Archivi categoria: libri letti 2015

201/2015: Joël Dicker, Gli ultimi giorni dei nostri padri, Bompiani 2015, pag 462

 Joël Dicker, Gli ultimi giorni dei nostri padriJoël Dicker è uno scrittore svizzero di lingua francese, giovanissimo autore di un besteseller, La verità sul caso Harry Quebert. E quel successo ha richiamato l’attenzione sul suo precedente romanzo, Gli ultimi giorni dei nostri padri, che aveva stentato inizialmente a trovare un editore. Questo libro, appena tradotto, piacerà ai cultori del romanzo «ben fatto» che, per quanto gremito di personaggi, non lascia nulla in sospeso, mette tutte le caselle al loro posto. Ma interesserà anche gli amatori di storia contemporanea, in particolare della seconda guerra mondiale. A questo proposito Dicker offre quella che, sul piano narrativo, può essere definita una primizia, raccontando la storia del SOE (Special Operations Executive). Era stato concepito da Churchill all’indomani della disfatta di Dunkerque. Doveva reclutare volontari stranieri nell’Europa occupata, addestrarli in Gran Bretagna e rimandarli nei paesi d’origine per compiere sabotaggi e attentati, per organizzare reti di resistenza.

E’ il contesto in cui si svolge il romanzo, con riferimento alla Francia. Seguiamo così le vicende di un gruppo di agenti segreti che, sia pure costretti ad agire separatamente, conservano una forte amicizia. Come il gentile e raffinato Pal, che spasima al pensiero del padre, il quale ignora la sua scelta e lascia la porta sempre aperta per il suo ritorno. E la casa di quel vecchio solitario che si macera nell’attesa acquista una simbolica centralità, diventa un luogo di raccolta, in cui si addensano e sciolgono destini. Ci sono, con Pal, l’avvenente e innamorata Laura, il sensibile Claude che è stato seminarista, l’ingombrante e goffo Gros che conserva un animo fanciullesco, il torvo e micidiale Faron… Ciascuno di loro è messo alla prova – del coraggio, degli affetti dilacerati – contro un nemico spietato.

Il romanzo pecca di qualche lentezza nella prima parte, dedicata all’addestramento degli agenti, alla sperimentazione dei lanci col paracadute in territorio nemico, ma si fa via via teso e catturante. Non soltanto per le traversie che devono affrontare, ma per la definizione e trasformazione dei loro caratteri. E’ qui che Dicker offre il meglio di sè, entrando nelle insondabili complessità dell’animo umano, mostrando le debolezze, le ambiguità, il furore vendicativo, e le inattese, sorprendenti risorse morali. Avviene nel romanzo un ribaltamento, registrato con sottili trapassi, per cui i personaggi positivi rivelano le loro falle, fino a sfiorare talora il tradimento, mentre quelli apparentemente più fragili arrivano a sublimarsi nell’eroismo. E’ una dicotomia che può coesistere nello stesso uomo e sembra contendere nell’animo del tedesco Kunszer. Che, crudele con i nemici, cerca di placare i rimorsi facendo visita al vecchio padre solitario, sovvenendolo di vivande e di compagnia. D’altronde la serenità dei sopravvissuti è turbata dai ricordi di una guerra che ha lasciato in tutti strascichi dolorosi, di violenza subita e inflitta. Dicker apre il suo romanzo con una epigrafe di Hemingway che sembra racchiuderne, da ultimo, lo spirito: «Ma non crediate mai che la guerra, anche la più necessaria, anche la più giustificata, non sia un crimine. Chiedetelo ai soldati e ai morti».

“Gli ultimi giorni dei nostri padri” l’esordio (ripescato) di Dicker

Un francese volontario nei corpi speciali creati da Churchill per sabotare i tedeschi

200/2015: Svetlana Aleksievic, Ragazzi di zinco, e/o 2003, pag 316

Svetlana Aleksievic, Ragazzi di zincoCi chiamano “afgancy”. Un nome dal suono straniero… Un marchio. Un segno distintivo.

1979: comincia la guerra in Afghanistan e termina dieci anni dopo; un milione di ragazzi e ragazze partono in guerra, circa quattordicimila tornano in Urss nelle casse di zinco, sigillate e poi seppellite in tutto il territorio sovietico, non come caduti in guerra, ma in silenzio. Il “dovere internazionalista” aveva fallito, bisognava nascondere i corpi e nessuno doveva sapere che era stata una guerra per nulla eroica. Afgancy furono i soldati sovietici in Afghanistan, i ragazzi di zinco. Pubblicato solo nel 1985 ─ quando la censura fu ammorbidita dal nuovo corso della Perestrojka e dalla venuta di Gorbačëv, succeduto a Brežnev ─ Ragazzi di zinco costituisce la parte finale di una produzione (che va da Preghiera per Černobyl’ a La guerra non ha un volto di donna) in cui Svetlana Aleksievič continua a indagare i retroscena della guerra, dando voce direttamente ai superstiti. Il libro suscitò grande scandalo e Svetlana Aleksievič fu accusata di aver falsificato e deformato le testimonianze dei reduci e delle loro madri; nel 1993 viene citata in giudizio per diffamazione da alcuni degli intervistati. La forza di Ragazzi di zinco, non sta tanto nei contenuti delle storie raccontate – fondamentalmente di guerra, né più né meno di altre testimonianze – ma nel cambio di prospettiva, nella disillusione che il libro suscitò nell’opinione pubblica sovietica. Svetlana Aleksievič denuncia l’inutilità e l’inganno della guerra in Afghanistan, una sorta di “Vietnam” russo, guerra in cui l’Urss cercava una conferma di potenza, ma ne uscì sconfitta. Svetlana Aleksievič, premio Nobel per la Letteratura 2015, percorre per quattro anni l’intero territorio dell’Urss alla ricerca di soldati, ufficiali, infermiere, madri, vedove, reduci di una guerra di menzogne, che di fatto fu contro il popolo afgano e non per la sua emancipazione. Le testimonianze sono tutte in prima persona, delle vere e proprie confessioni, in cui i protagonisti non hanno un nome, sono figure che si mettono a nudo, sconfitte dalla guerra e private dell’Idea di Patria che avevano in partenza, a volte con una macchia sulla coscienza, ma tutte hanno qualcosa da dire. Precisamente, più che di fronte a veri e propri personaggi, siamo di fronte a dei ruoli, che diventano fiction nella Letteratura. Senza dubbio è bene definirlo un libro documentario sulla guerra in Afghanistan, in cui l’autrice rimane fedele allo stile-intervista che rappresenta l’elemento portante dei suoi reportage, senza abbandonare l’impronta di romanzo epico-corale che la caratterizza, ricreando ancora una volta la sua struttura polifonica; come spiga Sergio Rapetti, nel saggio Le guerre di Svetlana, l’autrice fu influenzata da Ales’ Adamovič, uno dei maggiori scrittori biellorussi di romanzi-testimonianza. Tre giornate di superstiti che raccontano a turno le loro storie, ricalco di quelle boccacciane, se pur ridimensionate; ogni giornata ha un inizio biblico, con esplicito riferimento al primo, secondo e terzo giorno raccontati dalla Genesi. C’è il firmamento, le acque e anche il giorno e la notte, ma non ancora l’uomo, che l’autrice esclude volutamente dalle immagini bibliche per mostrarlo nella sua fragilità e sconfitta. Probabilmente Aleksievič sta cercando delle risposte nelle Sacre Scritture, interrogandosi su “quanto ci sia di umano nell’uomo”; è il dubbio che la guerra fa comparire nelle menti sensibili, questione sulla quale si era interrogato anche Elio Vittorini, durante un’altra guerra, la Seconda, in Uomini e no, e ancora prima in Conversazione in Sicilia. Così scriveva: Ma forse non ogni uomo è uomo; e non tutto il genere umano è genere umano. Questo è un dubbio che viene, nella pioggia, quando uno ha le scarpe rotte, acqua nelle scarpe rotte, e non più nessuno in particolare che gli occupi il cuore, non più vita sua particolare, nulla più di fatto e nulla da fare, nulla neanche da temere, nulla più da perdere, e vede, al di là di se stesso, i massacri del mondo.

http://www.criticaletteraria.org/2015/11/i-ragazzi-di-zinco-svetlana-aleksievic.html


199/2015: Arnaldur Indriðason, Una traccia nel buio, Guanda 2015, pag. 315

alrnaldurIl piccolo appartamento è in ordine e il suo anziano proprietario, sdraiato nel letto, apparentemente dorme sereno. Ma la verità è un’altra. Qualcuno ha soffocato nel sonno Stefán Þórðarson, qualcuno che evidentemente la vittima conosceva e a cui ha aperto la porta della casa dove viveva solo da anni. Konráð è un detective di Reykjavík ormai in pensione, ma vuole comunque dare una mano ai colleghi, anche perché un particolare di questo caso colpisce la sua attenzione: sulla scrivania dell’uomo ucciso ci sono ritagli di vecchi giornali risalenti all’epoca della Seconda guerra mondiale, riguardanti un omicidio mai risolto, quello di una bella ragazza ritrovata morta dietro il Teatro Nazionale, ai tempi usato come deposito di approvvigionamento dalle truppe di occupazione britanniche e americane. Perché a Þórðarson interessava quella vecchia vicenda? E soprattutto, chi è Þórðarson, un uomo che sembra venuto dal nulla, senza parenti né amici? L’indagine di Konráð si muove tra presente e passato, tra la Reykjavík di oggi e quella del 1944, tra leggende popolari, occultismo e depistaggi, fino a sollevare il velo su una verità sconcertante…

«Se amate i gialli di classe, allora questo autore fa per voi.»
The Irish Time

«Una nuova voce del vitalissimo neo-noir scandinavo.»
Il Venerdì di Repubblica

«Indriðason è il miglior scrittore di gialli dei paesi nordici.»
The Times

«Indriðason riempie il vuoto lasciato da Stieg Larsson.»
Usa Today


198/2015: J. D. Salinger, Il giovane Holden, Einaudi 2014, pag. 252 (nuova traduzione)

J. D. Salinger, Il giovane Holden, Einaudi 2014, pag. 252 (nuova traduzione)Questo libro sarebbe «The Catcher in the Rye», in Italia «Il giovane Holden», e l’affermazione è di Matteo Colombo, che per Einaudi ha curato una traduzione nuova di zecca del capolavoro di JD Salinger: è la terza versione italiana, dopo quelle del 1952 (Jacopo Darca, con il titolo «Vita da uomo», un’edizione controversa, quasi clandestina) e del 1961 (Adriana Motti: l’Holden che conosciamo tutti). Con Colombo, considerato uno dei migliori traduttori italiani, (già al lavoro, tra gli altri, su Don DeLillo, Jennifer Egan, Dave Eggers, Chuck Palahniuk, David Sedaris e Michael Chabon) abbiamo parlato di tante cose: del suo mestiere, di Salinger e dei suoi eredi, di traduzione e di metatraduzione, e via discorrendo.

Com’è stato lavorare a un libro così… decisivo, per tante persone, e che continua ad attrarre nuovi lettori?

Prima di tutto è stato un privilegio incredibile. Non soltanto perché si tratta di un titolo importante: ma perché «Il giovane Holden» in Italia ha avuto una traiettoria unica. È due cose contemporaneamente: da un lato è il grandissimo libro di Salinger, con le sue difficoltà per chi traduce. Ma è anche un libro che nel suo percorso editoriale italiano ha avuto un successo senza precedenti, grazie a una traduzione molto particolare: una traduzione che ha fatto innamorare diverse generazioni e che era molto creativa… a tratti anche parecchio libera. Tutto questo rendeva il mio lavoro una sorta di metatraduzione, una traduzione sulla traduzione. Per cui non riesco a immaginare un incarico diverso da questo che condensi in sé la summa del mio lavoro. Quando me l’hanno proposto, ero troppo felice, quasi non ci credevo.

Qual era il tuo rapporto, da lettore, con «Il giovane Holden»?

Ho letto «Il giovane Holden» nel periodo in cui più o meno lo leggono tutti, intorno ai 14-15 anni. Non ne ricavai una buona impressione… faccio un piccolo salto in avanti: quando ci abbiamo rimesso mano, in Einaudi, lo abbiamo fatto con una cura particolare. Nel corso della lavorazione ci sono state vere e proprie riunioni con la casa editrice al completo; riunioni in cui si è discusso tanto. Sono venute fuori un sacco di opinioni… mi ricordo in particolare un parere tra gli altri, una cosa che ha detto Susanna Basso – traduttrice, tra gli altri, di Ian McEwan: ha detto che quando lesse il libro, ne ricavò un’impressione di “irritazione linguistica”. Io mi sono riconosciuto molto in questa cosa: quando lessi «Holden», ricordo questa sensazione: era come se ci fosse un libro, lì sotto, qualcosa che si muoveva, qualcosa di interessante, ma era come se la lingua mi impedisse di accedervi. Non mi parlava, non mi ci riconoscevo… mi sembrava bizzarra, ma senza un vero motivo.

Quando l’ho letto in inglese, anni dopo, nel momento in cui dovevo tradurlo, sono rimasto a bocca aperta, perché sembra scritto non dico ieri, ma poco prima.

Volendo semplificare, si può dire – usando una parola sgradevole – che la “mission” del tuo lavoro era di svecchiare l’Holden del 1961 per renderlo più vicino a chi è nato negli ultimi vent’anni, o giù di lì?

Il mio lavoro si è mosso su due piani. Da una parte avevo l’esigenza, che sempre accompagna il mio modo di tradurre, di rispecchiare con la maggiore fedeltà possibile quello che io sentivo leggendo il testo. E dall’altro c’era una richiesta abbastanza precisa da parte dell’editore: la nuova traduzione doveva poter durare nel tempo, il più possibile. Naturalmente, non si può prevedere quanto può durare una traduzione, e neanche quanto e in che modo si evolverà una lingua. Per fare un esempio, non abbiamo fatto dire a Holden “bella zio”… non gli abbiamo fatto usare un gergo troppo contemporaneo, insomma. Sarebbe invecchiato dopo pochi anni.

2. “Perché ritradurre « The Catcher in the Rye»»” 

Come sono andate le cose con gli eredi di JD Salinger, o con chi ne cura i diritti dopo la sua morte?

Ho avuto rapporti con loro per interposta persona, ovvero attraverso la casa editrice…

Ci spieghi come funziona? JD Salinger non era esattamente un tipo facile… ti hanno dato una sorta di placet, o cosa?

Molto più di così! Innanzitutto abbiamo dovuto convincerli che una nuova traduzione fosse necessaria, e per farlo abbiamo elaborato, in casa editrice, collettivamente, un documento. Ho ancora il file sul computer: «Perché ritradurre The Catcher in the Rye».

Avreste dovuto inserirlo nel libro come bonus track…

Già… dentro ci abbiamo messo tante informazioni, cose emerse nel corso degli anni. Qualche tempo fa, durante una puntata di un programma radiofonico dedicata proprio alla traduzione del giovane Holden, venne fuori questa esigenza: c’era chi spiegava di voler passare il libro ai propri figli, ma era come se il testo non parlasse ai loro ragazzi. Fatto il primo passo, ovvero una volta che gli eredi hanno dato il via libera alla traduzione, hanno valutato il mio curriculum e quello del mio revisore, Anna Nadotti – una grandissima professionista, attualmente sta ritraducendo l’opera di Virginia Woolf. Dopodiché, sono arrivate le prove di traduzione, in colonne da tre, a fronte: originale; traduzione del 1961; proposta mia. Hanno approvato anche le prove. E da ultimo, doveva esserci l’okay definitivo alla stesura finale. Per fortuna la mia editor, Maria Teresa Polidoro, aveva taciuto questa parte dell’accordo, perché avrei potuto andare in paranoia… però alla fine è piaciuta, ecco.

Accidenti, sembra che sia stato più difficile il lavoro precedente che la traduzione in sé.

Guarda, per Holden ho lavorato come raramente capita di poter fare. In genere, nel mio mestiere c’è molta fretta, una fretta dettata dalle uscite, dai piani editoriali e così via. Questa volta ho avuto più tempo, ho impiegato quasi due anni. Ho scritto una prima stesura, prendendomi tutte le libertà del caso: quindi l’ho lasciata riposare, ne ho discusso… questa è una traduzione che è andata avanti “per strati”. Ho fatto una serie di esperimenti, ho provato a metterci un sacco di parolacce, poi le ho tolte… negli ultimi mesi ho capito che c’ero. Che la mia versione, quella che avevo in testa, c’era.

3. Il titolo 

Il libro continua a chiamarsi «Il giovane Holden». L’originale, come si sa, è «The Catcher in the Rye». Come vi siete mossi sotto questo aspetto?

In francese il titolo è «L’attrape-coeurs», l’acchiappacuori. In tedesco è proprio l’equivalente dell’originale «Catcher in the Rye». In spagnolo è “El guardián entre el centeno”… nelle lettere di Adriana Motti è contenuta una sua proposta di titolo, secondo me molto bella, “Il pescatore nella segale”.

Un pochino più sofisticato, forse, del giovane Holden, immediato e di successo incontestabile.

Il problema del titolo ce lo siamo posto, ma fino a un certo punto. Ci abbiamo riflettuto. Qualcuno proponeva di chiamarlo soltanto «Holden», per segnare una differenza con l’edizione del 1961 e togliere questo “giovane” che può apparire troppo connotativo. Poi ci siamo detti: anche dovessimo intitolarlo «Passaggio in India”, che tra l’altro è il libro che tradusse Motti subito dopo Salinger, tutti continueranno a chiamarlo «Il giovane Holden», quindi la discussione è finita lì.

4. Lingua, sintassi e punteggiatura del giovane Holden 

Quali espressioni gergali ti hanno creato più problemi? Penso a parole che Adriana Motti aveva tradotto con “vattelapesca” o cose del genere…

Contrariamente a quanto si pensa, Il giovane Holden ha sì una lingua gergale, ma non così tanto. Ha anche altre caratteristiche linguistiche, che sono un po’ più sottili… sono soprattutto ripetizioni. Quando si legge la traduzione di Adriana Motti, si ricava l’impressione che Holden abbia una lingua estremamente colorita, inventiva – e questo è vero, ma solo in parte. Però, se prendi l’originale, ti rendi conto che c’è dell’altro. Bisogna ricordare che Holden, quando racconta la sua storia, si trova in una clinica psichiatrica, anche se la cosa è solo accennata. E il fatto che non stia bene, nel corso di tutto il suo racconto, emerge con una certa chiarezza. A tratti ha dei veri e propri attacchi di panico. La nostra interpretazione – dico nostra perché mi sono consultato con molte persone – è che il suo linguaggio, il modo in cui parla, fosse strettamente collegato al suo disagio psicologico. Per cui: un sacco di parole ripetute, frasi spezzate… o quelle volte in cui Holden afferma una cosa per smentirla nella stessa frase.

In ogni caso, mi pare che “vattelapesca” sia stato archiviato del tutto.

Sì, “vattelapesca” è ovviamente andato in soffitta. Ho trentasette anni e non ho mai sentito nessuno dire “vattelapesca”. Che poi “vattelapesca”, come tante altre soluzioni adottate da Adriana Motti, traducono due sole parole: “and all”.

Forse anche per questo, prima accennavi al fatto che la traduzione di Motti fosse un po’ troppo creativa.

Vista oggi, sì, decisamente troppo. Però va contestualizzata. È una traduzione di cinquant’anni fa. Immagina di essere una traduttrice che, all’inizio degli anni Sessanta, lavora in Italia. E che si ritrova tra le mani questo testo che sul piano linguistico – ancora adesso – risulta dirompente. Era necessario adottare una strategia. E secondo me la strategia che lei decise di assumere era eccellente. Un traduttore, all’epoca, non aveva i mezzi che ho io. Io ho Google, i forum, ho, in generale, Internet. Posso avere il polso della lingua… per questo dico che, considerando l’epoca in cui lavorava, lei abbia fatto un lavoro mirabolante. Ho consultato l’archivio Einaudi con i carteggi di Motti… lei era anche una scrittrice. Scriveva a Calvino, a Fruttero, richiedeva un’opinione sui suoi testi. Ecco, secondo me lei ha tradotto da scrittrice. Io non sono uno scrittore, sono un traduttore: quando faccio il mio lavoro cerco di nascondermi, il più possibile. Non dico sia la scelta migliore: è il mio punto di vista.

Hai letto la versione di Jacopo Darca?

Sì, ho tenuto presente anche quella traduzione: c’è un’esemplare in una biblioteca di Milano, e l’ho fotografata pagina per pagina… Dai carteggi di Motti, sembrerebbe che “Darca” sia lo pseudonimo di un intellettuale dell’epoca, Corrado Pavolini. Quella versione non funziona: è una traduzione non riuscita, molto spigolosa, ha cose improponibili ed errori marchiani. A tratti ha dei lampi di modernità… ma no, nel complesso non funziona per niente. È piena di strani toscanismi…

Sintassi, punteggiatura: come definiresti i tuoi interventi sotto questi aspetti?

Molto rispettosi. La differenza principale tra le due traduzioni è che la mia è più fedele, a tutti i livelli. Compresa la punteggiatura, e i corsivi. Il libro originale è pieno di corsivi, e noi li abbiamo conservati quasi tutti. Quando l’enfasi data dal corsivo era ottenuta dalla struttura della frase, in alcuni casi, li abbiamo tolti: ma per il resto ci sono tutti.

Nel tuo Holden ci sono, diciamo, esclamazioni più forti rispetto a quello di Motti.

Prima di tutto bisogna dire che in «Holden» non c’è nessun “fucking”. C’è un “fuck you”, una scritta che compare due volte sulle pareti della scuola che frequenta Phoebe, la sorella di Holden… Ma ci sono tantissimi “goddam”; e sessant’anni fa “goddam” aveva tutta un’altra forza nel parlato, per cui abbiamo voluto evidenziarla.

A volte voi traduttori sottoponete i vostri dubbi direttamente agli autori, quando si può. Avendo potuto farlo, cosa avresti chiesto a JD Salinger?

Sai, probabilmente non gli avrei chiesto molto. In realtà non mi si sono presentati dubbi indissolubili. Quando ho tradotto «Falling Man» di Don DeLillo c’era una persona predisposta a rispondere ai dubbi dei traduttori, attraverso una mailing list. Nel caso di DeLillo, che è uno scrittore estremamente ellittico, bisogna unire molti puntini e intuire cosa c’è sotto le sue parole. Con Salinger questo non accade. Rispetto a lui, mi ha dato decisamente più filo da torcere Adriana Motti.

http://www.minimaetmoralia.it/wp/intervista-matteo-colombo/

TRADURRE “IL GIOVANE HOLDEN”: INTERVISTA A MATTEO COLOMBO

Questo pezzo è uscito sul Mucchio. (Nella foto: JD Salinger. Fonte)

«È tutto un po’ più grosso del solito. L’attenzione che ha questo libro non ha paragoni».

Salingerforweb_2761034b


197/2015: Jo Nesbø, Scarafaggi, Marsilio 2015, pag 431

(ANSA) – MANTOVA – Harry Hole va a Bangkok in ‘Scarafaggi’, il secondo dei dieci libri di Jo Nesbo dedicati al suo detective di Oslo, uscito finalmente anche in Italia per Einaudi e con cui lo scrittore norvegese e’ stato al Festivaletteratura di Mantova.

“Quando ero ragazzo adoravo gli scenari di Ray Bradbury in luoghi lontani e terre sconosciute dove lo scrittore era libero di inventare cio’ che voleva anche se nei suoi romanzi tutto sembrava familiare” racconta all’ANSA Nesbo che con i suoi libri ha venduto 27 milioni di copie nel mondo ed ora sta lavorando ad una versione del Macbeth di Shakespeare ambientata negli anni Settanta. E cosi’ anche Hole va in luoghi esotici: nella sua trasferta in Thailandia indaga sulla morte di un ambasciatore norvegese in un motel di prostitute. “L’idea di una grande citta’ misteriosa, poco conosciuta dai lettori mi affascinava. Sono stato in Thailandia per la stesura del libro nel 1998 e mi piaceva l’idea di essere straniero in terra sconosciuta e di poter utilizzare tutto cio’ che trovavo. In fondo anche il mio primo libro ‘Il pipistrello’ era ambientato in un paese esotico, l’Australia. E’ stato molto strano pensare a un detective norvegese che lavora a Bangkok e in Australia anziche’ a Oslo” racconta.

“Ho scritto tre versioni di Scarafaggi prima di scegliere quella definitiva, ma ricordavo piu’ il modo in cui avevo concepito il libro che il contenuto” spiega lo scrittore, classe 1960, che e’ chitarrista rock della band De Derre, cioe’ Quei Ragazzi, e ama fare arrampicate in montagne, l’ultima qualche giorno fa in Italia. L’uscita nel nostro Paese di ‘Scarafaggi’, nella traduzione di Margherita Podesta’ Heir, e’ stata anche l’occasione per Nesbo di rileggere il romanzo e “riscoprire – dice – l’entusiasmo di un giovane scrittore. Certo, alcune cose ora le scriverei diversamente, ma e’ stato come quando si guarda una partita di calcio ed entra in campo un giovane giocatore che per l’entusiasmo comincia a fare azioni ovunque sul campo”. Le tracce e i personaggi nelle indagini di Hole si moltiplicano come gli scarafaggi che si trovano nella sua stanza. Nessuno vuole collaborare con il detective che alla fine si ritrova solo nel ventre caldo della caotica Thailandia. L’idea del suo detective, Nesbo la ha avuta durante un volo da Oslo a Sidney, nel 1997, ed e’ “il risultato della combinazione – dice – tra persone che conosco e protagonisti di romanzi che ho letto. In realta’ e’ anche inevitabile per un autore che scrive diversi romanzi con lo stesso protagonista mettere qualcosa di se stesso nel suo personaggio” dice Nesbo che e’ anche autore di libri senza Hole e per ragazzi.

Il biondo detective di Oslo ha ancora tante avventure da vivere, ma Nesbo e’ ora impegnato nella scrittura di una nuova versione del Macbeth che dovrebbe uscire nel 2017. “Il mio Macbeth non e’ ambientato in Scozia ne’ all’epoca di Shakespeare, ma negli anni ’70 in una citta’ che non ho ancora deciso se sara’ in Usa o in Europa” racconta, spiegando di aver scelto quegli anni perche’ “non sono stati cosi’ belli come ce li ricordiamo: c’era la disoccupazione, la paura della bomba atomica, citta’ inquinate”. Anche la lotta, nel suo Macbeth, non sara’ per “diventare futuro re, ma per riuscire ad ottenere di essere il capo della polizia in una citta’ corrotta” dice Nesbo che, introverso quando scrive e estroverso quando suona con la sua band, ha trovato cosi’ un equilibrio. (ANSA).

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA