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Cosa leggere dopo la fine del mondo

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LE RAGAZZE MUSULMANE CHE SUONANO L’HEAVY METAL CON IL VELO (E SFIDANO I PREGIUDIZI)

L’heavy metal, un genere musicale rock nato nel Regno Unito e in voga nel mondo occidentale, suonato da ragazze musulmane con il velo. È quanto accade non in Europa, non a Londra o Berlino, ma in Asia, a Giacarta, in Indonesia, il Paese con la più grande popolazione musulmana al mondo. Nel villaggio di Sanga Jaya, nella remota zona rurale di West Jaya, tre adolescenti nate e cresciute in famiglie di contadini sfidano i pregiudizi e lo stereotipo di un Islam che le vuole sottomesse e coperte, impegnate in una vita domestica. Si fanno chiamare ‘Voice of Baceprot’ (‘Voce del rumore’) e indossano jeans e maglia a maniche lunghe, scarpe da tennis e nello stesso tempo hijab, il velo allacciato al collo che copre spalle e capelli. Firdda Kurnia ha 17 anni e suona la chitarra, Eusi Siti Aisayah, altra 17enne, è la batterista, Widi Rahmawat, 15 anni, è impegnata al basso. I loro brani sono un misto di lingua inglese e indonesiano, e a sorprendere sono soprattutto i temi trattati e le difficoltà vissute per arrivare ad esibirsi.

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INDONESIA, RAGAZZE MUSULMANE SUONANO L’HEAVY METAL CON IL VELO

Nelle canzoni si parla di tolleranza, uguaglianza di genere, ambiente e diritto all’indipendenza. Prima di suonare davanti al pubblico le tre coraggiose ragazze, amiche dall’infanzia, hanno ignorato i divieti dei loro genitori e lo scetticismo di familiari e vicini di casa. Il web le ha aiutate. Grazie ai live postati su Facebook sono riuscite a raggiungere una vasta platea, il social le ha fatte conoscere e le ha dato la possibilità di emergere anche a livello locale. Ma di loro si è oramai accorto tutto il mondo. Lo scorso mese, in occasione del 72esimo anniversario dell’indipendenza dell’Indonesia, si sono esibite davanti a 2mila tra ufficiali governativi, manager e studenti, accompagnate da 50 strumentisti, in ‘The Enemy of Earth is you’ (‘Il nemico della Terra sei tu’), molto popolare nel paese. Sulla loro agenda ci sono ora anche concerti a Londra e Parigi. Dove arriveranno con una chiara idea: l’hijab è la loro identità, il metal il loro genere.

(Foto Zumapress da archivio Ansa. Credit: Donal Husni via ZUMA Wire)


Demoni, streghe e fantasmi. Gli incubi del sonno da Melville a Dostoyevsky

 29/08/2017 

GETTY IMAGES/ISTOCKPHOTO

 “Non si vedeva niente, non si sentiva niente; ma mi parve che una mano soprannaturale mi stringesse la mano. Il mio braccio pendeva lungo la coperta, e la forma o fantasma silenziosa, indefinibile, inimmaginabile a cui apparteneva la mano pareva sedermi vicino sulla sponda del letto. Per ciò che mi parve una durata di secoli e secoli stetti così, agghiacciato dalle paure più tremende, e non osavo ritirare la mano, eppure pensavo continuamente che, solo a poterla muovere di un pollice appena, l’orribile incantesimo si sarebbe spezzato”.

Così racconta Ishmael, nel Moby Dick di Melville. Descrive un fenomeno molto comune associato al sonno, o meglio al risveglio dal sonno. Si tratta della descrizione di una paralisi del sonno.

In tutte le culture ci sono descrizioni simili. Più o meno condite di sovrannaturale e di presenza demoniache o, più semplicemente, terrifiche. Nell’isola di Terranova è la Old Hag, una strega che assale chi dorme, lasciandolo incapace di gridare o reagire. Nella cultura degli Inuit, si chiama Uqumangirniq (o Aqtuqsinniq), uno spirito malvagio che cerca di impossessarsi del corpo di una persona che dorme. In Giappone, il Kanashibari, la pressione sul petto da parte di uno spirito. In Italia, ci sono addirittura varianti regionali: in Sardegna, S’Ammutadori (anche “ammuntadore”, “muntadori”, “mutarolla”, su “garriatore”), Munacieddu (o munachieddu) in Campania, Pandafeche (o pantafa) nelle Marche-Abruzzo-Umbria.

La prima descrizione rintracciabile risale al 400 a.C., in un libro cinese sui sogni. Più tardi, circa nel 200 d.C., Galeno si era posto il problema di identificarne le cause. I resoconti medievali sono pieni di descrizioni di fenomeni simili, spesso associati ai processi per stregoneria. Dei colleghi iraniani dell’Università di Tabriz, Iran, insieme a dei colleghi Azeri dell’Università di Baku, hanno attribuito alla cultura persiana intorno all’anno 1000 la prima completa descrizione clinica del fenomeno. Al-Akhawayni Bukhari, nel suo trattato di medicina Hidayat al-Muta`allemin Fi al-Tibb, descrive perfettamente il disturbo. Anche se lo riteneva una conseguenza dell’epilessia, contribuisce a far uscire l’esperienza terrifica dall’alone di sovrannaturale che lo accompagnava.

Nel 1781, il pittore svizzero Johann Heinrich Füssli ci ha lasciato la più famosa opera che descrive la paralisi del sonno. Nell’Incubo una giovane donna addormentata ha un mostro che le grava sul petto e il volto di una giumenta affacciato dalla tenda dello sfondo (il dipinto all’interno del collage di rappresentazioni della paralisi del sonno). Significativamente, lo stesso termine “incubo” deriva dal latino incubus «essere che giace sul dormiente» (incubare «giacere sopra»). Anche se il termine corre il rischio di indurre confusione, dal momento che gli incubi propriamente detti (nell’accezione del pavor nocturnus o del nightmare) sono fenomeni diversi dalla paralisi del sonno.

Ai giorni nostri, una film maker, Carla MacKinnon, e uno psicologo, Cristopher French, hanno anche realizzato un cortometraggio “Devil In The Room“, all’interno di un progettofinalizzato a spiegare e a cercare di ridurre il terrore di questa esperienza. Invece, Nicolas Bruno, che soffre di paralisi del sonno, ha fatto arte del suo problema, iniziando una carriera pittorica in cui descrive le sue allucinazioni.

Credenze popolari, letteratura, pittura presentano, comunque, un fenomeno i cui tratti sono comuni: una condizione di semi-coscienza, accompagnata da sensazione di soffocamento da completa incapacità a muovere un solo muscolo e accompagnata da visioni allucinatorie. Per esempio la pandafeche del centro-Italia è la visione di una figura spettrale collocata al fianco o al di sopra dei chi dorme. È raffigurata come una figura vestita di bianco, dagli occhi demoniaci e un muso lungo e appuntito, con il quale procura delle ferite.

La vittima non riesce a svegliarsi completamente, né a girarsi o invocare aiuto. Questo ultimo aspetto aggiunge un elemento ulteriore alla natura terrifica dell’esperienza. La paralisi motoria è così completa che non si riesce neanche ad articolare suono per invocare aiuto (in realtà, c’è un’eccezione ed è rappresentata dalla possibilità mantenuta di muovere gli occhi).

La paralisi del sonno è una delle numerose parasonnie, un’ampia classe di disturbi che si presentano in associazione con il sonno. Possono presentarsi durante l’addormentamento, durante specifiche fasi del sonno (Rem e Nrem) e al risveglio. La paralisi del sonno è, quindi, una parasonnia del risveglio. Si presenta come un’esperienza angosciosa nella quale ci si sveglia apparentemente, cioè si acquisisce una qualche consapevolezza di essere svegli. Nonostante questa consapevolezza, si sperimenta la completa incapacità di contrarre un qualsiasi muscolo (a eccezione di quelli extra-oculari). Non è così strano che, quindi, anche la respirazione diventi faticosa e difficile, tendendo a generare la sensazione di una grande oppressione al petto. Quasi sempre, la paralisi del sonno è accompagnata da allucinazioni.

Si chiamano allucinazioni ipnopompiche (allucinazioni del risveglio, contrapposte alle cosiddette allucinazioni ipnagogiche, che si verificano in fase di addormentamento). La perdita del controllo dell’attività muscolare (e, quindi, anche la conseguente sensazione di soffocamento) e le allucinazioni sono, evidentemente, fenomeni davvero inconsueti per chiunque. Non è per niente sorprendente che nei secoli si sia cercato, comunque, di ricondurli a una sorta di “spiegazione” unitaria. Qualcosa che vediamo (allucinatoriamente) grava sul nostro petto fino a quasi soffocarci. Che poi siano diventate vecchie streghe, spiriti burloni o demoni rappresenta solo una variante della cultura e della religione in cui si è vissuti. Non a caso, in tempi di più diffusa laicità, i demoni e le streghe a volte diventano gli extraterrestri.

Nella realtà, il fenomeno è addirittura banale. Si tratta di parziali risvegli dalla fase Rem del sonno. Una fase che, tra le altre cose, è caratterizzata da assenza di tono muscolare (quindi, paralisi) e da una frequente associazione con l’esperienza allucinatoria del sogno. Quello che potrebbe essere chiamato un “incerto confine tra sonno e veglia”. Nel sonno, aspetti fondamentali del nostro funzionamento – per ovvie ragioni – si modificano. Questo riguarda, tra gli altri, respirazione, attività cognitiva, stato della muscolatura. Il ritorno alla veglia dovrebbe essere caratterizzato dal rispristino immediato del funzionamento usuale da svegli.

Ci possono essere dei piccoli ritardi in questo ripristino del funzionamento diurno. Tutti, con diversa intensità e frequenza, abbiamo sperimentato il fenomeno dell’inerzia del sonno, cioè il decrementato funzionamento nei primi minuti appena successivi al nostro risveglio. Ma, in questo caso, il solo-parziale ripristino delle funzioni tipiche della veglia determina solo una diminuita efficienza nelle diverse attività fisiche o mentali. Nel caso della paralisi del sonno, la dissociazione è più marcata. Si potrebbe dire che c’è uno stato della coscienza che ci fa sentire svegli, mentre il nostro corpo e la nostra mente manifestano ancora alcune caratteristiche dalla fase Rem del sonno.

A qualcuno forse non farà piacere che un fenomeno inesplicabile come la paralisi del sonno perda l’aura di mistero che lo ha accompagnato per secoli. Continuo a pensare che dovrebbe essere proprio il contrario. Quello che la ricerca scientifica sul sonno ci restituisce è un cervello che, anche durante il sonno, svolge attività diverse, non sempre finalizzate o adattive. In altra occasione, parlando del confine tra sonno e veglia, raccontavo dei sonnambuli e sono ricorso alla metafora dell’orchestra, cercando di spiegare la complessità di “orchestrare” correttamente un cervello e le sue diverse aree nel produrre e mantenere un sonno normale. Nel caso della paralisi del sonno, si tratta di alcuni musicisti che sbagliano tempi ed esecuzione, continuando ancora a suonare quando la sinfonia è terminata. In ogni caso, il fenomeno – anche per chi ne soffre – è molto sporadico e termina in un tempo molto breve. Anche per questo, nella maggior parte dei casi, non è necessario uno specifico approccio, clinico o farmacologico, al problema

Ho cominciato con Moby Dick di Melville e mi piace concludere con “I fratelli Karamazov” di Fëdor Dostoevskij, in cui è stato recentemente rintracciata un’altra efficace descrizione di una paralisi del sonno.

Continuavano a battere. Ivan fece per lanciarsi verso la finestra, ma qualcosa gli bloccò mani e piedi. Compì ogni sforzo per rompere quelle catene, ma invano. I colpi alla finestra si facevano sempre più forti. Alla fine le catene si ruppero e Ivan Fëdoroviè saltò in piedi dal divano. Egli si guardò intorno selvaggiamente. Entrambe le candele si erano quasi consumate, il bicchiere che aveva scagliato contro l’ospite stava davanti a lui sul tavolo e sul divano non c’era nessuno. I colpi alla finestra continuavano insistenti, ma non così rumorosi come gli era sembrato in sogno: al contrario, piuttosto contenuti. «Questo non è un sogno! No, giuro, non è stato un sogno, è tutto accaduto davvero!», gridava Ivan Fëdoroviè, poi si slanciò verso la finestra e aprì lo sportellino in alto.

 


BOSNIA: Il mito dei bogomili

A fine 2016 è venuto a mancare Dubravko Lovrenović, professore di storia dell’università di Sarajevo. Lo ricordiamo con la traduzione di un suo saggio sulla questione dei bogomili

A garantire ai cosiddetti bogomili un posto nella storiografia è stato nella seconda metà del XIX secolo nientemeno che quell’autorità scientifica che era ed è tuttora Franjo Rački. In sostanza, scrive A. Vaillant in “Il bogomilismo della Chiesa bosniaca nell’opera di F. Racki e il romanticismo croato“, si trattava di “una bella eresia nazionale, di cui i croati erano orgogliosi, e che ha gareggiato con l’hussitismo ceco”.

Il focus del mito dei bogomili è l’affermazione che la Bosnia medievale sia stata centro di una dottrina neo-manicheista e dualista, in opposizione agli insegnamenti ufficiali delle chiese cattolica e ortodossa – e che tale dottrina elitaria in Bosnia abbia avuto un sostegno di massa. Negli ultimi cinquant’anni sono apparsi nuovi e più critici studi, che hanno illuminato in maniera nuova la situazione della Chiesa bosniaca medievale. Ho riassunto nelle seguenti conclusioni la loro ricerca, insieme ad alcune osservazioni personali.

Il mito dei bogomili e l’idea di una continuità ininterrotta tra la Bosnia medievale e ottomana, come indicato da SM Jaya, è stato introdotto nella coscienza storica musulmano-bosniaca dallo scrittore e orientalista Safet Basagic-Redžepašić (1870-1934) per la prima volta nel 1892 e poi nel suo compendio storico Brevi istituzioni sulla storia della Bosnia-Erzegovina 1463-1850, (Sarajevo, 1900). Tale narrativa godeva del sostegno, per ragioni politiche, del progetto d’ideologia nazionale del bosnismo (Bošnjaštvo) propugnato dal governatore austro-ungarico della Bosnia-Erzegovina, Benjamin Kallay (1882-1903), contro le aspirazioni serbe e croate in BiH.

Fino alla nascita delle prime accuse di eresia nel tardo XII e XIII secolo, la Bosnia medievale ha avuto alle spalle una lunga tradizione di mezzo millennio di pratica rituale cattolica slavo-glagolitica, che è visibile attraverso i documenti e reperti archeologici. Rispetto all’Ungheria, dove il cattolicesimo diffuso nella sua versione latina, la Bosnia medievale aveva una tradizione cristiana più radicata.

Le prime denunce che hanno messo in relazioni la Bosnia con l’eresia originano dal signore della Duklja Vukan (1198-1216) che, vedendo che stava perdendo la battaglia politica per il potere, cercava così di avvicinarsi a papa Innocenzo Ill e garantirsi la promozione della diocesi di Antibari (Bar) al rango di sede metropolitana. (Non si deve perdere di vista il fatto che nell’epoca della ridefinizione delle relazioni tra le chiese orientali e occidentali in Europa sud-orientale dopo il crollo dell’Impero Bizantino nella quarta crociata nel 1204 il primo re serbo Stefano Prvovenčani nel 1217 era stata incoronato con la corona papale.) Più tardi i governanti ungheresi si impadronirono di questa grammatica ideologica, quando mettendosi servizio di programmi universali del papato del XIII secolo cercarono di latinizzare la diocesi slava bosniaca e così di influenzare le strutture della Chiesa ungherese. E’ indicativo che i governanti ungheresi attivino tale vocabolario dell’eresia solo quando necessario per realizzare obiettivi politici in Bosnia. Al contrario, in epoca di relazioni stabili con i governanti bosniaci, la maggior parte dei quali sono stati coinvolti nel sistema feudale ungherese, di tali accuse non vi è traccia.

La Chiesa bosniaca, che secondo le fonti locali era apparsa per la prima volta nel 1326/29, fino al1459 non è stata numericamente forte, né si è mai concentrata sulla conversione delle masse, a causa della mancanza di reti pastorali territoriali, sulle quali la Chiesa cattolica aveva basato la sua azione nella nazione (non senza ragione Radina e un gruppo di suoi seguaci che nel 1466 avevano chiesto asilo nella loro area ai veneziani vengono chiamati setta). Grazie alle sue regole rigorose e la classificazione spartana dei peccati secondo cui qualsiasi deviazione dalla dottrina è trattata come imperdonabile peccato mortale, già dall’inizio la Chiesa bosniaca esercita una forte attrattività. Questa linea ascetica originale della Chiesa bosniaca ha sin dall’inizio del XV secolo, se non prima, iniziato a scemare e perdersi, con una progressiva laicizzazione e l’adozione di un codice di vita della nobiltà feudale.  D’altra parte, la Chiesa cattolica a partire dalla metà del XIV secolo attraverso i francescani e il clero secolare aveva sviluppato una ramificata attività pastorale che arrivava a comprendere una parte sostanziale della popolazione bosniaca; sui suoi successi pastorali, negli anni prima della caduta dello stato bosniaco nel 1463, ha testimoniato il Patriarca di Costantinopoli Genadije Školaris.

La morale della Chiesa bosniaca non si concentra principalmente sulla negazione dei principi cristologici, quanto piuttosto in una critica della Chiesa universale. La Bosnia medievale non sa come le forti tensioni religiose domestiche siano diminuite in Francia all’inizio del XIII secolo e in Boemia nella prima metà del XV secolo. I conventi francescani e i templi della Chiesa bosniaca, concentrati nella Bosnia centrale, il paese del re, per tutto il tempo hanno coesistito pacificamente e senza contesa gli uni con gl’altri.220px-Hvalov_zbornik1Le fonti storiche che parlano dell’”eresia” della Chiesa bosniaca sono per lo piùscritte in latino, mentre, al contrario, gli storici hanno dimostrato che la Chiesa bosniaca non può essere associata con la tradizione e lo sfondo del movimento mistico e dualistica occidentale della seconda metà del XII e XIII secolo. I manoscritti biblici miniati utilizzati dalla Chiesa bosniaca erano stati scritti nello spirito della dottrina cristiana ufficiale e fedeli agli standard della lingua slava tradizionale di Cirillo e Metodio. L’analisi paleografica-artistica dei testi biblici della Chiesa bosniaca parla della loro relazione con i vecchi modelli glagolitici croato-dalmati, e di una eminente dimensione europea che si riflette nella rappresentazione del governo in stile occidentale europeo dell’arte, prima romanica e poi gotica. Il modernismo occidentale europeo e il “tradizionalismo bosniaco” artistico interagiscono nel modo più credibile nei manoscritti biblici, il Codice di Hval e il Messale di Hrvoje, i libri devozionali per il duca Hrvoje Vukčić Hrvatinić degli inizi del XV secolo. La fruttuosa cooperazione di miniatori domestici e stranieri (dalmato-italiani) ha portato a creazioni artistiche riconoscibili dallo stile gotico europeo occidentale, ma anche dal tipico manoscritto regionale bosniaco. Detto simbolicamente: la Bosnia in questa relazione ha portato cliente (patrono), scrivano e alfabeto domestici (glagolitico e cirillico), mentre l’Europa occidentale ha donato lo stile artistico dei miniatori. Questo modello in realtà illustra il meccanismo su cui poggiava una cultura internazionale dell’Europa medievalecaratterizzata da tendenze artistiche globali e le varietà locali.

Se gli insegnamenti [della Chiesa bosniaca] fossero eretici o no venne determinato dalla Chiesa ufficiale, secondo i suoi dogmi proclamati ma spesso anche secondo gli interessi politici del momento. Quanto il crudele rispetto di tale principio portasse a conseguenze insostenibili lo mostra il caso di S. Metodio, che i prelati tedeschi avevano dichiarato eretico, portandolo al carcere. Anzichè di eresia sarebbe più appropriato, come fa J. Huizinga, parlare di “tipi di pietà”. “Poiché gli antici eretici erano intensamente religiosirispetto ai cristiani moderni”, come ha notato J. Burckhardt.

Come chiesa di stato (J. Sidak), la Chiesa bosniaca riempiva un vuoto nel tessuto sociale dello Stato bosniaco medievale, a seguito della dislocazione della diocesi cattolica di Đakovo alla metà del XIII secolo. Nel vuoto ecclesiale che durò fino alla creazione del Vicariato francescano nel 1339-1340, in Bosnia si sviluppò una specifica confessione cristiana che fonti ben informate di Ragusa (Dubrovnik) definirono la “fede bosniaca”, in opposizione alla “religione romana” dei ragusei stessi. Sulla base di questa partizione tra la religione bosniaca e romana – in cui fanno da sfondo ben laici motivi politici – una buona parte della nobiltà bosniaca sviluppò specifiche sensibilità confessionali che, come nel caso di Hrvoje Vukčić, trovarono espressione concreta nell’aderenza all’una o all’altra organizzazione ecclesiastica.

La parte successiva del mito dei bogomili riguarda l’origine delle pietre tombali medievali dette stećak, che si diffuse nell’ultima decade del XIX secolo. Dopo un secolo di studi su questo fenomeno, la scienza storica ha abbandonato tali visioni e adottato un differente punto di vista. Il tempo storico e la de-mitologizzazione è ciò che porto in questa monografia sulle lapidi.

Dubravko Lovrenović, Bosanska kvadratura kruga. Sarajevo: Dobra knjiga; Zagreb: Synopsis, 2012. (pp. 233-237)


Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.

Umberto Saba