomini come Deaglio hanno il coraggio di raccontare… Ma è davvero sufficiente un libro di novecento pagine per raccontare tutto ciò che è accaduto nel nostro paese negli ultimi trent’anni? Novecento pagine, è fin troppo scontato scriverlo, possono essere poche oppure tante, dipende da tante cose, non l’ultima l’obiettività che il lettore può o non può riconoscere all’autore e non diamo per scontato che chi si porti a casa un libro di Enrico Deaglio sia comunque schierato perché equivarrebbe a legittimare eventuali accuse di faziosità che comunque, in un libro di storia che assume a fonte la cronaca giornalistica, ci stanno sempre in un modo o nell’altro. Rimane il fatto che le novecentotrentanove pagine di “Patria” se ne vanno una dopo l’altra esattamente come sono sfilati via velocemente i trent’anni che ci narra… Trent’anni? Sì, Enrico Deaglio inizia il racconto dei fatti con il rapimento, la prigionia e l’esecuzione di Aldo Moro, già sufficientemente mitizzato dai suoi eredi e sposi legittimi. Un omicidio pazzesco per tante cose, ma senza il quale avremmo ricordato il politico mediocre, abilissimo nell’arte del differire per non decidere e che, complici gli speculari compagni comunisti, impedì qualsiasi riforma in senso sociale già all’inizio a degli anni Sessanta… Va bene, si parte da Moro e per un baby boomer è come assistere al film della propria vita… c’è tutto, anche il matrimonio tra criminalità organizzata e regime partitocratico, Falcone, Borsellino, (purtroppo anche Orlando Cascio), l’ascesa di cosa
nostra e del magnate italico delle televisioni e delle troie di regime (dapprima scippate alla Rai e mandate in onda, poi trombate e basta)… ci sono i morti delle stragi, del terrorismo e del lavoro. Vi si mitizza un po’ troppo il grande cambio dei collettori delle tangenti e della corruzione e il ruolo che ebbero nella vicenda i giudici, tutt’altro che rossi, ma edonisti fino allo spasmo della Procura di Milano… l’avvento dunque della seconda repubblica e dell’orda leghista xenofoba, razzista e ignorante, ma anche il servilismo dei partitocratici nei confronti dei sempre più potenti ed esigenti vatikaners, lo sdoganamento del fascismo e la sua rinascita ancora più a destra… infine la crisi e la decadenza che vede l’Italia autentica avanguardia dell’Occidente.


54/2009: thomas bernhard, i miei premi, adelphi, 2009, pag. 133.

“I miei premi” è la cronaca del regolamento di conti  tra  Thomas Bernhard e i premi letterari austriaci, insomma, il libro in cui racconta le cerimonie dei premi letterari che ha vinto e dell’unico in cui fu giudice e provocò il disappunto (sdegno) degli altri giurati perché tentò di citare Canetti nel suo discorso… “ma è ebreo!” gli dissero… Il manoscritto è stato ritrovato dopo la sua morte ma è stato pubblicato solo tre anni fa anche se, probabilmente, era stato scritto già all’inizio degli anni Ottanta. Un lettore qualsiasi sarebbe autorizzato a pensare –e sarebbe perfettamente logico- che gli eventi mondani come i premi letterari fossero qualcosa per i quali T.B. avesse nutrito una certa idiosincrasia, il chè è certamente vero, ma Thomas, per pragmatismo e/o cinismo, li accettò tutti e non ne disertò nemmeno uno, non per vanagloria ma per il denaro che ci ricavava, che non era certo poco dal momento che ci comprò la sua Triumph Herald rossa e la casa su cui lavorò fino alla morte. Ne “I miei premi” ci sono una decina di testi graffianti, corrosivi, irritanti dal momento che, quasi in ognuno di essi, Thomas non si esime dalla sua irresistibile vocazione per provocare ed irritare gli austriaci con ciò che vorrebbero tanto rimuovere dalla loro memoria collettiva: il volonteroso cedimento con cui l’Austria divenne parte del III Reich. Nel 1968, quando gli fu assegnato il Premio nazionale austriaco per la Letteratura, T.B. pronunciò un discorso, nemmeno troppo lungo, in cui sputò in faccia al suo paese tutto il suo disprezzo, fu uno scandalo, ma Thomas non aprì le frasi del suo intervento con un accusatorio “voi”, bensì con un se inclusivo “noi” il che rende perfettamente l’idea del suo tormento e della sua individuale (non furono molti gli austriaci a farlo) e scomoda (strali, anatemi e scomuniche a go-go) presa di coscienza per la sudditanza dello spirito nazionale austriaco verso il nazismo. Il ministro (dei temporali in un tripudio di tromboni) abbandonò la cerimonia che, peraltro fu interrotta… Nella narrazione delle cerimonie di consegna degli altri premi c’è tutto il Bernhard dei giorni migliori: ironia, cinismo, disprezzo per le convenzioni, ma anche aneddoti e digressioni strepitosi ed esilaranti… Un libro da leggere, assolutamente, oppure da regalare ai cretini che sbavano per aggiudicarsi almeno un premio letterario periferico dal momento che ormai, non solo i rioni, ma anche i condomini e i club della pesca ne bandiscono a ciclo continuo. Grande T.B.!!!


53/2011: marco giovanetti, il varco, senaus, 2009, pag. 213

Marco Giovannetti, dopo lo stupefacente esordio con “Bora nera” ci riprova con “Il varco”… c’è sempre Ruggero Astolfi e la sua pazzia è rimasta intatta… anche la scrittura di Marco non ha deluso alla seconda prova. La sua è una scrittura piena di note graffianti e urlanti, sembra quasi di sentirli gli hit del metal che cita quasi in ogni pagina… e ci stanno, perdiana se ci stanno. Poi mancava uno come Astolfi sulla scena del crime che, ad osservarla con attenzione, talvolta rivela delle banalità impressionanti ed inverosimili. D’altra parte non si può star sempre a sottilizzare, il poligiallonoir tira da matti e l’industria dell’editoria ci sta dando sotto. Se poi un editore cartografo di provincia decide di aprire una collana di narrativa e ti va a scovare uno come Marco Giovannetti (o viceversa), tanto di cappello, Non dimentichiamo che questo Marco è quello che ha messo assieme quella mirabolante avventura che è Grado giallo, giunta quest’anno alla quarta edizione, che tra baroni del genere, impegnati e roba di qualità ha trovato la dritta per proporre roba di qualità in una (come dicono quelli fighi) location splendida… Infatti Grado in autunno è di una bellezza inaudita. Lo dice (o lo pensa) anche Ruggero quando non è troppo fumato per trovare la strada che da Trieste porta a Grado. Ne “Il varco” c’è la storia di un signore e la sua bicicletta, è uno burbero e anche tosto poiché è l’archivio vivente delle malefatte dei maggiorenti della politica e dell’economia dell’isola d’oro. Ma poi avviene un omicidio… è l’uomo con la bicicletta la vittima? E Ruggero Astolfi riuscirà a scovare il colpevole? 


49/2009: andrea ribezzi, sette fine, ibiskos editrice risolo, 2009, pag. 324

Andrea Ribezzi è un sostituto commissario e uno scrittore di gialli a tinte noir. Sarebbe già sufficientemente interessante come recensione, una riga e via, praticamente una goduria. Non accadrà perché ci sono almeno un paio di cose che mi preme dire su questo scrittore triestino… già, avrei dovuto scriverlo prima l’aggettivo “triestino”, sia che l’avessi scritto accanto a vice commissario che a scrittore, non sarebbe cambiato nulla e per davvero una riga di recensione sarebbe bastata. Sommersi come siamo dall’iper produzione di gialli, polizieschi e noir, di un titolo in più non si sarebbe accorto nessuno se la riunione nella medesima persona di un poliziotto e di uno scrittore non avesse creato tratti di originalità davvero rari… Per esempio le procedure di polizia, vabbe’ che in ogni libro, romanzo o saggio che sia, varia solo la percentuale di fiction e di licenze varie, ma troppo spesso le procedure di polizia sono… come dire? Sbeffeggiate da prassi così improbabili da far strabuzzare gli occhi anche a chi, come me, poliziotto non è… L’altro elemento di interesse che deriva dalla professione e dalla vocazione di Andrea Ribezzi è l’esperienza sul campo, cioè la possibilità, e per fortuna non sapremo mai quanto e come vi abbia fatto ricorso, di attingere dalla quotidianità professionale in una città che darebbe spunti sufficienti per centinaia di scrittori che volessero ambientare i loro romanzi a Trieste: una storia secolare di cui basterebbe afferrare solo il secolo breve per avere a disposizione il concentrato di tutti i drammi del mondo, specificità geopolitiche uniche, presenza storica di comunità religiose di tutti i tipi e soprattutto la città: “Tokio, Kioto, Parigi, Londra Trieste” pensava sull’aereo che lo stava portando a Berlino attraversandone il cielo l’angelo caduto Peter Falk mentre interpretava se stesso… Invece in “Sette fine” non ci sono angeli, c’è un “buono”, questo sì, si chiama Massimo Ravera ed è il giovane ispettore di polizia che, come annuncia il sottotitolo. “la prima indagine dell’Ispettore Ravera”, vivrà ancora nei sequel, ma per il resto, gli altri personaggi sono anche troppo normali nella loro verosimiglianza, non mancano i disperati, ma neanche l’erotismo e i sapori del cibo e del vino secondo la miglior tradizione di questo genere che magari non è più un genere ma letteratura e basta anche se un tempo si chiamava o giallo o poliziesco o noir e stabilirne confini e definizioni dava lavoro a una pletora di sapientoni di cui, proprio a Trieste, vive il gran capo, grande capo, grande fama (e)… augh!

 


48/2009: alessandra bianca, frammenti d’anima; ed. le piume (nuove voci), 2009, pag. 58

Per fortuna ogni tanto capitano cose così… tra tanti pretesi poeti e falsi scrittori (buoni quelli che si occupano della promozione della lettura!), qualcosa di buono c’è, anzi, in questo caso, qualcosa di eccellente. Finalmente posso scrivere Poesia con la maiuscola in una recensione, finalmente qualcuno che sa che i versi non sono frasi che si interrompono senza arrivare in fondo alla riga… Tra i vari Bondi, Vendola & vendoliani che non solo “osano” scrivere, ma s’azzardano pure a pubblicare o a declamare le loro orrende schifezze e le centinaia di migliaia di tonnellate di fabbricanti di versi tarocchi che pagano un tot al verso per pubblicare il loro onanismo patologico interrotto per andare a capo prima… Ecco, tra tutta questa spazzatura immonda può capitare di trovare poesie pulite, armoniose, degne appunto di essere chiamate semplicemente poesie perché le righe che le compongono contengono versi che hanno un capo e una coda e soprattutto hanno a che fare con la vita vissuta Sono versi leggeri come piume, ma solidi e profondi… Liriche tratte dalla semplice e non scontata semplicità del vivere quotidiano, in famiglia, in provincia ma, soprattutto, nella consapevolezza del vivere. Sì, perché le poesie di Alessandra Bianca sono autentiche come i sentimenti di cui sono intrisi i suoi versi. Roba buona, per estimatori… poesie rare e preziose che dovranno essere distinte, forse salvate, perché rischiano di confondersi tra i flutti posticci del grande pelago di cartapesta della poesia. Poi, se vogliamo proprio dirla tutta (e non mi esimerò certo dal farlo), con testimonial come Maurizio Costanzo e Aldo Forbice, ai quali vanno aggiunti i prezzolati e paraculati “curatori” delle rassegne di poesia di regime, la vita della poesia italiana, oltre ad essere precaria come sempre, rischia pure di cessare…

Ho smesso la mia vecchia anima,
fragile e bucata.

Ho smesso la mia solita allegria,
fatta di lampi di follia.
Ho smesso la mia sciocca umiltà,
di stracci di parole e pensieri.
Ho smesso l’emozione di un incontro, di un saluto, di un sorriso.
Ho smesso di vagare alla ricerca
E indugio
Tra viltà e paura.
Ho smesso aliti di vita nuova
E tra l’antico e confortante quotidiano,
avanzo.
(Ho smesso, Alessandra Bianca)