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111/2016: Martin Amis, Futuro anteriore, trad. Maurizia Balmelli, Einaudi, 2016, pag. 245

download-2Gli anni ’70 finiscono in orgia

Esce adesso in Italia “Futuro anteriore”, il secondo libro di Martin Amisdi PIETRO SPIRITO

06 novembre 2016
 di PIETRO SPIRITO

Il titolo originale, “Dead babies”, bambini morti, certo rende meglio l’idea del più morbido ed evocativo “Futuro anteriore”, scelto da Einaudi (pagg. 245, Euro 19,00, traduzione di Maurizia Balmelli) per il nuovo graffiante romanzo di Martin Amis. Nuovo solo in italiano, s’intende, perché la prima edizione è del 1975, e fu il secondo libro dello scrittore (dal quale poi nel 2000 è stato tratto un film per la regia di William Marsh). Titolo più appropriato, quello originale, perché i personaggi di questa sodoma e gomorra anni Settanta in salsa british sono giovani morti dentro, esponenti di un’epoca e di una generazione che si è sfranta non tanto nei propri ideali, che qui proprio non ci sono, ma contro quel muro di non-idee che è stato il riflesso oscuro dei tempi del “tutto e subito”.

Siamo a Appleseed Rectory, “una costruzione di tre piani che sorge nei dintorni di Gladmoor, nell’Hertfordshire”, nei sobborghi londinesi, dove si ritrova un gruppetto di amici bizzarri come l’Onorevole Quentin Villiers con la moglie Caliea Villiers, Andy Adorno con la sua fidanzta Diana Parry, Giles Coldstream e il nano-servitore Keith Whitehad. Sono giovani che “soffrono di bizzarri disturbi mentali causati dal prolungato consumo di droghe, disturbi che possono essere alleviati soltanto da altri tipi di droghe”.

Perciò “Appleseed Rectory è un luogo di contorni instabili e spazi implosi; un luogo di ristagno temporale e falsi ricordi, un luogo di tristezza da strada, astenia notturna e sesso estinto”.

Qui, un venerdì d’estate, gli amici aspettano per il week-end l’arrivo di un gruppetto di altri amici americani: Marvel Buzhardt, il violento Skip Marshall e la formosa e provocante Roxeanne Smith. Al manipolo si aggiungono la “puttana dal cuore d’oro” Lucy Littlejohn e il “buontempone” fuori di testa Johnny. L’idea è quella di trascorrere un fine settimana all’insegna dell’orgia più sfrenata, con largo consumo di droghe, scherzi orribili e un’opera sistematica di sevizie varie ai danni del nano Keith. Tutti i personaggi di questa commedia dark, per quanto giovani hanno alle spalle vite frammentate, screpolate, sostanzialmente votate alla ricchezza e all’inutilità. Amis saltella fra passato e presente nelle biografie di questi “bambini morti” senza la pretesa di dare un senso logico al loro non-esserci, innestando sguardi retrospettivi alle follie di un week-end di eccessi e scarti. I quali eccessi aprono ogni tanto finestre sul nulla: “Poi venne il ristagno temporale. Venne all’improvviso, cadde dal soffitto come un’immensa e invisibile gelatina (…) il ristagno temporale, con il suo torpore e il suo sfasamento, la sua inerzia e il suo automatismo, il suo passato perduto e il suo futuro morto. Era come se stessero vagando in un infinito, brulicante, putrescente mercato terminale dopo un anno di notti in bianco”.

Pagina dopo pagina la commedia vira al nero, i sensi crollano e si disfano, e anche il sesso si sgonfia: “Era sesso estinto. Era un sesso d’immensa benché astratta stanchezza combinato con un acuto e circoscritto presentimento, un’irritazione trascurabile a braccetto con una repu. lsione cosmica, schizzinosa puntigliosità coniugata a un terrore apocalittico”.

Alla fine resta solo una violenza insensata, e non solo ai danni del nano Whitehead: è la violenza cantata da Burgess che qui Amis riprende e rilancia in un libro che a oltre quarant’anni mostra ancora il suo vigore e mantiene intatto il messaggio – o il monito – insito in tutti gli Appleseeder o i Drughi del mondo, vale a dire il fragile rapporto tra istinto e società che si rompe ogni qualvolta una società non sa dare riposte alle sue crisi. E se certe atmosfere possono comunque sembrare datate a dispetto del vigore narrativo di cui sopra, in queste pagine c’è già tutta la maestria del futuro autore di libri straordinari come “Money”, “La freccia del tempo”, “L’informazione”.

Lo stesso sguardo demistificatore, beffardo e un po’ cinico di chi osserva il presente e lo spinge al di là del tempo, come avviene nella casa del suburbio londinese: “Aplleseed Rectory adesso era l’inferno, e i suoi abitanti arrancavano per la casa con facce irriconoscibili e occhi estinti. (…)”.

@p_spirito

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110/2016: Amanda Vaill, Hotel Florida, amore e guerra a Madrid, trad. Federica Oddera, Einaudi 2016, pag. 482

download-1Hotel Guerra Civile, la trincea dorata degli sconfitti vincenti

Il «Florida» di Madrid fu il quartier generale di scrittori e giornalisti filo-repubblicani durante il conflitto spagnolo. Volontari in un esercito ideologico poco fedele ai fatti

L’Hotel Florida stava nella Gran Via di Madrid. Durante la guerra civile fu il quartier generale dei corrispondenti di guerra sul fronte repubblicano e nel 1955, quando Ernest Hemingway tornò, con la sua ultima moglie Mary, nella Spagna di Franco, la nostalgia lo portò a scendere proprio lì dove vent’anni prima aveva alloggiato con Martha Gellhorn, già sua amante e non ancora sua sposa.

Hemingway apparteneva a una generazione che sentiva come un obbligo morale «santificare» l’adulterio e questo spiega i suoi quattro matrimoni: il più felice fu probabilmente il primo, il meno felice fu sicuramente il terzo, quello con la Gellhorn, appunto. Era cominciato con lei che ammirava lui, come uomo e come scrittore e lui che, protettivo e sedotto, la consigliava. Era finito in un odio reciproco: «Ernest? Uno sgradevole mitomane». «Martha? Una iena».

Il Florida rimase in piedi ancora un decennio e ciò che non avevano fatto i bombardamenti bellici lo fece la demolizione privata cittadina, erigendo al suo posto prima le Galerías Preciados e in seguito, ovvero ai tempi nostri, El Corte Inglés. Ciò che resta intatto di quell’epoca è l’alta e bianca torre della Telefónica, lì dove i giornalisti andavano a trasmettere i pezzi e a battagliare contro la censura. Adesso è una Fondazione d’arte, ma dalla sua terrazza, nonostante settant’anni di sviluppo urbano, il panorama è rimasto lo stesso: il Manzanares, la Casa de Campo, la collina di Garabitas, da dove i nazionalisti sparavano, e il brillare dei picchi del Guadarrama.

A capo della censura c’era Arturo Barea, anche se nominalmente lui era il responsabile dell’Ufficio Stampa Estera. Aveva per aiutante Ilsa Kulcsar che fra un articolo tradotto, un pass e una cancellatura divenne la sua compagna. Barea doveva quella nomina a Mikhail Koltsov, corrispondente della Pravda e uomo di Mosca e già questo aiuta a spiegare il grado di autonomia del governo repubblicano del tempo. Due anni dopo, tornato in Urss, Koltsov vide il suo Diario di Spagna pubblicato a puntate sulla rivista letteraria russa Novyi Mir , divenne membro dell’Accademia delle Scienze e tenne all’Unione Scrittori, per volontà di Stalin, il discorso di presentazione della Storia del Partito Bolscevico scritta da Stalin. Quella stessa notte, sempre per volontà di Stalin, venne arrestato. Torturato e interrogato per 14 mesi alla Lubjanka, verrà infine impiccato per spionaggio e tradimento. Non serviva più e sapeva troppo.

Al Florida, Barea era di casa e, tolto il personale, per certi versi l’unico spagnolo in un albergo che raccontava quella guerra per la penna di ospiti privilegiati e stranieri. Ci alloggiarono a varie riprese i fotografi Robert Capa e Gerda Taro, il corrispondente del New York Times Herbert Matthews, Arthur Forbes del Daily Express , lo scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry e quello americano John Dos Passos, i già citati Hemingway e Gellhorn, e non mancarono di mettervi piede André Malraux, André Chamson, Stephen Spender… Si cantavano inni repubblicani, si facevano brindisi infiammati, si tenevano parties, si dava fondo alle riserve di cibo e di liquori che gli inviati speciali si erano portati dietro: paté, pasticci in gelatina, whisky e cognac. Molti erano appena tornati da Parigi, molti erano ben provvisti di soldi.

Hotel Florida (Bloomsbury edizioni, pagg. 436, sterline 25), di Amanda Vaill, ha per sottotitolo «Verità, amore e morte nella guerra civile spagnola», ma di questa triade il primo elemento è quello che suona più fragile. La lealtà alla causa repubblicana, fosse frutto di convinzione, moda, calcolo o eccitazione del momento, andava a cozzare con la nuda realtà delle cose e il voler stare da una parte significava dover nascondere che cosa in quella parte stesse avvenendo. Fu quella guerra il primo, clamoroso esempio di una sconfitta militare e politica trasformata sul campo in una vittoria ideologica e culturale e come tale raccontata.

A Parigi, nel 1938, Hemingway e la Gellhorn si imbatterono in quello stesso Randolfo Pacciardi che, come comandante del Battaglione Garibaldi, avevano conosciuto in Spagna due anni prima. Nell’agosto del ’37 Pacciardi aveva lasciato il comando perché il governo spagnolo aveva deciso di inquadrare il suo battaglione in una brigata controllata dai comunisti con il compito di reprimere gli anarchici. Aveva visto, capito e rifiutato ciò che si continuava a fingere non fosse mai successo e ne aveva tratto le conclusioni.

Racconta la Gellhorn che Hemingway si mise a piangere dalla rabbia: «Non possono fargli questo, non possono trattare così un uomo coraggioso». Per lui la Spagna segnerà il passaggio dalla «pace separata» della sua generazione dopo il carnaio della Prima guerra mondiale, al «suicidio separato» nel tempo dell’impegno intellettuale. Nelle guerre di quel genere, nessuno restava puro e al suo Robert Jordan di Per chi suona la campana non restava che farsi ammazzare.


109/2016: Maurizio de Giovanni, Pane, per i bastardi di Pizzofalcone, Einaudi, 2016, pag. 333

Torna Maurizio de Giovanni
Il suo ispettore è un pezzo di «Pane»

«Pane per i Bastardi di Pizzofalcone» è il nuovo romanzo dello scrittore partenopeo
che torna con il suo Lojacono sul luogo del delitto. Ma stavolta è un po’ diverso

di SEVERINO COLOMBO

 Robert Filliou (1926 – 1987), No more presence (2010, installazione mixed media, particolare), Courtesy  The Artist’s Institute,  New York
Robert Filliou (1926 – 1987), No more presence (2010, installazione mixed media, particolare), Courtesy The Artist’s Institute, New York
Un fuoriclasse. Giuseppe Lojacono lo è, e ora — con Pane, la nuova avventura di cui è protagonista — tutti lo sanno, tutti sono avvisati. Un uomo è stato ucciso all’alba in un vicolo di Napoli: è il panettiere del quartiere di Pizzofalcone, Pasqualino. L’ispettore Lojacono con un collega arriva sul posto, ha appena il tempo di guardarsi attorno che giunge una squadra che fa capo alla Direzione distrettuale antimafia e si appropria del caso. Perché? L’omicidio, spiegano, ha a che fare con la criminalità organizzata: Pasqualino aveva denunciato le attività di un clan e questo è il risultato. Tutto fila, tanto più che la ricostruzione è del magistrato Buffardi, simbolo dell’antimafia oltre che star mediatica. Lojacono, invece, non la pensa così: nel poco, pochissimo tempo che ha passato sulla scena del crimine ha raccolto una serie di elementi che messi uno accanto all’altro fanno pensare ad altre strade. Di questo convince pure il suo capo (che gli confida: «Sei il miglior poliziotto investigativo che abbia mai incontrato»), i suoi colleghi e il magistrato Laura Piras, con la quale lo stesso ispettore ha una storia clandestina e complicata.
Maurizio de Giovanni (1958)
Maurizio de Giovanni (1958)

Maurizio de Giovanni sa che per i suoi Bastardi — come sono soprannominati i poliziotti del commissariato di Pizzofalcone — la partita è importante e stavolta, in quest’indagine, vuole che da subito il lettore faccia il tifo per loro. Così dopo poche pagine pone un’alternativa netta: o di qua o di là. O si sta con l’odioso magistrato Buffardi e la sua squadra, oppure con Lojacono e i Bastardi.

Come personaggio letterario Lojacono ha esordito nel caso di un serial killer soprannominato Coccodrillo (nel romanzo Il metodo del Coccodrillo, 2012) anche lì, per inciso, facendo valere la sua idea contro quella di tutti gli altri. Stavolta, però, in ballo non c’è solo il futuro suo ma quello dell’intero commissariato, formato dagli scarti, da «cattivi» poliziotti con peccati gravi e incancellabili nel loro passato (Lojacono era stato accusato senza prove e a torto di essere colluso con la mafia). La loro forza è la squadra: si vince o si perde insieme. E se nelle prime indagini (I Bastardi di Pizzofalcone, Buio,Gelo, Cuccioli) i Bastardi hanno dovuto dimostrare che valevano qualcosa, ora la questione è un’altra: devono conquistarsi, sul campo, il diritto di alzare gli occhi e guardare gli altri colleghi alla pari, compresi quelli di serie A, ovvero quelli che «si occupavano di mafia».

Nel prosieguo dell’indagine sull’omicidio si definisce meglio il profilo della vittima. Pasqualino era una personaggio incredibile, da romanzo: più che un panettiere un sacerdote del pane, che rinnovava la propria vocazione con una precisa ritualità; il pane quotidiano era fatto ogni giorno a partire dal lievito madre. Un lievito che veniva da lontano perché era lo stesso che Pasqualino ha ricevuto in dono dal padre, che a sua volta lo ricevette dal suo. Dietro e dentro quel pane c’è un mondo di sacrificio, devozione e valori che sembrano ora destinati a sparire.

Pane è il quarto atto di una serie iniziata nel 2013, ogni storia è autoconclusiva, con alcuni fili narrativi che passano da una puntata all’altra.La serie è diventata anche una fiction televisiva che andrà in onda da gennaio del prossimo anno su Rai uno, di cui de Giovanni ha curato la supervisione delle sceneggiature, e con Alessandro Gassman nei panni di Lojacono.

Chi si avvicina per la prima volta ai Bastardi con Pane resta colpito, a margine della storia, da un prologo favolistico, da un corpo centrale, da una parte finale. Il primo è la poetica storia del Principe dell’Alba che Pasqualino racconta al nipote Totò, ideale destinatario dell’onere e dell’onore di tenere vivo il lievito madre. Il cuore del romanzo è invece costituito da una sorta di epifania: una carrellata di chi non ha il pane (anziani, coppie precarie, stranieri); l’elemento finale — che pare quasi una risposta a I milanesi ammazzano al sabato di Scerbanenco — svela che i napoletani confessano i propri crimini la domenica, al lettore naturalmente il piacere di scoprire come e perché.

Per chi, invece, segue la serie c’è il gusto di vedere personaggi finora bidimensionali assumere spessore, diventare tridimensionali e offrirsi in una ricchezza di sfumature (vale stavolta in particolare per Alessandra e Romano). Rispetto a precedenti episodi qui c’è meno azione: non si corre, si cammina, si sta appostati; molti sono invece i dialoghi e confronti diretti, quello tra urlato tra i magistrati Piras e Buffardi, quello tenero tra Romano e Giorgia, quello muto tra Palma e Ottavia…

Maurizio de Giovanni indaga l’animo umano e attraverso i casi trattati mette in campo e approfondisce tematiche sociali: si parla di stalking e di minacce con acido (fatti presi dalla cronaca che ispirano l’indagine parallela a quella principale), di pregiudizi, di violenza domestica, di pratiche per l’adozione di minori.

In una vicenda con poca Napoli e molte miserie e nobiltà umane, de Giovanni cerca di catturare la realtà, che non è quella dei film, dei libri gialli o delle serie tv dove a un certo punto le situazioni si risolvono: «La realtà — dice a un certo punto un poliziotto durante un appostamento — era tutta un’altra cosa. La realtà era fatta di ore, di notti e di giorni trascorsi a trattenere la pipì o a desiderare un panino sul sedile di un’auto, in triste solitudine».

De Giovanni insegue la realtà nella meno realistica delle sue storie con i Bastardi, la più esile nella trama ma la più solida e matura nell’esplorazione dei personaggi. Dostoevskij, Strindberg ma anche la commedia umana da Goldoni a Balzac: c’è tutto questo nel lievito madre con cui de Giovanni ha impastato stavolta il suo romanzo. E c’è l’amato Ed McBain (sul modello del suo 87° Distretto lo scrittore italiano ha costruito il comissariato di Pizzofalcone), ricordato nell’esergo come «il più grande di tutti», ingrediente base per una narrativa popolare. Come il pane.

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108/2016: Ella Berthoud Susan Elderkin, Curarsi con i libri, trad. Roberto Serrai, Sellerio 2016, pag. 733

curarsiSi può curare il cuore spezzato con Emily Brontë e il mal d’amore con Fenoglio, l’arroganza con Jane Austen e il mal di testa con Hemingway, l’impotenza con Il bell’Antonio di Vitaliano Brancati, i reumatismi con il Marcovaldo di Italo Calvino, o invece ci si può concedere un massaggio con Murakami e scoprire il romanzo perfetto per alleviare la solitudine o un forte tonico letterario per rinvigorire lo spirito. Questo suggeriscono le ricette di un libro di medicina molto speciale, un vero e proprio breviario di terapie romanzesche, antibiotici narrativi, medicamenti di carta e inchiostro, ideato e scritto da due argute e coltissime autrici inglesi e adattato per l’Italia da Fabio Stassi, autore de L’ultimo ballo di Charlot. Se letto nel momento giusto un romanzo può davvero cambiarci la vita, e questo prontuario è una celebrazione del potere curativo della letteratura di ogni tempo e paese, dai classici ai contemporanei, dai romanzi famosissimi ai libri più rari e di culto, di ogni genere e ambizione. Queste ricette per l’anima e il corpo, scritte con passione, autorevolezza ed elegante umorismo, propongono un libro e un autore a rimedio di ogni nostro malanno, che si tratti di raffreddore o influenza, di un dito del piede annerito da un calcio maldestro o di un severo caso di malinconia. Le prescrizioni raccontano le vicende e i personaggi di innumerevoli opere, svelano aneddoti, tratteggiano biografie di scrittori illustri e misconosciuti, in un invito ad amare la letteratura che ha la convinzione di poter curare con efficacia ogni nostro acciacco. Non mancano consigli per guarire le idiosincrasie tipiche della lettura, come il sentirsi sopraffatti dal numero infinito di volumi che ci opprimono da ogni scaffale e libreria, o il vizio apparentemente insanabile di lasciare un romanzo a metà.

Ella Berthoud e Susan Elderkin si sono incontrate da studentesse di letteratura inglese all’Università di Cambridge, dove si prestavano romanzi a vicenda quando avevano bisogno di tirarsi un po’ su. Ella è poi diventata una pittrice e un’insegnante di arte, e Susan una scrittrice. Ha pubblicato due romanzi, Sunset Over Chocolate Mountains (2000) e The Voices (2003), ed è stata inserita nel 2003 dalla rivista Granta tra i venti migliori giovani autori inglesi. Insieme nel 2008 hanno fondato un servizio di biblioterapia con la School of Life di Londra, e da allora hanno continuato a prescrivere libri, di persona o virtualmente, a pazienti di tutto il mondo.


107/2016: Kent Haruf, Crepuscolo, trad. Fabio Cremonesi, Enne enne editore, 2015, pag. 315

crepuscolo_cover_def_piatto-709x1160Perché non dovete perdervi il crepuscolo di Kent Haruf

12.05.2016

I romanzi di Kent Haruf sono ambientati nell’immaginaria cittadina di Holt, Colorado. Il crepuscolo della foto invece è quello di Burlington, sempre in Colorado.

Finalmente anche i lettori italiani possono leggere tutta la trilogia del Canto della pianura (NN editore)

Ed è sera. Prima del buio, quella luce morbida che sfuma i contorni. Il crepuscolo è un’ora spoglia e senza smanie. Come lo sono i protagonisti di questo secondo volume della trilogia della pianura di Kent Haruf. Ci siamo arrivati, finalmente! Dopo il terzo romanzo, Benedizione, e il primo, Canto della pianura, esce per NN Editore Crepuscolo. Il titolo originale è Eventide, vespro.

Voglio pensare di aver scritto quanto più vicino all’osso che potevo

Haruf lo dice nel corso della sua ultima intervista. Ed è questo che colpisce, il talento di chi raschia via gli orpelli dello stile e depone i fronzoli della retorica. Scavare fino alla fondamentale struttura della vita, come afferma lui. Mettere in scena il corso di esistenze semplici, aprire le porte delle casette di legno di questa città immaginaria che è Holt, accogliere il lettore in sala da pranzo – oggi è festa, pollo con gnocchi di pane in una pentola blu – o in stanza da letto. Fuori, l’aperta campagna, grigia, bruna e secca. Le macchine passano senza far rumore, solenni e mute come una nave che solca un mare spettrale. Il crepuscolo precoce di una breve giornata invernale. E il cielo impallidisce. Le ombre proiettate dal lampione sono lunghi omini disegnati a matita dietro gli alberi. Si rincasa. Dopo aver chiuso mucche e giumente nei loro recinti, i fratelli McPheron entrano in salone, vecchie poltrone e una carta da parati ormai lisa. Salgono le scale e si buttano a letto. Ciascuno nella propria stanza sui due lati del corridoio, confortati oppure no, demoralizzati oppure no, da ricordi e pensieri familiari logorati dal tempo.

Anche Crepuscolo è situato nella stessa geografia degli altri due volumi. Al centro esatto dell’America, in una cittadina minuscola del Colorado. L’aria è fredda e tutto sembra gelido. Il terreno ghiacciato somiglia all’acciaio. Anche Crepuscolo è un mosaico di tante vite, che si alternano, proseguono per conto loro e poi a sorpresa si incrociano. In Canto della pianura Victoria Roubideaux è appena sedicenne. Scopre di essere incinta, viene cacciata di casa dalla madre, chiede aiuto all’insegnante di scuola, Maggie Jones, e viene accolta dai fratelli McPheron. I due sconvolgono la routine delle loro giornate, spese nel ranch in mezzo alle bestie, e le fanno posto al piano terra. In Crepuscolotroviamo Victoria dopo alcuni anni. Frequenta il college, chiama da lontano, trova l’amore. Riconsegna i due anziani alle vecchie abitudini, fino a che… ma non scrivo altro. Ci fanno compagnia altri personaggi. Come accade in Benedizione e Canto della pianura, siamo inghiottiti dall’essenzialità delle loro vite. Li seguiamo per le vie deserte di Holt, in ospedale, dentro un capanno abbandonato da arredare con piatti sbeccati e un vecchio tappeto, nell’orto, dentro una roulotte arrugginita, a scuola, in un pub. C’è un bambino che si prende cura del nonno, ci sono Luther e Betty Wallace, impauriti dalla violenza dello zio di lei, c’è Rose Tyler, l’assistente sociale della contea. Dei fratelli McPheron ce n’è soprattutto uno, Raymond.

Vieni in città di tanto in tanto, gli dice Guthrie. Finirai per diventare troppo solitario, qui. Lui resiste e poi ci prova. Fatica a scrollarsi di dosso anni di silenzi e di faccende da sbrigare dentro ai grossi recinti, in mezzo al gelo. Un ranch nel terreno polveroso dell’aperta campagna, nessuna donna e all’improvviso Victoria, quella ragazza che diventa una figlia. Di casini Raymond non ne ha avuti molti. Mai qualcuno di interessante, confessa. E se mi metto in qualche casino da cui non so come uscire?, si chiede. Cosa faccio? Nell’universo di Kent Haruf, al posto dei sogni, c’è il lavoro. Sodo, doveroso e a volte fatale. Nessun grillo per la testa. Semmai i grilli sono in mezzo al verde, nel cicaleccio estivo verso cui si affacciano le verande. Un’uscita al mese, quando arriva l’assegno della pensione. Per Raymond neanche quella. Anche se alla fine si convince e tenta, ignaro di come si faccia. Impacciato e tenero, butta un occhio ai tavoli del locale in città, non vede nessuno con cui fermarsi a parlare, si siede al bancone e ordina una birra. Starsene fra le mucche al pascolo è quello gli riesce meglio. Il resto sembra uno sbaglio da vecchio.

La vecchiaia ha la stessa luce diffusa del tramonto. È il tempo di un respiro lento. Intervallo fra la stanchezza del giorno e l’attimo in cui tutto si spegne. In Benedizione, la vecchiaia è l’ultima tappa di una vita scandita da famiglia e lavoro. Nella dignitosa attesa del rintocco finale, Dad Lewis fa i conti col rimpianto. Le ferite mai sanate si riaprono a un passo dalla morte, lasciandolo al cospetto di chi è ormai un fantasma. Al contrario, Canto della pianura contiene il fervore cauto di un nuovo inizio. I fratelli McPheron stravolgono la monotonia di giornate che si assomigliano troppo e prendono in casa Victoria. I figli di Tom Guthrie e di una donna che passa il tempo nella sua camera, al buio, imparano a cavarsela da soli. Victoria mette al mondo una bimba.

In mezzo a una vita che sboccia e una che sfiorisce, c’è il crepuscolo. Un vecchio aggrappato agli scampoli di quel che resta. Scende la sera, il buio inizia ad avvolgere le strade di Holt, le fattorie sono immerse nella luce blu dei lampioni, il vento soffia senza trovare ostacoli sui campi di grano. Resta con me! Recita la citazione di Hanry F. Lyte in apertura del libro. Quando veloce scende la sera, resta con me. Chissà se è quello che, in silenzio, si ripete Raymond nell’ultima scena. Ma forse non sarebbe mai così diretto. Troppo abituato a star zitto per non sbagliare. Scrive Kent Haruf: ogni essere vivente a questo mondo prima o poi va svezzato. E chi lo ha detto che a sera sia troppo tardi per un giro di prova? Con Crepuscolo si ha come l’impressione che nella vita non si smetta mai di iniziare. Nossignore, come direbbe Raymond.