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Nel tormento di Suttree

 Orazio LabbateScrittore articolo pubblicato sull’Huffpost

WIKIPEDIA
 “Eccoci arrivati in un mondo dentro il mondo. In queste lande straniere, queste foibe e sodaglie interstiziali che i giusti vedono dalle auto e dai treni, un’altra vita sogna. Deformi o neri o folli, fuggiaschi di ogni risma, stranieri in ogni contrada. La notte è tranquilla. Come un campo prima della battaglia. Sulla città incombe qualcosa di ignoto, arriverà dalla foresta o dal mare? I guardiani delle mura hanno fortificato la palizzata, le porte sono chiuse, ma bada, la cosa è all’interno, riesci a intuirne la forma?”

Libro di culto, di originale tonalità demonica, di abbondante energia metaforica e di eloquenza lugubre è “Suttree”di Cormac McCarthy.

Tra tutti i lavori dello scrittore americano, esso si distingue per via di un impetuoso e perpetuo splendore letterario caratteristico del passo di una perfida biografia, ultima e acuta, di cui ci si nutre, subitamente, col batticuore della scoperta di una leggendaria e cattiva liturgia.

Il protagonista, Cornelius Suttree, vive in un’orrida palafitta pescando, dal fiume Tennessee, pesci gatto, in quel di Knoxville. Il suo è un viaggio fatto di squallore gnostico dentro una Terra infima; una rotta vissuta tra la fatiscenza dei reietti, dei ladri, degli zotici, dei vagabondi, degli assassini, delle meretrici.

In mezzo a essi, la storia del protagonista – avventura la sua che fluisce come se si fosse didentro un irresistibile disturbo letargico post-incubo – ha la prestanza di una grandiosa tragedia irrisolvibile, senza dubbio, e che si rinnova, sempre, nell’autentico underground ove la narrazione è ancorata alla miseria estrema della materia.

La materia sociale e territoriale in cui campa Cornelius Suttree è tenebrosa. Una tenebra che ammala giacché appiccicosa, come il bitume. Essa infetta il disgraziato pescatore incantenandolo all’onnipotenza di un’imbattibile ritiro dalla luce. A nulla vale la compagnia del bislacco e goffo delinquente ragazzino, Harrogate, conosciuto in prigione. Personaggio quest’ultimo non in grado di attenuare la morsa inferica del viaggio scuro di Suttree nonostante a volte il giovane impersoni qualcosa di simile alla figura di un amico oppure di un giullare passeggero, perfino di un figlio.

La comicità è dunque al bando, e gli incontri di Suttree con i derelitti sono soltanto della qualità indifferente di diversivi o di sollazzi schifosi che lo costringono ogni giorno all’accettazione del buio.

La vita di Suttree così si spiega secondo il lento andamento di un Purgatorio, epperò sorto dalle fondamenta malignamente pigre di un Inferno nel quale la chimera della salvazione può ritrovarsi solo negli sparuti sogni che il pescatore fa.

Suttree è un capolavoro inclemente. Un romanzo che possiede – grazie alla tormentosa scrittura di McCarthy – la riflessione ancestrale e dura di un testo sacro che si realizza attraverso il valore della letteratura.

“Là, in mezzo ai fiori e al profumo delle dame ormai lontane e al vago odore ferroso della terra, a guardare dentro una fossa formato standard con quella minuscola cassa sul fondo. Pallido figlio te ne sei andato soffrendo? Hai avuto paura, sapevi? Sentivi l’artiglio che ti reclamava? E chi è quell’idiota inginocchiato sopra le tue spoglie, strozzato dal tormento? E che cosa può mai sapere un bambino degli oscuri disegni di Dio? O di come la carne sia così fragile da essere poco più di un sogno.”

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José Saramago

C’è chi passa la vita a leggere senza mai riuscire ad andare al di là della lettura, restano appiccicati alla pagina, non percepiscono che le parole sono soltanto delle pietre messe di traverso nella corrente di una fiume, sono lì solo per farci arrivare all’altra sponda, quella che conta è l’altra sponda.


Se vi dicono che non si fanno più bei libri, non credeteci.

Le sneakers di Roland Barthes

di FRANCESCO GUGLIERI per IL de ilSole24ore che ringraziamo

I carteggi del saggista francese, pubblicati dal Saggiatore, sono l’album di famiglia del secondo Novecento europeo, quando gli “intellò” erano, nel bene e nel male, i protagonisti del discorso pubblico. È un’epoca ormai tramontata? Forse, ma quanto ci manca un “Miti d’oggi” aggiornato al 2016

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Se vi dicono che non si fanno più bei libri, non credeteci.

Ad esempio: in questi giorni il Saggiatore ne manda in libreria uno interessantissimo. Si intitola Album ed è un grosso tomo di quasi cinquecento pagine che raccoglie «inediti, lettere e altri scritti» di Roland Barthes. Può sembrare un’uscita magnificamente inattuale o una chicca per feticisti di Barthes. Ma per quanto, lo ammetto, io appartenga senz’altro a quest’ultima infelice genìa, non penso che Album abbia valore unicamente antiquario. Mi piace pensare che il giudizio non sia troppo offuscato dalla riconoscenza che devo a Barthes per tutte le volte che mi ha salvato la vita.

I carteggi hanno sempre un po’ il fascino della seduta spiritica e in questo caso doppiamente: sia perché quello di Barthes è forse uno degli ultimi grandi carteggi del secolo – il fatal furgoncino lo investe uccidendolo nel 1980 e la generazione successiva entrerà già, almeno in parte, nell’epoca della posta elettronica, ben più effimera e di difficile ricostruzione. Sia perché aprire questo libro vuol dire davvero sfogliare l’album di famiglia del secondo Novecento europeo. Barthes è stato come nessun altro al centro di una rete di relazioni, amicali e intellettuali, che ha definito l’intellettualità francese in un tempo in cui l’intellettualità francese definiva il pensiero europeo e gli intellò, nel bene e nel male, erano protagonisti del discorso pubblico. Stagione effimera che lo strabismo retrospettivo ingigantisce e di cui stiamo ancora malamente elaborando il lutto con tutto il cascame di nostalgie e sospiri malinconici che ne consegue.

Basta scorrere l’indirizzario di queste lettere per ritrovarsi al centro di un ballo di meravigliosi fantasmi: Raymond Queneau, Jean Paulhan, gli stati maggiori di Gallimard e Seuil, Alain Robbe-Grillet, Michel Butor, Maurice Blanchot, Claude Lévi-Strauss, Georges Perec, Jacques Derrida, Jean Starobinski, Michel Foucault (di quest’ultimo mancano le lettere perché tanto era quotidiana la frequentazione che non ce n’era bisogno). Una possibilità, allora, è quella di spiluccare il libro come un album di figurine vintage, il Real Madrid del post-strutturalismo, e languidamente lasciarsi andare ai rimpianti e alle lamentazioni per la tristezza del presente. Guardarlo con la meraviglia subalterna del bambino di fronte all’album di francobolli esotici.

Il francobollo è un dizionario illustrato, (…) una sorta di Olimpo spirituale, un’immagine mobile, aperta a tutte le combinazioni, e tra questi Olimpici di tutti i tempi e tutti i paesi si instaura un dialogo infinito: su una stessa busta Beethoven può conversare con Maryse Bastié, Bugeaud con Michelangelo, Gargantua con suor Élisabeth,

scrive Barthes in una «mitologia» inedita dedicata al francobollo e raccolta in Album. Ma sul francobollo

non c’è posto per l’inquietudine: i rivoluzionari sono ammessi soltanto se il tempo li ha resi inoffensivi, e i poeti maledetti soltanto se si sono convertiti. Il francobollo raffigura esclusivamente quel che è stato consacrato dalla società. Il francobollo è docile, docile come un’immagine.

Forse anche Barthes oggi è un francobollo, quando non un santino consacrato e per questo docile quando non inutile. In fondo la copertina stessa di Album gioca ironicamente con questa idea: è una foto di Barthes elaborata come fosse un quadro di Andy Warhol (anzi quattro: tante sono le varianti disponibili in libreria. Bella idea del Saggiatore). Un’icona pop, perennemente interscambiabile, un nome-segnaposto che serve solo per ricordare, anzi alludere, a quell’epoca lontana. Un ammiccamento tra gli iniziati e nulla più.

Se così fosse (e così in effetti rischia di essere) sarebbe un peccato. Bisogna invece compiere un’operazione se non antistorica di certo antistoricista e rivitalizzare Barthes oggi.

Bisogna evitare di lasciarci sfuggire nostra epoca, l’unica che abbiamo da vivere,

come scrive lui stesso in uno dei testi di Album.

Del resto se tutta la multiforme, magmatica, asistematica opera di Roland Barthes dovesse ridursi a un’unica lezione, a un solo concetto, sarebbe la necessità di emanciparsi da ogni storicismo.

Tradirlo, strapparlo dal museo in cui rischia di languire, è l’unico modo per saldare il debito di riconoscenza che più generazioni di devoti alla letteratura hanno nei suoi confronti. Barthes mi ha salvato la vita perché ogni volta che la furia normatrice dell’università e di ogni discorso istituzionale mi riportava all’ordine, alla lettera del testo, al buon senso filologico, all’ideologia dipartimentale, lui e la spiazzante genialità dei suoi libri mi faceva rialzare la testa verso orizzonti più ampi. Non ha trasmesso un metodo (troppo inquieto per fermarsi su uno soltanto), né una scuola e neanche una disciplina: ha lasciato però un atteggiamento, una postura.

E se questo è vero per la critica letteraria è vero anche in un contesto più ampio. Gli eccessi barthesiani, i furori semiologici, le sbracate all’insegna del “piacere del testo”, hanno prodotto dei mostri che nessuno rimpiange. Quello che rimpiango è l’acutezza dello sguardo, l’attenzione al dettaglio da far lavorare contro se stesso, l’astuzia della ragione che vorrei applicata a certi fenomeni della contemporaneità. Sogno un’edizione di Miti d’oggi aggiornata ad altezza 2016 che smonti pezzo a pezzo i tweet di Carlo Sibilia, la pettinatura di Donald Trump, la brutta punteggiatura populista (fateci caso: non c’è commento su Facebook di tenore antieuropeista che usi tre puntini di sospensione invece di due o non aggiunga uno spazio prima della virgola: perché?), gli editoriali di Eugenio Scalfari, le camicie bianche con le maniche arrotolate, le vignette del Fatto, le sneakers, l’indignazione in forma di meme, il moralismo a sette colonne, le infografiche, Report, i libri fotografati su Instagram, Rousseau e il sistema operativo del MoVimento 5 Stelle (qualsiasi cosa esso sia), il vero partigiano, le sneakers fluo, le slide, i droni, le fassonerie, «gli euro risparmiati da Virginia Raggi: fate girare», le sneakers personalizzate, le dirette streaming, i libri di Barthes.


Houellebecq il maledetto ora è diventato un classico

Ecco l’opera omnia del discusso scrittore francese che ha raccontato apice e declino dell’Occidente

Massimiliano Parente – per il Giornale che ringraziamo

Quando si diventa classici? In genere non in vita, anzi: Herman Melville o Franz Kafka morirono semisconosciuti, mentre Guido Morselli si suicidò del tutto inedito, salvo diventare in anni recenti un classico Adelphi.

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Tuttavia ci sono eccezioni, specie negli ultimi tempi: Alberto Arbasino è entrato nei Meridiani Mondadori, e ben prima Carmelo Bene nei Classici Bompiani con un volume di opere, andando sul palco del Maurizio Costanzo Show, in un celebre Uno contro tutti, a declamare «Per voi non esisto più, sono un classico». Risposta clamorosa di Roberto D’Agostino: «Se non esiste più, perché si tinge i capelli?». In effetti essere classici in vita può dare alla testa.

Stessa cosa sta succedendo a Michel Houellebecq: uscirà per Bompiani, in tre volumi, tutta l’opera dello scrittore francese, incluse le poesie, i saggi e il teatro, una figata. Quindi si può diventare classici in vita? Dipende, a volte sì, a volte no. Houellebecq, a mio parere è giusto che lo diventi, perché è uno scrittore che ha espresso la sua poetica appieno e, si capisce, ha spremuto lo spremibile, grandi sorprese non ci saranno. Un po’ come Bret Easton Ellis: si capiva che dopo American Pshyco (un classico) non avrebbe prodotto più niente di simile, ma Bompiani, anziché prepararsi a infilarlo nei classici, lo cedette a Einaudi, che dovette farlo ritradurre da Culicchia perché era tradotto malissimo.

Nei suoi libri Houllebecq ha raccontato l’apice e il declino dell’Occidente, l’euforia e la tristezza del sesso (specie a pagamento), la pochezza dei sentimenti umani, Lovercraft, l’inesorabile biologia dell’esistenza, infine la mancanza di valori della nostra epoca, valori soprattutto metafisici, ma partendo con il piede giusto, cercando salvezza non nella religione ma nella scienza, soprattutto con il suo secondo romanzo, Le particelle elementari, uscito nel 1998. Stilisticamente rozzo, tocca però il massimo del suo stile nel 2005 con quello che è a mio avviso il suo romanzo migliore e scritto meglio, La possibilità di un’isola, ingegnosa costruzione dove a parlare è sempre lo stesso uomo clonato da generazioni, unica possibilità di sopravvivenza dell’individuo umano. (Nei salotti colti, però, se volete fare bella figura, dovete dire che il più bello è La carta e il territorio, perché ha vinto il Goncourt).

È un uomo orripilante e affascinante, a cominciare dal cognome, si sbaglia sempre a scriverlo ma è bello da pronunciare, quasi indispensabile. A vederlo ha subìto in dieci anni una spettacolare trasformazione fisica come neppure Jeff Goldblum ne La mosca, come passare di colpo da quarant’anni a novant’anni: il naso gli è esploso, i capelli sono diventati di stoppa, i denti probabilmente non ne ha più, fa schifo ma nello schifo è bello. Beve molto, fuma sigarette tenendole in punta, tra il medio e l’anulare, lasciandosi cadere la cenere addosso perché è difficile usare il pollice opponibile, e nessuno crede possa vivere ancora molto, e scrivere ancor meno, io l’ho incontrato una volta e avevo paura mi vomitasse addosso, per questo Bompiani l’ha inserito nei suoi classici con qualche fondata ragione. Specialmente da quando ha cominciato a scrivere poesie, la morte di ogni scrittore vero.

Ogni tanto sparisce, non si sa dove sia finito, tutti se ne preoccupano ma nessuno se ne preoccupa davvero, l’ultima volta, a un a presentazione mancata, hanno scomodato il mondo e si era solo addormentato ubriaco per tre giorni a casa sua. La sua frase migliore, più illuminata, è stata durante la guerra di Bush all’Afghanistan: «Bombardiamoli di minigonne». È lì, probabilmente, che ha avuto inizio il germe dell’ultima ossessione di Houllebecq: l’Islam. Da principio partendo da un’idea sensata: la nostra società così libera e consumistica porta l’uomo medio alla noia, ma al contempo scioglie nell’acido qualsiasi ideologia assoluta. È il bello e il brutto del capitalismo e della libertà. Per cui, anziché esportare la democrazia, sarebbe stato sufficiente esportare almeno Youporn.

Segue l’ultima svolta, quella più paracula, con il romanzo Sottomissione, uscito l’anno scorso, la cui idea centrale è che l’Occidente, non avendo più valori, finirà per sottomettersi completamente all’Islam. Ma non è Salman Rushdie né Oriana Fallaci, perché dall’Islam ne è affascinato, dichiara di non odiarlo, e così salva capra e cavoli. Dopo la strage di Charlie Hebdo scappa in un luogo misterioso, ma nessuno lo insegue, gli islamici non hanno capito se è un amico o un nemico, come del resto non l’ha capito nessuno.

In ogni caso, tornando alla questione del divenire classici in vita, sappiate che dal punto di vista culturale è una cosa che non conta più niente: nei Meridiani Mondadori c’è perfino Eugenio Scalfari. Pubblicato da Berlusconi.

Questo sì che è il declino dell’Occidente.


Nel giallo di Dürrenmatt ciò che prima sembrava oscurare ora illumina Il giudice e il suo boia, resa dei conti di un commissario con il rivale di sempre

L’edificio del romanzo è curato e compatto, ne intravediamo i pieni e i vuoti, elementi di una struttura a prima vista unitaria e omogenea. Ma l’apparente uniformità nasconde in realtà un profondo dualismo

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MATTEO PERICOLI per LA STAMPA che ringraziamo

Il romanzo giallo di Friedrich Dürrenmatt, Il giudice e il suo boia, si annoda intorno all’improvviso incontro notturno tra il commissario Bärlach e Gastmann, il suo rivale di sempre. Fino a quel punto il protagonista, un ispettore della polizia di Berna, era stato impegnato a condurre le indagini sull’omicidio di un collega.  

Durante l’incontro si scopre che i due si conoscono quarant’anni prima in una bettola del Bosforo. «Eccitati dalle infernali misture […] e ancor più dalla nostra giovane età» fanno una scommessa che li legherà per il resto della vita. Bärlach sostiene che è «da stupidi compiere un delitto»: l’imperfezione umana, le imprevedibili azioni degli altri e il non poter tener conto del caso sono i motivi per cui la maggior parte dei delitti vengono immancabilmente svelati. L’avversario, «per contraddirti, ma senza vera convinzione», sostiene invece (e quindi scommette) che è proprio grazie al «garbuglio dei rapporti umani» che gli sarà possibile commettere delitti irrisolvibili, di cui Bärlach non sarà mai in grado di fornire le prove. Da quel giorno il commissario passa la vita a cercare di inchiodare il suo avversario.

È la resa dei conti. Quarant’anni dopo e con in gioco sia la scommessa sia la vita dell’ormai malato Bärlach, anche noi lettori sembriamo essere nelle condizioni di mettere insieme i pezzi dell’ennesimo crimine di Gastmann e di quella che sembra essere la struttura classica di un grande romanzo giallo. Assieme al commissario, crediamo di aver identificato il colpevole e di aver messo insieme alcuni indizi nascosti nel testo. Il coronamento dell’architettura è ormai alla nostra portata e non ci resta che assistere a come Dürrenmatt, attraverso Bärlach, completerà il giallo fin qui impostato.  

 

(Le due imponenti forme che contrappongono e si specchiano, si inseguono e si completano, sono i due protagonisti del romanzo di Dürrenmatt, legati da una vecchia scommessa )

L’edificio è curato e compatto. Ne intravediamo i pieni e i vuoti, elementi di una struttura a prima vista unitaria e omogenea. L’apparente uniformità non fa che nascondere il profondo dualismo della costruzione. Lo spazio nel quale stiamo per entrare infatti non è quello della struttura del giallo: le due imponenti forme che si contrappongono e si specchiano, che si inseguono e si completano, sono i due protagonisti legati dalla scommessa.

Come nel romanzo – che con una sorpresa finale capovolge tutto, trasformando la struttura finora data per scontata in un profondo dilemma morale ed esistenziale – così nell’edificio ciò che sembrava oscurare ora illumina, ciò che copriva ora è coperto, ciò che sembrava reggere ora non è altro che un peso da sostenere e capire.

(“Il giudice e il suo boia”, qui nell’edizione Adelphidel 2015, pp. 121, €15, è stato scritto da Friedrich Dürrenmatt nel 1952)

Come ha potuto Bärlach, proprio lui, finire col cedere alla diabolica provocazione di Gastmann e, pur di incastrarlo, affidarsi all’«imperfezione umana» per ottenere il suo scopo? Il vuoto al centro dell’edificio, attorno al quale i due volumi si tormentano, quel nulla nel cuore dell’architettura, potrebbe nascondere la risposta.

In collaborazione con Giuseppe Franco