Archivi categoria: incontri con canaglie (apprezzabili)

John Belushi

Paolo Prato

Radio3 su carta: Wikiradio. John Belushi

La mattina del 5 marzo 1982 il corpo di John Belushi fu trovato senza vita nella stanza dello Chateau Marmont sul Sunset Boulevard, il viale del tramonto a Hollywood. Gli ultimi due mesi della sua vita li aveva passati a Los Angeles per lavorare a una sceneggiatura insieme a un amico.

45Wikiradio costruisce giorno per giorno una sorta di almanacco di cose notevoli ed utili da sapere per orientarsi nella nostra modernità. Ogni puntata racconta un evento accaduto proprio nel giorno in cui va in onda, intrecciando il passato con il presente, la memoria storica con ciò che oggi essa significa per noi. Dalla storia all’economia, dal cinema alla scienza, la letteratura, il teatro, le arti visive, la musica, i grandi momenti che hanno segnato un punto di svolta raccontati da esperti, studiosi, critici, con spezzoni di repertorio, sequenze cinematografiche, brani musicali, in un articolato mosaico che vuole restituire agli ascoltatori tutti i significati possibili di un avvenimento.

Un programma a cura di Loredana Rotundo, con Antonella BorghiLorenzo Pavolini e Roberta Vespa.

La mattina del 5 marzo 1982 il corpo di John Belushi fu trovato senza vita nella stanza dello Chateau Marmont sul Sunset Boulevard, il viale del tramonto a Hollywood. Gli ultimi due mesi della sua vita li aveva passati a Los Angeles per lavorare a una sceneggiatura insieme a un amico. Lontano dalla moglie Judy, rimasta a New York, si getta di nuovo nelle dissipatezze più dissennate, l’ultima sera della sua vita la trascorre a un party con Robert De Niro e Robin Williams, poi chiede 1.500 dollari al suo agente per comprare una chitarra, invece li spende per drogarsi. Chaty Smith, la donna con cui aveva trascorso le ultime ore, gli aveva iniettato una miscela fatale di cocaina ed eroina. Per questo pagherà con 15 mesi di reclusione dopo una latitanza durata qualche anno. Lungi dal tramontare, la stella di John Belushi era comparsa nel firmamento di Hollywood da pochi anni, ed era giunta a brillare di una luce straordinaria, per poi spegnersi all’improvviso. Aveva chiesto troppo a sé stesso, a un povero corpo di un metro e settantacinque di altezza arrivato a pesare  oltre cento chili. John Belushi ha concentrato in 33 anni di vita spericolata l’eccesso di un’epoca, lasciando un’impronta indelebile  nello stile, nel costume, nel cinema e nella musica. Sono gli anni d’oro a cavallo tra i ’70 e gli ’80, vissuti pericolosamente, spingendo sempre al massimo. Nell’autunno del 1978 ottiene la copertina di ‘Newsweek’ come Bluto, lo zoticone di Animal House, la commedia che diverrà il maggior incasso nella storia di Hollywood. Pochi mesi prima, lui e Dan Aykroyd sono primi nelle classifiche degli album con il debutto discografico dei Blues Brothers, con due milioni e ottocentomila copie vendute. Nel frattempo John era la star di ‘Saturday Night Live’ della NBC, lo show del sabato sera che radunava venti milioni di telespettatori. Il successo a 30 anni segnava la fine per Belushi delle difficoltà finanziarie. Bob Woodward, il giornalista che innescò lo scandalo del Watergate, nel 1984 pubblicò un libro inchiesta sulla vita dell’attore dal titolo Wired (Fulminato) uscito nell’edizione italiana con il titolo chi Chi tocca muore, scrive che:

più denaro significa più droga. Vendere droga a John era un gioco da ragazzi, facile come rimpinzare di popcorn le foche allo zoo: un poco di droga e avrebbe iniziato a fare pazzie, cose incredibili, ancora un po’ e sarebbe rimasto in piedi a ballare, a strafare, resistendo più di chiunque altro.

Il medico responsabile dell’assistenza sanitaria sul set del film I Blues Brothers nel mettere in guardia il produttore del film, gli disse che John andava disintossicato, e che necessitava di assistenza psichiatrica:

Fategli fare più film che potete perché ha solo due o tre anni di vita.

Ma non c’era modo di tenerlo a freno, nemmeno la moglie ci riusciva, e fu proprio la sua mancanza totale di controllo, la sua personalità di scavezzacollo a trasformarlo in un campione di incassi. Fra le persone con cui John era più in sintonia c’era Carrie Fisher, la principessa Leila di Guerre Stellari, figlia del cantante Eddie Fisher e dell’attrice Debbie Reynolds, che farà la parte della sua fidanzata ne I Blues Brothers, quella che lo aspetta dentro un tunnel con il fucile spianato per farlo fuori dopo che lui l’aveva abbandonata sull’altare. I Blues Brothers, un film culto per la generazione cresciuta negli anni ’70, lascerà un segno soprattutto negli edonistici e cinici anni ’80.

 

John Belushi con Carrie Fisher

John Belushi con Carrie Fisher

John Belushi era di origine albanese, il padre Adan era arrivato in America nel 1934 a 16 anni e partito da sguattero, aveva fatto carriera come ristoratore. Al college, John passava gran parte del tempo libero con il gruppo con cui suonava alle feste studentesche, andava pazzo per i Rolling Stones, e quando vennero a Chicago ci portò i suoi amici. Nel 1967 si diplomò e si iscrisse all’università del Wisconsin, ma a causa di diversi problemi finanziari la abbandonò nel 1970. Cominciava a manifestare una personalità dove l’insolenza era alla base della comicità. Nel formalizzare il suo primo lavoro nel giro del teatro, ad esempio, dovette compilare un modulo di 19 pagine, dove gli si chiedeva la nazionalità. Belushi la indicò e poi ci scarabocchiò su fino a renderla illeggibile. Si era sempre spacciato come figlio di madre greca e padre italiano, perché il provenire da un paese comunista gli avrebbe potuto creare problemi. E alla domanda “Esperienze di lavoro rispondeva”:

 

Ho cercato di non lavorare finché ho potuto.

DOMANDA: Quale altro lavoro ti sarebbe piaciuto fare?

RISPOSTA: Comandante di un’astronave.

DOMANDA: Numero di telefono?

RISPOSTA: Mi hanno tagliato i fili.

DOMANDA: La sua vita è mai stata in pericolo?

RISPOSTA: Solo quando ho pensato di suicidarmi.

DOMANDA: Interessi musicali?

RISPOSTA: Un giorno o l’altro voglio comprarmi uno stereo e imparare a suonare i dischi a tutto volume.

DOMANDA: Quali capi di vestiario ha nel suo guardaroba?

RISPOSTA: Non ho bisogno di tanti vestiti, ma mi piacerebbe riuscire a trovare un paio di calzini puliti.

 

La prima apparizione pubblica di Belushi a livello nazionale avviene nel 1972, e segna l’ingresso di John nell’umorismo sarcastico della rivista di culto dei giovani contestatori il ‘National Lampoon’ (Lampoon significa parodia). La rivista era nata due anni prima e aveva insegnato a una generazione di disegnatori e giornalisti a fare la parodia dei personaggi più in vista della cultura cinematografica e televisiva americana. Per rendere l’idea, una volta questi burloni misero in copertina la foto di un cucciolo con una pistola puntata alla tempia, il titolo diceva a caratteri cubitali: Se non comprate questa rivista questo cane morirà! Dalla fucina del ‘National Lampoon’ nacque ‘Lemmings’, ujl’ano spettacolo che prendeva di mira uno dei luoghi sacri di quella generazione: il festival rock. L’ispirazione era venuta da un articolo del ‘New York Times’ di qualche anno prima in cui si parlava di Woodstock e dell’istinto di autodistruzione. L’articolo diceva:

Come lemmings (gli animaletti guidati dal folle impulso a cercare la morte sul fondo del mare), 300.000 tra fan e hippy hanno seguito i loro sogni di rock e marijuana fino al folle raduno ai piedi delle Catskills.

John Belushi durante le prove dello spettacolo 'Lemmings'

John Belushi durante le prove dello spettacolo ‘Lemmings’

Nello spettacolo John compariva nella veste di Ponzio Pilato in stile di Marlon Brando del Padrino, in una parodia di Jesus Christ Superstar. Nella seconda parte dello spettacolo interpretava il presentatore di Woodstock, festival di pace, amore e morte, che si preparava al suicidio di massa e con voce autoritaria richiamava l’attenzione del pubblico:

Ok, sappiamo tutti perché siamo qui. Siamo un milione, e siamo qui per farci fuori. Come già sapete non c’è abbastanza cibo nel mondo, non c’è abbastanza da mangiare, e allora ricordatevi: il vostro vicino è anche la vostra cena!

Dopo altre amenità del genere presentava il supergruppo della serata: la All-Star Dead Band, cioè una band formata da star morte. Alla voce Jim Morrison e Janis Joplin (morti per overdose), chitarra ritmica Brian Jones (anche lui morto per overdose), chitarra hawaiana Duane Alman (morto in un incidente di moto), chitarra solita Jimi Hendrix (overdose) e alle tastiere Harry Truman, l’ex presidente, morto ovviamente anche lui. A questo punto John passava all’imitazione di Joe Cocker, una delle performance più esilaranti della sua carriera, e cantava una canzone scritta appositamente per lo spettacolo: Solo, al fondo del barile. Venne giù il teatro, il giorno dopo un critico scrisse:

Non c’è bisogno di sapere che Belushi stia facendo l’imitazione di Joe Cocker per gustarsi la sua straordinaria esibizione di contorsionismo. Sembra che l’abbiano infilato in una presa elettrica, incespicando sulle gambe finisce a terra con un tonfo e continua a suonare mentre cerca di rialzarsi in piedi.

Quell’esibizione lo proiettò nella notorietà. Il suo manager ricevette addirittura una telefonata dall’ufficio di Paul McCartney per invitarlo al trentaquattresimo compleanno dell’ex Beatles per fargli fare Joe Cocker per un compenso di 6.000 dollari. Sul ‘New York Times’ apparve un lungo servizio che si intitolava: Perché ai giovani piace ‘Lemmings’?, e cominciava così:

Il vero messaggio degli anni ’60 non era di amore e di pace, ma di morte per ago o per proiettile, c’era solo l’imbarazzo della scelta, e ‘Lemmings’ è incentrato sulla morte, e anche, implicitamente, sulla risata come segno vitale dell’esistenza.

Durante un viaggio di lavoro, John Belushi conosce Dan Aykroyd, un attore suo coetaneo, con cui familiarizza da subito. Presto i due organizzano un viaggio in California a bordo di una Oldsmobile scassata, su cui installano una radio ricetrasmittente che diventa il loro trastullo. Entravano nelle frequenze dei camionisti e si prendevano gioco di loro, ma quelli non si divertivano affatto e iniziavano a inseguirli in giro per gli States. La TV fu il trampolino di lancio di John nello star system: nel 1975 prese il via il ‘Saturday Night Live’, che radunava il meglio dei nuovi comici. La star dello show era Chavey Chase, ma John lo tallonava e presto divenne lui il primo attore. Alle gag demenziali si alternavano star del cinema e della musica. Ad esempio nella seconda puntata ci fu la riappacificazione in diretta di Simon e Garfunkel, mentre lo sketch di Belushi e compagni vestiti da api sarebbe diventato un numero fisso, un tormentone di cui lo stesso John in seguito non ne potrà più.

John Belushi e Dan Aykroyd

John Belushi e Dan Aykroyd

Lo show correva sul filo del rasoio per quanto riguarda i problemi di censura, e proprio lì stava il suo fascino: nel brivido della diretta. Tutti, produttori e pubblico, sapevano che le cose sarebbero potute sfuggire al controllo della rete televisiva, e che ogni volta in una puntata sarebbe scappata una parolaccia o un insulto politicamente scorretto. Puro funambolismo, che dalle 23.30 consegnava il sabato sera ai giovani. Un critico scrisse:

Saturday Night Live’ è il primo programma scritto dalla generazione della televisione e rivolto ad essa. Quei bambini nati nell’immediato dopoguerra che per primi trovarono nella TV la loro babysitter. Negli anni ’50 la adoravano, negli anni ’60 la detestavano, e ora, negli anni ’70, stanno cercando di appropriarsene.

Tra i tanti momenti consegnati alla storia c’è lo sketch in cui John impersona Beethoven. Con tanto di parrucca e sguardo perso nel vuoto è in cerca di ispirazione davanti alla tastiera, mentre le sue domestiche si disperano perché da giorni Ludwig non mangia. Strimpella distratto, senza capo né coda, poi, improvvisamente, la mutazione: sniffa qualcosa, inforca degli occhiali neri e si trasforma in Ray Charles cantando “What I say”. La musica nera gli era entrata nel cuore come un’ossessione. Tutte le sere lui, la moglie Judy e gli amici, ascoltavano dischi di Ray Charles, di James Brown, di B.B. King a volumi impossibili, e negli studi televisivi del ‘Saturday Night Live’ nacque il mito dei Blues Brothers come gruppo musicale. Lo show televisivo era solito ospitare star della musica come Billy Joel o George Harrison, così i due amici, John e Dan Aykroyd, presero coraggio e da membri del cast regolare si trasformarono in ospiti. Ma questa volta facevano sul serio, niente da ridere: Dan suonava l’armonica e John, anche senza una grande voce, ci dava dentro con foga, e da lì a formare una band stabile il passo fu breve. Furono reclutati musicisti eccellenti, tra cui Matt “Guitar” Murphy, che aveva suonato con Muddy Waters e Chuck Berry e il chitarrista Steve Cropper. Il 19 dicembre 1978, i Blues Brothers aprirono lo show del comico Steve Martin, e fu subito chiaro che erano  loro le star. Mentre la band suona “I can turn it loose”, entrano in scena i due fratelli: Dan con una ventiquattrore ammanettata al polso e John che si trastulla con una catena, gli si avvicina e gli toglie le manette. L’esibizione dura 40 minuti ma è un trionfo. Dopo lo spettacolo il brindisi con Mick Jagger, Joe Coker, James Brown e persino Walter Matthau: era nata un’altra stella.

Quello di diventare una rockstar era il sogno segreto di Belushi, che riuscì a realizzare impersonando Jake Blues. Scrive Woodward:

Quando si infilava l’abito nero, gli occhiali e il cappello era veramente una rockstar.

John Belushi e Dan Aykroyd  sul set del film Blues Brothers

John Belushi e Dan Aykroyd sul set del film Blues Brothers

L’album del debutto si intitola “Briefcase full of Blues”, e fu il disco live dal successo più rapido nella storia dell’etichetta Atlantic, in poche settimane vende più di un milione di copie e si guadagnò disco di platino. Con i guadagni, un milione di dollari, John e Judy si comprano la loro prima casa a Martha’s Vyneard, l’isola rifugio di politici, artisti e intellettuali, compresi Bill Clinton e Obama. Acquistarono la villa di Robert McNamara, l’ex segretario alla difesa, per 425.000 dollari e decisero di smettere di fare i pendolari per la TV. Così John lasciò definitivamente il ‘Saturday Night Live’ dopo che lo show era giunto al 39% di share partendo dal 22. Sul fronte cinematografico, il suo più grande successo fu Animal House. In questo film, vestito da antico romano con la toga bianca e una corona di alloro in testa, scende le scale dell’appartamento, incrocia un coetaneo con la chitarra mentre canta una canzone melensa a tre ragazze in adorazione. La macchina da presa indugia prima sullo stile intimista del tizio e poi vira sul primo piano di Belushi: lo sguardo perplesso, gli occhi che ruotano tra l’interrogativo sul da farsi e il disgusto puro, e quindi strappa di mano la chitarra al malcapitato e gliela sfascia sul muro interrompendo quell’insulsa serenata. Lui amava ben altri suoni. Quelli ruvidi e sanguigni del blues e del soul. Il film lo proiettò nell’olimpo della popolarità, e da comico irriverente, in grado di modificare maschera e registro, fu identificato con Bluto, il personaggio del film. La gente per strada gli chiedeva di ripetere le gag del far esplodere il cibo dalla bocca o di schiacciarsi una lattina di birra sulla testa.

Il 27 giugno del 1980 uscì il film I Blues Brothers, che non riuscì però a superare il successo di due anni prima di Animal House. Solo gradualmente, anno dopo anno, diventò un film di culto, ma inizialmente incassò meno del previsto, la critica americana lo snobbò mentre in Italia fu accolto molto bene. In trent’anni questo film ha prodotto un videogioco, un sequel, e per il 30° anniversario dalla morte di Belushi è stato addirittura restaurato. Un sondaggio della BBC fatto nel 2004 ha premiato la colonna sonora del film come la migliore in assoluto della storia del cinema. Persino ‘L’Osservatore Romano’ l’ha definito come un film memorabile, di fatto cattolico.

John Belushi in Animal House

John Belushi in Animal House

Nella breve filmografia di Belushi spiccano anche altri titoli, non necessariamente comici, come Compagni di scuola del 1976 e Verso il sud del 1978, questo era la prima regia di Jack Nicholson, che lo volle fortissimamente con sé quando John era ancora solo una promessa. La stessa cosa fece Spielberg in 1941 – Allarme ad Hollywood. Girò poi Chiamami aquila Vicini di casa, ultimo film della sua breve carriera. In questi ultimi due titoli esce dal cliché dell’attore comico e si rivela un attore completo.

Al suo funerale suonarono una delle canzoni demenziali che facevano parte del suo repertorio televisivo. La suonarono esaudendo le sue volontà che aveva espresso da tempo all’amico fraterno  Dan Aykroyd. Dan cadrà in depressione e rimanderà per anni i progetti a cui stava lavorando. In un’intervista rilasciata qualche tempo dopo la morte dell’amico si legge:

Per metà il mio atteggiamento è: beh amico mio non ce l’hai fatta, ti sei perso un momento magnifico, i prossimi dieci anni saranno meravigliosi. E tu, tu ti sei cacciato in quel casino e io non ci posso fare niente, e mi dispiace. Ma mi manca, e ho pianto al suo funerale, ho pianto durante un’intervista un mese dopo la sua morte, ho pianto di recente, quando ho sentito una canzone che diceva: “È stata una giornata dura per Johnnie, non dovete più piangere, ancora un miglio, un miglio soltanto, è stata una giornata dura per Johnnie e non dovete piangere più”.

 

Dan Aykroyd durante il funerale di John Belushi

Dan Aykroyd durante il funerale di John Belushi

Il suo corpo giace nel cimitero di Martha’s Vyneard. La sua lapide recita: “Io forse non ci sono più ma il rock vive in eterno”. E nella tomba di famiglia nell’Illinois, è scolpita questa semplice frase: “Ci ha fatto ridere”.

Ascolta la puntata di Wikiradio.

 

PAOLO PRATO, insegna Sociologia della Musica alla LUISS. È International advisor dell’Encyclopedia of Popular Music of the World (Bloosmbury) e Guest Editor del volume su European Genres. Fa parte del Comitato editoriale di Popular Music History e Musica/Realtà. Collabora con Radio Tre dagli anni Ottanta. Fra i suoi libri: I canti di natale. Da Jingle Bells a Lady Gaga (Donzelli, 2013), Le macchine della musica. L’orchestra in casa (Rai-Nuova Eri, 2013), La musica italiana: una storia sociale dall’Unità a oggi (Donzelli , 2010), White Christmas. L’America e la reinvenzione del Natale (Donzelli, 2006), Il treno dei desideri. Musica e ferrovia da Berlioz al rock(L’Epos, 2003), Suoni in scatola: sociologia della musica registrata (Costa & Nolan, 1999), Dizionario di Musica Pop e Rock (Vallardi,1996). Ha ideato e progettato collane per l’edicola come Swing Collection, I Grandi del Rock,   Black & Soul,   Cantanapoli,  Il Dizionario della Canzone Italiana e Il Dizionario del Rock.

 

Annunci

Emil Cioran. L’anti-profeta che abiura tutte le Verità

Il meglio dell’Occidentale
emil cioran

Emil Cioran, lucidissimo pensatore e filosofo rumeno, amico di Mircea Eliade e Eugène Ionesco e componente con questi suoi connazionali di una triade culturale del Novecento di spicco internazionale, scomparve nel 1995 a Parigi. “Barbaro dei Carpazi”, come si definì egli stesso, riferendosi ad un carattere ed a una forma dell’espressione congeniti che gli si imprimevano nel pensiero e nella scrittura, mescolandosi peraltro ad una forza poetica superiore, straordinaria, Emil Cioran emigrò in Francia nel 1937, all’età di 26 anni, vincitore di una borsa di studio dell’Università di Bucarest per un dottorato in filosofia.

Ma non fu mai frequentatore a Parigi dei salotti degli intellettuali. Emil Cioran convisse e condivise piuttosto il destino di una società a margine: degli studenti universitari, studente egli stesso e senza progetti di vita che non fossero quelli della lettura e della scrittura; dei barboni, che stimava in quanto esonerati dalla storia e dalle follie del progresso; delle prostitute che ebbe come coinquiline dei palazzi degradati dove abitò, e la cui figura emerge dalle sue pagine come modello di vita e di pensiero, per il loro “pirronismo da marciapiede”, per il “sorriso stanco” e per l’“amarezza” rispetto al mercato che è il mondo, per essere “le creature meno dogmatiche” che “accettano tutto e rifiutano tutto”, che “sono distaccate da tutto e aperte a tutto”.

L’opera di Emil Cioran ci viene restituita oggi in italiano dall’editore Adelphi. Dai suoi libri più importanti, in cui pure qualcuno vi ha ravvisato la miglior prosa francese del Novecento, come La chute dans le temps, Précis de décomposition, Histoire et utopie, Le mauvais démiurge, De l’incovénient d’être né, Écartèlement, Syllogismes de l’amertume, Des larmes et des saints, Exercices d’admiration, emerge il ritratto di un filosofo radicalmente pessimista, eppure corroborante con i suoi lancinanti aforismi, un ilare nichilista, un dissacratore esultante nella sua implacabile furia corrosiva della metafisica, dei valori, degli ideali e di tutto il bagaglio storico e culturale del nostro piccolo pianeta. Perché così gli appariva il nostro mondo: un insignificante pezzo di “materia tetra”, una “lacrima pietrificata” caduta dal “primo fremito di Dio” contro la quale i nostri umani pianti non possono nulla e si infrangono inascoltati. Così gli appariva in una pagina di quel Sommario di decomposizione intitolata In una delle mansarde della Terra.

Era appunto questo il punto di vista da cui Emil Cioran ha guardato il mondo in tutti i suoi scritti: egli osservava dall’alto della sua “mansarda” sovrastorica e metatemporale, anzi sotto-temporale avrebbe detto lui che predicava e auspicava per tutta l’umanità, vittima già della Caduta e della perdita dell’Eden, una nuova risolutiva ed ora infernale caduta in una eternità inferiore, dove necessariamente doveva arenarsi sfinito ed inane il “disormeggio” che è la storia. Caduti nel tempo, egli ci vedeva destinati a cadere anche dal tempo, liberati per sempre dalla maledizione del divenire, ma non per questo redenti e salvati, ed anzi rinchiusi ora in un paradiso rovesciato, un giardino sinistro e spaventevole, disabitato da Dio, nel quale si conclude miseramente la storia e il suo male.

Questo suo distacco dal mondo, dalla storia che contemplava da lontano, con disincanto atarassico, costituisce la cifra di una “lucidità” disincarnata e totalmente altra dalla “coscienza” hegeliana intrinseca invece alla dialettica dello spirito e del processo storico: “dentro al cerchio che rinchiude gli esseri umani in una comunione di interessi e speranze, lo spirito nemico dei miraggi si apre una strada dal centro verso la periferia. Non può più udire da vicino il brulichio degli uomini: vuole guardare da più lontano possibile la simmetria maledetta che li collega”.

Il suo occhio rapace ci ha scrutato dall’alto come quello di Albert Caraco, per ricordare un suo ideale consanguineo novecentesco con cui pure è stato confrontato; e tuttavia Cioran è meno cupo, meno freddo, più mescolato alla vita, più attaccato allo scheletro e alla carne ai quali era incatenato peraltro da un’insonnia cronica che solo con la terapia della scrittura cercò di esorcizzare nelle lunghe, e profonde, notti di veglia.  E se Caraco si suicidò programmaticamente, Emil Cioran non vi riuscì mai, e anzi confidò una volta a Costantin Noïca: “ascolta, non parlarne a nessuno, ma io amo molto la vita”.

Nichilista, o meglio pessimista, per usare un termine più vicino e familiare, più leopardiano diciamo… di quel Leopardi che egli pure amava e conosceva (Emil Cioran è prefatore d’eccezione di un saggio del corrispondente e amico Mario Andrea Rigoni su Leopardi), Cioran è stato definito anche uno gnostico, per le sue riflessioni intorno a Dio, alla Caduta, al Demiurgo, al Tempo ed altri. Amava la filosofia orientale e la cultura gnostica antica appunto. Squartamento si apre con una “favola di origine gnostica” nella quale si narra degli Angeli di Michele che battagliarono contro quelli del Drago e di quelli che, rimanendo invece irresoluti e non decidendosi per nessuno schieramento, furono cacciati dal Regno Celeste: di qui, di nuovo, la Storia, intesa come perdita tragica di un’unità inenarrabile e immemorabile che dovette precederla.

Forse lontane immagini degli Angeli e degli Arcangeli armati di spada quali si vedono affrescati nelle Chiese cristiano-ortodosse della sua amata Romania, magari della piccola chiesa di Răşinari, il piccolo villaggio dov’era nato e che costituiva per lui il paradiso personale e perduto della sua infanzia, o le visioni suscitate dalle letture del padre, un prete ortodosso, dovevano essergli rimaste scolpite nella memoria. Ad ogni modo uno gnostico negativo, un demolitore, un distruttore.

Un Angelo sterminatore, secondo Fernando Savater. Un incendiario. Non possedeva in casa una biblioteca ben ordinata, ma un cumulo disordinato di carte e di libri sparsi per tutta la stanza e “pronti per il rogo”, ha scritto Friedgard Thoma, sua biografa e intima amica. E tuttavia i roghi con cui egli brucia tutto l’Occidente e la sua cultura non sono i roghi dell’Inquisizione o del Nazismo. La sua penna, deliziosa e terribile in uno, è pur sempre quella di un intellettuale geniale, anche se gli piaceva dire di aspirare all’idiozia, alla vacuità dell’ebetudine, il cui gesto creativo e la cui eredità vanno cercati dunque nella stessa pars destruens del suo discorso.

Allora, Emil Cioran può essere letto senz’altro come pensatore della crisi, anzi della fine, o dell’Apocalisse meglio ancora, un pensatore del frammento, maestro dell’aforisma, un filosofo asistematico con le stigmate del post-moderno se si vuole, incapace di elevarsi al sistema, ad una visione compiuta, ad una nuova e rinnovata intuizione del mondo. Ma il più profondo significato storico che egli adempie con la sua opera è quello appunto di annunciare la fine di tutti i sistemi e di tutte le visioni del mondo, o addirittura la fine della storia del pensiero o della storia tout court come ha osservato Rigoni.

“In sé stessa ogni idea è neutra, o dovrebbe esserlo; ma l’uomo la anima, vi proietta i propri ardori e le proprie follie; impura, trasformata in convinzione, essa si inserisce nel tempo, assume forma di evento: il passaggio dalla logica all’epilessia è compiuto… Nascono così le ideologie, le dottrine e le farse cruente”: con chiaroveggenza, nel 1949, allorché scrisse questa pagina con cui si apre il Sommario, Emil Cioran intravedeva già il tracollo, tremendo e grottesco insieme, di tutte le ideologie, di destra e di sinistra, come chi ne intuisse segretamente la logica inafferrabile e profonda del fallimento: “mi si indichi una sola cosa quaggiù che, cominciata bene, non sia finita male”.

Alla fine dell’età delle ideologie, od anzi al termine della lunga “sfilata di falsi Assoluti” che è la storia intera, Emil Cioran ci ritorna come l’Anti-profeta che abiura tutte le Verità, rivelate o terrene. In una pagina del Sommario intitolata, appunto, L’Antiprofeta, egli sa che gli uomini “idolatri per istinto” sono pronti a trasformare in “Incondizionato” gli oggetti dei loro sogni e dei loro interessi, a costringere gli altri sulla propria strada, a sterminarli se si rifiutano, ad innalzare templi a dei pretesti, e la loro capacità di adorazione è responsabile di tutti i loro crimini: “in ciascuno di noi sonnecchia un profeta…. quando si sveglia c’è un po’ più di male al mondo”. Ma questa sua denuncia è anche un congedo, inevitabile e definitivo, dalla comunità degli uomini, se non addirittura dall’umana natura: “dopo aver ucciso in me il profeta”, si chiede Cioran, “come potrei avere ancora un posto tra gli uomini?”.

E’ proprio in questa solitudine, in questo rifiuto di aderire a vecchie e nuove verità o, peggio, di costruire nuove architetture del pensiero, che si ritrova anche l’attualità di questo anti-profeta. Perché, al di là del suo radicale pessimismo, e anzi forse proprio attraverso di esso, la pagina di Emil Cioran trasmette, assieme alla forte esigenza di liberazione dal mondo, dalla storia, dai suoi fardelli, dal peso stesso dell’esistenza, ed anche per questo stesso, un forte senso di libertà: “Mi basta sentire qualcuno parlar sinceramente di ideale, di avvenire, di filosofia, sentirlo dire ‘noi’ con tono risoluto, invocare gli ‘altri’ e ritenersene l’interprete, perché io lo consideri mio nemico”.

NOTA. Emil Cioran è stato un filosofo, saggista e aforista rumeno. Emil Cioran visse a Berlino negli anni Trenta e poi in Francia, scrivendo da apolide e in francese opere che vengono considerate tra le più alte in lingue francese. Emil Cioran, influenzato inizialmente dal pensiero esistenzialista, se ne allontana poi rifiutando l’impegno politico attivo e avvicinandosi alla filosofia dell’assurdo dell’ amico Eugène Ionesco. Il pessimista Emil Cioran è a sua volta influenzato da Nietzsche, Schopenhauer, Heidegger e anche da Leopardi (“fratello d’elezione”).

Da segnalare, l’intervista concessa da Simone Boué a Norbert Dodille, Una vita con Cioran (a cura di Massimo Carloni, Edizioni La Scuola di Pitagora) che ripercorre la vita quotidiana di Emil Cioran, il suo viaggiare tra “alberghi di infimo livello” e in bicicletta, dalle “mense studentesche che segnarono l’inizio del loro speciale rapporto sentimentale fino agli aspetti domestici, fatti di irrinunciabili sieste quotidiane”. Ne parla Luigi Iannone sul Giornale del 30 aprile scorso.

[Pubblicato il 16 ottobre 2011]

http://www.loccidentale.it/articoli/110535/emil-cioran-lanti-profeta-che-abiura-tutte-le-verita


In morte di Ernst Nolte: una analisi delle sue opere

20 Ago2016

Scritto da Aldo Giannuli.

Cari amici, in morte di Nolte, su cui si sono letti diversi articoli sui vari quotidiani (interessante quello di Antonio Carioti sul Coorriere della Sera) permettetemi di proporvi queste pagine che gli dedicavo nel mio “Abuso pubblico della storia” Guanda 2009. A.G.

Insieme a Furet ed a Renzo De Felice (di cui parleremo nel contesto italiano) Ernst Nolte è (stato) il maggior referente del revisionismo storiografico europeo. Allievo di Martin Heiddegger, raggiunse la fama internazionale nel 1963 con “Der  Faschismus in seiner Epoche”, uno dei primi studi comparati sul fascismo dedicato, oltre che al fascismo italiano, al nazismo ed all’Action Francaise di Charles Maurras. Il libro era costruito intorno ad una intuizione: pur nella profonda diversità dei casi nazionali, il fascismo è stato un fenomeno epocale tendenzialmente unitario, caratterizzato da una contaminazione di elementi ideologici nazionalisti con elementi socialisti e destinato ad avere successo solo nei contesti in cui operi un forte movimento marxista.

Nolte proseguì lungo questa linea di ricerca per circa un ventennio, pervenendo gradualmente a conclusioni assai divergenti dalla storiografia corrente in materia di nazismo. Abbiamo già ricordato l’ Historikerstreit che, a metà degli anni ottanta, lo vide impegnato sul tema della “colpa” del popolo tedesco per l’olocausto ed i crimini nazisti. La sua ricerca culminò nel saggio sulla guerra civile europea  nel quale spiegò il fascismo come reazione alla rivoluzione russa, individuando nell’antibolscevismo il vero nucleo centrale del pensiero nazionalsocialista. Lungo questo indirizzo, Nolte perveniva alla conclusione che i crimini nazisti erano da relativizzare in quanto da porre in relazione a quelli del comunismo: il gulag sarebbe una sorta di prius del lager.

Nolte si spinge molto più in là di Furet nel teorizzare la continuità fra giacobinismo e bolscevismo, risalendo man mano agli anabattisti di Tommaso Muntzer, alle jacqueries, alle rivolte degli schiavi come Spartaco, persino ad alcune pagine della Bibbia. E’ quello che definisce “l’eterna sinistra” che identifica con un atteggiamento sostanzialmente pauperista incapace di comprendere che la diseguaglianza sociale è la base del progresso civile (e qui è evidente la parentela ideologica con  l’individualismo proprietario di Burke). E, dunque, i bolscevichi sono proposti come antagonisti della civiltà europea ed assimilati all’islamismo (come peraltro Burke aveva assimilato i giacobini all’islamismo). E’ curioso notare che, invece, Pipes fa l’operazione contraria facendo discendere l’ Islam radicale da Lenin.

Di rilievo, nel modello esplicativo noltiano è la caratterizzazione dell’ottobre russo come rivoluzione non partecipata, essendosi trattato sostanzialmente di un colpo di stato con una base assai esigua di consenso, che, in qualche modo, poneva le premesse per la successiva repressione. Stranamente, questo stesso carattere di rivoluzione non partecipata non è individuato nella rivoluzione inglese del 1689 che, invece, è indicata una volta di più come modello positivo.

Nolte riprende da Schmitt la nozione di  “nemico assoluto” riferendola  all’appello di Lenin sulla trasformazione della guerra imperialista in guerra rivoluzionaria che avrebbe dato il via alla guerra civile europea.   

Giustamente, Losurdo fa notare che anche le potenze occidentali  rivolsero frequenti appelli al popolo tedesco ad insorgere contro il proprio governo –accusato di essere assolutista e sanguinario- ed il  presidente Woodrow Wilson  presentò l’entrata in guerra degli Usa come una crociata per la democrazia e la liberazione di tutti i popoli “compreso quelli germanici”. Ed, infatti, la propaganda degli imperi centrali insistette molto sul tema della “congiura internazionale massonica” ai propri danni.  Peraltro, il debito intellettuale di Nolte verso Schimitt si evidenzia anche nel concetto di “guerra civile fredda” che si sarebbe conclusa con il 1989.

Come nel caso di Furet, anche Nolte manifesta una notevole disinvoltura metodologica sulla quale non è inutile soffermarsi. A proposito del tema della rivoluzione mondiale, osserviamo che si trattò del progetto di Lenin e Trotzkj che pensavano la situazione matura per la vittoria rivoluzionaria nell’Europa occidentale –soprattutto in Germania- nel giro di pochi anni. Non è questa la sede per entrare nel merito della fondatezza di quella ipotesi e delle ragioni del suo insuccesso, di fatto essa andò rapidamente incontro alla sconfitta e, già nell’ottobre 1923, con il fallimento dell’ “ottobre tedesco”, usciva definitivamente di scena. Dopo un brevissimo interludio durato meno di due anni, la prospettiva della rivoluzione mondiale venne abbandonata dai comunisti russi –salvo che per il maldestro tentativo cinese del 1927- e gli interessi del nuovo stato sovietico si affermarono come prevalenti e, per riflesso, l’Internazionale Comunista ed i suoi partiti divennero una appendice della politica estera sovietica. Come comprese subito Trotzkj, il “socialismo in un solo paese” non era la momentanea accettazione di uno stato di fatto sfavorevole, ma il definitivo abbandono della prospettiva internazionalista. Man mano, il gruppo dirigente stalinista concepì l’eventuale espansione del socialismo come la progressiva estensione della sfera di influenza sovietica. Quello che accadde dopo il 1946, con l’emergere di due blocchi reciprocamente demarcati, era la prosecuzione logica di quell’impostazione.

Dunque, la vittoria dei vari movimenti fascisti e l’affermarsi di regimi autoritari di destra (Italia 1922, Germania 1933, Portogallo 1926-32, Spagna 1936-39) sostanzialmente segue la fine del tentativo rivoluzionario leninista e va ben oltre il limite della reazione ad essi. Anche in Italia, il fascismo vinceva dopo la sconfitta dell’occupazione delle fabbriche e spiccava il volo, non dopo un nuovo assalto rivoluzionario, ma dopo il fallimento dello “sciopero legalitario” dell’agosto 1922. Ma, se nel caso italiano si può anche ipotizzare una sorta di movimento inerziale, per cui il fascismo giungeva al potere sullo slancio di quanto accaduto due anni prima, questo non può essere decentemente sostenuto nel caso tedesco, dove i nazisti dettero l’assalto ad un regime democratico, in assenza di qualsiasi tentativo insurrezionale comunista. Semmai, in occasione del “plebiscito rosso” godettero dell’appoggio dei comunisti tedeschi (una macchia indelebile della Kpd sulla quale si sorvola troppo facilmente).

Tanto meno la teoria di Nolte risulta idonea a spiegare il caso portoghese, dove non c’è mai stata una congiuntura rivoluzionaria (ma Nolte il Portogallo non lo prende neppure in considerazione). E, notiamo incidentalmente, il caso portoghese contraddice anche l’idea che il fascismo sorga da una contaminazione fra cultura politica nazionalista con elementi si socialismo, chè, di socialismo, nel fascismo salazarista non c’è neppure l’ombra.

Soprattutto l’ipotesi di Nolte non funziona nel caso spagnolo, dove il Fronte popolare (di cui facevano parte due partiti “borghesi”, è bene ricordarlo) andò al potere grazie ad una regolarissima vittoria elettorale e su un programma che non prevedeva alcuna “guerra di sterminio” della borghesia. La guerra civile fu scatenata da Francisco Franco su istigazione del fascismo italiano, che temeva un peggioramento della propria posizione nel Mediterraneo. Come documenta per la prima volta e molto convincentemente Morten Heiberg, le origini del colpo di stato falangista erano molto precedenti all’assassinio di Calvo Sotelo (invocato come motivo scatenante) e addirittura alla stessa vittoria elettorale del Fronte Popolare. D’altra parte, i comunisti erano del tutto minoritari nello schieramento di sinistra e videro crescere il loro perso proprio grazie allo scatenamento della guerra civile da parte franchista. Peraltro, essi non spinsero mai verso un esito rivoluzionario ed, anzi, si impegnarono sino all’ultimo a preservare l’”alleanza antifascista” con settori della borghesia.

Dunque, non sembra che la tesi di Nolte resista ad una verifica storica fattuale. Ma non resiste molto neppure dal punto di vista della filologia ideologica; come documentò lo storico israeliano Zeev Sternhell, il fascismo trova le sue radici nella crisi ideologica a cavallo fra l’Ottocento ed il Novecento, molto prima della rivoluzione russa. D’altro canto, anche Furet mosse critiche analoghe a Nolte (nonostante i cordialissimi rapporti intrattenuti per oltre venti anni) segnalando come i fascisti non avevano alcun bisogno della rivoluzione bolscevica per il loro dichiarato antiparlamentarismo.

Infatti, il fascismo non fu solo reazione antirivoluzionaria ed ebbe caratteri primari originali che vanno ben oltre la semplice reazione anticomunista. Peraltro, come Furet,  neanche Nolte è stato del tutto originale nelle sue tesi. La riduzione del fascismo a mero movimento di opposizione al comunismo è già presente nell’elaborazione di Maurice Bardeche (ideologo del fascismo francese, cognato di Robert Brassillach) che, già nel 1962, aveva iniziato a sottolineare l’assenza di un minimo comun denominatore teorico dei vari fascismi. Successivamente, in una sua opera dedicata ai fascismi sconosciuti (dalla Guardia di Ferro di Codreanu ai Lupi d’Acciaio lituani, dal movimento del norvegese Quisling alle Croci Frecciate ungheresi), valutatene le rimarchevoli differenze, l’autore concludeva:

<< In realtà, i regimi che si chiamano fascisti sono regimi di salute pubblica che hanno preso forme differenti seguendo la forma e l’imminenza del pericolo, cioé seguendo le circostanze, e solo alcuni tra loro hanno un contenuto politico che tutti i popoli possono adattare al proprio carattere.  Dovremmo dunque studiare, da una parte, le reazioni di salute publica attraverso le quali i popoli hanno cercato  di difendere la loro libertà dal bolscevismo  e, dall’altra, l’umanesimo politico sul quale si sono appoggiati in quell’occasione, ciò che costituisce propriamente il messaggio culturale che questi regimi hanno trasmesso a tutti gli uomini >> (b  p. 9-10).

Il fascismo perdeva ogni suo tratto distintivo per diventare una forma particolarmente militante di antibolscevismo: una operazione tesa a rimettere in gioco, a un quarto di secolo dalla sconfitta, la destra fascista in un più ampio fronte anticomunista. Dunque una operazione dichiaratamente politica non particolarmente preoccupata delle esigenze dell’analisi storica che, al contrario, segnala il carattere originario dei movimenti fascisti. E se proprio di reazione ad una rivoluzione si può parlare, a proposito del fascismo, non è della rivoluzione russa che si deve parlare, ma di quella francese di 128 anni prima. In fondo, la definizione del fascismo come “anti 89” è venuta dallo stesso fascismo.

La stessa varietà ideologica dei diversi fascismi (debitamente documentata sia da Nolte che da Bardèche o da altri autori) non depone affatto su un “minimo comun denominatore” quali “Comitati di salute pubblica”, ma conferma le remote radici nazionali di ciascuno a prescindere dalla rivoluzione di Ottobre.

Aldo Giannuli


Simo Häyhä, il cecchino infallibile nelle nevi della Finlandia

Soprannominato la “Morte Bianca” dai soldati russi, fu l’eroe della Guerra d’inverno: oltre 700 uccisioni in meno di cento giorni

D’inverno, con temperature che toccano i -20 gradi e la neve che copre ogni cosa, ci abitano solo renne, lepri e cacciatori. Un deserto bianco alla frontiera con la Russia dove sorge Rautjärvi, comune finlandese che oggi conta circa tremila abitanti nella Carelia meridionale. Una pianura fatta di foreste e laghi ghiacciati. Il migliore campo d’allenamento per il cecchino più letale della storia: Simo Häyhä, circa 700 soldati sovietici uccisi (stima al ribasso) in meno di cento fra il 1939 e il 1940.

Durante quella che è passata alla storia come la Guerra d’Inverno, Häyhä divenne l’eroe e il simbolo di un’intera nazione. Il conflitto, infatti, rappresenta il passo decisivo verso l’indipendenza della Finlandia dalla Grande Madre Russia che fin dai primi dell’Ottocento controllava la regione. Una storia fatta di concessioni d’autonomia e processi di russificazione che divisero la società finlandese fino alla guerra civile del 1918. Un’occasione che il piccolo Paese scandinavo (abitato allora da soli tre milioni di abitanti su 338.424 chilometri quadrati) non si lasciò scappare per colpire L’Orso Russo già piegato dalla Rivoluzione d’Ottobre.

Simo Hayha

All’epoca, Simo Häyhä aveva 13 anni. Nato nel 1905, trascorse la propria infanzia nella fattoria dei genitori prima di arruolarsi nella Guardia Civile nel 1922. E lì ebbe inizio la leggenda. A suon di colpi singoli, Häyhä e il suo Mosin-Nagant diventarono una cosa sola. «Si tratta di un arma rivoluzionaria», afferma Marco Milazzo, perito ed esperto d’armi. «Il Mosin-Nagant è un fucile russo con una gittata di due chilometri che sparava proiettili calibro 7,62x54R usati dai sovietici per perforare i sacchetti da trincea utilizzati dai tedeschi». Sul mercato delle armi d’epoca oggi vale fra i 200 e i 300 euro. La versione finnica di Häyhä, invece, arriva a 500-600 euro. Un sovrapprezzo che tiene conto delle piccole dimensioni dell’esercito finlandese: i Mosin-Nagant prodotti dai scandinavi arrivavano a fatica a 130 mila (contro i 21 milioni prodotti dai sovietici). Per tutti gli altri soldati c’erano quelli rubati ai russi.

Diciassette anni dopo, quando l’Armata Rossa invase la Finlandia per prendere il controllo della Carelia e di altri territori lungo il confine prima che i nazisti potessero fare lo stesso, Simo Häyhä fu mandato in prima linea. Vicino alle rive del fiume Kolla,in un luogo che fin da bambino conosceva bene, divenne il terrore dei fanti russi fino a guadagnarsi il soprannome di “Morte Bianca” (Belaya Smert, in russo). A chi, dopo il conflitto, gli chiedeva come avesse potuto essere cosi efficace, la risposta fu sempre una sola: «Pratica». Una risposta riduttiva. «La tecnica del cecchinaggio era ancora agli albori – ricorda Massimo Longo Adorno, autore di La guerra d’inverno (2010) – Ma rispetto ai suoi colleghi utilizzava una tecnica particolare: non si appollaiava sugli alberi, ma si acquattava a terra. Spianava la neve davanti alla canna del fucile e se ne metteva un po’ in bocca per evitare la condensa». Tutto per rendersi “invisibile”.

«Spianava la neve davanti alla canna del fucile e se ne metteva un po’ in bocca per evitare la condensa». Tutto per rendersi “invisibile”

Ma quel che ha fatto di Häyhä una leggenda, non è stato solo il numero di vittime (di cui non si è mai pentito: «Ho fatto quello che mi hanno ordinato. E l’ho fatto al meglio che ho potuto»). Il Mosin-Nagant che utilizzava il cecchino finlandese non aveva nessun mirino telescopico, solo le tacche metalliche in coda e in testa al proprio fucile. «Aveva intuito che utilizzando uno strumento ottico sarebbe stato individuato dai suoi nemici a causa del riflesso prodotto dal sole sulla lente. Una volta posizionato, sparava a bersagli nel raggio di 400 metri. A quella distanza, sebbene sia un puntino, ogni figura occupa esattamente lo spazio fra le tacche metalliche del mirino», rivela Milazzo. «E data la tattica russa di attaccare avanzando con un grande dispegamento di uomini in riga – aggiunge Adorno – poteva facilmente fare incetta di vittime».

Solo un colpo d’artiglieria riuscì a mettere fuori gioco Häyhä causandogli una ferita alla mandibola che lo segnerà per tutta la vita (conclusa il primo aprile 2002 all’età di 97 anni) rendendo la sua figura ancora più iconica. Alto un metro e sessanta, smilzo e solitario Häyhä non ha la statuarità dell’americano Chris Kyle (immortalato dall’ultimo film di Clint Eastwood, American Sniper), né il fascino esotico del russo Vasilij Grigor’evič Zajcev (portato sul grande schermo da Jude Law in Il nemico alle porte). Per essere il numero uno, però, l’unica cosa che conta è la pratica: «Sparavo, caricavo e continuavo a farlo finché vedevo un nemico».

http://www.linkiesta.it/it/article/2016/04/23/simo-hayha-il-cecchino-infallibile-nelle-nevi-della-finlandia/30104/


STORIA DI UN PAZZO

Selbstbildnis

di pubblicato mercoledì, 20 aprile 2016

È uscito Una visita serale e altri racconti, il terzo titolo della collana Bassa Stagione, curata da Marino Magliani e Stefano Costa per Fusta Editore. Si tratta della prima traduzione italiana di alcuni dei numerosi racconti pubblicati in rivista e in volume dallo scrittore francese Emmanuel Bove, nato il 20 aprile del 1898, autore molto prolifico anche se scomparso prematuramente, nel 1945. A seguire, l’incipit di uno dei racconti, Storia di un pazzo. La traduzione del volume è di Claudio Panella.

di Emmanuel Bove

Ci tengo subito a dire, per mettere il lettore a suo agio, che non sono pazzo. E se fosse possibile dar prova di qualcosa attraverso le parole, il fatto di dichiararmi lucido sarebbe sufficiente a mostrare che sono in pieno possesso di tutte le mie facoltà.

So bene che talvolta posso sembrare pazzo. È vero anche che basta poco perché ciò si verifichi. Ma cerchiamo di capirci. In effetti, sembro spesso pazzo, ma non agli occhi di tutti. Posso essere ritenuto pazzo da una persona e non da un’altra. E se un mio gesto o una mia domanda ridicola suscitano puntualmente tale sospetto, è pur vero che sono in grado di frenarmi non appena mi accorgo che questo sospetto interiore rischia di esternarsi. Non lo faccio per divertirmi né per prendermi gioco di coloro che assistono a questa mia commedia e neppure per nobilitarmi ai miei stessi occhi attraverso un’umiliazione. Lo faccio semplicemente senza pensarci, forse proprio perché sono pazzo.

No, non sono pazzo. Ciò che ho appena scritto nasce dal bisogno di fornire una spiegazione a degli atti illogici. E quando si prova questo bisogno di chiarezza, di sicuro non si è pazzi.

Ma questo non è importante. Non c’è alcun rapporto tra ciò e la storia che sto per raccontare.

La cosa più buffa è che sono privo di volontà. Ho sempre fatto ciò di cui avevo voglia. Fortunatamente, in fondo sono buono, non ho alcun lato malvagio. Altrimenti sarei sicuramente finito male. Sarei andato in prigione. Avrei ucciso degli innocenti.

È una cosa molto buffa. È molto buffa perché chi mi leggerà vedrà con quanta volontà sono stato capace di agire. Hanno pianto, mi hanno supplicato, ma io non ho ceduto. È una cosa buffissima. Sono proprio un uomo strano e amabile allo stesso tempo. Sono un uomo che avrà sicuramente successo nella vita, che farà grandi cose.

Ma fermiamoci un momento. Procediamo con ordine. Chi non mette ordine nella sua testa è perduto. Senza ordine nulla è possibile. Ora vedrà il lettore quanto posso essere ragionevole io che, a quanto si dice, sono mezzo pazzo.

Prima di tutto, bisogna che si sappia chi sono. Non ho mai conosciuto mia madre. Sono stato allevato da mio padre, il che mi ha reso, sin dall’infanzia, precocemente maturo. Non è facile immaginarsi fino a che punto sono buono. La mia bontà è tale che ci si è sempre presi gioco di me e ciò mi ha portato a vivere le storie più inverosimili. Non dico che sono incapace di uccidere una mosca, perché chiunque ha degli sbalzi d’umore. Quel che mi rattrista, però, è che non ho mai potuto dare prova della mia bontà. Mi sembra che la bontà data in prova non sia già più bontà. Ma questo ora non c’entra. Niente paura, non mi perdo. Racconterò la mia storia senza divagare. Voglio solo che il lettore sappia che sono davvero buono. Ci tengo a ribadirlo, glielo voglio giurare. E quanto giuro è vero. Non sono mica come quelli che giurano a casaccio sulla testa dei loro genitori.

Non sopporto la vista di qualcuno che soffre, di conseguenza potrei sembrare incapace di fare del male. E invece no! Vi stupirete di quel che ho fatto. Improvvisamente, ho trovato in me delle risorse insospettate, segno di grande vitalità, e ho gettato nell’angoscia più profonda tutti coloro che mi circondano, perfino i miei cari, perfino la mia amata. È vero, l’ho fatto. E oggi che sono libero, che è tutto finito, mi chiedo se non avrò rimorsi.

Non so come ho potuto farlo, io che sono tanto buono, con il cuore che si scioglie in lacrime al minimo dolore altrui. È incomprensibile e perciò sto scrivendo questa storia. Forse un giorno qualcuno saprà spiegarla o biasimarmi, perché si sa che gli sconosciuti ci capiscono meglio degli amici.

Ma procediamo con ordine, come ho detto poco fa, così che tutti possano comprendere quanto è successo. Ecco. In fondo, non è successo nulla. La mia povera testa mi duole. Vorrei che tutti capissero subito ciò che si agita nel mio cervello senza che io debba scriverlo. Sarebbe tanto più semplice. Che volete, amo la semplicità! Appena cerco di chiarire dei sentimenti complicati, mi confondo e mi sento smarrire. È una cosa molto buffa. Vedo chiaramente i pensieri in superficie nella mia testa, ma non appena cerco di addentrarmi più in profondità, mi ritrovo nella nebbia.

Quindi, per venire a capo di questa storia, la racconterò nel modo più semplice possibile. Sarebbe ridicolo cominciare in modo molto chiaro per poi confondermi e rendere infine incomprensibile al lettore quel che volevo dire. Non sarebbe soltanto ridicolo, ma perderei per sempre ogni credibilità. È molto meglio che scriva giudiziosamente, con calma, e allora mi si potrà capire e dare ragione. Così sarà chiaro che chi ha una cattiva opinione di me si sbaglia e che, malgrado ciò che ho fatto, sono una persona ragionevole.

Se ci sono dubbi, me lo si deve dire. Non mi arrabbierò. Sono abbastanza intelligente per capire che ciascuno ha le sue ragioni. No, non mi arrabbierò. Saprò allora che in me c’è qualcosa che non va. Mi farò curare. Farò delle escursioni, mi distrarrò e poi, quando mi sarò ripreso, quando non si potrà più dire male di me, potrò di nuovo raccontare questa storia. E questa volta, finalmente, tutti dovranno capire quel che volevo dire.

Ora comincio il mio racconto. Attenzione. Siamo seri. Sto per cominciare. La prima cosa che devo dire è, secondo me, di grande importanza: tutto ciò che state per leggere è vero. Non mi sono inventato nulla. Tutto è accaduto ieri. Ho precipitato nel dolore chiunque mi conosca. E, per la prima volta nella mia vita, non ne soffro. Ho fatto bene a comportarmi così. Se avessi fatto star male una sola persona, oggi sarei infelice. Ma poiché tutti piangono a causa mia, io sorrido. Sono solo. Non soffro. Ogni cosa è stata ben pianificata. Ora vediamo ciò che succede. Raccolgo tutte le forze per rimanere nello stato in cui sono. Sto molto bene. Tutto è andato come prevedevo. Non ho dovuto affrontare imprevisti che mi avrebbero sicuramente sviato. L’ambizione di tutta la mia vita si è infine realizzata. Non devo mettere in pericolo la mia felicità commettendo qualche sciocchezza. Che succederà domani? Non lo so. Ma, per il momento, va tutto bene. Dunque, non ne parliamo più. Procediamo con i fatti.

http://www.minimaetmoralia.it/wp/storia-di-un-pazzo-emmanuel-bove/