Archivi categoria: libri letti 2010

76/2011: hanan al shaykh, la sposa ribelle, piemme.

…e quando raggiunse l’età  dei dodici anni i sacerdoti si riunirono in consiglio e dissero : “Cosa faremo ora di lei perché non contamini il Tempio del Signore ?”… E quando i sacerdoti ti rifiutarono alloggio, avevi dodici anni e nessuna colpa addosso : ma per i sacerdoti fu colpa il tuo maggio, la tua verginità che si tingeva di rosso eppur sempre di derive monoteiste si tratta…. camila, la sposa ribelle le tenterà tutte, ma alla fine soccomberà al matrimonio imposto dal mix: cultura, religione e tradizione… ne escono tanti di libri sulla condizione della donna islamica, questo però nasconde qualcosa di grande che non deve essere svelato da nessuna microrecensione… perchè sarà la poesia a cambiarle il corso della vita e una figlia letterata a raccontarla… una figlia, una sola generazione in un salto di secoli, da un tempo storico all’altro, dal medioevo di un monoteismo qualsiasi ai giorni nostri tra i più liberati… romanzo di sentimenti e rivolta.

 

 


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75/2010: marco presta, il paradosso terrestre, ed. aliberti 2/2011

Marco Presta, uno dei più esilaranti e creativi autori di testi per la radio… sì, dài… chi non lo conosce? assieme ad Antonello Dose (di Palme) ci rappresenta quotidianamente il paradosso e il grottesco pubblico e privato degli italiani nella loro a volte tranquilla, altre squinternata  quotidianità in programma radiofonico cult che è “Il ruggito del coniglio” di Radio due che, piratamente ascolto ad intermittenza perchè alla stessa ora ti sparano “prima pagina” su radiotre e uno va in ambascia anche perchè vorrebbe, dico vorrebbe… poter ascoltarsi anche la rassegna stampa di Massimo Bordin di Radio Radicale, ma poi rinuncia perchè tanto queste rassegne stampa, per quanto diverse l’una dall’altra, ti propinano sempre lo stesso mondo decadente, in crisi e in pillole… e allora non ti rimangono che i paradossi terrestri di Presta e Dose, racconti dal mondo così come lo potremmo vedere tutti se solo avessimo un po’ più di cuore e di fantasia…


74/2010: piliph roth, nemesi, pag. 186, 2011

Nemesi, Philip Roth… philiph ti fa imbufalire ad ogni nuova lettura e nonostante ciò sono felicissimo della sua prolificità… imbufalire perchè? è presto detto: è mai possibile che i dinamitardi del nobel non gli abbiano riconosciuto il massimo titolo? Vargas Llosa? Fo? ma chi sono costoro? Roth, McCharty, Marias, Don DeLillo detto Don, assegnatelo a loro il nobel parrucconi strafottenti! Nemesi, tanto Fëdor Michajlovič Dostoevskij e ALbert Camus seppero viaggiare nell’anima oscura dei già tenebrosi uomini del sottosuolo, tanto Philip Roth ci sa rappresentare gli uomini della colpa, i ragazzi perfetti di ideali e vita che, ad un certo punto della loro esistenza, subiscono un evento che li comprende, di cui si faranno carico dell’espiazione per l’eternità anzi, meglio: finchè vivranno perche i ragazzi perfetti non riconoscono alcun dio… essennò mica sarebbero tanto perfetti, no? e il dolore assume il volto della convinzione e la vita ci si adegua, perchè tra tutte le svolte possibili, il ragazzo perfetto sceglierà sempre quella della sua personalissima colpa.  Ma è necessario aggiungere un commento ulteriore perché “Nemesi”, trentunesima opera di Philip, si svolge in un “microcosmo” e i profili dei personaggi sono meno articolati del solito… Non ci si sposta dal quartiere ebraico di Newark… siamo nel luglio del 1944 è la poliomielite miete vittime tra i bambini… allora, e qua entra in gioco il senso di questo capolavoro, si rifletta sull’etimologia del termine nemesi… anche un leghista… be’ un leghista forse no, ma certamente gli altri sapranno che la parola e greca, ma forse non è altrettanto noto che il significato di nemesi è plurimo, infatti sta per espiazione, giustizia divina, ripugnanza, sdegno, collera… il bello è che nessuno dei significati sembra essere improprio per Eugene Cantor che “scartato” alla visita di guerra, e oggetto delle nemesi che ispira e intitola il libro, decide di combattere lo stesso, contro la poliomielite, non solo fallirà, ma la contrarrà lui stesso e, coerente con la sua grande dignità di uomo, si infiggerà una pena di cui però dovrete leggere, non vi anticipo  nulla…

 

 


73/2010 philip roth, pastorale americana, Einaudi, 2005

“Pastorale americana” un capolavoro del Novecento, non del secondo Novecento… di tutto il Novecento! Invero ogni libro di Philip Roth è un capolavoro dell’umanità con la sola eccezione della zona franca di Stoccolma dove una cricca di parrucconi imbolsiti continua ad assegnare i Nobel agli ex paracadutisti di Salò o agli imitatori francesi di Tiziano Terzani, ogni tanto tentano una sortita in Sudamerica ma pescano alla cazzo perché non videro Borges ma Vargas Llosa sì… vecchi dementi e felloni! Tuttavia con quest’opera Roth si aggiudicò il Premio Pulitzer per la narrativa nel 1998. In “Pastorale americana” c’è lo scrittore Nathan Zuckerman, l’alter-ego dell’autore, che fin dall’adolescenza è stato attratto dalla personalità solare e vincente del vero protagonista di Pastorale: Seymour Levov, “lo Svedese” o “the Swede”. Il libro racconta l’ascesa e la caduta dello Svedese e, in particolare come, nonostante la sua grande umanità e caparbietà, non gli riuscì di salvare la propria famiglia dal disastro. La storia inizia con il 45° ritrovo degli allievi della scuola superiore frequentata in gioventù sia da Levov che da Zuckerman… ed è proprio grazie ad un messaggero che gliene parla che decide di iniziare a raccontare la caduta di questo ebreo bello e biondo chiamato lo Svedese che rappresenta un qualcosa di molto più vasto della sua semitragica vicenda umana… infatti Roth scrive una sorta di paradossale resa dei conti della vita in cui i Levov partecipano attoniti al crollo dei sogni e delle utopie di un uomo bello e giusto, benestante ed atletico che subisce, anzi che va incontro alla sottomissione alla rabbia rivoluzionaria, ma cieca e patologica dell’America che assume le sembianze dell’amata figlia Merry che gli porta in casa e lo stordisce con il suo attivismo pacifista contro la guerra del Viet Nam, esso stesso guerra tra generazioni e tra stili di vita, ma non tra culture… Ma non è tutto qua, e ci mancherebbe, Philip Roth come sempre usa la macrostoria americana per raccontare vicende private enormi, tragiche e figlie del destino che è sempre lo stesso per ogni generazione americana… e, quando questa generazione entra nei propri anni senili, allora anche la memoria si mette a far le bizze evocando ricordi insostenibili, a volte collettivi, più spesso individuali. Philip Roth il più grande scrittore vivente del mondo.
Capitain Smoke


72/2010 piero dorfles, il ritorno del dinosauro,garzanti, 2010

«Mi sembrano vecchi quelli che pensano che la conoscenza della storia, della letteratura del passato, dei processi sociali e culturali che ci hanno preceduto non servano per vivere nel presente. Ci deve essere una strada per coniugare progresso tecnologico e cultura. E non voglio tornare indietro: voglio andare avanti, in un mondo che abbia più cultura, più consapevolezza, più coscienza di sé. Mi ribello perché senza ribellione c’è accettazione, e se non ci si riscuote, si soccombe. Se non si riflette, si progetta, si analizza e si critica, allora sì che si è estinti.»
Piero Dorfles
Be’, messa così sembra accettabile… ma –in realtà- questo libro è un trionfo del misoneismo e del rimpianto per un età dell’oro probabilmente contemplata e mai vissuta… un interminabile piagnisteo senza capo né coda… senza logica e privo di serenità… Dorfles è uno di quei nomi che evocano libri, letture, biblioteche e saggi dedicati al mondo delle lettere… invece questo libro di pensieri ad alta voce inveisce contro ogni aspetto della modernità… Sia chiaro, se si tratta di avversare in ogni modo la supremazia dell è-book, sono disposto a farmi soldato e a combattere questa guerra anch’io, ma ne “Il ritorno del dinosauro” Piero Dorfles si spinge ben oltre e per la prima volta nella storia del blog “Letture di un pirata distratto, spalatore di nuvole e bisiaco per giunta” si stronca un libro senza nessun appello… Posso capire che se ti mettono a far la badante letteraria di Neri Marcorè, magari mastichi amaro e non sei sereno, però… che diamine! A Dorfles poteva capitar ben di peggio: tipo essere spedito a far la badante letteraria di Fabio Fazio che, tra l’altro, ne avrebbe un gran bisogno.
Capitain Ward