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Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.

Umberto Saba


Istruzioni per entrare nella massoneria

Per non farsi stritolare dai poteri forti la soluzione migliore è entrare a farne parte

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Vi siete stancati di subire le decisioni dei poteri forti? Cambiate tutto ed entrate anche voi nei poteri forti. Se volete partecipare alle macchinazioni che stabiliscono le sorti del mondo (come impoverire Paesi all’improvviso, creare scandali, simulare crisi economiche, intrecciare complotti e affari), allora dovete entrare nella massoneria. Scoprirete forse che non funziona proprio così, ma almeno vi farete un nuovo giro di amici, che non fa mai male.

Come si fa a diventare massone? Non è semplice. Prima di tutto bisogna scegliere la loggia che si preferisce. Esistono Riti diversi (scozzese antico e accettato, di York, di Memphis, etc.), organizzazioni varie, Grandi Orienti. Sceglietene uno a vostro piacimento. In genere è meglio scegliere qualcosa vicino a casa, anche solo per motivi pratici.

A differenza di altre organizzazioni, non ci sono tessere né moduli (ma ci sono quote, anche alte, di iscrizione), anche perché non vengono accettate tutte le persone che vorrebbero entrare. C’è una selezione all’ingresso. Come spiega qui il Gran Maestro del Grande Oriente Italiano, «il percorso che porta all’iniziazione può durare mesi e anni».

Per cominciare, però, pare che basti mandare una mail. Se volete entrare nel Grande Oriente Italiano gli indirizzi li trovate qui. Poi verranno loro a controllare la vostra moralità, verificare se siete interessati davvero (e non dei perditempo), verificare la vostra tenuta morale e spirituale.

Subito dopo, presentare un certificato con i carichi pendenti e il casellario giudiziale. Devono essere puliti. Il nome viene sottoposto al giudizio degli altri membri, che dovranno giudicare sull’ammissione. Una pallina bianca equivale a un sì, una pallina nera equivale al no. Chi vota no poi deve spiegare i motivi del suo rifiuto. Se ci sono più di una pallina nera, la richiesta viene sospesa o addirittura rifiutata. Come vi dicevamo, non è così semplice.

La massoneria, a parte le teorie e i complottismi, avrebbe come scopo “il perfezionamento dell’uomo”. Gli incontri sarebbero finalizzati a discutere delle tematiche più importanti per l’umanità, da un punto di vista particolare.

Quando arriverà il momento dell’iniziazione, ci saranno rituali diversi: di sicuro ci sarà un breve periodo di isolamento, nel quale si riflette sul passo che sta per compiersi. Poi, arriverà il momento della proclamazione.

Lasciamo qui, per descriverlo, spazio a un grande autore come Lev Tolstoj, che racconta l’iniziazione di Pierre Bezuchov inGuerra e Pace:
Poco dopo avanzò nella stanza buia, non più il retore di prima, ma il suo mallevadore Willarski, che Pierre riconobbe dalla voce. A nuove domande circa la fermezza del suo proposito Pierre rispose: «Sì, sì, sono d’accordo.» E con un sorriso raggiante infantile, con il grasso petto scoperto, procedendo a passi timidi e ineguali con un piede scalzo e l’altro calzato, si avvicinò alla spada di Willarski puntata contro il suo petto nudo. Dalla stanza lo condussero lungo certi corridoi, facendogli fare varie giravolte avanti e indietro, e infine lo accompagnarono alla porta della loggia. Willarski tossicchiò e gli venne risposto con i colpi massonici di martello. La porta si aprì davanti a loro. Una voce di basso (gli occhi di Pierre erano sempre bendati) gli fece varie domande: chi fosse, dove e quando fosse nato eccetera. Poi loguidarono in qualche altro posto senza levargli la benda dagli occhi e, mentre Pierre camminava, gli parlarono sotto forma allegorica delle fatiche del suo viaggio, della santa amicizia, dell’Eterno Architetto dell’universo, del coraggio col quale avrebbe dovuto sopportare fatiche e pericoli. Durante questa peregrinazione Pierre notò che a volte lo chiamavano il cercatore, a volte il sofferente, a volte il postulante, e nel far questo battevano in modo diverso con i martelli e con le spade. Mentre lo guidavano verso un punto ignoto, si accorse che fra le sue guide si era prodotto un certo turbamento, una certa confusione. Sentì che sottovoce si accendeva tra loro una discussione, e che uno di essi insisteva affinché egli venisse fatto passare su un tappeto. Dopo di che gli presero la mano destra, la posarono su qualcosa e gli ordinarono di appoggiare con la sinistra un compasso sul capezzolo sinistro; infine Pierre dovette pronunciare il giuramento di fedeltà alle leggi dell’ordine, ripetendo le parole che qualcuno leggeva. Poi le candele vennero spente, fu acceso dell’alcool – come Pierre poté indovinare dall’odore – e i massoni dissero che avrebbe visto la piccola luce. Tolsero la benda a Pierre, e questi, come in sogno, alla debole luce della fiamma dell’alcool vide alcuni uomini che, in piedi davanti a lui, indossavano grembiuli simili a quelli del retore e tenevano delle spade puntate contro il suo petto. Fra loro ce n’era uno con la camicia bianca insanguinata. Pierre, a quella vista, si protese in avanti col petto verso le spade, affinché queste lo ferissero. Ma le spade si scostarono da lui e quasi subito la benda gli venne rimessa sugli occhi. «Adesso hai visto la piccola luce,» disse una voce. Poi le candele furono di nuovo accese e i massoni dissero che ora Pierre doveva vedere la luce piena; cosicché ancora la benda gli venne levata, mentre all’improvviso più di dieci voci esclamavano: sic transit gloria mundi.

A poco a poco Pierre tornava in sé. Cominciò ad osservare la stanza nella quale si trovava e le persone che gli stavano davanti. Intorno a una lunga tavola, ricoperta da qualcosa di nero, sedevano una dozzina di persone, tutte abbigliate come quelle che aveva visto poco prima. Pierre ne riconobbe alcune appartenenti alla buona società di Pietroburgo. Al posto presidenziale era seduto un giovane a lui sconosciuto, con una strana croce sul petto. Alla sua destra sedeva l’abate italiano che Pierre aveva incontrato due anni prima in casa di Anna Pavlovna. C’erano anche un altissimo dignitario e un precettore svizzero che un tempo era stato dai Kuragin. Tutti tacevano in modo solenne, ascoltando le parole del presidente che reggeva nelle mani il martello. Nel muro era incastrata una stella fiammeggiante; da una parte della tavola si vedeva un piccolo arazzo con varie figure; dall’altra, una specie di altare con un Vangelo e un teschio. Intorno alla tavola, poi, c’erano sette grandi candelabri simili a quelli delle chiese. Due fratelli condussero Pierre fino all’altare, gli disposero i piedi ad angolo retto e gli ordinarono di coricarsi, dicendo che egli doveva prosternarsi alle soglie del tempio. 

«Prima deve ricevere la cazzuola,» sussurrò uno dei fratelli. «Ah, basta, per piacere,» disse un altro. Senza obbedire, Pierre si guardò attorno, smarrito, con i suoi occhi da miope. A un tratto lo colse un dubbio: 

«Dove sono? Che cosa faccio? Mi stanno forse prendendo in giro?» Ma questo dubbio durò solo un istante. Egli si volse a guardare i volti austeri delle persone che lo circondavano, si ricordò di tutto ciò per cui era passato fino a quel momento, e comprese che non poteva fermarsi a metà strada. Spaventato dal suo stesso dubbio, cercò di risuscitare in sé il sentimento di commozione che aveva provato prima, e si prosternò alle porte del tempio. In effetti quel sentimento di commozione lo assalì con intensità più forte di prima. Quando ormai era a giacere da qualche tempo, gli fu ordinato di alzarsi e gli fecero indossare un grembiule bianco eguale a quello che portavano gli altri; poi gli posero nelle mani una cazzuola e tre paia di guanti, e a questo punto il grande maestro gli rivolse la parola. Gli disse che doveva sforzarsi di non macchiare in alcun modo il biancore di quel grembiule, simbolo della forza e dell’innocenza; poi, a proposito di quell’inspiegabile cazzuola, disse che egli doveva servirsene per purificare il proprio cuore dai vizi e per lisciare con indulgenza il cuore del suo prossimo. Indi, dei primi guanti, di foggia maschile, disse che Pierre ancora non poteva conoscerne il significato, ma doveva tuttavia conservarli; degli altri, pure maschili, dichiarò che avrebbe dovuto indossarli alle adunanze; infine, a proposito dei terzi guanti, femminili, disse:

«Amato fratello, anche questi guanti femminili sono a voi destinati. Consegnateli alla donna che stimerete più di ogni altra. Con questo dono convincerete della purezza del vostro cuore colei che eleggerete a degna compagna nell’ordine dei liberi muratori.» Dopo una breve pausa il gran maestro aggiunse: «Ma procura, amato fratello, che codesti guanti non adornino mani impure.»

Mentre il gran maestro pronunciava queste ultime parole, parve a Pierre che il presidente si turbasse. Pierre si turbò ancor più, si fece rosso fino al limite delle lacrime, come arrossiscono i bambini, e cominciò a guardarsi attorno con aria inquieta.

Ci fu un silenzio imbarazzato, rotto alla fine da uno dei fratelli che, conducendo Pierre presso l’arazzo, cominciò a leggere da un quaderno la spiegazione delle figure che vi apparivano: il sole, la luna, il martello, l’archipendolo, la cazzuola, una pietra grezza, un’altra squadrata a cubo, una colonna, tre finestre eccetera. Poi assegnarono a Pierre il suo posto, gli mostrarono i segni della loggia, gli rivelarono la parola d’ordine per poter entrare, e finalmente gli concessero di sedersi. Il gran maestro prese a leggere lo statuto. Questo statuto era molto lungo e Pierre, per i diversi sentimenti di gioia, di emozione e di vergogna, non era in grado di capire ciò che veniva letto. Pose mente soltanto alle ultime parole dello statuto, che gli restarono impresse nella memoria.

«Nei nostri templi non conosciamo altri ranghi,» leggeva il gran maestro, «se non quelli dati dalla virtù e dal vizio. Guardati dall’operare qualsiasi differenza che possa violare l’eguaglianza. Vola in aiuto del fratello, chiunque egli sia; ammaestra chi sbaglia; risolleva chi cade e non nutrire mai ira o inimicizia contro il fratello. Sii affabile e ospitale. Desta in tutti i cuori il fuoco della virtù. Condividi la felicità del prossimo tuo e mai l’invidia offuschi questa pura gioia. Perdona il tuo nemico, non vendicarti di lui se non, forse, facendogli del bene. Adempiendo in tal modo alla legge 

suprema, tu ritroverai le tracce della grandezza antica da te perduta,» concluse. Poi si alzò in piedi, abbracciò Pierre e lo baciò.

 

Pierre si guardava attorno con gli occhi colmi di lacrime di gioia e non sapeva con quali parole rispondere alle congratulazioni e alle proteste di antica conoscenza di chi lo circondava. Egli non ammetteva nessuna vecchia conoscenza; in tutte quelle persone ravvisava soltanto dei fratelli coi quali ardeva dall’impazienza di mettersi all’opera.

 

Il gran maestro batté un colpo di martello; tutti sedettero ai loro posti, e uno lesse un sermone sulla necessità di essere umili.

 


LA RIVOLUZIONE ARANCIONE DI JOHAN CRUYFF

di Gianni Mura

Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

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Crujiff o Cruijff? Cruyff, è scritto in copertina dell’autobiografia del campione, scritta con Jaap de Groot e pubblicata da Bompiani: “La mia rivoluzione”. Esce a circa sei mesi dalla morte, per cancro ai polmoni. E poco importa come si scrive il cognome: tutti sanno chi era. La copertina è color arancia, un colore che prima di lui, e di quelli della sua generazione, non era nel gotha del calcio. Ed è un grande risultato, lo pensava anche lui, che quella Nazionale olandese sia ricordata a tanta distanza dagli anni ‘70, quando arrivò due volte in finale del mondiale e due volte la perse. Contro Germania e Argentina (ma nel ‘78 Cruyff non c’era), le padrone di casa, ma per chiunque allora non fosse tedesco o argentino i veri vincitori, per come giocavano, erano gli arancioni.

Per chi non avesse mai visto Cruyff in azione, valga il sintetico ritratto tracciato da Alfredo Di Stefano: “Non è un attaccante, ma fa tanti gol. Non è un difensore, ma non perde mai un contrasto. Non è un regista, ma gioca ogni pallone nell’interesse del compagno”. Il Pelé bianco, lo definì Gianni Brera, che pure non amava molto il calcio totale. “E’una squadra-cicala” diceva dell’Olanda. Preferiva le squadre-formica, e infatti puntò sui tedeschi per la vittoria in finale.

Ma di Cruyff c’era poco da criticare: sapeva essere cicala e formica, centravanti e terzino, una strano esemplare di individualista votato al collettivo: nell’Ajax, poi nel Barcellona, oltre che in maglia arancione. Era il più bravo di tutti ma aveva bisogno degli altri, perché nel calcio non si vince mai da soli. Ma era anche il ragazzo-prodigio, il direttore d’orchestra, quello che dava i tempi al padre del tiki-taka. Perché, ha sempre ammesso Pep Guardiola, quel modo di giocare, dai ragazzini della cantera fino alla prima squadra, l’ha pensato, voluto e imposto il Cruyff allenatore.

Uno molto sicuro di sé, a volte anche troppo. Come quando buscò un pesantissimo 0-4 dall’incompleto Milan di Capello. A questa partita sono dedicate nove righe in 234 pagine. Voglia di dimenticare, di guardare sempre in avanti, la stessa voglia che lo porta a trascurare od occuparsi di sfuggita anche dei successi (i tre Palloni d’oro, ad esempio). Il libro è bello per almeno due terzi,  quando Cruyff racconta le sue famiglie, quella dignitosamente povera di Betondorf e quella formata sposando Danny Coster, figlia di Cor, uno dei maggiori commercianti di diamanti  in Olanda.

Il padre di Cruyff aveva un negozietto di frutta e verdura e un occhio di vetro. Sfidava i clienti a chi resistesse di più guardando il sole, si copriva con una mano l’occhio buono e intascava la scommessa. Era tifosissimo dellAjax e amico del custode del campo. Il padre muore quando Johan ha 12 anni, la madre sposa il custode del campo e quello che Johan chiamava zio Henk diventa il suo secondo padre. Inidoneo al servizio militare (piedi piatti) a 21 anni sposa Danny, e Cor gli da procuratore, segue i suoi affari. Nel ‘68 si presenta ai dirigenti dell’Ajax per la firma del contratto affiancato dal suocero, la cui presenza non è gradita dai dirigenti. Pronta replica di Cruyff: “Voi siete in sei, perché io dovrei essere da solo?”.

Qundo Johan decide di fare a meno dei consigli di Coster non gli va bene: riesce a rimetterci sei milioni di dollari in un allevamento di maiali, ma non spiega come. Per rimpinguare la cassa andrà ai Los Angeles Aztecs. Per lui,dice, il denaro è secondario. “Ovviamente i soldi contano , sebbene non abbia mai visto un sacco di soldi segnare un gol. Può sembrare contraddittorio, ma io sono un idealista. Sono cresciuto nell’Ajax e, nonostante abbia lasciato il club tre volte in malo modo, ho sempre provato gioia per ogni sua vittoria. E’ un sentimento che ti entra nel sangue, difficile da definire ma bellissimo”. Il club in malo modo lo lasciò la prima volta perché voleva la fascia da capitano, ma anche Keizer la voleva.

Fu chiamato a votare l’intero spogliatoio, vinse Keizer e Cruyff partì per Barcellona. Di sfuggita, il Olanda pagava il 70% di tasse, meno della metà in Spagna. In Catalogna, anzi. Perché tra i meriti di Cruyff non c’è solo la manita (5-0) al Bernabeu, quand’era arrivato da poco, ma anche la convinta adesione all’indipendentismo catalano. Chiamò suo figlio Jordi, non Jorge. Allenò la nazionale catalana. Ma soprattutto, e questo vale per gli innamorati del pallone al di là delle bandiere, interpretò un calcio basato sulla velocità, sulla tecnica, sull’interscambiabilità. Un calcio quasi sacrilego per gli italiani, abituati alla specializzazione in un ruolo, e solo quello.

Un calcio quasi provocatorio per gli italiani abituati al ritiro pre e post partita, a volte entrambe le cose, tranne che con Scopigno (“A Cagliari si è in ritiro tutta la settimana”). Loro, in ritiro con mogli e fidanzate. Loro, a vederli fuori campo, capelli lunghi, basette come ussari, potevano sembrare un’allegra compagnia di squinternati appena usciti da un coffee shop. Vogliamo metterci anche un portiere con l’8 sulla schiena che giocava in posizione quasi da libero? Erano gli anni dei figli dei fiori, e quel calcio sembrava nato in una comune. Al potere non andava l’immaginazione ma un altro modo di giocare a calcio. Su tecnica e interscambiabilità Cruyff è d’accordo. Sulla velocità meno. “Non era un calcio dispendioso. Certo c’era da correre, ma era più importante correre bene che correre tanto”. Da qui, spiegazione di un gioco basato su una serie di triangoli. Da qui il tiki taka.

In quella squadra, ricorda Cruyff, c’era la fascia destra, tutta gente seria: Suurbier, Neeskens, Swart. Da loro ti potevi aspettare un lavoro ben fatto. Sulla sinistra c’erano Krol, Muhren e Keizer, chiamati dai compagni “Tuttifrutti”. Da loro ti potevi aspettare qualunque cosa. L’abilità innata di Cruyff stava nell’inserirsi di qua o di là, adattandosi alle caratteristiche, o anche al centro. Molti gol li ha realizzati in posizione da centravanti, pur non essendolo, pure avendo al Barça il 9 sulla schiena, ma solo perché il regolamento non permetteva il 14 . Pur di non rinunciare a quel numero, Cruyff infilava una 9 sopra una 14.

Nel libro, enormi meriti sono riconosciuti a Michels, assai meno a Kovacs. Il primo, parere di Cruyff, aveva fatto crescere l’Ajax dicendo: “Adesso voi fate come dico io”. Con il secondo (“Esprimetevi liberamente”) il vino prese ad andare in aceto, cominciarono le piccole gelosie, i mugugni di spogliatoio, insomma lo spegnersi del gruppo, l’inizio della fine. Meno interessante, ma     era giusto trattarne, la parte che riguarda l’incompatibilità e le rotture del dirigente Cruyff con altri dirigenti. Con un fil rouge nel racconto: la ragione era sempre di Cruyff. Parola di Crujiff e di Cruijff.



La finta guerra civile di Israele

 

Israele è sull’orlo di una guerra civile, come fa capire un numero crescente di commentatori e con la sua popolazione ebrea profondamente spaccata in due sul futuro dell’occupazione?

Di Jonathan Cook 14 settembre 2016

downloadDa una parte c’è un nuovo movimento pacifista, Decision at 50, zeppo di ex leader politici e della sicurezza. Ehud Barack, un ex primo ministro che sembra alla ricerca di un ritorno sulla scena politica, potrebbe tuttavia emergere come figura di rappresentanza.

Il gruppo ha richiesto che il governo indica un referendum l’anno prossimo – nel  cinquantenario dell’occupazione di Israele, iniziata nel 1967 – per decidere se è ora di lasciare i territori. Il sondaggio del gruppo mostra una stretta minoranza pronta a riconoscere uno stato palestinese.

Dall’altra parte c’è Benjamin Netanyahu, al potere da sette anni con il governo più di destra nella storia di Israele. Venerdì ha postato un video sui media sociali che critica coloro che vogliono porre fine all’occupazione.

Osservando che uno stato palestinese richiederebbe di rimuovere centinaia di migliaia di coloni ebrei che attualmente vivono – illegalmente – sulla terra palestinese, Netanyahu ha concluso: “C’è un’espressione [per definire] questo. Si chiama pulizia etnica.”

Questo paragone non soltanto sovvertiva la legge internazionale, ma Netanyahu ha fatto infuriare l’amministrazione Obama, dato che implica che, cercando di congelare la crescita dell’insediamento, gli Stati Uniti hanno appoggiato tale pulizia etnica. Una portavoce ha definito i commenti “inappropriati e inutili” – nel lessico di Washington vuol dire disonesti e provocatori.

Il primo ministro israeliano non è però l’unico a ingannare chi lo ascolta.

Qualunque cosa implichino i suoi proponenti, il referendum del movimento Decision at 50, non riguarda né la pace né i migliori interessi dei palestinesi. La sua ipotesi è che ancora una volta gli israeliani dovrebbero determinare unilateralmente il destino dei palestinesi.

Anche se si deve ancora decidere la formulazione esatta, i sostenitori del referendum sembrano interessati soltanto allo status della Cisgiordania.

A Israele c’è l’opinione diffusa che Gaza sia stata libera dall’occupazione fin da quando i coloni erano stati rimossi nel 2005, malgrado il fatto che Israele circonda ancora la maggior parte della striscia costiera con soldati,  pattuglia lo spazio aereo con i droni e nega l’accesso al mare.

Lo stesso consenso israeliano intransigente, sbagliato, ha dichiarato invece Gerusalemme est, la prevista capitale di uno stato palestinese, come parte, della “capitale eterna” di Israele.

Il problema, però, è ancora più profondo. Quando la nuova campagna cita orgogliosamente nuove cifre che mostrano che il 58% appoggia “due stati per due nazioni”, sorvola su che cosa che la maggior parte degli israeliani pensi che questo

essere uno stato comporti per i palestinesi.

Un indagine fatta in giugno ha trovato che i 72% non crede che i palestinesi vivano in regime di occupazione, mentre il 62% l’anno scorso ha risposto ai sondaggisti che pensano che i palestinesi non abbiano diritto a una nazione.

Quando gli israeliani parlano a  favore di uno stato palestinese, è principalmente per impedire un rischio molto più grande – uno stato condiviso con il “nemico”. Il sondaggio del movimento Decision at 50 dimostra che l’87% degli ebrei israeliani teme una conclusione binazionale del conflitto. Ami Ayalon, un ex capo del servizio di intelligence Shin Bet e uno dei capi di Decision at 50, lo ripeteva, avvertendo di un “disastro imminente”.

E quindi come dovrebbe sembrare uno stato palestinese, secondo gli israeliani? Precedenti indagini sono state chiare. Non includerebbe Gerusalemme o non controllerebbe i suoi confini. Sarebbe suddiviso territorialmente per conservare i “blocchi di insediamenti” che sarebbero annessi a Israele. E sicuramente sarebbe “demilitarizzato”, senza un esercito o l’aviazione militare.

In altre parole, i palestinesi non avrebbero la sovranità. Uno stato del genere esiste soltanto nell’immaginazione degli israeliani. Uno stato palestinese a queste condizioni sarebbe semplicemente un’estensione del modello di Gaza alla Cisgiordania.

Cionondimeno, l’idea di una guerra civile sta guadagnando terreno. Tamir Pardo, il capo del Mossad, l’Istituto per l’intelligence e servizi speciali, di recente scomparso, il mese scorso avvertiva che Israele era sull’orlo di distruggersi a causa delle “divisioni interne”.

Valutava questo un pericolo molto più grosso di qualsiasi altra minaccia esistenziale ipotizzata da Netanyahu, come per esempio la presunta bomba nucleare dell’Iran.

La verità, però, è che c’è pochissimo dal punto di vista ideologico che separa la maggior parte degli ebrei israeliani. Tutti, tranne una minuscola minoranza, desiderano vedere i palestinesi continuare nel loro stato di popolo soggiogato. Per la grande maggioranza, uno stato palestinese non significa nulla di più che uno stile diverso dell’occupazione che rinchiude i palestinesi in un recinto in condizioni leggermente più umane.

Dopo molti anni al potere, la destra sta crescendo nella fiducia in se stessa. Vede che non è stato pagato alcun  prezzo, in patria o all’estero, per avere usato senza fine la forza contro i palestinesi.

I moderati israeliani hanno dovuto affrontare la realtà dolorosa che il loro paese non è proprio l’avamposto illuminato in Medio Oriente che si erano immaginati. Potrebbero innalzare le loro voci per protestare adesso, ma se i sondaggi sono giusti, la maggior parte alla fine si sottometterà alla realizzazione  della destra della sua visione di un più grande Israele.

Chi non può sopportare questo esito, dovrà smettere di equivocare e dovrà scegliere da che parte stare. Possono andarsene, come molti stanno facendo, oppure restare e combattere, non per un falso referendum che non risolve nulla, ma per chiedere dignità e libertà per il popolo palestinese.

Jonathan Cook ha vinto il Premio Speciale  Martha Gellhorn per il Giornalismo.  I suoi libri più recenti sono: “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” [ Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per rifare il Medio Oriente] (Pluto Press) e Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” [La Palestina che scompare: gli esperimenti di Israele di disperazione umana] (Zed Books).  Il suo nuovo sito web è: www.jonathan-cook.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/israels-bogus-civil-war

Originale: non indicato

Traduzione di Maria Chiara Starace

 


Avremo più vecchi, molti più vecchi. E i giovani saranno quasi tutti di origine straniera

ITALIA FUTURA: VECCHI E IMMIGRATI

di Alessandro Agostinelli9 settembre 2016 pubblicato su alleo.it

L’Italia del futuro prossimo è destinata a essere un po’ diversa da quella di oggi. Avremo più vecchi, molti più vecchi. E i giovani saranno quasi tutti di origine straniera, perché gli italiani “storici” non fanno più figli, alla faccia del “fertility day” della ministra Lorenzin e pure di chi l’ha criticato.

Ugo Melchionda (presidente del Centro Studi Idos) e Claudio Paravati (direttore della rivista Confronti) hanno presentato anche quest’anno il Dossier Statistico Immigrazione 2016 che propone i dati più importanti sul fenomeno migratorio in Italia, cercando di superare i luoghi comuni troppo spesso diffusi su questo tema. Questi dati, ripresi da archivi ufficiali, sono stati elaborati e commentati dal team del Centro Studi Idos, in collaborazione con la redazione della rivista Confrontie con la rete dei redattori regionali del Dossier e di oltre un centinaio di autori. Anche quest’anno è stato fondamentale il supporto economico del Fondo Otto per Mille della Chiesa Valdese.

La tesi di fondo della nuova edizione, avvalorata dai dati, evidenzia che l’immigrazione non è una questione ormai superata, né una “invasione”, come alcuni paventano, ma un fenomeno sociale importante di cui occorre tenere conto proprio a partire dai dati statistici demografici.

Alla fine del 2015 la popolazione straniera in Italia è rimasta pressoché invariata rispetto all’anno precedente: 5.026.153 residenti, con un aumento di appena 12mila unità. Si tratta, però, di una immobilità solo apparente. Nelle anagrafi comunali sono stati registrati 250mila cittadini stranieri in arrivo dall’estero (lo stesso numero dell’anno precedente), un livello equiparabile ai grandi flussi degli emigrati che lasciavano l’Italia negli anni ’60. Inoltre, nel 2015 sono stati 72mila i nuovi nati da genitori entrambi stranieri (circa un settimo di tutte le nascite registrate nel paese).

Se è mancato un corrispondente aumento dei residenti stranieri registrati nelle anagrafi, ciò dipende dal fatto che nello stesso periodo ben 178mila stranieri sono diventati cittadini italiani, portando il numero complessivo degli italiani di origine straniera a circa 1 milione e 150mila. È inoltre presumibile che anche nel 2015, considerato il non brillante andamento occupazionale, siano stati molti i nuovi disoccupati non comunitari a cui non è stato rinnovato il permesso di soggiorno, con il conseguente obbligo di lasciare il paese.

Nel periodo 2011-2065, secondo lo scenario più probabile ipotizzato nelle proiezioni demografiche curate dall’Istat, la dinamica naturale in Italia sarà negativa per 11,5 milioni (28,5 milioni di nascite e 40 milioni di decessi) e quella migratoria con l’estero sarà positiva per 12 milioni (17,9 milioni di ingressi e 5,9 milioni di uscite). Per la prima volta nel 2015, infatti, la popolazione complessiva residente nel paese è in calo di 150mila unità (gli italiani erano in calo già negli anni precedenti) e questa tendenza peggiorerà, trovando un parziale temperamento nei flussi dall’estero e nelle nascite che ne conseguono. L’Istat ha ipotizzato, a partire dal 2011, un livello iniziale di migrazioni nette con l’estero superiore alle 300mila unità annue (livello superiore agli ingressi attuali), per discendere sotto le 250mila unità annue dopo il 2020, pervenendo ad un livello di 175mila unità annue nel 2065. Quindi, si sta verificando quanto per l’Italia è stato ritenuto funzionale da un punto di vista demografico.

Purtroppo, favorisce un atteggiamento di chiusura la considerazione che, rispetto al passato, i flussi attuali, per lo più composti da profughi, non sono programmati. In realtà, una programmazione efficace è mancata anche nel passato, come attestano le sette regolarizzazioni varate (1986, 1990, 1995, 1998, 2002, 2009, 2012) e le misure adottate dai Decreti flussi annuali, per molti versi equiparabili ad altrettante regolarizzazioni di fatto. Guerre, contrapposizioni politiche interne, disastri finanziari, cause naturali, persecuzioni di varia natura: sono tante le cause delle migrazioni. Venirne a capo è difficile e, anche se si può e si deve fare meglio a livello internazionale e nazionale, a poco servono le schermaglie politiche. Preso atto che, da una parte gli arrivi dei profughi sono andati fortemente incrementandosi e che, dall’altra, dal 2012 non sono state più varate le quote di ingresso per lavoro per non comunitari, è tempo di iniziare a considerare anche i nuovi venuti come persone da inserire nel mondo del lavoro, facendosi carico del bilancio delle loro competenze e di adeguate strategie formative e occupazionali.

Al 30 agosto 2016 si è trattato di 107.089 persone giunte via mare in Italia a partire dal primo gennaio dello stesso anno, a cui si aggiungono i 153.842 sbarcati nel 2015 e i 170.100 nel 2014, per un totale di 431.031 persone approdate negli ultimi 30 mesi. Dei nuovi arrivati, a fine agosto 2016, solo 145.900 risultano ospiti del sistema nazionale di accoglienza (e di essi 111.061 presso i centri straordinari delle diverse regioni e solo gli altri presso lo Sprar).

C’è un’altra obiezione, spesso ricorrente: il costo dell’accoglienza. Roberto Garofoli, capo Gabinetto del Ministro dell’Economia, presentando all’Accademia dei Lincei il “Libro dell’anno del Diritto 2016”, ha precisato che per i nuovi arrivati nel 2015 sono stati spesi 3,3 miliardi di euro, il doppio degli anni precedenti. Una cifra considerevole, probabilmente non destinata a diminuire. A tale riguardo è stato ipotizzato in ambito sociale che, oltre al coinvolgimento dei centri specializzati, in particolare quelli che fanno parte dello Sprar, l’accoglienza, per assumere un carattere ordinario, possa ricorrere anche al coinvolgimento strutturale delle famiglie, dando un seguito effettivo alle ipotesi sperimentali finora condotte. In questo modo una parte delle spese sostenute andrebbe direttamente a favore delle famiglie stesse (opportunamente selezionate e preparate), ma soprattutto ne deriverebbero per i nuovi arrivati benefici a livello di vitto e di alloggio, di pratica dell’italiano e di conoscenza del contesto, oltre che, per entrambe le parti coinvolte, occasioni preziose di convivenza e conoscenza.

Del resto, molte Regioni e Comuni hanno già sperimentato forme di inserimento dei rifugiati e dei richiedenti asilo in attività sociali a favore della comunità ospitante (con modalità e ipotesi, a volte controverse, che vanno dal volontariato al servizio civile): una prospettiva che, se accompagnata da un’adeguata formazione civica, professionale e linguistica, con l’opportuno coinvolgimento del terzo settore e delle organizzazioni religiose, potrebbe avviare un’integrazione efficace, replicabile in vari contesti territoriali.

Fonte: http://www.alleo.it/2016/09/09/italia-futura-vecchi-e-immigrati/