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102/2014: Francesco Roat, Hitler mon amour, Avagliano 2014, pag 146

Francesco Roat, Hitler mon amourLa relazione tra il dittatore tedesco e la sua giovane amante, narrata attraverso un diario che l’autore immagina scritto febbrilmente da Eva nelle ultime ventiquattr’ore, all’interno del bunker sotto la Cancelleria del Führer, durante la conquista di Berlino da parte dell’Armata Rossa. Il potente Führer della Germania e una semplice ragazza piccolo-borghese che, a quanto risulta dalle testimonianze storiche, nazista convinta non fu mai, e neppure ostile agli ebrei: cosa unì fino alla morte due individui così profondamente diversi? La donna torna indietro con la memoria, inizia a raccontare in prima persona l’incontro a Monaco, nel 1929, con lo sconosciuto che in pochi anni sarebbe diventato il padrone della Germania e di mezza Europa. Lei è un’adolescente, lui già un uomo fatto. Iniziano a frequentarsi, malgrado la disapprovazione dei genitori della Braun. Col tempo diventa “segretaria” particolare del Führer ma mantiene sempre un ruolo appartato. Sino alla vigilia della sconfitta tedesca e al giorno in cui deciderà di condividere la sorte di Adolf. I due si sposano. Il giorno dopo il matrimonio, il 30 aprile 1945, Adolf Hitler ed Eva Braun si suicidano nel bunker della Cancelleria. Una fatale storia d’amore che non finisce di scioccare il mondo.


101/2014: Jonathan Gottschall, L’istinto di narrare, Bollati Boringhieri 2014, pag 249

Jonathan Gottschall, L'istinto di narrareIn un dialogo immaginario sul ruolo della letteratura tra due personaggi insoliti – l’emisfero sinistro, quello razionale e l’emisfero creativo destro del cervello – la voce “giovane” ed entusiasta invita l’altra, quella “anziana” che parla con regolarità e padronanza di sé, a unire le forze per condurre la stessa battaglia, quella dell’umanista. Alla richiesta di definire la parola umanista il giovane risponde: “ Ė il contrario di barbaro”, che con una metafora tratta dal mondo vegetale viene definito come colui che “dà l’idea di granito, di inamovibilità, di ancoraggio, di inalterabilità. Sembra quasi che nell’uomo la barbarie sia una nostalgia dello stato minerale”. La letteratura, al contrario, è vitalità e “fa vedere ciò che fluttua, ciò che è impreciso, la diversità, la pluralità, l’ambiguità, il paradosso e la contraddizione. Sottolinea come ciò che è avrebbe potuto non essere o potrebbe diventare qualcos’altro. A differenza del granito, la letteratura è gassosa e confonde le piste”. In breve, la letteratura traccia la via dell’umanesimo e fornisce le armi contro la barbarie.

In questo testo inedito sul tema “Perché leggere narrativa?”, l’autore [1] ribalta la domanda e la trasforma in “Perché non leggere narrativa?”, dal momento che leggere è l’azione solitaria che collega ognuno a tutti: le esperienze letterarie sono essenziali in quanto aiutano le persone a disfarsi di illusioni e pregiudizi, forse anche ad affinare l’ingegno e le aiutano  a progredire con i metodi propri della conoscenza per empatia e della conoscenza per immaginazione.

L’efficacia e l’incisività di queste riflessioni sulla letteratura è rafforzata dall’ originalità della struttura dialogica del testo che, per il suo contenuto, riflette appieno le voci del dibattito sul perché le democrazie hanno oggi bisogno della cultura umanistica (vedi Martha Nussbaum[2]) e sulla stretta relazione tra uomo e narrazione, che affonda le sue radici nelle basi biologiche e nei processi neurologici più profondi del nostro cervello.

Raccontare storie è dunque un istinto umano fondamentale: è questa la tesi che si propone di dimostrare lo statunitense Jonathan Gottschall,  con il suo libro L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno reso umani  edito da Bollati Boringhieri  (è utile segnalare il titolo originale The storytelling animal. How stories make us human dove la parola istinto in realtà non c’è…). L’autore, rappresentante autorevole del darwinismo letterario, espone, in modo accattivante e personale, con incursioni nel privato e sotto forma di racconto di racconti, la sua idea per spiegare come si sia sviluppata nell’uomo la capacità di narrare. Prendendo a fondamento le ricerche più avanzate nell’ambito della biologia e delle neuroscienze,  Gottschall cattura il lettore con le sue storie sul perché si raccontano storie, mentre si addentra nella “vasta terra incognita dell’Isola che non c’è” – quella che William Matthew Barrie, il creatore di Peter Pan, ha denominato Neverland – per esplorare l’enigma della finzione, ossia il mistero dell’inspiegabile istinto a narrare dell’uomo, e spiegare perché viviamo sempre e comunque immersi nei racconti.

Denso di suggestioni e corredato da illustrazioni che esemplificano la narrazione, il libro è suddiviso in capitoli, pieni di grandi osservazioni e di intuizioni incredibili (vedi Paul Bloom), con puntuali rimandi teorici che forniscono una panoramica sugli studi e sul più recente dibattito sullo storytelling.

Tenendo conto dei nuovi strumenti di indagine e da nuovi modi di pensare offerti dalle convergenze tra discipline scientifiche e discipline umanistiche, il libro tratta – come spiega lo stesso autore nella Prefazione – di come le storie saturino le nostre vite.  Per capire quanto le storie siano il nostro  ambiente naturale, viene suggerito al lettore di aprire un libro che narri una storia, uno qualsiasi, e prestare attenzione all’effetto che sortisce su di noi. Non mancano esempi concreti tratti da pagine letterarie a dimostrazione del connubio testo-lettore: le parole di un testo sono inerti e per essere portate in vita hanno bisogno di un catalizzatore, ossia dell’immaginazione di chi legge o, si può aggiungere, di chi guarda. Se, infatti,  oggi lo schermo spesso prende il posto della pagina scritta, la quantità di  tempo e il coinvolgimento per opere di finzione  restano comunque alti.

Quale il motivo dello strano e ammaliante potere delle storie? La finzione narrativa – dai giochi di immedesimazione del bambini (facciamo finta che…) alle fiabe, alle opere letterarie, alle serie televisive –  è incentrata sui problemi e sugli sforzi di uno o una protagonista per ottenere ciò che desidera. L’inferno è amico delle storie, afferma Gottscall, prendendo a prestito una affermazione di Charles Baxter, a sua volta autore di un saggio sull’argomento, per evidenziare come il conflitto drammatico sia elemento di fondo della finzione narrativa.

La finzioni narrative di tutto il mondo – analogamente a quanto avviene per le lingue umane, come ha dimostrato Noam Chomsky – hanno in comune alcuni principi costitutivi di base: una grammatica universale, una struttura profonda che non riguarda solo lo scheletro ma anche i nuclei tematici. Le storie si focalizzano sulle grandi difficoltà del vivere. Per questo motivo, non rischiano mai di annoiare. Sono come il volto umano, spiega l’autore, ricorrendo a un efficace paragone: per quanto i visi siano simili, tra l’uno e l’altro  ci sono sempre differenze significative e alcuni possono colpirci in modo particolare per la loro bellezza o unicità. Allo stesso modo le storie.

Che cosa ci accade mentre viviamo un’esperienza finzionale? Studiate a livello neurale, le  risposte alla finzione narrativa hanno mostrato che la mente umana si attiva e determina nuove connessioni neurali, preparando le vie nervose che regolano le nostre risposte alle esperienze di vita reale. Le storie si comportano come simulatori di problemi.

In breve, l’idea di fondo del libro è esplicitata da Gottschall nell’affermazione: “La finzione, espressa con qualunque mezzo narrativo, è un’antica e potente tecnologia di realtà virtuale che simula i grandi dilemmi della vita umana”. Per questo motivo guardando un film o leggendo un racconto, accade la stessa cosa: si genera empatia, ossia una capacità di immedesimazione negli stati psicologici degli altri. Anche se ai neuroni specchio vengono attribuite funzioni, secondo recenti studi condotti negli Stati Uniti, mai sperimentalmente dimostrate, l’idea è potente in quanto, aggiunge  Gottschall: “La finzione consente al nostro cervello di fare pratica con le reazioni a quei generi di sfide che sono, e sono sempre state, le più cruciali per il nostro successo come specie”.  E l’attitudine alla simulazione è attiva anche nelle ore di sonno: tutte le  persone sognano e fantasticano. Per questo l’esperienza offerta dalle narrazioni è destinata a evolversi: “Il futuro è cibernetico?”, ossia orientato in senso ludico-estetico verso scenari fantascientifici con risorse delle nuove tecnologie, si chiede in chiusura l’autore. La sua risposta è ottimista: le storie non usciranno mai  dalle nostre vite. Basta perdersi in un romanzo, per capirlo.

di Lina Grossi

http://www.insegnareonline.com/rivista/oltre-lavagna/istinto-narrare-jonathan-gottshall


100/2014: Virginia Woolf, Libri e scrittori, Abramo 1994, pag 141

Virginia Woolf, Libri e scrittori, AbramoMontaigne, Kipling, Dostoevskij, Melville, la narrativa inglese, un’arte del romanzo: questi alcuni degli argomenti dei saggi della grande scrittrice comparsi su varie riviste tra il 1908 e il 1927, e poi riuniti in A Woman’ s Essays e in Books and Portraits. Saggi che assumono un’andatura del racconto, pervasi dall’inventiva, dal ricordo, in un’operazione di febbrile ricerca dell’ altro, della vera essenza delle opere, in una lettura pervasa dall’ «intelligenza inconscia», dalla sottile interferenza del vissuto che ha caratterizzato tutta l’opera dell’autrice de Al faro.

http://www.abramo.com/web/it/209/libri-e-scrittori_virginia-woolf-.html

 


99/2014: Herman Melville, Bartleby lo scrivano, Abramo 2000, pag 71

Herman Melville, Bartleby lo scrivano, AbramoAAA cercasi. Siamo a New York. L’anno non è precisato, ma lo svolgersi del racconto si potrebbe collocare attorno al 1853, proprio l’anno della pubblicazione. L’avvocato titolare di uno studio legale di Wall Street (la via del muro), che è poi il narratore della storia, pubblica un’inserzione per la ricerca e l’assunzione di un impiegato nel suo studio con funzioni di copista. Un bel mattino d’estate, la porta dell’ufficio era aperta, sulla soglia si presenta un giovane, immobile. Una figura, così sbiadita nella sua decenza, miserabile nella sua rispettabilità e così disperata nella sua solitudine. È Bartleby. Così ce lo descrive il narratore. Scambiate poche parole sulle sue competenze, lo assume, contento di quell’aria così tranquilla che spera abbia una buona influenza sugli altri tre impiegati dello studio: Turkey (il Tacchino) natura turbolenta, Nippers (Chele o Pince-nez), natura irascibile, e da ultimo Ginger Nut (Zenzero), un ragazzo di dodici anni che funge da fattorino, così chiamato perché rifornisce gli impiegati comprando biscotti allo zenzero per la loro colazione. Bartleby smaltisce una quantità impressionante di copiature. Lavora giorno e notte con il sole o al lume di una candela. Il nostro narratore ne è soddisfatto ma vorrebbe che non scrivesse così meccanicamente, pallido e silenzioso; gli piacerebbe allegramente solerte. Ma un giorno si presental’esigenza di collazionare una pratica legale, lavoro noioso da svolgere, lavoro di precisione e attenzione perché si tratta di verificare parola per parola gli atti della pratica. Il narratore chiama Bartleby e gli chiede di poterla verificare insieme. – Preferirei di no –. Il tono è fermo e dolce. Il narratore sorpreso e costernato gli ripete la domanda e la risposta è sempre: – Preferirei di no –. Nei giorni seguenti, di fronte ad altre richieste che non siano quelle del suo lavoro di copista, Bartleby oppone sempre il leitmotiv: – Preferirei di no –. Lo sconcerto del nostro narratore è sempre maggiore di fronte a questa figura che si eleva a perturbante, una sorta di demone, così lo percepisce il narratore. Combattuto tra pietà ed esasperazione, scopre che Bartleby non ha casa, né amici, si nutre di qualche biscotto e null’altro. Lo sprona ancora, ma la risposta è sempre, con voce calma e dolce: – Preferirei di no –. La situazione precipita. Bartleby vive nello studio anche di notte, il narratore lo scopre e ancor più esasperato lo licenzia e trasferisce lo studio a un altro indirizzo pensando di essersi liberato da quella presenza perturbante; invano. I nuovi inquilini del vecchio studio si presentano al narratore riferendogli che di fronte alla resistenza di Bartleby di non lasciare lo studio, sempre con la solita risposta – Preferirei di no –, lo hanno denunciato per vagabondaggio. E il povero Bartleby finisce in prigione (la prigione di New York è chiamata Le Tombe). Il narratore lo va a trovare e commosso da quella figura emaciata e assente dà dei soldi al vivandiere per far sì che Bartleby abbia almeno un pasto decente. Anche di fronte a questo atto Bartleby proferisce la solita frase: – Preferirei di no –. E lentamente si lascia morire d’inedia. Herman Melville alla fine del racconto ci fornisce un piccolo dato su Bartleby: aveva lavorato in precedenza alle poste nell’ufficio delle lettere smarrite o non consegnate (dead letters). Che Bartleby sia una di quelle?Bartleby lo scrivano è uno dei racconti più inquietanti e insoluti, un enigma, della letteratura americana. E anch’io come Bartleby dico: – Preferirei di no –, di non dare alcuna mia personale interpretazione. Mi limito a raccomandare vivamente questo racconto a lettori curiosi desiderosi di svelare il possibile mistero che adombra il personaggio Bartleby.

Scheda di CARLO MARTEGANI

http://scaffalesegreto.hoepli.it/bartleby-lo-scrivano-di-herman-melville


98/2014: Yehoshua Sobol, Ghetto Ultima rappresentazione a Vilna, Abramo 2004, pag 121

Yehoshua Sobol, Ghetto Ultima rappresentazione a VilnaVilna ti accoglie con l’aria di chi non ha ancora finito le pulizie di primavera — ma ha gia’ fatto il grosso del lavoro. I campanili barocchi conficcati come viti nell’aria tersa, le facciate spesso imbiancate di fresco, gli ampi viali e le piazze solenni pieni di gente e di negozi eleganti. Spesso, un po’ fuori vista, scopri ancora angoli in cui l’opera dei restauratori non e’ finita: un vicolo sporco con un palazzo annerito, un’antica cappella con il portone sprangato e le vetrate rotte, il muro scrostato di un giardino dietro a cui si indovinano aiuole e vialetti cancellati dalle erbacce e dai rovi; ma anche il ponteggio dell’imbianchino che ritocca le cornici rococo delle finestre, i sacchi di cemento ed i mattoni dentro a un portone, testimoni della nuova vita che sta per prendere un edificio ora vuoto.
C’e’ una folla indaffarata e vitale a Vilna, una folla che bada ai fatti suoi e solo ogni tanto alza lo sguardo a compiacersi delle recuperate bellezze della citta’.
Quasi nulla, a Vilna, ricorda un’altra citta’, quella degli uomini barbuti con le palandrane nere e i cappelli duri, quella delle cento sinagoghe, quella dei giornali scritti in yddish e della piu’ grande biblioteca ebraica d’Europa: una lapide in una stradina piena di ristoranti e di negozi di souvenir, che disegna, ignorata, i confini della seconda Gerusalemme, cancellata settant’anni prima — un busto barbuto e massiccio in una piazzetta nascosta, vicino a una casetta anonima che un’iscrizione in caratteri ebraici sommessamente ricorda essere stata la casa del Gaon. Di quelle decine di migliaia di .vite incenerite quasi piu’ nessun segno e’ rimasto.
La citta’ dei vivi ha gran cura di nascondere — di cancellare la citta’ dei morti. Vilna non ama ricordarli, tutti quei morti — non ci si riconosce, non li conta tra i suoi. E non si accorge che, in questa smemoratezza, le strade linde con gli intonaci ripresi di fresco, le belle chiese dalle guglie dorate e lo stormo delle campane alla sera, le piazze colme di madri e di bambini che giocano appaiono d’improvviso al viaggiatore come un inganno, come una quinta vuota — dietro alla quale si intuisce ma non si scorge la vera Vilna, la citta’ dei morti.

http://www.montag.it/theratrace/archives/category/ebraismo-israele-e-dintorni/