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LA RIVOLUZIONE ARANCIONE DI JOHAN CRUYFF

di Gianni Mura

Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

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Crujiff o Cruijff? Cruyff, è scritto in copertina dell’autobiografia del campione, scritta con Jaap de Groot e pubblicata da Bompiani: “La mia rivoluzione”. Esce a circa sei mesi dalla morte, per cancro ai polmoni. E poco importa come si scrive il cognome: tutti sanno chi era. La copertina è color arancia, un colore che prima di lui, e di quelli della sua generazione, non era nel gotha del calcio. Ed è un grande risultato, lo pensava anche lui, che quella Nazionale olandese sia ricordata a tanta distanza dagli anni ‘70, quando arrivò due volte in finale del mondiale e due volte la perse. Contro Germania e Argentina (ma nel ‘78 Cruyff non c’era), le padrone di casa, ma per chiunque allora non fosse tedesco o argentino i veri vincitori, per come giocavano, erano gli arancioni.

Per chi non avesse mai visto Cruyff in azione, valga il sintetico ritratto tracciato da Alfredo Di Stefano: “Non è un attaccante, ma fa tanti gol. Non è un difensore, ma non perde mai un contrasto. Non è un regista, ma gioca ogni pallone nell’interesse del compagno”. Il Pelé bianco, lo definì Gianni Brera, che pure non amava molto il calcio totale. “E’una squadra-cicala” diceva dell’Olanda. Preferiva le squadre-formica, e infatti puntò sui tedeschi per la vittoria in finale.

Ma di Cruyff c’era poco da criticare: sapeva essere cicala e formica, centravanti e terzino, una strano esemplare di individualista votato al collettivo: nell’Ajax, poi nel Barcellona, oltre che in maglia arancione. Era il più bravo di tutti ma aveva bisogno degli altri, perché nel calcio non si vince mai da soli. Ma era anche il ragazzo-prodigio, il direttore d’orchestra, quello che dava i tempi al padre del tiki-taka. Perché, ha sempre ammesso Pep Guardiola, quel modo di giocare, dai ragazzini della cantera fino alla prima squadra, l’ha pensato, voluto e imposto il Cruyff allenatore.

Uno molto sicuro di sé, a volte anche troppo. Come quando buscò un pesantissimo 0-4 dall’incompleto Milan di Capello. A questa partita sono dedicate nove righe in 234 pagine. Voglia di dimenticare, di guardare sempre in avanti, la stessa voglia che lo porta a trascurare od occuparsi di sfuggita anche dei successi (i tre Palloni d’oro, ad esempio). Il libro è bello per almeno due terzi,  quando Cruyff racconta le sue famiglie, quella dignitosamente povera di Betondorf e quella formata sposando Danny Coster, figlia di Cor, uno dei maggiori commercianti di diamanti  in Olanda.

Il padre di Cruyff aveva un negozietto di frutta e verdura e un occhio di vetro. Sfidava i clienti a chi resistesse di più guardando il sole, si copriva con una mano l’occhio buono e intascava la scommessa. Era tifosissimo dellAjax e amico del custode del campo. Il padre muore quando Johan ha 12 anni, la madre sposa il custode del campo e quello che Johan chiamava zio Henk diventa il suo secondo padre. Inidoneo al servizio militare (piedi piatti) a 21 anni sposa Danny, e Cor gli da procuratore, segue i suoi affari. Nel ‘68 si presenta ai dirigenti dell’Ajax per la firma del contratto affiancato dal suocero, la cui presenza non è gradita dai dirigenti. Pronta replica di Cruyff: “Voi siete in sei, perché io dovrei essere da solo?”.

Qundo Johan decide di fare a meno dei consigli di Coster non gli va bene: riesce a rimetterci sei milioni di dollari in un allevamento di maiali, ma non spiega come. Per rimpinguare la cassa andrà ai Los Angeles Aztecs. Per lui,dice, il denaro è secondario. “Ovviamente i soldi contano , sebbene non abbia mai visto un sacco di soldi segnare un gol. Può sembrare contraddittorio, ma io sono un idealista. Sono cresciuto nell’Ajax e, nonostante abbia lasciato il club tre volte in malo modo, ho sempre provato gioia per ogni sua vittoria. E’ un sentimento che ti entra nel sangue, difficile da definire ma bellissimo”. Il club in malo modo lo lasciò la prima volta perché voleva la fascia da capitano, ma anche Keizer la voleva.

Fu chiamato a votare l’intero spogliatoio, vinse Keizer e Cruyff partì per Barcellona. Di sfuggita, il Olanda pagava il 70% di tasse, meno della metà in Spagna. In Catalogna, anzi. Perché tra i meriti di Cruyff non c’è solo la manita (5-0) al Bernabeu, quand’era arrivato da poco, ma anche la convinta adesione all’indipendentismo catalano. Chiamò suo figlio Jordi, non Jorge. Allenò la nazionale catalana. Ma soprattutto, e questo vale per gli innamorati del pallone al di là delle bandiere, interpretò un calcio basato sulla velocità, sulla tecnica, sull’interscambiabilità. Un calcio quasi sacrilego per gli italiani, abituati alla specializzazione in un ruolo, e solo quello.

Un calcio quasi provocatorio per gli italiani abituati al ritiro pre e post partita, a volte entrambe le cose, tranne che con Scopigno (“A Cagliari si è in ritiro tutta la settimana”). Loro, in ritiro con mogli e fidanzate. Loro, a vederli fuori campo, capelli lunghi, basette come ussari, potevano sembrare un’allegra compagnia di squinternati appena usciti da un coffee shop. Vogliamo metterci anche un portiere con l’8 sulla schiena che giocava in posizione quasi da libero? Erano gli anni dei figli dei fiori, e quel calcio sembrava nato in una comune. Al potere non andava l’immaginazione ma un altro modo di giocare a calcio. Su tecnica e interscambiabilità Cruyff è d’accordo. Sulla velocità meno. “Non era un calcio dispendioso. Certo c’era da correre, ma era più importante correre bene che correre tanto”. Da qui, spiegazione di un gioco basato su una serie di triangoli. Da qui il tiki taka.

In quella squadra, ricorda Cruyff, c’era la fascia destra, tutta gente seria: Suurbier, Neeskens, Swart. Da loro ti potevi aspettare un lavoro ben fatto. Sulla sinistra c’erano Krol, Muhren e Keizer, chiamati dai compagni “Tuttifrutti”. Da loro ti potevi aspettare qualunque cosa. L’abilità innata di Cruyff stava nell’inserirsi di qua o di là, adattandosi alle caratteristiche, o anche al centro. Molti gol li ha realizzati in posizione da centravanti, pur non essendolo, pure avendo al Barça il 9 sulla schiena, ma solo perché il regolamento non permetteva il 14 . Pur di non rinunciare a quel numero, Cruyff infilava una 9 sopra una 14.

Nel libro, enormi meriti sono riconosciuti a Michels, assai meno a Kovacs. Il primo, parere di Cruyff, aveva fatto crescere l’Ajax dicendo: “Adesso voi fate come dico io”. Con il secondo (“Esprimetevi liberamente”) il vino prese ad andare in aceto, cominciarono le piccole gelosie, i mugugni di spogliatoio, insomma lo spegnersi del gruppo, l’inizio della fine. Meno interessante, ma     era giusto trattarne, la parte che riguarda l’incompatibilità e le rotture del dirigente Cruyff con altri dirigenti. Con un fil rouge nel racconto: la ragione era sempre di Cruyff. Parola di Crujiff e di Cruijff.


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l’epica dello sport

A proposito di “Un dio ti guarda”Dio, Patroclo e Zoff

Sandro Veronesi insegue l’epica dello sport e la raggiunge attraverso il ritratto di campioni (acclamati, mancati o dimenticati) che sovrappongono la vita all’agonismo

Recensione pubblicata su SuccedeOggi che ringraziamo

A che cosa somiglia un libro che raccoglie articoli di giornali sullo sport pubblicati nel corso degli anni? Ad un album di ricordi, ad un calendario capriccioso, ad una antologia personale, oppure è il semplice tentativo di salvare dall’oblio emozioni che fecero battere il cuore, sgranare gli occhi e mettere mano alla penna? Il libro di Sandro Veronesi Un dio ti guarda(La nave di Teseo, 201 pagine, 17 Euro) è tutto questo, perché in queste pagine vive una passione capace di trasformare l’emozione in inchiostro e lo sport in epica.

Ora noi sappiamo che l’epica viene da lontano, è linguaggio antico ma vivo, corale e prorompente ancora oggi. Si intreccia con la guerra ma nel suo lato festoso da vigore allo sport, fissando nel tempo quello che era frammento, bagliore, luccichio di muscoli. Chi non ricorda i passi dell’Iliade dove in onore di Patroclo si scontrano due pugili al cesto e uno dei due fa volare i denti all’altro? Immagine questa che ritorna nello scontro fra Ali e Foreman, come sottolinea Veronesi quando Alì colpisce Foreman: «Una rapidissima combinazione lo centra in pieno volto, generando una delle fotografie più leggendarie della boxe, quella del suo volto stupito circondato dagli spruzzi del sudore schizzato a raggiera per il contraccolpo». E Achille che trascina il corpo di Ettore sotto le mura di Troia, non ricorda i giri di campo delle squadre vittoriose con la coppa in mano, il rovinare per terra dei giocatori, come ad invocare la forza dalla madre terra, gli urli dagli spalti dei nemici, ecc. ecc.? Frammenti, scene, piccoli racconti, storie di vita, riflessioni (bellissime quelle sulle seconde file della Juventus e sul numero 12) di questo è fatto il libro, cercando nell’economia dello spazio messo a disposizione dal giornale di ricreare quella magia che solo un gesto eroico sa dare.

roberto-baggioSe dovessi paragonare lo sport ad un mese dell’anno, lo paragonerei al mese di Aprile, quando l’inverno è passato, la primavera è matura e davanti si vede l’estate radiosa, ma lo scrittore di sport è invece simile ad ottobre, il mese della vendemmia quando egli raccoglie l’uva e la trasforma in vino, per farlo maturare nel lungo inverno della lettura. Trasformare l’uva in vino è compito di chi lavora con le parole e deve trovare nella cronaca sportiva domenicale quella cosa che trasformi il fatto in storia e se il fermento delle parole è stato fatto ad arte, capace di trasformare la storia in epica. Ed “epici” sono molti ritratti che Sandro Veronesi inanella nel suo libro: quello di Isabel Letham, l’australiana che per prima si alzò in piedi su una rozza tavola da surf nel 1914; del portiere Zoff; dell’allenatore di calcio Lippi; dell’attaccante Baggio, del ciclista Cipollini; del navigatore solitario Tabarly; del tennista Federer; dello sciatore Tomba; del paracadutista Patrick de Gayardon, colui che ispirò l’invenzione della tuta alare, che trasforma l’uomo in un kamikaze che solo all’ultimo secondo fa lo sberleffo alla morte aprendo il paracadute.

sandro-veronesi-un-dio-ti-guardaQuesti ritratti sono epici, ossia destinati a fissarsi nella mente del lettore, ma viene da chiedersi a quale lettore si rivolge Veronesi. Ecco, io credo che con queste pagine egli continui il suo rapporto con gli amici di Prato con i quali ha condiviso l’adolescenza, perché le cose che egli mette in evidenza in ogni pezzo sono quelle che piacciono ai giovani sognatori. Insomma, in questa scrittura soffia un vento di strada che raccoglie i gerghi popolari e fa risuonare la prosa di un vocio simile a quello che si sente quando un gruppo di amici si siede ad un “bar sport” qualunque e commentano, giornale alla mano, le notizie di sport. Un vento di strada che raccoglie espressioni del tipo «Tabarly non si legava mai alla barca, era come quelle pornostar che non usano il profilattico». Oppure: «Le parole se le porta il vento e le biciclette i livornesi». Ma anche: «La Gazzetta d’agosto era una voragine rosa piena di nulla». Senza dimenticare: «Mentre Rivera e Domenghini cincischiano, anche per ricordare chi sono, dove sono…», ecc. ecc. Ed è proprio questo vento fresco e polveroso che soffia nel linguaggio a dare il tono alla prosa, risultando così divertente e sbrigativo.

Poiché non posso commentare tutto il libro, voglio sottolineare tre cose. La prima si riferisce a Cassius Clay, la seconda al portiere Zoff ed al golden gol e la terza al marciume dello sport.

muhammad-ali-torcia-atlantaAbbiamo detto epica e l’epica nasce con le parole e si prolunga nelle parole parlate della radio, chi non ricorda i versi di otto sillabe che Ferretti pronunciò alla radio nel giugno 1949: «Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco celeste, il suo nome è Fausto Coppi»? Ma oggi l’epica è anche immagine grazie prima alla fotografia e poi alla televisione. Dei disastri e delle meraviglie che la televisione ha fatto allo sport non possiamo parlare, ma di alcune immagini le sono grato: della fotografia delle Olimpiadi di Città del Messico del ‘68, quando i due velocisti neri Tommie Smith e John Carlos alzano il pugno con un guanto nero; della partita Italia-Germania a Città del Messico del 1970, di cui si parla varie volte nel libro; della splendida immagine di Cassius Clay, già divorato dal Parkinson (malattia venuta a causa dei cazzotti di Foreman di cui si parla nel libro di Sandro Veronesi) che accende la fiaccola olimpica ad Atlanta nel 1996. In quella immagine gioventù, onore, gloria e fragilità umana si mischiano e rendono immortale quell’uomo malato. Chi ha detto che la malattia uccide lo sport? Come è evidente nelle paraolimpiadi che si tengono a Rio in questi giorni. Per essi è valido davvero il motto di De Coubertin, l’importante è partecipare, perché già esserci è una grande vittoria. Per questo non ho capito ill rifiuto di Pelè nell’accendere la fiamma olimpica: la vecchiaia o il tremore delle mani avrebbe fatto diminuire le vendite degli articoli da lui griffati?

Zoff è un monumento, inutile dirlo. Sobrietà, disciplina, pudore, talento si mischiano insieme ed il ritratto che ne fa Veronesi mette in luce tutti questi aspetti, dando al libro lo stesso titolo che campeggia sul pezzo scritto per il portiere. Ma non so perché, quando parlo di Zoff mi vengono in mente i coltelli lanciati dietro la schiena, gesto presente anche nel brano di Veronesi. Infatti, la famigerata regola del golden gol era una vera e propria pugnalata alla schiena. Quella che subimmo contro la Francia agli europei del 2000 fu simile, (Dio mi perdoni per il paragone!) all’uccisione di John Lennon da parte dello squilibrato David Chapman nel dicembre del 1980. «La via è quello che ti succede mentre stai facendo altri progetti», aveva scritto Lennon nella sua biografia. Ed era proprio quello che gli successe. Lui usciva da un albergo per i fatti suoi ed uno squilibrato l’ammazza. Questo fu il golden gol della partita Italia-Francia del 2000. L’Italia giocava bene, poi il tradimento del gol, ma più tradimento ancora fu il commento di Berlusconi il giorno dopo. Seconda pugnalata alla schiena. Il presidente del Consiglio che redarguisce l’allenatore della Nazionale. Zoff si dimise ma come sottolinea Veronesi le dimissioni furono frettolosamente accolte.

tonya-hardingPer quanto riguarda il marciume nello sport, in queste pagine non se ne parla molto, ma c’è un episodio significativo che sottolinea il fenomeno: quello dellapornopattinatrice Tonya Harding che nel 1994 fa rompere il ginocchio con un manganello alla sua rivale Nancy Kerrigan, per vietarle il sogno delle olimpiadi. È questa una cronaca allucinante di uno scontro fra due atlete che sognano la gloria, la popolarità, il danaro. Sulla qualità umana delle atlete ma anche delle varie giurie meglio stendere un velo pietoso, a ricordare che se anche nelle paraolimpiadi che si tengono a Rio sono stati esclusi atleti a causa del doping, allora in questi casi l’epica diventa cronaca nera, e la partecipazione alle olimpiadi un comitato d’affari.

Nei casi di marciume nello sport non possiamo dire che l’eroe sportivo è l’uomo che mette splendore nelle sue azioni, e pertanto viene guardato da un dio, ma l’eroe corrotto è uno che mette marciume nelle sue azioni e fa girare il volto di Dio da un’altra parte.

fonte: http://www.succedeoggi.it/2016/09/dio-patroclo-e-zoff/


Manchester, viaggio al centro della football economy

La città inglese dove Marx ed Engels studiarono la classe operaia oggi è il tempio del capitalismo calcistico. E quest’anno il gioco tra le due squadre rivali si fa duro: va in scena la sfida tra Mourinho e Guardiola

Manchester, viaggio al centro della football economy

dal nostro inviato Riccardo Staglianò per il Venerdì di Repubblica che ringraziamo

MANCHESTER. In fila per entrare nel «teatro dei sogni», come lo chiamano da queste parti, ci saranno cinquanta ragazzi cinesi. L’Old Trafford, leggendario stadio dello United, è la Cappella Sistina di Manchester, solo con un biglietto più caro (21 euro contro 16). I quattro ragazzi vietnamiti che fanno il tour con me hanno anche abboccato all’offerta dell’istantanea sullo sfondo fotografico degli spalti pieni (10 sterline) e il pachistano che supplica la guida di immortalarlo a ogni tappa del giro, soprattutto nello spogliatoio accanto alla maglietta del nuovo acquisto Ibrahimovic, non vede l’ora che la visita sfoci nel megastore dove comprarne una tutta per sé, alla modica cifra di 75 pound. Sì, è volgare mettere l’etichetta del prezzo su un immaginario. Però è anche difficile ignorare questa inesorabile macchina da soldi. Perché sono questi che hanno trasformato la rivale, il brutto anatroccolo del City, nel secondo cigno calcistico della città. Senza i petrodollari degli emirati, Pep Guardiola non sarebbe venuto qui a rinnovare la sfida con José Mourinho e la città non sarebbe divenuta la capitale del calcio mondiale. «È stato come quando Peter Parker viene morsicato dal ragno radioattivo e diventa Spider-Man» dice David Winner, autore di Those Feet: An Intimate History of English Football, «d’improvviso il City ha sviluppato superpoteri. Era già successo con il Chelsea sotto Abramovich. E al Paris Saint-Germain con gli investimenti qatarioti».

Eravamo venuti a cercare le presunte due anime della città, quella rossa e blu delle magliette del derby che da locale è diventato planetario, abbiamo dovuto ripiegare sul potere trasformativo del denaro. D’altronde è qui che Friedrich Engels scrisse le prime cronache sulla condizione operaia a partire dalle quali Karl Marx sviluppò il concetto di plusvalore, motore del capitalismo. E quelle filigrane esagonali che si intravedono sulle magliette dello United stilizzano un alveare, le api operose che dalla prima rivoluzione industriale sono il simbolo proletario della città oggi epicentro della massima plutocrazia sportiva.

Una volta, forse, esistevano due città da tratteggiare lungo i confini delle tifoserie. «La zona dell’Old Trafford era vicina ai docks, con i loro operai irlandesi cattolici» spiega Colin Shindler, storico a Cambridge e autore di La mia vita rovinata dal Manchester United, «e nel dopoguerra al mitico Matt Busby piaceva scritturare giocatori scozzesi (e cattolici), ma è un’influenza che si è persa col tempo». Quanto alla topografia, l’ultimo tentativo di delinearla secondo questo schema risale a uno studio del 2001. «Veniva fuori una prevalenza di tifosi dello United a nord e a ovest e di quelli del City a sud e ad est» ricorda Adam Brown, il ricercatore capo dell’agenzia Substance, «però è cambiato tutto e non me la sentirei di confermarla. Non pensate a demarcazioni nette, magari oggi un po’ superate, come quella tra Lazio e Roma. La nostra è una città operaia e laburista e le tifoserie ne sono figlie».

Proprio per quell’imprinting una parte ha reagito male al radicale efficientamento del giocattolo. Così, in polemica con l’ingresso degli americani Glaser nel capitale dello United, nel 2006 un gruppo di dissidenti ha dato vita al F.C. United, che rifiuta le sponsorizzazioni ed è gestito dai tifosi. «Dieci anni dopo siamo ancora semi-pro, nella National League, però cresciamo e siamo un esempio per altre realtà» riassume Brown, tra i fondatori.

Succede che, in quei giorni, lo F.C. United giochi un’amichevole con il Trafford, due divisioni sotto. È come entrare nella macchina del tempo. Un campetto a sud della città, ingresso 5 sterline, nonni e nipoti pacificamente insieme. Un tipo vende i biglietti di una lotteria artigianale per cui vince chi pesca il minuto esatto del primo gol. Si chiama Alan Law ed è stato preside della scuola speciale per i calciatori minorenni («Ricordo Pogba, un allievo molto rispettoso»). Un settantenne con berretto di lana che non sfigura nella schizofrenica e grigia estate mancuniana sfida un altro volontario a elencare i grandi che hanno militato sia nello United che nel City. Una concordia discorsstupefacente che continua durante la partita, inevitabilmente vinta (2 a 1) dal F.C. United. Mi sembra di ricordare che, in evi preistorici, già a bordo campo delle partite dei «pulcini» italiani circolasse molto più testosterone.

Al primo tempo il mio ospite Andy Mitten, direttore della fanzine United We Stand e uno dei più ricercati esegeti dello United, mi presenta la sua famiglia. Il padre, ultrasessantenne in tuta, ha giocato tra i non professionisti così come il fratello di Andy, che stasera è qui per tifare Trafford, e i due fratellastri, un ventenne e un decenne, avuti dalla seconda e terza moglie («In famiglia solo calcio. E ragazze» sentenzia il patriarca). Mi offrono sandwich al formaggio e uno scotch egg, via di mezzo tra un supplì e una polpetta di carne con il ripieno di uovo sodo. «Un cardiologo non lo consiglierebbe, ma è cibo daworking class che ci assomiglia» chiosa un altro volontario. Pensate alla festa dell’Unità di una volta e aggiungete 22 persone e un pallone.

Ma torniamo subito nel XXI secolo. Alla disfida epocale tra Pep e José che ha già fatto spostare un certo numero di giornalisti locali dalla cronaca generalista a quella sportiva. Il toto-case darebbe per assai probabile Mourinho nel Cheshire, il sobborgo verde e residenziale dove abitano tanti calciatori, e il Daily Star ha pubblicato le foto di una villetta da 5 milioni di sterline a Frodsham. I Guardiola, invece, vivranno a Salford, quartiere originariamente di fede United, ma gentrificato dopo che la Bbc ci ha stabilito il secondo quartier generale. Quanto ai locali frequentati, la sera prima della mia visita lo Special One era a cena al San Carlo, istituzione culinaria italiana in pieno centro («Non rivelo il menu neppure sotto tortura» taglia corto il caposala). Il coach catalano del City, cercando di versare acqua sull’incendio mediatico della loro rivalità, ha fatto sapere che se una sera lo incrociasse offrirebbe lui. Fatto sta che al San Carlo, già feudo gastronomico di Sir Alex Ferguson, il vero inventore del moderno United, ancora non si è visto.

Il che ci riporta dall’epica della tenzone alla prosa della partita doppia. Stando a uno studio della Sheffield Hallam University e di Cambridge Econometrics di tre anni fa l’area metropolitana di Manchester, grazie al calcio e al suo indotto, godrebbe dell’equivalente economico di un’Olimpiade senza dover investire altrettanto in infrastrutture. Solo nel 2011, quando nella Premier League c’era anche il Bolton, il valore aggiunto per la regione fu di 330 milioni di sterline. Mentre la notorietà globale cittadina per meriti calcistici equivarrebbe a un investimento pubblicitario da 100 milioni all’anno. Per tacere dei posti di lavoro, con gli 800 dipendenti dello United contro i 500 del City. Che diventano 8.500, compresi i part time, nell’indotto. Oltre ai 50 milioni di sponsorizzazione pagati da Chevrolet per apparire sulle divise rosse o i 350 stanziati in dieci anni da Etihad per fare lo stesso sulle blu e battezzarne lo stadio.

Resta da capire, riattizzando un dibattito stantio, se i soldi fanno o no la felicità. «I nostri tifosi non hanno avuto niente da ridire sullo sceicco Mansour, che con intelligenza non è voluto intervenire sulle scelte tattiche» mi spiega Rob Pollard, specialista di City per il Manchester Evening News, «il danno collaterale di quei flussi finanziari è che i biglietti sono ora assai più cari e molti tifosi non se li possono permettere». Nella tradizionale ripartizione, i blu erano i tifosi più legati al territorio. I rossi venivano liquidati con questa gag: «Quanti fan dello United servono per cambiare una lampadina? Due. Uno per cambiarla, l’altro per guidare dalla Cornovaglia». Oggi, invece, la città sarebbe divisa a metà. «Quella che di sicuro è cambiata è l’attitudine» aggiunge Pollard: «In quasi trent’anni di sconfitte avevamo coniato due espressioni autoumilianti, City-ite e tipicamente City. La prima alludeva alla malattia, come un’artrite o altra infiammazione, di tifare blu. La seconda sinonimo di colossali occasioni sprecate.

Gli under 25 odierni, invece, che hanno conosciuto il successo, tendono a essere più sfrontati». Se la storia è di qualche insegnamento, sbagliano. La palla, ricorda Gary James, docente alla locale università oltre che autore di una ponderosa storia del calcio britannico, è tonda. Dice: «Nel 1904 il campionato lo vinse il City e nel 1934 i suoi tifosi erano circa otto volte più numerosi di quelli dello United. Dopo il ‘45, con l’Old Trafford distrutto, gli appassionati andavano a vedere una settimana il City e una lo United. Ma quando Busby lasciò il City per allenare lo United la squadra decollò». Corsi e ricorsi. In onore del vecchio Engels, il cui fantasma continua ad aggirarsi per la città, vado alla Working Class Movement Library, un deposito di scritti operaisti ammassati negli anni da una coppia di bibliofili comunisti. Neppure Hellen, la pensionata che mi accompagna per le sale, si astiene dalla lotta: «Mourinho? Ma quanto è arrogante…». Il suo cuore sanguina, ma resta United. Un altro vecchio compagno confessa lo scisma: «Non ci sono più rossi e blu, c’è solo il colore dei soldi. Per questo tifo United, dove i calciatori giocano perché gli piace e ce lo fanno sentire».

Ci deve pur essere una terza via tra i loro ingaggi medi da 600 sterline al mese e le 250 mila alla settimana di Wayne Rooney, ma nessuno, in questa repubblica fondata sul calcio, l’ha ancora trovata.


I segreti di Pep Guardiola, genio e regolatezza

Articolo apparso originariamente su Il Venerdì di Repubblica che ringraziamo.

Sobrio, riservato: è l’anti-Mourinho anche nello stile. Venera ancora il maestro Carletto Mazzone. Ha rivoluzionato il calcio, ma dice: «Non ho inventato niente»

di Angelo Carotenuto

160309961-28a12128-0d05-4fe5-aa21-176b2a484361Lui è il capodoglio bianco, l’inseguito, quello che si sottrae. Lui cerca l’equilibrio, sfugge la schiuma, gelido, mai trabocca. Il Buono della storia è questo uomo senza più capelli. Gli ultimi li ha persi per lo stress di una navigazione col vento in faccia, il vento che gli gettava addosso quello lì. Chiamatemi Pep: ogni verità è un abisso. Guardiola è uomo di spazi e di linee, panorami e prospettive. È uomo di confini da spostare e mappe da riscrivere. Il silenzio attorno gli è indispensabile. La bava e la spuma che l’altro agita, sono effervescenze da cui scappare. Tutto è curato dentro il suo mondo, tutto è placido e pacato. Anche la barba incolta ha una sua armonia. Il look racconta la vocazione alla misura. I maglioncini dal collo a V di colore rosso o grigio. La mano che si accarezza il mento. Una bottiglietta d’acqua sempre con sé, in panchina o nel fine partita, perché sorseggiare aiuta a prendere tempo.

Se solo potesse, Guardiola lavorerebbe sempre con un contratto annuale, meglio ancora di sei mesi, per permettersi l’illusione di sentirsi ogni giorno più vicino all’addio, libero di andarsene, portare le vele altrove, come fece quattro anni fa spiazzando i suoi e gli altri, gli amici e il Villain, voltando le spalle alla battaglia, trasferendo moglie e figli a New York e creando l’anno sabbatico degli allenatori. La grandezza di Guardiola consiste nell’essere diventato un rivoluzionario senza aver inventato nulla. Non ha ideato il centravanti di movimento, che esisteva nell’Ungheria anni ’50. Non ha architettato la fitta rete di passaggi palla a terra che era già patrimonio dell’Olanda anni ’70. Ma nessuno prima di lui aveva imposto l’uno e l’altro pensiero al mondo, battezzandoli nella sua lingua, il falso nueve e il tiki taka come modello globale, anzi come religione. «Le idee appartengono al mondo. Io ho rubato quello che potevo. E tutti possono rubare da me». No, non è un inventore: Guardiola è un persuasore. Per questo è più insidioso. Mourinho ti chiede di gettarti con lui nel fuoco, Guardiola prova a convincerti che il fuoco che vedi non esiste: «Non provate a cambiare i calciatori, la chiave è sapergli schiacciare il bottone».

Guardiola li schiaccia con aria da seduttore. Ha imparato a districarsi fra l’ego delle stelle con cui lavora. Ma a Barcellona ha speso energie per cercare l’equilibrio esatto tra le concessioni da accordare a Messi e le scelte per il collettivo. Conquistò la venerazione di Leo dandogli il permesso di giocare le Olimpiadi del 2008. Del suo fenomeno diceva: «I calciatori giocano, Leo dipinge. Mi ha dato più di quanto io abbia dato a lui. Se afferra la palla in mezzo a quattro, si gira e la mette all’incrocio, ditemi che merito posso avere». Eppure di Leo perse il rispetto quando evitò di affrontarlo dopo un rientro in ritardo dalle ferie di Natale. Racconta il biografo di entrambi, il catalano Guillem Balague, che così è nato l’inizio della fine. Oggi si salutano più per gratitudine reciproca che per affetto. Quasi peggio che con Eto’o e con Ibrahimovic. Essere il contrario di un despota può rovinarti. Ma anziché cambiare, Pep pensa sia meglio fuggire. Perciò in cuor suo si rimprovera d’essere sceso una volta a rotolarsi nel fango con Mourinho, quando arrivò a chiamarlo el puto jefe, il capo fottuto della sala stampa, al culmine del loro scontro frontale nella primavera del 2011: Barcellona e Real contro per quattro volte in diciotto giorni, vicenda ora raccontata con cura, retroscena e sentimento dal giornalista italiano Paolo Condò in un libro in uscita: I duellanti(Baldini&Castoldi).

Guardiola è un laboratorio che cammina. Il suo universo di riferimento è fatto di figure che sul calcio speculano. Come Marcelo Bielsa: «Il più bravo di tutti». Ma senza snobismo. Parla cinque lingue, imparate alla scuola cattolica di La Salle Manresa, però non toccategli Carletto Mazzone, uomo di viscere come pochi, suo maestro quando giocava a Brescia. In lui riconosceva i semi da cui è nato. Guardiola è figlio di un muratore e di una casalinga di Santpedor, un’ora di macchina da Barcellona, una di quelle famiglie che in tasca non ti lasciano denaro, ma dignità e principi. Il regista David Trueba, suo amico, ripete spesso che nelle costose scarpe italiane di Pep, batte sempre un cuore con le espadrillas. Attori, scrittori, poeti: Guardiola ne è circondato. Lo cercano, e lui cerca loro. Il calcio è stato un pretesto per frequentare Lluís Llach e Miguel Martí i Pol, cantautore e poeta, bandiere dell’anti-franchismo e della diffusione della lingua catalana in reazione alla dittatura. «Gioco per la Spagna solo perché queste sono le regole» disse una volta. La politica è il solo terreno su cui l’uomo mite accetta di farsi estremo. A Manchester, come in una canzone di Battisti, dovrà evitare tutti i posti che conosce e che frequenta anche lui. Oppure cercare la propria linea d’ombra, attraversarla e accettare finalmente l’idea di essere il più perfido tra i candidi.

(12 agosto 2016)

fonte: http://www.repubblica.it/venerdi/articoli/2016/08/11/news/i_segreti_di_pep_guardiola_genio_e_regolatezza-145805887/


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Totenkopfflagge und Che Guevara im St. Pauli-Fanblock
FC St. Pauli – SV Werder Bremen, Fussball DFB-Pokal Viertelfinale am 25.01.06, saison0506

«Ho semplicemente preso una bandiera, l’ho legata ad un manico di scopa e sono andato allo stadio. La mia bandiera aveva un teschio dei pirati con una benda, in segno di libertà e di resistenza all’autorità.»

Per una certa sinistra ortodossa il football ha rappresentato l’espressione più bassa del proletariato, una ciotola di cibo dozzinale da dare in pasto agli strati più bassi della società.
La cultura punk, dal canto proprio, non godeva di migliore opinione.

Germania, Amburgo, il quartiere portuale di St. Pauli, partigiano meticcio anticonformista “indecoroso”…pirata: una secolare storia di ribellione e sfida al sistema.
Il Jolly Roger – il teschio bendato – sventola sulle case occupate dell’Hafenstrasse e nello stadio del Millerntor. A saldare gli spalti e gli spazi della metropoli.