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Il reporter “senza volto” che svela corruzione e violenze in Africa

Articolo apparso originariamente su ReddatoreSociale.it che volentieri ringraziamo.

E’ Anas Aremeyaw Anas, il più noto giornalista investigativo dell’Africa. Grazie ai suoi travestimenti è riuscito a denunciare abusi di potere e violazioni di diritti. Le sue inchieste mirano a raccogliere prove e cambiare concretamente la società. Ma è costretto a nascondersi

17 luglio 2016

Anas Aremeyaw Anas
Anas Aremeyaw Anas

ROMA – Anas Aremeyaw Anas è il reporter senza volto. Grazie ai suoi travestimenti ha svelato corruzione e violenze in tutto il continente africano e non solo. Il suo è un giornalismo concreto, che mira a cambiare realmente la società, fatto di mascheramenti, telecamere nascoste, infiltrazioni in luoghi e ambienti spesso pericolosi. Il suo coraggio lo ha fatto diventare il giornalista investigativo più noto in Africa ma lo ha anche esposto a vendette e ritorsioni, tanto che deve tutelarsi nascondendo il suo volto. Ha lui è dedicato un articolo di Antonella Sinopoli pubblicato dal mensile Africa. La giornalista lo ha incontrato realizzando un’intervista esclusiva che sarà proiettata in occasione del prossimo workshop Dialoghi sull’Africa (Milano, 19-20 novembre2016).

Anas ha cominciato spacciandosi per hawker, venditore di strada: un mestiere che nel suo Paese d’origine, il Ghana, è l’unica speranza di sostentamento per migliaia di persone povere. Mischiandosi a loro è riuscito a portare alla luce un sistema corrotto basato sul pagamento del pizzo alle forze dell’ordine. Successivamente ha alzato sempre di più il tiro, portando le sue inchieste non solo in Ghana ma anche in altri Paesi africani e anche in altri continenti. Inchieste riprese da testate come Bbc, Cnn e Al jazeera.La corruzione dei potenti e i drammi sociali sono il suo target principale. Celebre l’inchiesta in Tanzania sul commercio di organi e parti del corpo di albini, per la superstizione che vuole queste persone allo stesso tempo reiette e magiche. O quella condotta in Nigeria per sgominare una banda di falsi medici e un giro di medicinali contraffatti.Travestito da prete cattolico si è infiltrato in una prigione di Bangkok per rivelare le torture che venivano inflitte ai prigionieri. Anas è stato un malato mentale per denunciare  le condizioni degli psichiatrici negli istituti ghanesi e delinquente per vedere come venivano trattati i detenuti della prigione di Nsawam, “un vero girone dell’inferno”. Una delle sue inchieste più famose, l’Eurofood Scandal, ha dimostrato che gran parte degli aiuti alimentari piovuti in Africa venivano in realtà rivenduti. La sua ultima controversa impresa  ha scoperchiato un giro di tangenti all’alta corte di giustizia del Ghana ed ha portato alla radiazione di numerosi giudici…

“Questo tipo di giornalismo forse non è capito qui in Occidente – dice Anas nell’articolo – ma è quello che serve nel mio Paese, è quello che serve in Africa. La gente ci chiede di risolvere i problemi non semplicemente di raccontarli. E per risolverli bisogna portare prove. Ed è quello che io faccio”. Anas ovviamente non lavora solo ma si avvale di uno staff di professionisti di sicuro talento investigativo e ha fondato anche una scuola dove si insegnano i segreti del mestiere, perché come sottolinea nell’articolo, “questo lavoro non ha mai fine, di storie da far venire a gala ce ne sono tante, troppe”.

La sua intraprendenza non è passata inosservata. Lo stesso Barack Obama lo ha celebrato come un esempio di coraggio e rettitudine: “un giornalista che rischia la vita per portare a galla la verità”. E la vita Anas la rischia davvero. Con le sue inchieste si è fatto moltissimi nemici. La sua vita è cambiata per sempre: è una vita perennemente in pericolo di vendetta.  Per difendersi Anas non mostra mai il suo volto. Presentarsi in pubblico con maschere di varia natura è diventata la sua arma.
Il giornalista ghanese nel 2015 è stato designato dal Foreign policy tra i 100 “global thinkers” mondiali. Il regista canadese Ryan Mullins ha girato il film Chameleon sulla sua storia.

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Isis, annuncio video di Anonymous: «L’attentato sventato era a Firenze»

È lo stesso gruppo di hacker che, dopo il video del 28 dicembre, lo rivela in un nuovo videomessaggio. Ma fonti investigative spiegano che sono negativi i riscontri fatti fino ad ora. L’operazione anti-Isis di Anonymous ha oscurato più di 15.500 obiettivi

(Ansa)

Avrebbe dovuto verificarsi a Firenze l’attentato dell’Isis che sarebbe stato sventato da Anonymous. È lo stesso gruppo di hacker che, dopo il video del 28 dicembre, lo rivela in un nuovo videomessaggio. Fonti investigative affermano che i riscontri fatti fino ad ora su tale ipotesi hanno dato esito negativo.

L’operazione avviata il 25 dicembre

Il 28 dicembre Anonymous aveva fatto sapere nel suo videomessaggio di aver sventato un attentato dell’Isis in Italia, ma senza indicare la località in cui doveva verificarsi e annunciando «maggiori dettagli presto in un video», che ha reso noto l’ultimo giorno dell’anno. «Il giorno 25 dicembre 2015 abbiamo ricevuto una segnalazione relativa ad un profilo twitter collegato ai vertici dell’Isis dove era in corso una prima comunicazione su un possibile obiettivo italiano, già stabilito e apparentemente pronto per essere colpito. Quel breve messaggio, in quel momento, indicava che Firenze sarebbe stato un obiettivo entro capodanno», dice Anonymous aggiungendo di «essersi subito attivato per tentare di sventare questo attacco che, comunque, risultato reale o falso, non può essere sottovalutato tenendo conto dei soggetti che ne stavano parlando». Poi la spiegazione di come il gruppo di hackers si sarebbe mosso: «Abbiamo inscenato una “talpa” all’interno dello stato islamico sfruttando lo stesso account accreditato e facendo credere che qualche fratello infedele ad Allah avrebbe comunicato agli italiani il “giorno del giudizio di Dio”, così impedendo che questo attacco venisse attuato». E l’annuncio che #OpParis, l’iniziativa di disturbo e di contrattacco di Anonymous nei confronti di Daesh, non si fermerà.

 Continuano le indagini

Fonti investigative hanno affermato che i riscontri finora fatti in proposito hanno dato esito negativo, così come gli accertamenti sull’account twitter dal quale sarebbe partito il messaggio che avrebbe messo sulle tracce gli hackivisti di Anonymous, anche se la polizia postale continua a monitorare la rete. Le stessi fonti investigative sottolineano tuttavia possibile essersi imbattuti in rete in una conversazione tra jijadisti che pianificavano attacchi, ma, in occasione del videomessaggio del 28 dicembre, avevano già definito «difficile e pericoloso, il fatto che il collettivo abbia iniziato un’operazione ad alto impatto, sotto copertura, pericolosa perché dal finale incerto». Un’operazione azzardata che, secondo gli investigatori, non sembrerebbe appartenere al modus operandi di Anonymous.

L’attacco globale di Anonymous a Isis

A livello globale, l’operazione anti-Isis ha portato, sino ad oggi, all’oscuramento di 15.500 obiettivi, tra account sui social network e siti web legati direttamente alle operazioni o alla propaganda dell’Isis. Ma altri 4.000 account sono nati nelle ore successive: «Il nostro scopo è rallentarli», sottolinea Anonymous. Gli «esperti» dell’Isis non sono stati a guardare: hanno diffuso online manuali per «difendersi» dagli attacchi, e in qualche caso hanno rilanciato, per tentare di delegittimare gli anonimi. È stato questo probabilmente il caso del falso allarme fatto circolare il 21 novembre scorso, con una allerta attentati in Usa, Libano e in Italia, a Roma e Milano, dove il giorno dopo è stato annullato – a scopo precauzionale – un concerto dei Five Finger Death Punch. «Non riveleremo la città obiettivo dell’attacco sventato fino a quando l’operazione non sarà terminata, e anche per non scatenare alcun panico», sottolinea Anonymous. Che assicura: «L’Isis ci teme, stiamo preparando un nuovo script per cancellare 1.000 account al giorno. Cureremo la loro malattia mentale».

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