Archivi categoria: libri letti 2011

thank you very much for coming, good night!


E m’abbandono all’adorabile corso: leggere, vivere dove conducono le parole. La loro apparizione è scritta; le loro sonorità concertate. Il loro agitarsi si compone, seguendo un’anteriore meditazione, ed esse si precipiteranno in magnifici gruppi o pure, nella risonanza. Gli stessi miei stupori sono fissati; essi sono celati in anticipo e fanno parte del numero. (Paul Valéry)

132/2011: truman capote, ricordo di natale, illustrazioni di beth peck, donzelli 2011, pag. 59

Nel 1958 Truman capote pubblicò un libro di racconti, che prese il titolo da quello che ispirerà il film che lo renderà ricco e famoso: “Colazione da Tiffany”. Ora Capote, grazie a questo primo libro è considerato uno dei più grandi autori americani del Novecento… e un altro di quei racconti: “Ricordo di Natale”, grazie anche alle bellissime illustrazioni di Beth Peck, è diventato una piccola perla che ora esce anche in Italia grazie all’editore Donzelli. È solo un ricordo
struggente di Natale di Truman Capote, raccontato dall’io narrante Buddy, o è un libro che può essere accostato a “Il piccolo principe” e a “Canto di Natale” di Dickens… Libri per bambini rivolti agli adulti o racconti universali? Di tutto un po’, credo… Capote adulto incede a ritroso con la memoria (la memoria, non dimentichiamolo si muove in tutte le direzioni), e ci narra di un suo personalissimo ricordo di Natale. Un Natale povero da orfano allevato da una vecchietta suonata come una campana perché il tempo le ha consumato il corpo ma non la mente e in compagnia di un cane simpatico e scatenato di nome Queenay. A me non piace
Natale, mai piaciuto anzi, lo detesto e non mi esimo dal farlo pubblicamente, però non ho potuto non commuovermi alla narrazione di Buddy che ricorda la solitudine, ma anche la gioia per l’odore di un piccolo pino tagliato e trascinato nella neve con Shook (la vecchietta) e il tintinnare delle monetine faticosamente messe assieme per prendere gli ingredienti per preparare i dolci natalizi. Gli anni passano e un giorno Buddy riceve l’ultima lettera della bambina anziana che l’ha allevato, lui legge e lei già non c’è più e, per ironia della sorte, Shook gli scrive che il loro amato Queenay è morto… Nel 1967 da il “Ricordo di Natale” fu tratta una riduzione per il teatro che ebbe uno successo strepitoso. Non per dire, ma la voce recitante era quella dello stesso Truman Capote e Geraldine Page interpretava il ruolo della bambina nel corpo della vecchietta… per il ruolo di Queenay sinceramente avrei proposto Dario Fo che magari non parla l’inglese, ma in quanto ad abbaiare se la cavava benissimo con i partigiani però…


131/2011: marie-hélène ferrari, il destino non c’entra, lantana editore 2010, pag. 224

Non mi ricordo di aver letto altri noir ambientati in Corsica, e che Corsica poi! Ci sono i paesaggi, i sapori, il mare, ma anche la crisi, i disoccupati e la mala. E poi, cosa che un lettore patologico non disdegna mai, si tratta di una serie e il protagonista di “Il destino non c’entra” è il commissario Pierucci… è un personaggio incredibile perché, con ’iperproduzione del poligiallonoir sembra inverosimile che si possano inventare personaggi sempre nuovi ed originali. C’è da dire che, nonostante la moda per il giallo che viene dal nord (pullulante di grandi maestri, non ci piove!), i francesi, meglio, le francesi sembrano avere una marcia in più… Provo a spiegarmi meglio: i noir italiani, tedeschi, spagnoli e nordici sono sempre ben congegnati, tradotti sublimemente, presentano personaggi unici, ci sono i cibi, i sapori, i vini, la dose di erotismo giusta, ma autrici come la Ferrari, La Manotti e l’immensa Fred Vargas ci si immergono fino al collo nelle loro fiction e posseggono la rara capacità di trascinarci dentro anche il lettore. Marie-Hélène Ferrari poi, a quelli come me che in Corsica ci sono mai sbarcati neé ci si sono mai interessati, permette di percorrere le sue strade, di sentirne i suoni, gli odori e i profumi e ci fa scoprire anche che la gran parte dei cognomi, come leggerete, sono italiani e che le tantissime parole corse che sono sparse tra le righe sono molto simili al corrispettivo termine italiano. Ok, basta, non sono qua per manifestare un orgoglio nazionalistico che nemmeno posseggo, ma per scrivere di un romanzo noir originale, accattivante, nel quale i buoni proprio buonissimi non sono, mentre i cattivi sono gli stessi che troveremmo nelle altre grandi isole del Mediterraneo.  Marie-Hélène Ferrari è nata in Corsica a Bonifacio e “Il destino non c’entra” segna la nascita di questo nuovo commissario e dei sui spassosi collaboratori che, siccome non siamo negli usa, non sono uno buono e uno cattivo, infatti Finelli è un furbacchione irriverente e Pieri un matto depravato che per rivalsa tradisce la moglie con… be’, questo lo scoprirete da voi, ma se provaste ad indovinare, difficilmente ci azzecchereste. Qualche cenno alla trama? Va bene, ma solo un assaggio perchè questo romanzo è pieno zeppo di colpi di scena fino all’ultima pagina. Marie-Savéria è la moglie dello scioperato, ubriacone, ma non perditempo Paul-François che una notte viene crivellato all’uscita di una bettola…  Marie-Savéria, donna apparentemente banale e sciocca, intuisce che qualcosa non va’… infatti Paul non è la sola vittima della notte corsa degli spari… Comincia a ficcare il naso in giro e scopre, figuriamoci, siamo nella provincia francese tutto sommato, che il marito la tradiva con Laetizia e fin qui potrebbe essere anche una scoperta irrilevante e per la quale non le sarebbe comunque servito l’acume di Sherlock Holmes… il fatto è che Marie subodora il coinvolgimento del marito in affari molto sporchi… ecco, da questo punto in poi la trama segue più filoni (non troppo) e la scena si riempie di personaggi interessanti, alcuni buoni… be’ pochi… molti cattivi, ma tutti interessanti e non solo verosimili, ma ben di più… oh! Attenzione, c’è pure un finale con i controc… pardon, con i controfiocchi… Io Marie-Hélène Ferrari di sicuro non la mollo più…


130/2011: Matti Rönkä, l’uomo con la faccia d’assassino, iperborea, 2011, pag. 182

Dov’è la Carelia? Che cos’è una regione geografica? Una nazione? Matti Rönkä, nella sua opera prima, oltre a scrivere un noir di quelli belli, tosti e originale, riesce a spiegare il babilonico genius loci delle zone di confine… Un po’ come riesce a fare lo scrittore tedesco ma triestino d’elezione Veit Heinichen, ma anche Petros Markaris con “La balia”. Il fatto è che non è insolito imbattersi in persone, anche colte e lettrici consumate, che non hanno ben chiara nella zucca la differenza tra cittadinanza e nazionalità anzi, non ne conoscono proprio il concetto. In “L’uomo con la faccia da assassino” le cose si complicano ancora di più ma Matti è un talento nello spiegarle mentre fa scorrere la trama che passa per Helsinki, Tallin e la Russia… adesso i critici veri e prezzolati scriveranno che il nato un nuo il noir post sovietico, ma lasciamoli scrivere, tanto chi li legge? E la Carelia? Be’, ricorro a Wikipedia che è sempre pronta a darci una mano: “La Carelia è una regione storica, patria dei careliani, popolazione che abitava vaste aree dell’Europa settentrionale di importanza storica per Finlandia, Svezia e Russia, è attualmente divisa tra la Repubblica di Carelia e l’oblast’ di Leningrado in Russia e le regioni finlandesi della Carelia meridionale e settentrionale. In Careliano e in finlandese la Carelia viene chiamata Karjala, in russo Карелия (Karelija) e in
svedese Karelen”… è facile intuire che che la storia narrata da Rönkä passa attraverso i problemi di ogni minoranza del mondo, ma in primo piano c’è lui “L’uomo con la faccia d’assassino”… ma attenzione perché la definizione gli è stata affibbiata sotto le armi in Russia dai suoi superiori perché, nei momenti di pericolo, anziché farsela sotto perché l’adrenalina e la paura rendevano il suo volto impassibile e il suo cervello lucido e razionale. Dopo la guerra cambia il suo cognome da Kornostajev a Kärppä, Viktor Kärppä. A Helsinki continua a portarsi appresso la sua faccia da assassino e campa facendo il detective privato con una clientela molto variegata, si occupa sia di storie di corna che di traffici vari con la criminalità russa… tuttavia Viktor rimarrà assassino solo nella faccia, non commette reati che possano comprometterlo con la polizia con cui, tutto sommato, bene o male, intrattiene rapporti di collaborazione. E qua viene fuori il talento narrativo di Matti Rönkä che inventa un personaggio che, nell’eterna lotta tra il bene e il male, non sta in mezzo, non occupa un recesso nella zona grigia dei pavidi,non assegna un colpo al cerchio ed uno alla botte, ma si attiene alle sue regole, alla sua personalissima etica… Be’, sarebbe disumano raccontarvi di più… Iperborea, nella collana Ombre, ha pubblicato un’altra chicca che non vi potete permettere di perdervi. Sicuro come la morte.

 


129/2011: claudio magris, livelli di guardia-note civili (2006-2011), garzanti, 2011, pag. 201

Magris è un genio, non ci sono discussioni. Leggo ogni suo libro, esattamente come faccio con Umberto Galimberti e Umberto Eco. Sono loro il i cineoperatori-registi in forma di belle lettere del nostro tempo e lasciate perdere se sono prolifici per contratto perché è su pensatori scrittori come loro (e pochi altri) che possiamo contare per interpretare con illuminazione a 100 watt i
piccoli e grandi processi che governano il mondo. Invero “Livelli di guardia” è un libro che raccoglie i testi, riveduti e ampliati, che Magris ha scritto dal 2006 al 2011 per il Corriere della Sera. Il professore ha scelto anche un titolo bello e appropriato: “Livelli di guardia” una definizione che gli italiani ormai conoscono bene perché non c’è autunno in cui, a causa della devastazione del territorio, non si siano smottamenti, alluvioni e disgrazie varie perché i corsi d’acqua raggiungono appunto il livello di guardia, superato il quale c’è lo straripamento… chiara metafora della decadenza morale, culturale e politica dei nostri tempi… tempi in cui ogni valore, ogni decoro e qualsiasi decenza stanno per essere definitivamente sepolte dalla fanghiglia mefitica prodotta dai padroni dell’economia, dai loro servi partitocratici e da chi conferisce loro il consenso per stare a galla elezione dopo elezione. Non c’è giorno in cui un partitocratico non sputi sulla Costituzione, che un “padrone” non delocalizzi o non compia altri crimini e poi c’è il luogo d’incontro tra i partitocratici e l’impresa: il territorio della corruzione in cui, diversamente da un tempo, i protagonisti dello scambio appalti-denaro  sembrano delle star da applaudire con i loro volti liftati e abbronzati, con i loro trapianti  e tinture di capelli, invece dovrebbero essere coperti d’insulti e di uova marce, ciò nondimeno ci manca poco che il popolino delle televisione non si metta ad applaudire perché ormai la furbizia è considerata una virtù e non ciò che veramente è: l’unico modo che hanno a disposizione i disonesti e gli stupidi per sopperire alla loro innata mancanza di intelligenza e di etica. Costoro navigano a gonfie vele in un pelago tranquillo di indifferenza e l’unico rischio che corrono è l’apertura di qualche filone di indagini perché questo o quel giudice,
affiliato ad una delle gang rivali del regime partitocratico riceve l’ordine di tirare una bordata al clan rivale. Naturalmente il la scrittura di Magris nel descrivere tutto ciò è pulita e puntuale, ma ciò che vale per un professore conta poco per un pirata  che, spesso e volentieri ricorre anche al turpiloquio pur di chiamare le cose con il loro nome, e mi spiego. Credete forse che ci sarà qualche differenza tra la dittatura berlusconiana e d’alemiana e l’oligarchia comandata da Monti composta, anzi scelta dai vatikaners? La fanghiglia ha tracimato perché gli argini sono stati demoliti dalle ruspe targate pdl, pd, sel, idv, udc e succedanei vari, una menzione particolare andrebbe assegnata al duo grandemente ipocrita e falsamente moralista Di Pietro Grillo che farebbero meglio a ritornare all’ovile e alla tv spazzatura di partenza invece di star qua a pontificare sulla morale perduta dagli italiani. Fin qui, prendendo spunto dalle note civili di Claudio Magris, ho volutamente usato toni gravi e grevi, in verità il professore ci mette in guardia rispetto le violazioni quotidiane alla Costituzione, allo straripare della corruzione, l’inciviltà universalmente dimostrata dall’opinione pubblica nei confronti di chi arriva dal sud del mondo per aggregarsi alla nostra comunità di destino. Ma anche al dibattito tra veri integralisti cattolici e pretesi laici sull’inizio e la fine della vita, sul tappeto rosso che l’immaginario collettivo ha steso per accogliere l’odio nei confronti del diverso, l’accettazione delle ingiustizie, il perdonismo ideologico e, buoni ultimi, la corruzione e la violenza… Eccezionale il testo che Magris dedica al maestro dei maestri Norberto Bobbio, anche lui dileggiato e attaccato nella sua credibilità, negli ultimi suoi anni di vita sia da giornalisti seri che da invidiosi giornalisti padroni come Scalfari che, detto per inciso ma lapidariamente, non vale un’unghia di Norberto Bobbio. Insomma, dal ritratto di Magris l’Italia non ne esce bene… tutt’altro, ma il fatto è che tutti noi dovremmo imparare a vederla con i suoi occhi…