di Claudio Panella

Un’occasione di tornare a riflettere sull’incrocio fecondo tra studi geografici e studi letterari è data dall’uscita concomitante di alcune opere narrative che mettono in questione la relazione tra uomo e luoghi e del primo titolo della serie “Geoletteraria” (collana “Sagittario” di Cesati editore) dedicata alla teoria e alla geografia della letteratura. Firmato da Giulio Iacoli, A verdi lettere. Idee e stili del paesaggio letterario apre tale serie cercando di inquadrare un topos tanto mutevole quanto centrale in molta letteratura moderna e contemporanea. Nella prima parte del libro, richiamando lavori importanti di Jakob e Collot, la scuola “geocritica” di Bertrand Westphal e la “geopoetica” di Kenneth White – nomi noti agli specialisti – Iacoli si propone un approccio “geotematico” che non ignori temi e motivi costanti nella rappresentazione dello spazio. Nella seconda, riattraversate le poetiche di Philippe Jaccottet e Andrea Zanzotto, l’autore raccoglie alcuni studi rivolti a opere firmate da uno (Sergio Atzeni e Franco Arminio) o più scrittori (un excursus sulla narrativa emiliana) confrontandosi così con la spiccata “sensibilità paesaggistica” diffusa negli ultimi decenni anche nella letteratura italiana.

Migliaccio e Magliani

Con tutta evidenza, anche per i lettori meno edotti, il paesaggio canonizzato in età romantica e messo a distanza da un paradigma prevalentemente visivo è oggi invece un oggetto mobile, sfuggente, da attraversare studiandone la temporalità, facendone esperienza e mettendone alla prova i confini, che siano segnati dalla natura o dall’uomo.
Lo dimostrano in modo esemplare due opere recenti all’apparenza distanti – un romanzo che si legge come un’autobiografia e un reportage che si può leggere come un romanzo – ma che presentano una trama di rimandi comuni e una simile forma epistolare. Il primo è L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi (Exòrma, 2017) di Marino Magliani, autore ligure da tempo residente in Olanda, che qui riprende motivi ed episodi in parte già presenti in altri suoi libri riconsegnandoli al lettore in forma di una lunga confessione composta da ottantacinque frammenti di lettere indirizzate a un’amica/amante. Il secondo è Primavera breve. Viaggio tra i labili confini di Israele e Palestina (Monitor, 2017) di Francesco Migliaccio, già studioso delle scritture del paesaggio, raccolta di lettere su cui il narratore articola l’ossatura di un reportage solo superficialmente ascrivibile alla voga del resoconto narrativo.

Francia, Olanda e Liguria

Il romanzo di Magliani si apre con la rievocazione del paese in cui è cresciuto l’io narrante (identificabile con il personaggio dello scrittore/traduttore Magliani codificato in opere precedenti), un borgo del verticale “dentroterra” ligure le cui donne sono dotate di una memorabile abilità nello sterminare le mosche che riempiono ogni casa per molti mesi l’anno, mentre gli uomini lavorano nei campi o in Francia, confine permeabile eppure temuto per la rigidità delle norme doganali. Il narratore adulto vive invece in Olanda, un paesaggio in cui ogni frontiera sembra abolita dall’orizzontalità e dove non sopravvivono le mosche, ma solo nuvole di moscerini “giapponesi” stanzianti in zone umide e anfibie.

I luoghi e le frontiere tra essi ossessionano l’alter-ego di Magliani, “ligure di roccia” la cui vita si è svolta in un esilio continuo qui analizzato in modo psico-genealogico per comprendere a fondo la natura del proprio sguardo sulle cose: dall’infanzia immersa nel suo paesaggio e nel dialetto, per cui la parola Francia rinvia alla cena e Portogalloall’arancia, portatore di quella “sapienza del bambino (che) si esaurisce goccia a goccia, come gli impianti che in campagna innaffiano la mimosa. Il processo inizia quando insegnano al bambino a girare le cartine per il verso giusto e a leggere i nomi dei posti”; alla lunga corvée scolastica dei collegi in cui è stato costretto a studiare; alla decisione di lasciare l’Italia causata da un’ingiustizia subita durante la leva obbligatoria, quando non gli fu concesso di assistere il padre morente; alle varie fasi del così detto “desvivere altrove” del narratore, che prima di stabilirsi in Olanda ha attraversato ogni sorta di “luoghi anfibi” del tutto opposti alla sua terra come mozzo sui traghetti della Corsica Ferries, senza mettere mai piede in Corsica, animale notturno nella Costa Brava “di plastica” degli anni ottanta o a Lincoln nel deserto argentino.

La nostalgia – compresa quella per i luoghi in cui non si è mai stati, riassunta fulmineamente con una citazione nascosta di un racconto degli anni venti di Emmanuel Bove  – si somma quindi all’ossessione malinconica già coltivata nell’infanzia, e fatta risalire dall’io narrante alla sua stessa nascita, avvenuta nel ricovero per anziani del paese: un marchio che può far venire in mente una battuta dagli echi pavesiani del secondo racconto del giovane Francesco Biamonti, Dite a mio padre, pubblicato nel 1956 dopo il premio Cinque Bettole vinto a Bordighera: “‘È nato di sera’, dissero, ‘sarà malinconico’”. Si tratta di uno soltanto dei numerosi possibili rimandi a Biamonti reperibili nel testo di Magliani, a partire dal nome ricorrente nei romanzi dello scrittore di San Biagio, Gregorius, qui attribuito al personaggio di un romanzo andaluso che il narratore avrebbe tradotto, un bambino mai più uscito da un collegio. Per non dire dei molti rinvii al classico La crisi degli olivi in Liguria di Giovanni Boine.

Israele e Palestina

Allo stesso modo, il narratore del libro di Migliaccio “mette alla prova il suo sguardo” viaggiando tra Israele e Palestina come lavoratore agricolo volontario particolarmente interessato agli ulivi che definisce, citando proprio Boine, “cattedrali” e “punto d’intersezione di natura e storia, compresenza di linfa e lavoro umano”. Una trama tutta da dipanare senza fermarsi a contemplare il paesaggio che si rivela vivente ed eloquente solo se vi ci si muove col corpo, nell’esplorazione diretta, trovando così le tracce concrete della rimozione israeliana di una geografia palestinese con la quale l’ulivo venne in certe zone sostituito da un panorama ideale mitteleuropeo di pinete; e scoprendo dunque che questa pianta è al contempo “richiamo alla lotta e alla resistenza”, “traccia storica o vortice spazio-temporale”, “speranza economica di contadini israeliani macerati dai dubbi”  e terreno d’incontro di lavoranti palestinesi e thailandesi.

I turbamenti del narratore, che politicamente è solidale coi palestinesi, derivano anche dal fatto di riconoscersi in molti tratti (e nei privilegi dati dal passaporto italiano) di alcuni dei propri ospiti israeliani, di essere affascinato dalla diaspora, dal conoscere persone che hanno nostalgia per le terre dell’esilio o che, come Ilan, reduce non indenne dalla Guerra del Libano (2006), vorrebbero vivere altrove ma non riescono a staccarsi da una terra coltivata palmo a palmo affondandoci sempre più le proprie radici. Perciò, in una lettera quelle regioni sono definite “casa di accoglienza per i malati di lontananza (…), un modo per dire nostalgia. Una nostalgia che non riguarda la patria perduta, ma tutto ciò che ti attende oltre l’orizzonte, dove mai sei stato”.

Le cose e gli altri

Qualche lettore potrà pensare che i personaggi dei romanzi di Magliani guardano al mondo dalla prospettiva di un esilio cercato proprio per alimentarne la malinconia, dunque la scrittura (e per sedurre chi legge, come dovrebbe accadere con la destinataria delle lettere de L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi). Analogamente, non sarà facile per tutti i lettori di Primavera breve comprendere le motivazioni profonde che hanno condotto il protagonista a lavorare tra gli ulivi della Galilea, in un ostello gestito da palestinesi e in una colonia israeliana nella valle del Giordano. È comunque un fatto che in entrambe le opere la scrittura è mezzo di relazione autentica sia con le cose, lo spazio, sia con l’altro, i destinatari delle lettere. Inoltre, entrambi i narratori (e gli autori) riflettono con grande sincerità sulla propria posizione, sapendo che è sempre necessario contestualizzare uno sguardo, sottolineare che si tratta di uno sguardo particolare, e che, come scrive Migliaccio citando Walter Benjamin: “I ricordi veri devono non tanto procedere riferendo quanto piuttosto designare esattamente il luogo nel quale colui che ricerca si è impadronito di loro”. Per questo, ad esempio, nel libro di Magliani che si chiude con alcuni frammenti del carteggio durato a lungo tra lo scrittore e Antonio Tabucchi, il narratore rende omaggio al collega scomparso esplorando i luoghi della sua infanzia in Toscana.

A opere così ricche e stratificate va anche il merito di costringere il critico all’esercizio salutare di forzare i propri confini disciplinari, rendendosi conto con sollievo di quanto sia in fondo limitato il suo lavoro rispetto alla vastità dell’altrove e del paesaggio letterario.

claudio.panella@unito.it

C Panella è dottore di ricerca in letterature comparate all’Università di Torino