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Il pittore che dipingeva solo gatti

Louis Wain, pittore inglese, personaggio assai bizzarro, fu il folle ideatore di una favola inquietante, che si sovrappose alla realtà fino a fagocitarla. Vicenda umana meritevole di essere narrata, già a partire dal contesto vittoriano londinese, che gli diede i natali nel 1860. Di padre inglese e madre francese, a completare il quadretto famigliare cinque sorelle variamente disturbate e una governante che poi sposò, egli visse in gioventù circondato da donne, come personaggio di una fuligginosa cartolina dickensiana, dal tratto vagamente stucchevole. Immaginiamo: carta da parati a fantasia floreale, stampe alle pareti raffiguranti la caccia alla volpe, tè servito in porcellana alle 17.00 con biscottini al burro, caminetto sempre acceso, dinnanzi al quale s’arrotola sornione il gatto di casa, e via di britannici stereotipi.

Affetto da cheiloschisi (labbro leporino), dettaglio che ebbe un peso negativo nei rapporti sociali, il giovane Louis sembrava destinato a un’onesta carriera da artista figurativo, come mestierante minore del pennello. Si specializzò in paesaggi bucolici, scene di ruralità arcadica e soprattutto animali, dapprima con predilezione cinofila. Decorativismo panteista da salottino borghese, nulla più. Agevolato da una notevole capacità tecnica, che gli permetteva di rendere anche il dettaglio più minuto, Wain non faticò a trovare opportunità di lavoro. A discapito del nome, sempre snobbato dalla critica “illuminata”, il suo segno preciso giunse a pubblica notorietà grazie alla prolifica attività di illustratore, anche nel redditizio ambito delle riviste e dei libri per fanciulli. Confortato quindi dalla crescente popolarità, tentò come molti l’avventura americana; nonostante plausi e prestigiose collaborazioni oltreoceano, tornò in patria mestamente squattrinato. L’affarismo cinico nuovayorkese non s’attagliava affatto all’ingenuo candore dell’artista.

Rimasto vedovo, dopo soli tre anni di matrimonio, Wain manifestò dopo quel lutto segni di squilibrio mentale, insanabili tormenti peraltro già latenti e strettamente connessi alla sua arte. Fu così che il micio di casa divenne prima elemento di affettuoso conforto, quindi indiscusso protagonista di una trasposizione iconica totalizzante. Reiterazione che celava forse una pratica d’auto-terapia? La simbiosi compulsiva con il soggetto principe dei suoi quadri, conservava, dietro l’innocenza fanciullesca, qualcosa di preoccupante: gatti, gatti e ancora gatti. Felini domestici, al principio ritratti realisticamente, poi in curiose pose antropomorfe – intenti a fumare, a giocare a poker al club, a fare salotto paciosi – infine, di pari passo all’aggravarsi dell’ossessione, mutanti in allucinate composizioni al limite dell’astrazione. Pop inconsapevole prima della Pop-Art, acidi cromatismi molto prima che gli acidi deglutiti determinassero lo stile psichedelico anni ’70, il tutto senza mai perdere la scrupolosità dei particolari. Anzi, accentuandola fino alla maniacalità, fino all’alterità. Quel piccolo mondo miagolante, simulazione animalesca della borghesia inglese e al contempo fuga sognante in un immaginario privo di asperità, stava per implodere. O forse esplodere, in ornamentale deragliamento.

I gatti sorridenti, dai grandi occhi languidi, si trasformarono pian piano in bizantini ricami, in labirintici arricciamenti, in puro decoro ipnotico. Dell’animale domestico non restava che l’idea fissa, sempre più chiusa nella mente dell’autore. Non era sperimentazione d’avanguardia, bensì la manifestazione morbosa di una situazione chiaramente sfuggita di mano. Fatale giunse il ricovero in ospedale psichiatrico, fatto che tuttavia non interruppe l’attività pittorica. Circondato dall’affetto di celebri e sconosciuti ammiratori, vieppiù sodali della causa gattesca, l’illustre paziente cedette alla schizofrenia e quindi ad una serena degenza ultradecennale. Evidentemente l’artista era precipitato dentro il mondo da lui disegnato, inghiottito come Don Chisciotte nel suo stesso libro colorato. L’abbraccio del cavallo di Nietzsche è forse paragone inopportuno. Tuttavia, così come i Ditirambi di Dionisodisintegrarono la struttura formale, filosofica, del pensatore tedesco, così gli ultimi dipinti di Wain si caratterizzarono per l’inspiegabile decomposizione della figura. In entrambi i casi, la follia trovò nell’animale il lenimento ultimo, nell’enigmatico addio alle briglie della ragione.

Assai disordinato lontano dagli attrezzi del mestiere, Louis Wain potrebbe essere paragonato al nostro Ligabue, in quanto ad attitudine naif e a noncuranza riguardo al proprio tornaconto. Quadri non datati, titoli assenti, archivio pressoché inesistente, maldestra gestione dei diritti d’autore e degli affari, resero arduo il discernimento tra originali e falsi, nonché l’ordinamento cronologico negli anni successivi alla sua scomparsa. Sta di fatto che mai smise di suscitare interesse, invero trasversalmente. Molto amato da istrioni dell’underground musicale – come Nick Cave e David Tibet, entrambi collezionisti – il pittore dei gatti può essere definito un piccolo profeta, decisamente in anticipo sui tempi. Soppesando gli attuali trastulli fotografici ad uso social, sorge spontanea una domanda: fu davvero un folle o lo è la nostra epoca, che del gattino immortalato ne ha fatto un’invasiva ossessione?

Donato Novellini

http://www.ifioridelmale.it/articoli/il-pittore-che-dipingeva-solo-gatti

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Rogier van der Weyden, san Luca

Gli interni domestici della Santa verginenel retablo dell’Annunciazione erano quelli del pittore o del suo committente. Gli abiti dipinti con tanta cura, con un tale amore per i particolari e il materiali, erano quelli che indossavano la moglie del primo o l’amante del secondo. E il pittore non aveva remore e raffigurare se stesso nel quadro. Ce n’è uno di questo tipo che mi piace molto, dipinto dal grande maestro fiammingo Rogier van der Weyden, in cui è rappresentato san Luca, il protagonista del mio libro, mentre ritrae la Vergine – peché secondo una tradizione completamente priva di fondamento storico, ma che trovo stupenda, san Luca faceva il pittore: è addirittura il patrono dei pittori. Il volto di san Luca nel quadro di è uno di quelli che non lasciano dubbi: è una persona reale. E dagli storici dell’arte apprendiamo che non soltanto è una persona reale: è lo stesso Rogier van der Weyden. Il suo san Luca è un autoritratto. Il giorno in cui l’ho appreso sono stato molto contento perché, nel mio libro, ho fatto la stessa identica cosa. Sotto le sembianze di san Luca ho dipinto me stesso. Potrei dire, come Flaubert di Madame Bovary: “Luca sono io”, e in tutta onesta mi sembra di aver fatto la scelta più sensata. Probabilmente il mio Luca non somiglia al vero Luca, nessuno sa a cosa somigliasse il vero Luca, ma almeno somiglia a me: Meglio che niente. L’importante, credo, non è a chi si somiglia: quel che conta è essere somiglianti.

Emanuel Carrère da Propizio è avere dove recarsi.


Marcus Jansen, il pittore del conflitto

L’hanno definito rappresentante dell’Espressionismo Urbano e cartografo del conflitto. Ma chi è eramente Marcus Jansen? È un pittore dall’energia incontrollabile che trae espirazione dalla vita. Lo abbiamo incontrato a Milano.

Scritto da Daniele Perra per Artribune.com h ringraziamo.

Marcus Jansen - photo Daniele Perra

Marcus Jansen – photo Daniele Perra

Non ama le etichette ma, quando gli propongo alcune parole chiave che potrebbero raccontare la sua pittura, condivide e apprezza. Tragica, drammatica, compulsiva, liquida, viva, nel processo di trasformarsi: questa è la pittura di Marcus Jansen (New York, 1968) – artista di padre tedesco e madre caraibica, naturalizzato newyorchese, l’infanzia passata nel Bronx e nel Queens – a cui la Triennale di Milano dedica una breve mostra. Il titolo è senza fronzoli, Decade, ovvero dodici opere che ripercorrono dieci anni della sua vasta produzione, dal 2006 al 2016.
Le sue tele sono arrivate tardi in Triennale, a causa di ritardi doganali, e l’apertura della mostra ha subito un ritardo di diversi giorni. Lui non sembra preoccuparsene. Ha un atteggiamento positivo. Per uno che si è arruolato nell’esercito americano e ha fatto la Guerra del Golfo nel 1990, toccando con mano gli orrori della guerra, è cosa da poco. Una guerra che l’ha cambiato come persona e come artista.
Le opere, di grande formato, sono allestiste in un’unica stanza che, per quanto capiente, forse non rende giustizia a quei mondi complessi che l’artista crea, spinto da un impeto irrefrenabile. Ecco, qui si può parlare di conflitto: quello che l’artista ha con la tela vuota.

La mostra è itinerante. Prossime tappe: Germania e Stati Uniti. Perché partire da Milano? 
Ho fatto una mostra a Milano nel 2013 alla galleria Bianca Maria Rizzi e l’idea è partita da quel momento. Inizialmente si pensava di esporre a Roma, ma alla fine abbiamo optato per Milano e per La Triennale.

Perché una mostra personale in Triennale e non nella tua galleria? 
Lo spazio della Triennale è indubbiamente enorme e i quadri sono di grandi dimensioni. In galleria non avrebbe funzionato. Sono dodici dipinti che ho realizzato negli ultimi dieci anni, dal 2006 al 2016. Sono dipinti per lo più orientati a questioni sociali e politiche.

Marcus Jansen, Under Infrared, 2015

Marcus Jansen, Under Infrared, 2015

Ho avuto la sensazione che tu dipinga in modo compulsivo.
Assolutamente! Compulsivo, impulsivo.

Quante opere all’anno? 
Dipende da quanto tempo ho. Quest’anno sono stato impegnato con alcune mostre museali ed ero spesso coinvolto in numerose decisioni da prendere. Di solito ne faccio molte. Per questo passo la maggior parte del tempo nel mio studio.

Hai origini tedesche, da parte di padre, e caraibiche da parte di madre che è giamaicana. Che influenze hai avuto? Mi riferisco non tanto al fatto di aver studiato in Germania o di aver vissuto in un luogo piuttosto che in un altro…
Intendi culturalmente?

Sì. Che influenze hai avuto?
Sono cresciuto in diverse culture, quella tedesca, caraibica e quella militare. Sono veramente tante le culture che ho conosciuto sin da piccolo. Ho vissuto nel Bronx nei primi anni di vita, poi nel Queens prima di spostarmi in Germania. La mia influenza tedesca si esplicita nella cultura dell’arte, ma ciò che mi interessa di più sono le cose che hanno un effetto sull’umanità. Quando si parla di cultura, ci si riferisce spesso a cose specifiche per specifiche realtà. Avendo conosciuto più culture, non credo vi possano essere limiti. Mi interessa di può l’aspetto umano. Non sono il tipico pittore che dipinge per una cultura o per un’altra. Spero che i dipinti parlino una lingua universale.

Ora vivi a New York. Che cosa pensi dell’incredibile nuova ondata di razzismo?
È terribile e, lasciamelo dire, c’è sempre stato. Oggi l’unica differenza sono le tecnologie, telecamere ovunque, tutti hanno uno smartphone, le persone girano, riprendono… C’è un diffuso senso di disuguaglianza sociale e soprattutto una militarizzazione degli Stati Uniti. Non sono più poliziotti comuni, sembrano militari. Vestiti di nero, non sai chi siano. È una follia. La gente dovrebbe cominciare a riflettere su chi li finanzia e che cosa significa veramente per gli Stati Uniti. Amo vivere negli USA ma non mi piace per niente la direzione che il paese sta prendendo.

La situazione potrebbe anche peggiorare. Dipende dalle elezioni.
Senza dubbio.

Marcus Jansen, Revolutionary Elites, 2016

Marcus Jansen, Revolutionary Elites, 2016

Non fai mai disegni preparatori, schizzi. Che cosa viene per primo? Qual è il tuo processo? 
Sono spesso ispirato da ciò che vedo in TV o leggo sui giornali. Qualcosa che mi tocca personalmente. Di solito riguarda questioni di giustizia o temi non trattati a sufficienza dai media e che necessitano di essere approfonditi. Tento di tradurre ciò che provo nel sentire certe notizie e di esprimere quelle sensazioni nei dipinti. Molte volte raccolgo materiale, fotografie o cose che mi ispirano… e poi mi “butto” sulla tela. Non c’è mai una fine, non ho idea di come verrà il dipinto e quale sarà il risultato finale. All’inizio è una specie di vuoto che colmo dipingendo.

Ti hanno etichettato come rappresentante dell’Espressionismo Urbano… Onestamente cosa significa per te? Niente?
Sì [ride, N. d. R.]. Le etichette sono etichette e al mondo dell’arte piacciono. Prima di tutto non puoi etichettare le persone e quindi neanche l’arte. È tutto molto più complesso. Le etichette generano divisioni. Quando le usi, dividi. Questo è bianco, questo è nero, ma nessuno è bianco o nero. Etichettare è sbagliato come principio in sé.

Qualcuno ti ha chiesto se vi sia una qualche relazione tra la tua pittura e quella inglese. A me sembra ovvio. Guardando le tue opere non puoi non pensare ad artisti come Freud o Bacon. Mi chiedo quale pittore contemporaneo non abbia assorbito la lezione di tali maestri. 
A livello conscio forse no, inconsciamente forse sì. Siamo tutti cresciuti osservando le loro opere.

Hai fatto la Guerra del Golfo nel 1990. Cosa ti ha influenzato prima di tutto come persona e poi come artista? Molti parlano della guerra in modo superficiale. Io penso invece che sia un tema da non trattare con superficialità… 
La ragione per cui la gente parla della guerra in modo superficiale è perché non la conosce. Chi l’ha provata, generalmente non ne parla. Si tratta di sentimenti ed emozioni difficili da descrivere a parole. Dipingere per me è stato ed è un mezzo per comunicare certe emozioni.

Marcus Jansen, Orwellian infiltration, 2013

Marcus Jansen, Orwellian infiltration, 2013

Torniamo alle etichette: qualcuno ti ha definito un cartografo del conflitto. Tempo fa ho incontrato Eyal Weizman, architetto ebreo che lavora nel campo dell’architettura forense, in parole povere studia l’architettura del conflitto… Solo per farti un esempio: il caso Palestina. Essere un cartografo del conflitto cosa significa per te?
In parte, il conflitto è alla base delle mie opere. Il paesaggio stesso può essere una zona di conflitto. Che cosa stiamo facendo al paesaggio? Come lo stiamo trattando? Oggi è dominato dalla guerra, sia che si tratti di una città o della Palestina.

Però molti pensano che lavori esclusivamente sul conflitto legato alla guerra. Io credo che il conflitto sia ordinario, nella vita di tutti i giorni.
Assolutamente sì. Il mio stesso approccio alla pittura, al di là dell’aspetto visivo, è conflittuale. Quando dipingo, mi sembra di andare in guerra.

Una lotta interna…
Sicuramente. La battaglia è nel mezzo in sé. Soprattutto con i vecchi e nuovi espressionisti astratti. A predominare è l’impulsività.

Mi è sembrato di scorgere Mickey Mouse in un tuo dipinto.
Due questioni. Mio padre era uno storico. Ricordo che da piccolo odiavo le sue conversazioni. Le uniche cose che gli interessavano erano la Storia e la Politica. Leggeva sempre e discuteva di attualità. Da bambino ne ho sofferto, ma poi ho capito la sua grande influenza e credo di aver assorbito molto. Tornando ai cartoni, quello che faccio è creare paralleli. Nel 2009 mi hanno commissionato un’opera e ho cominciato a studiare a fondo il soggetto. La gente pensava che si trattasse di una pellicola per ragazzi, ma da alcuni saggi che ho letto si evinceva chiaramente che avesse molto a che fare con l’economia degli Stati Uniti. È stato interessante confrontare quel periodo [siamo alla fine degli Anni Trenta, N.d.R.] e quello in cui vivevo io, e vedere quanto l’America fosse cambiata.

Marcus Jansen, Transitions, 2014

Marcus Jansen, Transitions, 2014

La maggior parte delle favole ha un lato oscuro.
Senza dubbio. Mi piace il lato oscuro [ride, N. d. R.].

Anche a me. Peccato che quando sei piccolo non cogli certe sfumature e certi significati. Te ne rendi conto solo da adulto. Forse se lo avessimo saputo prima le nostre vite sarebbero state diverse.
[Annuisce]

Al di là delle etichette, mi sono segnato alcune parole chiave che potrebbero raccontare la tua pittura: tragico, drammatico, compulsivo, liquido, vivo, nel processo di trasformarsi. Che cosa ne pensi?
Mi piacciono tutte.

Su cosa stai lavorando? Qualche soggetto in particolare?
Generalmente mi interessano cose che devono ancora succedere, prima che diventino di dominio pubblico. Già nel 2009 mi sono occupato della questione della sorveglianza. Nessuno al tempo aveva idea di chi fosse Snowden. Per me era piuttosto ovvia la direzione che stavamo prendendo e di come si stesse manifestando quel fenomeno nella società e nelle nuove generazioni. La cosa interessante è che non sai mai chi controlla chi. Anche se me ne sono occupato in passato, la brutalità della polizia è aumentata e la militarizzazione delle forze dell’ordine è una questione importante. Sono stato militare e quindi osservo il fenomeno con gli occhi dell’”autorità”. Purtroppo però non ci sono scuse.

Un tema caldo che scatenerà la tua energia…
Sì, non appena metterò piede nel mio studio.

Daniele Perra


Movimenti artistici del ’900, quali sono i più importanti?

Dall’Espressionismo alla Pop Art

 donne-di-algeri-1955Quali sono i più importanti movimenti artistici del ’900? Parlando di arte del XX secolo non si possono non considerare le avanguardie storiche che, fin dai primi anni del Novecento, hanno influenzato tutte le correnti successive: dall’Espressionismo al Cubismo, dall’Astrattismo al movimento Metafisico, fino ad arrivare agli anni Sessanta con la famosa Pop Art. I presupposti per lo sviluppo dell’arte del ’900 risentono, tuttavia, della crisi che aveva coinvolto, tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, gli intellettuali europei: da una parte, l’assolutafiducia nel progresso scientifico, dall’altra la consapevolezza che la ‘felicità’ derivata dalle nuove tecnologie era solo apparente.

All’epoca, infatti, la società appare divisa in due: la borghesia, ricca e potente, e leclassi subalterne che, di questo progresso, vivevano le conseguenze peggiori – erano, infatti, le più sfruttate, costrette a lottare per vivere dignitosamente. Ma per capire quali sono i movimenti artistici del ’900 più importanti è necessaria un’ulteriore considerazione: le avanguardie artistiche dell’epoca, quelle che hanno influenzato la storia dell’arte contemporanea, hanno, come punto in comune, il fatto di opporsi alle concezioni – filosofiche, scientifiche, artistiche e sociali – vigenti in quel momento storico: parliamo di un periodo in cui l’Europa e il mondo intero avevano vissuto cambiamenti epocali, dalla Rivoluzione Industriale prima, alle grandi Guerre Mondiali dopo, dalla società suddivisa in classi a quella dei consumi, dalla cultura d’élite alla società mediatica.
Considerate le premesse storiche e sociologiche che influenzarono tutti gli intellettuali dell’epoca, dunque, (e lungi, ovviamente, dal voler fare un ‘trattato’ di storia dell’arte) ecco un breve excursus sui movimenti artistici del ’900 più importanti, quali sono e cosa hanno rappresentato per l’arte europea (e non solo) contemporanea.

Movimenti artistici del ’900: l’Espressionismo

Tra i movimenti artistici del ’900, l’Espressionismo è quello che risente maggiormente della crisi di valori con cui l’Europa, dopo la Rivoluzione Industriale e l’affermarsi del capitalismo, si trova a fare i conti: l’urbanizzazione, la crisi dell’economia agricola, la lotta di classe e la ‘modernizzazione’ in atto, spingono gli artisti verso un cambiamento del linguaggio espressivo, che si manifesta non solo con una diversa percezione della realtà, ma anche con l’uso particolare dei colori, vivaci e privi di chiaroscuro.

Sviluppatosi soprattutto in Germania tra il 1900 e il 1910, l’Espressionismoinfluenza non solo le arti figurative, ma anche il cinema, il teatro e laletteratura. Il termine definisce, generalmente, la propensione dell’artista amettere in luce il lato emotivo della realtà: osserva la natura e rappresenta sulla tela ciò che il suo animo percepisce; il pittore, cioè, rappresenta i suoisentimenti. A differenza dell’Impressionismo, quindi, in cui l’artista raffigura lanatura in modo soggettivo, seguendo ‘l’impressione’ che la realtà suscita in lui, l’Espressionismo rappresenta non più la natura in sé ma lo stato d’animo del pittore.
Il termine appare per la prima volta nel 1911 su una rivista tedesca per definire la pittura dei cosiddetti ‘Fauves‘ francesi e quella dei componenti del gruppo tedesco ‘Die Brücke‘: i primi, tra i quali Henry Matisse, erano caratterizzati da un’arte adisegni quasi infantili, con colori accesi e figure dalle linee molto nette; isecondi, con Ernst Kirchner, Erich Heckel ed Emil Nolde tra i più importanti, univano l’uso della xilografia a linee definite e a colori densi e vivaci. Mentre i ‘Fauves’ (le ‘belve’) si ispiravano all’arte primitiva, gli esponenti del ‘Die Brücke’ (ovvero, ‘il ponte’) utilizzavano l’arte per rappresentare il degrado del genere umano.
L’Espressionismo, infine, oltre a quelli già citati, trova i suoi esponenti più illustri in Paul Gauguin, in Eduard Munch e, per certi versi, anche in Vincent Van Gogh, mentre ne subirono fortemente l’influenza artisti come Picasso, Kandiskij, Klimte Chagall.

Il Cubismo

Nato a Parigi nei primi anni del ’900, il Cubismo trova in Paul Cézanne prima, e in Picasso e Georges Braque dopo, i suoi artisti più rappresentativi. L’elemento caratteristico di questa corrente, tra i movimenti artistici più importanti del XX secolo, è la scomposizione delle figure nelle loro forme originali, rappresentando gli oggetti da più punti di vista con l’obiettivo di dare un senso plastico ai soggetti disegnati.

Molto sinteticamente, il Cubismo si suddivide in tre periodi principali: il primo(dal 1907 al 1909), è quello in cui gli oggetti e le figure vengono semplificate e ridotte a forme geometriche; il secondo (dal 1909 al 1911) è caratterizzato da una pittura un po’ più analitica, in cui lo spazio e gli oggetti sono scomposti e collocati sulla tela senza alcun rilievo, alla stregua di solidi geometrici; il terzo, infine, (dal 1911 in poi) è quello in cui l’oggetto, dopo essere stato ‘frantumato’, vienericomposto per ricercarne l’essenza – è il periodo delle nature morte, dei violini e dei giornali rappresentati ‘appiattiti’ sulle superfici delle tele.
Oltre a Cézanne, Braque e Picasso, di cui Guernica è, a detta di molti, l’apice dell’esperienza artistica cubista, altri illustri cubisti sono Marcel Duchamp,Robert Delaunay e Juan Gris.

Il Surrealismo

Così come molti movimenti artistici del ’900, anche il Surrealismo trova origine in Francia, dove si sviluppa a partire dai primi anni Venti. Fortemente influenzato dalle teorie psicoanalitiche di Freud, il Surrealismo tende a rappresentare il sogno, la follia e l’inconscio intesi come liberazione dalle convenzioni socialiche opprimono l’uomo. L’opera surrealista, perciò, è ‘prodotta’ dalla mente (dunque, dalla psiche) del pittore ed è per questo la più ‘onirica‘ tra le manifestazioni artistiche del XX secolo.
Due sono le tendenze principali in cui dividere la corrente surrealista: quella ‘verista‘ (con Magritte e Dalì tra gli esponenti più importanti) caratterizzata daopere ambigue in cui oggetti della vita reale sono accostati tra loro in modoinconsueto e al limite dell’assurdo; e quella ‘non-figurativa‘, che oltrepassa larealtà esteriore per rappresentare, in forma onirica e quasi fantastica, quellainteriore: uno dei rappresenti più illustri è Joan Mirò, le cui opere, inconfondibili, sono caratterizzate da un’infinità di simboli, linee e colori che sembrano quasi galleggiare.

L’Astrattismo

Discutendo dei movimenti artistici del ’900 – quali sono e quali i pittori più importanti – non possiamo non citare l’Astrattismo, in particolare quello cosiddetto ‘lirico’, di cui Vasilij Kandinskij è stato l’artista più rappresentativo – le sue opere, infatti, simboleggiano il distacco dalla concretezza della realtà, a favore di una pittura ‘emotiva‘ rappresentata soprattutto dai colori. Questi ultimi, infatti, hanno un valore fortemente evocativo: il rosso esprime l’ardore, il giallol’eccitazione e l’azzurro l’infinito. A tutto ciò si aggiungono le linee e le forme geometriche che rappresentano il distacco dalla realtà, a favore di un astrattismo che vuole essere, in primo luogo, emotività ed emozione. Non solo Kandinskij, tra i massimi esponenti di questa corrente artistica figurano anche Paul Klee,Franz Marc e Piet Mondrian, molto più vicino all’Astrattismo geometrico.

La Pop Art

Mentre quelli considerati finora sono movimenti artistici del primo ’900, con laPop Art ci troviamo, invece, a metà del XX secolo. Nata negli Stati Uniti sulla scia della cultura dei mass-media, la Pop Art ha la sua definitiva consacrazione nei primi anni Sessanta soprattutto dopo la Biennale di Venezia nel 1964. Si tratta di una forma d’arte popolare che si ispira sia al linguaggio cinematografico che alla iconografia pubblicitaria e suoi esponenti più illustri sono tutti americani, daAndy Warhol (pittore-icona tra i più rappresentativi della cultura statunitense) aJames Rosenquist, da Claes Oldenburg a Roy Lichtenstein; ognuno di loro trae ispirazione da immagini cinematografiche, pubblicitarie e urbane, traducendo in arte ciò che la società consumistica d’oltreoceano produceva.
Warhol e Lichtenstein sono senza dubbio i pittori più famosi di questa corrente artistica contemporanea, il primo utilizzando soprattutto l’immagine fotografica, mentre il secondo ha tradotto in pittura gli elementi tipici del fumetto.

fonte: http://www.nanopress.it/cultura/2016/07/21/movimenti-artistici-del-900-quali-sono-i-piu-importanti/139393/


Claude Monet

 

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Ninfee

Vuole prendermi in giro? Cinquanta Ninfee! Sappia che gli specialisti hanno censito non meno di duecentosettantadue Ninfee dipinti da Claude Monet!”

Sylvio sgrana gli occhi.

Possiamo anche esprimerci in metri, se le sembra più chiaro. Alla fine della Prima guerra mondiale Monet ha dipinto circa duecento metri quadrati di Ninfee su commissione dello stato, collezione ora esposta all’Orangerie. Ma se a questo aggiungiamo tutti i lavori che Monet non ha tenuto per sé, quelli che ha dipinto mezzo cieco quando soffriva di cataratta, gli esperti arrivano a più di centoquaranta metri quadrati di Ninfee “di troppo” esposti nei quattro angoli del pianeta: New York, Zurigo, Londra, Tokyo, Monaco, Canberra, San Francisco… Gliela faccio breve, mi creda. Oltre a questo, almeno un centinaio di Ninfee appartenenti a collezioni private…”

Sylvio non fa commenti. Pensa che deve avere l’aria idiota del bambino a cui hanno appena detto che dietro l’onda venuta a lambirgli i piedi sulla spiaggia c’è l’oceano. Guillotin continua a correre attraverso i corridoi. Ogni volta che entra in una sala i guardiani, assopiti, scattano sull’attenti nel panico.

Al Seicento segue l’Europa barocca.

Le Ninfee” continua Achille Guillotin senza riprendere fiato, “sono una collezione molto strana, senza equivalenti al mondo. Negli ultimi ventisette anni di vita Claude Monet non ha dipinto altro che il suo stagno di ninfee! Gradualmente eliminerà tutta la scenografia intorno, il ponte giapponese, i rami di salice, il cielo, per concentrarsi unicamente sulle foglie, l’acqua e la luce. La costruzione grafica assoluta… Le ultime tele, qualche mese prima che morisse, rasentano l’astrazione. Solo chiazze di colore. Effetto a macchie, lo chiamano gli esperti. Tutti lo prenderanno per un ghiribizzo da vecchio, sopratutto gli ultimi quadri, finiscono nel dimenticatoio. Vengono giudicati puro delirio”.

Sylvio non ha il tempo di chiedere a Guillotin cosa intende per dimenticatoio. Instancabile, il conservatore continua.

Sennonché una generazione dopo saranno proprio queste tele a far nascere negli Stati Uniti quella che il mondo chiamerà arte astratta… è il testamento del padre dell’impressionismo: l’invenzione della modernità! Conosce Jackson Pollock?”

Sylvio non osa rispondere di no. Neanche osa dire sì. Guillotin emette un sospiro da professore navigato.

Peggio per lei. È un pittore astratto… Pollock e gli altri si ispireranno alle Ninfee di Monet. Tutti. La stessa cosa in Francia…”

da Ninfee nere di Michel Bussi, edizioni e/o

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