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«Il tesserino non serve a niente, il vero giornalismo si fa con coraggio e onestà»

Una chiacchierata con Claudio Fava, giornalista, politico, vice presidente della Commissione d’inchiesta sulla mafia e autore del libro Comprati e venduti (Add Editore), un viaggio nella storia torbida del giornalismo siciliano, tra editori senza scrupoli e piccoli grandi giornalisti abbandonati

di Andrea Coccia per linkiesta.it che ringraziamo

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AFP PHOTO / GIULIO NAPOLITANO

23 Settembre 2016 – 11:40

È un giornalismo difficile, pericoloso, che troppo spesso è costato la vita di chi lo ha portato avanti e che, anche ora che la Mafia ha smesso di uccidere, richiede troppo spesso a chi lo fa un prezzo altissimo: la solitudine, l’isolamento, la marginalità. Il viaggio in cui Fava accompagna il lettore, tra editori collusi senza scrupoli e giornalisti tanto impegnati quanto emarginati, non è né semplice né piacevole. Si parla di un giornalismo che è quasi sparito, seppellito dalle convenienze e dalla pavidità di alcuni, ma anche dalla cappa della cosiddetta Oggettività che qualcuno ha infilato a forza addosso a un mestiere che, al contrario, neutrale non è per niente.

Perché il giornalismo non può essere considerato neutrale?
Perché il giornalismo è un mestiere in cui ti devi schierare rispetto alla verità. Devi fare una scelta di campo, devi farlo con onestà intellettuale e devi saperlo che non sei mai al di sopra dei fatti che racconti».

Che significa?
«Che è sempre espressione di un tempo, di un luogo, di una società. Nessun giornalista si può considerare alla stregua di un notaio o di un passacarte. Le cose che scrivi passano per forza attraverso la tua esperienza, la tua vita. Purtroppo a volte l’errore di considerarlo un lavoro da amanuensi è stato fatto. È stato considerato un lavoro come tanti altri, rischiando di rimanere astratto, distante, privo di empatia e, in fondo, senza capire che spesso il nostro lavoro e i nostri racconti hanno una importanza sociale straordinaria. Certo, parlo soprattutto di luoghi e tempi in cui il giornalismo è stato di frontiera, ma vale per ogni campo.

Chi ha interesse a che sia considerato neutrale?
Chi ha paura della buona informazione, chi ha bisogno di avere intorno a sé un giornalismo impigrito, distratto, benedicente e benevolente. E quindi anche privo di autorevolezza. E non vuol dire per forza che ci debbano essere peccati da nascondere o segreti da tacere. Solo che ci sono dei contesti sociali, politici o civili in cui l’assenza di buona informazione è una garanzia di impunità a tutti i livelli. Per cui si lavora con meno controlli, con più spregiudicatezza. Ci sono campi in cui, in Italia, si costruiscono carriere senza doversi mostrare agli occhi dell’opinione pubblica. Per questo un giornalismo impigrito certamente fa comodo.

Quanto è pigro il giornalismo di oggi rispetto a quello di trent’anni fa?
Certamente di più. Un po’ perché da parte dei giornalisti ho l’impressione che si sia perso il piacere dell’indagine, della scoperta e del racconto, anche perché l’informazione in tempo reale prodotta attraverso i nuovi media ha almeno in parte tolto ai lettori il vecchio gusto di un’informazione che non si fermava alla superficie delle cose, alla prima domanda, ma che voleva andare oltre. In parte anche perché in passato l’informazione si è nutrita di eventi emotivi che oggi mancano.

Dal suo libro emerge un mestiere diviso profondamente in due: da una parte i giornalisti inquadrati nelle redazioni, dall’altra i precari…
Sì, è così. Non è soltanto un problema di regole dell’Ordine o di regole d’ingaggio del mestiere, è anche un problema dei giornalisti. È innegabile infatti che quella parte di giornalisti che stanno dentro un sistema di riconoscimenti e di formalità si sentono di far parte di una casta. E lo dico venendo da questo mondo. In tanti considerano tutto ciò che sta fuori frutto di improvvisazione, precarietà e, per così dire, periferia della professione. Ma è proprio lì, nelle periferie dell’Italia e della professione stessa, che sta venendo il miglior giornalismo. Il miglior giornalismo oggi lo produce chi non ha un contratto sicuro in tasca, chi non ha quindici mensilità garantite. Lo produce gente che mette a rischio la propria faccia, la propria pelle, ma anche il proprio lavoro. Perché lavorare in stato di precarietà assoluta vuol dire non avere difese, vuol dire avere molte più difficoltà ad andare avanti. Ma spesso sono proprio questi giornalisti ad aver tirato fuori le storie più dure e dolorose.

Perché quasi tutte le vittime delle mafie di cui parla nel suo libro fanno parte di questa categoria?
Perché sono più deboli e più soli. Ma per essere un buon giornalista, per fare bene questo mestiere non occorrono tesserini rossi, né esami dell’ordine. Puoi essere un pessimo giornalista ed avere il tesserino da professionista e puoi essere uno straordinario narratore e cronista e non essere nemmeno iscritto all’albo.

Come Impastato e Rostagno?
Sì, ragazzi che sono stati uccisi perché facevano giornalismo di altissimo impatto, qualità e valore civile. Questo atteggiamento della mafia è anche un po’ il segno della maturità dei nostri nemici, laggiù in Sicilia.

In che senso?
Nel senso che Cosa Nostra non si è mai posta il problema del fatto che chi scriveva fosse o meno iscritto all’ordine. Il problema è sempre stato se davano fastidio o meno. Per un assurdo e grottesco paradosso, quindi, ci sono giornalisti il cui valore è stato riconosciuto solo dopo il loro assassinio, come se il patentino glielo avesse dato la mafia uccidendoli.

Un giornalismo precario può essere libero?
Un giornalismo precario è un giornalismo a rischio, sia professionale che personale. Da un canto il bisogno di fatturare e di scrivere per guadagnare portano ad abbassare la qualità, a scrivere di più, peggio, e a non poter rischiare di pestare i piedi dei potenti. Dall’altra, il fatto di essere fondamentalmente da soli, espone certamente a pericoli più grossi. Se il prezzo di un giornalismo realmente libero è il fatto che sia un giornalismo senza padroni, ma anche senza soldi, allora forse è un prezzo troppo alto da pagare. Poi, chiariamo, esistono anche grandi storie di giornalismo che non sono corsare e precarie, ma sono sempre di meno. È per questo che in commissione antimafia ci stiamo battendo da anni per rendere più tutelata la figura del freelance.

In parlamento c’è la volontà effettiva di cambiare lo stato della professione?
Direi che in parlamento c’è una buona sensibilità, ma non posso dire che ci sia una straordinaria volontà a cambiare la situazione.

Perché?
Perché, in fondo, alla politica fa comodo una stampa di questo tipo. Perché consente di non sentire il suo fiato sul collo troppo spesso.

L’ultimo giornalista ucciso dalla mafia che lei cita nel libro è Beppe Alfano, morto l’8 gennaio del 1993. Non ce ne sono stati altri nel frattempo? Significa che la mafia ha cambiato strategia o che il giornalismo non le dà più alcun fastidio?
Il giornalismo c’è. Ce ne sono tanti di giornalisti che, anche contro le difficoltà di cui abbiamo parlato prima, continuano a fare egregiamente il lavoro di quelli che non ci sono più. È la mafia che ha cambiato strategia. Ha capito che il prezzo che ha pagato per aver ucciso magistrati, politici e giornalisti è stato troppo alto in confronto ai benefici. Ora cerca vie diverse, che non è detto che siano meno dolorose degli omicidi

Perché ci ricordiamo di coloro che combattono la mafia quando quando sono morti e li lasciamo soli da vivi?
È più semplice parlare dei morti. Perché parlare di vivi significa anche esporsi e parlare di se stessi. I morti fanno meno male. I martiri fanno più comodo degli eroi.

http://www.linkiesta.it/it/article/2016/09/23/il-tesserino-non-serve-a-niente-il-vero-giornalismo-si-fa-con-coraggio/31861/


Turchia, l’appello degli intellettuali contro la caccia alla streghe

Alla lettera aperta di protesta contro “la vendetta del governo” dopo il tentato golpe e per la liberazione di Ahmet Altan hanno aderito tra gli altri Roberto Saviano, Orhan Pamuk, Elif Shafak, Tim Parks, Elena Ferrante, Alberto Manguel e John Berger

Noi sottoscritti facciamo appello ai democratici di tutto il mondo e a tutti coloro che hanno a cuore il futuro della Turchia e della regione sulla quale esercita un ruolo di primo piano, perché protestino contro la vendetta che il governo sta portando avanti contro i suoi più brillanti pensatori e scrittori qualora non condividano il suo punto di vista.   L’antefatto di questa lettera è il tentativo di colpo di stato avvento il 15 luglio 2015, che fortunatamente non è riuscito ed è statorapidamente represso. Se lo stesso popolo turconon avesse resistito a quest’assalto alle istituzioni,ne sarebbero seguiti anni di miseria.   In seguito a questo colpo di stato, è comprensibile che ilgoverno abbia imposto uno stato temporaneo diemergenza. Tuttavia, il fallito colpo di stato non dovrebbe essere il pretesto per una caccia alle streghe nello stile di McCarthy, né lo stato di emergenza dovrebbe essere applicato con scarsoriguardo per i diritti fondamentali, per le norme in materia di prove, o persino per il senso comune.   Noi, come scrittori, universitari e difensori della libertà di espressione siamo particolarmenteturbati nel vedere colleghi che conosciamo e rispettiamo essere imprigionati in base alle misure di emergenza. Giornalisti come Sahin Alpay, Nazli Ilicak o la scrittrice Asli Erdogan sono stati aperti difensori della democrazia, oppositori del militarismo e della tirannia in qualunque sua forma.   Siamo particolarmente costernati nell’apprendere che il prominente romanziereAhmet Altan, e suo fratello Mehmet Altan, scrittoree insigne professore di economia, sono stati arrestati in un raid avvenuto all’alba del 10 settembre 2016. Entrambi sono accusati di avere in qualche modo lanciato messaggi subliminali per chiamare a raccolta i sostenitori del colpo di stato, nel corso di uno show televisivo trasmesso il 14 luglio, la sera prima del tentato colpo stesso.   Ahmet Altan è uno degli scrittori più importanti della Turchia; i suoi romanzi sono stati pubblicati in traduzione e vendono milioni di copie. Per cinque anni è stato, inoltre, caporedattore del quotidiano liberale Taraf. Il giornale ha sempre sostenuto il diritto di sapere dei lettori. Ahmet Altan è stato piùvolte processato durante la sua carriera – nel 1990 per aver cercato di far sì che i lettori turchi entrassero in empatia con i curdi del paese; più recentemente, per aver tentato di spingere il primo ministro a scusarsi pubblicamente per il massacro
di Roboski del 2011 in cui sono stati bombardati 34 villaggi. Il 2 settembre si è presentato in tribunale, imputato di aver rivelato segreti di stato, sulla base di un atto d’accusa che era in gran parte un copia e incolla di casi completamente diversi.   Mehmet Altan è professore presso l’Università di Istanbul, editorialista e autore di numerosi libri in cui ha sostenuto la necessità di ricostruire l’identità della Turchia non sulla razza o sulla religione, ma sul rispetto dei diritti umani. Come suo fratello e altri ora in carcere non è colpevole di aver sostenuto il colpo di stato, ma di aver portato avanti una critica molto efficace al governo attuale, i cui progressi iniziali nell’ampiamento della democrazia si sono ormai inceppati e stanno retrocedendo.   Chiediamo al governo turco di cessare la sua persecuzione di scrittori di primo piano e di accelerare il rilascio di Ahmet e Mehmet Altan, così come dei tanti loro colleghi ingiustamente accusati. Daron Acemoglu, Massachusetts Institute of Technology. Rosental Calmon Alves, University of Texas at Austin. Chloe Aridjis, scrittrice. Hans Jürgen Balmes, editore. John Berger, scrittore. Breyten Breytenbach, scrittore. Daphné Breytenbach, giornalista. Peter Carey, scrittore. Catherine Farin, editore. Roberto Saviano, scrittore. Elena Ferrante, scrittrice. Sandra Ozzola, editore. Sandro Ferri, editore. Maureen Freely, scrittrice. Anthony T. Grafton, Princeton University. Jim Hicks, University of Massachusetts, Amherst. Adam Hochschild, giornalista. A.L. Kennedy, scrittore. Laurens van Krevelen, scrittore ed editore. Wolf Lepenies, Freie Universität Berlino. Mark Lilla, scrittore. Clementina Liuzzi, agente letterario. Alberto Manguel, scrittore. Claudia Mattalucci, University Milano-Bicocca. Hisham Matar, scrittore. Allan Megill, University of Virginia. Laurent Mignon, University of Oxford. Rick Moody, scrittore. Dirk Moses, University of Sydney. Glenn W. Most, Scuola Normale Superiore, Pisa. Orhan Pamuk, premio Nobel. Tim Parks, scrittore. Daniel Rondeau, scrittore. Philippe Sands, University College London. Anya Schiffrin, Columbia University. Eugene Schoulgin, vicepresidente Pen International. Salvatore Settis, storico dell’arte. Adam Thirlwell, scrittore. Regula Venske, segretario generale Pen Germania. Elif Shafak, scrittrice.

Mecca, le cose da sapere sul pellegrinaggio

Il cammino come viaggio di redenzione. Il sacrificio come atto di fede. Origini, durata e luoghi simbolo: le cose da sapere.

Il 12 settembre 2 milioni di fedeli hanno viaggiato alla volta della Mecca.
Una partecipazione elevata tra i membri delle comunità musulmane di tutto il mondo, nonostante i fatti dell’anno scorso, quando 700 persone rimasero uccise nella ressa, ad appena cinque chilometri dalla città sacra.
Una tragedia seconda per numero di vittime solo a quella del 1990, in cui i fedeli uccisi furono 1.426.

ORIGINI E VALORE SIMBOLICO DEL PELLEGRINAGGIO. Il pellegrinaggio ha un forte valore simbolico e, secondo i libri sacri dell’Islam, affonda le proprie radici nell’atto di fede chiesto da Dio ad Abramo e alla moglie Hagar.
Dalla durata del cammino alle sue origini, passando per i rituali imposti dalla Sunna: ecco cinque cose da sapere.

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1. Il significato dell’Hajj: un viaggio di redenzione

L’Hajj, ovvero il pellegrinaggio alla Mecca, è uno dei cinque pilastri dell’Islam e tutti i musulmani in condizioni fisiche adatte devono compierlo almeno una volta nella loro vita.
In migliaia si mettono in cammino a piedi, per un viaggio che richiede mesi per arrivare a destinazione.
Agli occhi delle comunità islamiche di tutto il mondo, rappresenta la possibilità per il fedele di pulire i peccati del passato e ricominciare da capo.
IL CAMMINO DI HAGAR. Perciò è abbastanza consueto vedere persone aiutarsi con bastoni e stampelle pur di compiere il pellegrinaggio, il cui tragitto si pensa possa essere ricondotto non solo agli insegnamenti di Maometto, ma anche alla storia di Abramo.
Infatti, secondo la versione dell’Islam, il profeta ebreo cacciò su imposizione di Dio la propria moglie Hagar, ricevendo poi l’ordine di sacrificare suo figlio Ismaele.
Il percorso dell’Hajj coinciderebbe con quello compiuto da Hagar, che – per i musulmani – camminò tra le due colline di Safa e Marwa per sette volte in cerca di acqua, così da salvare il figlio morente.

2. Il pozzo di Zemzem e la Kaaba: i luoghi simbolo

La tradizione vede tale traversata da parte della donna in esilio come una prova di fede voluta da Allah.
Una volta confermata la devozione di Hagar, Dio le donò l’acqua, facendola sgorgare dalla terra. Da quello che oggi è conosciuto come il pozzo di Zemzem, adiacente al territorio della Kaaba, nella città della Mecca.
I musulmani credono fortemente nell’eccezionalità dell’acqua e nelle sue proprietà miracolose, tanto che in occasione del viaggio verso la Mecca cercano di berne il più possibile, raccogliendone anche in gran quantità in delle fiaschette.
LA CASA DI DIO. La Kaaba è il sito più sacro dell’Islam, in quanto nella tradizione dei musulmani è vista come la casa di Dio.
In età antecedente alla predicazione di Maometto, era la sede di culto di divinità pagane, che venne distrutta da Allah durante il diluvio universale.
Dell’edificio sopravvisse solo un pezzo di pietra nera, custodito da Dio nelle profondità di una montagna, ma poi estratto in occasione della ricostruzione della Kaaba ad opera di Abramo e di suo figlio Ismaele.

3. Il sacrificio di Abramo: emblema della sottomissione a Dio

Il 12 settembre è per i musulmani il giorno del Sacrificio di Abramo.
Tale ricorrenza – conosciuta con il nome di Id-al-Adha – coincide con gli ultimi giorni del pellegrinaggio alla Mecca da parte dei membri delle comunità islamiche di tutto il mondo.
L’ORDINE DI UCCIDERE IL FIGLIO. Secondo il libro della Genesi, Dio mise alla prova la fede di Abramo, imponendogli di sacrificare il suo unico figlio.
Nel momento cruciale, però, sostituì la vittima sacrificale con un ariete, svelando ad Abramo il vero fine del suo ordine.
Da ciò ne deriva la connotazione fortemente positiva dell’ Id-al-Adha, in quanto è il simbolo della solidità della fede e della totale sottomissione a Dio.

4. L’animale da sgozzare: deve essere adulto e fisicamente integro

Seguendo l’esempio di Abramo, in questo particolare giorno, i fedeli uccidono in nome di Dio un animale che deve essere fisicamente un esemplare adulto e integro, appartenente alla famiglia degli ovini, bovini o camelidi.
Negli ultimi due casi il sacrificio può essere compiuto a nome di più persone, per un totale di sette musulmani.
SANGUE IMPURO, E QUINDI PROIBITO. L’uccisione avviene mediante sgozzamento, così da far defluire il sangue, indicato dalle scritture come impuro e quindi proibito.
La cerimonia sacrificale avviene di norma il 10 settembre, ma può anche essere posticipata fino ai tre giorni seguenti, nel periodo di tempo compreso tra la fine della preghiera del mattino e l’inizio di quella del pomeriggio.
Lo sgozzamento deve essere compiuto da un uomo in stato di purità legale e che durante la cerimonia dovrà invocare il nome di Allah.

5. La divisione della carne: per familiari, amici e vicini

La carne degli animali uccisi deve essere divisa in tre parti.
La prima è per i familiari, per gli amici e i vicini; la seconda è destinata ai poveri e bisognosi; la terza e ultima appartiene a colui che compie il sacrificio e ai membri diretti della sua famiglia.
VESTITI NUOVI O COMUNQUE PULITI. Nel giorno dell’ Id-al-Adha diverse famiglie organizzano feste a casa per ricevere i parenti e – trattandosi di una regola della Sunna, uno dei libri sacri dell’Islam – si presentano con dei vestiti nuovi.
Nel caso in cui il musulmano non ne abbia, può comunque indossare dei capi puliti.

Pubblicato su Lettera43 che ringraziamo

fonte: http://www.lettera43.it/capire-notizie/mecca-le-cose-da-sapere-sul-pellegrinaggio_43675259907.htm


“Il silenzio incoraggia gli aguzzini”

Il ricordo di Elie Wiesel, scrittore e premio Nobel per la pace sopravvissuto ad Auschwitz.

Elie Wiesel.

© EPA

di moreno bernasconi per il Giornale del Popolo che ringraziamo

«Ovunque, là dove gli esseri umani subiscono sofferenze e umiliazioni, prendi partito. La neutralità aiuta gli oppressori, mai le vittime. Il silenzio incoraggia gli aguzzini, mai i perseguitati». Questo il cuore dell’appello lanciato da Elie Wiesel – giornalista, scrittore e attivista ebreo di origine rumena sopravvissuto al Lager di Auschwitz e naturalizzato americano, morto alcuni giorni fa a 87 anni – in occasione del discorso d’accettazione del Premio Nobel per la pace nel 1986.

Questo appello riassume il compito di una vita, che l’ha visto al fronte per più di cinquant’anni per denunciare e testimoniare l’orrore della Shoa e le altre persecuzioni. «Per i morti e i vivi, abbiamo il dovere di dare testimonianza» – disse Wiesel in occasione dell’inaugurazione del Museo dell’Olocausto di Washington, da lui voluto come compimento dell’opera svolta in qualità di Presidente della Commissione omonima costituita da Jimmy Carter, parole ora incise nella pietra all’entrata del museo.

Un impegno che non si è limitato alla memoria della Shoa. Dapprima individualmente e poi tramite la Fondazione Elie Wiesel per l’Umanità (vittima purtroppo della truffa miliardaria del filibustiere Bernard Madoff) egli ha incitato instancabilmente capi di Stato e organismi internazionali a rendere giustizia alle vittime dell’oppressione: anche a quelle del totalitarismo sovietico, agli Indiani Miskito o le vittime del regime cambogiano, al popolo curdo o alle vittime delle epurazioni etniche o dei massacri nell’ex Yugoslavia oppure in Africa.

Autore di più di 50 libri, la sua opera di scrittore ebbe grande risonanza mondiale dopo la pubblicazione di La notte (con prefazione di François Mauriac), resoconto autobiografico crudo e terribile dei crimini perpetrati dai nazisti nei Lager di Auschwitz, Monowitz e Buchenwald, cui egli sopravvisse (fu liberato da Buchenwald nell’aprile del 1945) ma nei quali perirono i suoi genitori e parte della sua famiglia. Il suo grido è spaventoso, disperato e senza possibile redenzione, che si trasforma in aperta ribellione contro Dio: «Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel lager che ha fatto della mia vita una notte lunga e sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo – scrive nel suo libro-testimonianza -. Mai dimenticherò i piccoli volti dei  bambini, di cui avevo visto i corpicini trasformarsi in volute sotto un azzurro muto. Mai dimenticherò quelle fiamme, che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha privato per l’eternità del desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere a lungo quanto Dio stesso. Mai».

Ne La notte, Wiesel descrive con minuzia agghiacciante l’impiccagione di due adulti e di un bimbo da parte delle SS, registrando macchinalmente il grido dei due adulti prima che il cappio si stringesse («Viva la libertà») … e il silenzio straziante del bambino. Registra la voce di un recluso dietro di sé («Dov’è, ora, il buon Dio?») e la sua risposta tremenda («Sentii in me una voce che rispondeva: Dov’è? È impiccato qui, a questo patibolo». Wiesel fa un legame fra il silenzio dell’innocente barbaramente ucciso e il silenzio di Dio: Dio stesso appare ai suoi occhi impotente di fronte alla barbarie degli uomini. E la memoria della Shoa risuona come l’ineluttabilità del male, come l’impossibilità per l’uomo di rialzarsi e di riavere una speranza e un senso nella vita, dopo l’orrore dell’Olocausto: «È l’essere privati per sempre del desiderio di vivere».

Benché aiutato da Mauriac a rompere il silenzio e a testimoniare la barbarie, per Elie Wiesel – come altri scampati al Lager che addirittura non ressero al ricordo e finirono suicidi (Primo Levi o Bruno Bettelheim) – la memoria del male del Novecento è irredimibile. E di conseguenza, lo stesso obiettivo di testimoniare, affinché l’orrore non si ripeta “mai più”, svanisce. Benché il suo impegno generoso e appassionato di testimonianza affinché gli oppressi ottengano giustizia abbia mosso le coscienze di molti, spingendo capi di Stato e istituzioni a mobilitarsi, già anziano Wiesel in un’intervista espresse amarezza eprofonda delusione di fronte al fatto che – così riteneva – «nulla è cambiato» dalla Shoa. «La natura umana è rimasta quella che era.L’indifferenza governa il mondo, indifferenza verso l’altro, le sue sofferenze, i suoi tormenti e le sue speranze».

L’inferno di Buchenwald ha spento in Wiesel la luce vivida presente invece nel diario della giovane ebrea morta ad Auschwitz Etty Hillesum, luce che si rivelò più forte e densa di significato di ogni possibile male. «Sono tempi spaventosi, mio Dio… Ti aiuterò, Dio, a non spegnerti in me. Non sei Tu che puoi aiutarci, ma noi che possiamo aiutarTi». Il percorso di Elie Wiesel ripropone la domanda drammatica di Hannah Arendt all’inizio della sua disamina sulle Origini del Totalitarismo e di Emmanuel Lévinas all’inizio della sua ricerca filosofica: è possibile reimparare a camminare nell’esistenza malgrado il crollo di significato e la disumanizzazione indotti dall’orrore accaduto nell’era moderna? Mentre la risposta di Wiesel è negativa, il rinnovamento etico di Lévinas (che ha perduto anch’egli la propria famiglia ad Auschwitz), Ahrendt ma anche Jonas o Viktor Frankl, sono il tentativo di riabilitare il bene dopo la barbarie, assegnando alla soggettività il primato etico, condizione sine qua non per uscire dal nichilismo, riscoprire la giustizia e dare quindi al “Mai più” una possibilità reale di inverarsi.

 

 

fonte: http://www.gdp.ch/cultura/letteratura/il-silenzio-incoraggia-gli-aguzzini-id129285.html


Scrivere è come viaggiare senza la seccatura dei bagagli

di : Lucio Garofalo per bellaciao.org che ringraziamo
settembre 2016

A proposito del rapporto che si instaura, inestricabilmente, tra militanza politica e scrittura, mi sorge una riflessione. A partire dall’esigenza di far ricorso alla parola scritta, anzitutto, ma non solo, per ragioni di militanza politica. Uno scopo che condivido e metto in pratica anch’io. Io scrivo per motivi di lavoro e per finalità riconducibili alla propaganda politico-ideologica (se così vogliamo dire). Ma non scrivo solo per tali necessità. Scrivo anche e soprattutto per un bisogno esistenziale: per una sorta di “legittima difesa”. Come suggerisce un’arguta e formidabile battuta umoristica di Woody Allen. Non mi limito a scrivere per essere letto ed apprezzato dalla massa. Il “gregge” lo lascio volentieri ai “pastori”. Non mi interessa nemmeno raggiungere il traguardo tanto ambito o anelato da giornalisti, pennivendoli e blogger, cioè la popolarità, né riscuotere i consensi e le simpatie altrui, o conseguire il successo e la “gloria”. Ancor meno mi preme esibire il “buon senso”. Una prerogativa che riservo volentieri ai benpensanti e ai moralisti, che sono sempre in agguato. Tantomeno mi preoccupo di dispensare prediche. Le lascio ai preti e ai baciapile di ogni confessione religiosa. I valori a cui tengo sono l’etica (intesa come giustizia sociale) e l’estetica, concepita come ricerca del bello. Da non confondersi, banalmente, con la bellezza squisitamente esteriore. Ebbene, che cosa potrei guadagnare nello scrivere contenuti spiacevoli o sgraditi al “gusto medio” della gente? Soldi? Fama? Visibilità? Nisba. Allora, cosa? Ricerco tutt’altro. Direi che mi trovo costantemente alla ricerca, ma non saprei spiegare esattamente di cosa. Le strade della ricerca potrebbero rivelarsi errate, ma il punto essenziale consiste nell’intraprendere il cammino, insistere con tenacia ed onestà in un “viaggio senza valigie”. Così scriveva Emilio Salgari: “scrivere è come viaggiare senza la seccatura dei bagagli”. Ecco, dunque, la ragione latente della mia grafomania: un’irrefrenabile istanza di libertà interiore.

Lucio Garofalo

fonte: http://bellaciao.org/it/spip.php?article35476