Archivi categoria: incontri con persone spregevoli

Ventimila sterline per il matrimonio del cane

Ha sempre speso molto per la sua Lola, Yorkshire terrier di sei anni. Ma questa volta Louise Harris, 32enne inglese, è andata oltre. In una villa dell’Essex, ha organizzato una cerimonia nuziale per il suo cane, costata complessivamente 20mila sterline, quasi 23mila euro, tra affitto della location, fiori, decorazioni, un wedding planner, personale per la sicurezza, il rinfresco per gli 80 invitati.

“Volevo che avesse il suo giorno perfetto”, ha dichiarato la donna.
La bestiola è andata in sposa a Mugly, un cane nudo cinese, che peraltro porta il titolo di cane più brutto del Regno Unito, scelto via Facebook tra vari contendenti.

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La riabilitazione di Draza Mihailovic. Quando la storia si scrive nelle aule di giustizia

DI FRANCESCO MAZZUCCHELLI

Nazionalisti serbi

Nazionalisti serbi

Si è concluso in questi giorni a Belgrado un singolare processo che farà ancora discutere a lungo in Serbia, e che tocca da vicino il tema del rapporto tra verità giuridiche e verità storiche. Imputato del processo, celebrato per forza di cose in contumacia (una sorta di “sinodo del cadavere” all’inverso) il generale Dragoljub Draza Mihailovic, comandante del movimento dei nazionalisti serbi (i cosiddetti Cetnici) che durante la Seconda Guerra Mondiale combatté contro l’occupazione nazista, e “rivale” (una sorta di nemesi, nell’immaginario popolare jugoslavo) del leader dell’altro movimento impegnato nella lotta contro l’esercito nazista, Josip Broz Tito, che guidava l’Esercito di Liberazione Popolare e il Consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia (l’AVNOJ).

Alla fine della guerra contro i nazisti, in Jugoslavia una guerra civile scoppiò tra le due fazioni che pure avevano combattuto contro un comune nemico. Tutti sappiamo come andò a finire: il movimento comunista guidato da Tito (che ormai godeva di un esteso consenso popolare e di un esercito organizzato che era riuscito a scacciare gli occupanti quasi senza ricorrere all’aiuto degli Alleati) ebbe la meglio sui cetnici realisti di Draza Mihailovic, e la Jugoslavia divenne una Repubblica Federale Socialista.

Come mai una corte di giustizia serba si interessa oggi, nel 2015, ad avvenimenti ormai consegnati alle pagine dei libri di storia? Bisogna aggiungere che, nel 1946, a seguito dell’affermazione dei comunisti titini, la figura di Mihailovic fu sottoposta ad una completa damnatio memoriae: il generale cetnico venne processato, condannato a morte (la condanna venne eseguita due anni dopo) e spogliato della cittadinanza e di tutti i suoi diritti civili.

I giudici serbi sono stati chiamati a riabilitare la figura di Draza Mihalovic, riconcedendo al comandante la sua cittadinanza (serba? jugoslava?). La richiesta era partita da uno dei nipoti di Mihailovic, al quale si sono poi aggiunti partiti di destra e centro-destra, intellettuali, realisti e nazionalisti. È così stato imbastito un vero e proprio “processo alla storia”, partito nel 2010 e avanzato tra mille ostacoli e difficoltà, tra cui l’ostruzionismo attuato dalla Lega degli Antifascisti serbi, che in più occasioni ha contestato le modalità e i contenuti del processo.

Antifascisti protestano contro la riabilitazione

Antifascisti protestano contro la riabilitazione

Oggi è arrivato il verdetto, inappellabile: il nazionalista cetnico Draza Mihailovic, morto nel 1948, ha riacquistato i suoi diritti civili e la piena cittadinanza. Un nome per certi versi “oscuro”, tragicamente riemerso dalla pagine di storia durante le guerre jugoslave grazie alle tristemente note fazioni di nazionalisti serbi che a lui si sono ispirati, viene riabilitato e “riammesso” nel pantheon della storia serba. E lo fa per effetto di una sentenza giuridica.

Una sentenza che non ha mancato di generare malcontenti e scontri, come testimoniato dai toni accesi che hanno caratterizzato ildibattito pubblico sulla questione. Il processo ha fatto ricomparire (o forse reso, ancora una volta, evidente) una spaccatura che ha a lungo attraversato, per tutto lo scorso secolo, la società serba: “cetnici” da una parte, “partigiani” dall’altra.

Un sostenitore di Mihalovic mostra una foto di Karadzic

Un sostenitore di Mihalovic mostra una foto di Karadzic

Al di là delle conseguenze giuridiche della sentenza, e nonostante l’opinione che la vicenda abbia contribuito a riaprire le ricerche storiche su pagine ormai incrostate dall’ideologia (e in effetti numerosi sono stati gli storici che hanno collaborato al processo), ci si chiede ancora una volta se è giusto che le sentenze della storia (e in modo particolare nell’ex Jugoslavia) debbano passare per le aule di giustizia.


Amori gay e rivoluzione, i segreti del braccio destro di Mao

Una biografia svela nuovi particolari sulla vita di Zhou Enlai, premier della Cina dal 1949 alla morte e uno dei massimi dirigenti comunisti

È questa la tesi della Vita emotiva segreta di Zhou Enlai , scritta da Tsoi Wing-mui, una giornalista cinese basata a Hong Kong. La ricostruzione si basa su documenti già pubblicati, ma riletti con spirito da inchiesta psicologica. Tsoi propone come prova principale il diario tenuto da Zhou nel 1918, quando aveva vent’anni e studiava in Giappone. «Per la prima volta nella mia vita sono stato toccato dalla parola “amore”. E il mio cuore innocente…». Il seguito della frase è cancellato da un tratto di pennello. Che cosa volle rimuovere il giovane Zhou dal suo diario?

La biografia sostiene che il ragazzo destinato a diventare uno dei leader della Rivoluzione comunista era innamorato di un compagno di scuola di due anni più giovane, il diciassettenne Li Fujing, conosciuto al liceo di Tianjin. Nel diario, Zhou confida di sentire molto la mancanza della famiglia e dell’amico, che chiama «fratello»: «Ho sentito una fitta terribile al cuore, la mia felicità è diventata polvere quando ho saputo che ci saremmo separati». I due giovani poi si ritrovarono, entrambi a Londra con l’obiettivo di entrare in un’università prestigiosa. Li Fujing ci riuscì, Zhou che non aveva abbastanza soldi per mantenersi agli studi in Gran Bretagna invece passò in Francia, dove entrò in contatto con l’Internazionale Comunista finanziata dalla rivoluzione dei soviet. La biografia suggerisce che Zhou andò in Francia per non allontanarsi troppo dall’amico e che quindi anche il suo destino di leader rivoluzionario fu influenzato da quell’amore. «Zhou Enlai era una figura tragica, celebre e adorato in Cina, sempre sotto i riflettori, ma molti aspetti della sua vita sono difficili da spiegare», ha detto alla Bbc la scrittrice Tsoi Wing-mui.

Il suo orientamento sessuale nascosto spiegherebbe secondo la biografa la freddezza di Zhou nei confronti della moglie Deng Yingchao. La storiografia ufficiale sostiene che Zhou era troppo preso dalla politica per essere romantico con la moglie; le aveva chiesto di sposarlo con una cartolina e poi non l’aveva più vista per cinque anni quando lei nel 1925 arrivò a Guangzhou dove Zhou lavorava nel sindacato, ma quando lei entrò nella sala, Zhou non si alzò nemmeno per abbracciarla. Quello che seguì fu dunque un matrimonio di copertura? La coppia non ebbe figli mentre Zhou Enlai e Li Fujing restarono in contatto per molti anni.

Ma Zhou Bingde, figlia di un fratello di Zhou Enlai, ha raccontato a un altro biografo dello zio che in realtà Deng Yingchao rimase incinta per due volte, la prima nel 1925, subito dopo il matrimonio: avrebbe deciso di abortire per servire la rivoluzione. Secondo questa versione Zhou s’infuriò per non essere stato consultato e rimproverò la moglie anche perché «i figli non sono in conflitto con gli impegni rivoluzionari, servono a ereditarli e a proseguire il lavoro dei genitori». Però, anche la seconda gestazione, nel 1926, sarebbe finita con un aborto, causato questa volta dalle condizioni difficili in cui erano costretti Zhou e la moglie, sempre in fuga tra Guangzhou, Hong-Kong e Shanghai, per sottrarsi alla caccia dei nazionalisti.

Naturalmente, avere o non avere figli, nutrire una profonda amicizia per un compagno di studi, non significa niente. L’autrice ha passato tre anni a fare ricerche d’archivio e ammette di non aver trovato alcuna prova documentale di una relazione fisica tra Zhou e Li e nemmeno uno scritto che rivelasse amore da parte di Li: solo quella frase troncata nel diario. Però sostiene che l’omosessualità nascosta spiegherebbe anche perché Zhou Enlai, nonostante le disapprovasse, non si impegnò mai fino in fondo per fermare le politiche autoritarie di Mao Zedong: avrebbe avuto paura di essere ricattabile per il suo segreto.

di Guido Santevecchi per il Corriere della Sera

http://www.corriere.it/esteri/15_dicembre_31/amori-gay-rivoluzione-segreti-zhou-enlai-braccio-destro-mao-2ec3dae0-af89-11e5-98da-4d17ea8642a3.shtml

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Hitler, la mediocrità del male

Fabrizio Dragosei ha raccolto in un volume inedito da Mursia numerosi virgolettati del tiranno nazista. Emergono sproloqui, insolenze, vanità e disprezzo per le donne

di GIAN ANTONIO STELLA Corriere della Sera
 Hubert Lanzinger, «Der Bannertraeger», (1933)
Hubert Lanzinger, «Der Bannertraeger», (1933)
La copertina del volume
La copertina del volume

Lo conferma il libro Così parlò Hitler, scritto dal nostro Fabrizio Dragosei (Mursia). Che grazie agli anni a Mosca ha potuto raccogliere non solo una quantità di insulti, sfoghi, deliri raccontati nei decenni dagli storici dei Paesi del Patto di Varsavia, ma una copiosa collezione di virgolettati, spesso inediti, sepolti a lungo negli archivi moscoviti. «Hitler parlava molto e ci teneva a non esser equivocato. La sera, durante le cene che spesso avevano luogo a tardissima ora, lui teneva banco. Dopo aver mangiato, continuava a intrattenere i suoi interlocutori per ore. E il fedele segretario Martin Bormann aveva messo in piedi un servizio di stenografi che registravano ogni parola del Führer».

Ne esce un ritratto che, al di là dei crimini e degli orrori («Se gli ebrei rifiutano di andarsene volontariamente, non vedo altra soluzione che lo sterminio»), conferma in pieno la tesi di Hannah Arendt sulla banalità del male. Dà le vertigini dirlo, ma ciò che più colpisce nel diluvio di parole (a Bamberg nel 1926 sbrodolò per cinque ore!) è la mediocrità. Il pressapochismo. Le spiritosaggini da caserma. Lo sproloquio da ubriacone: «Sono sicuro che Nerone non ha mai incendiato Roma; furono i cristiani-bolscevichi a farlo…». Promesse da ciarlatano: «Costruiremo un milione di abitazioni ogni anno per cinque anni, per mettere fine alla crisi degli alloggi. Il tempo necessario per costruire una casa non deve superare i tre mesi». Sfoghi contro «la mafia dei cuochi: questi re delle padelle sono tutti degli idioti ridicoli… Dove è finito il vecchio pasto fatto di un piatto solo?».

Scaramanzie partenopee: «Qualche imbecille tirò fuori che Napoleone, come noi, aveva iniziato la campagna di Russia il 22 giugno. Grazie a Dio sono stato in grado di respingere quest’idea citando storici affermati secondo i quali la campagna di Napoleone non iniziò che il 23». E poi i bla-bla da birreria: «Il fatto di parlare parecchie lingue non è un segno di intelligenza. Si incontrano spesso bambini che parlano tre o quattro lingue per la semplice ragione che hanno governanti straniere. Le spagnole, anche se parlano parecchie lingue, sono pur sempre delle oche. La moglie di Franco, ad esempio, va ogni giorno in chiesa!». Non mancano i borbottii misogini: «Nel piacere che una donna prova a farsi bella, entra sempre un elemento torbido, qualcosa di perfido…». Sposarne una, poi!

«Sarei costretto a vedermi sempre di fronte un viso afflitto e crucciato, oppure dovrei trascurare i miei doveri! (…) Molto meglio avere un’amante. Così si aboliscono gli oneri e tutto diventa un regalo. Naturalmente ciò vale soltanto per gli uomini di eccezione». E poi vanità, per dirla con Gassman, «sc-sc-scientifiche»: «Ho dato istruzioni perché si studiasse la possibilità della propulsione di un battello a mezzo di eliche laterali, allo stesso modo che i pesci hanno delle pinne». Ambizioni pontificie: «In occasione dell’elezione di un Papa, il popolo ignora ciò che avviene dietro le quinte. (…) Un principio da rispettare per l’elezione del Führer; ogni conversazione è proibita tra gli elettori finché durano le operazioni». Vagheggiava di rifare Berlino: «Chi entrerà nella Cancelleria del Reich dovrà avere la sensazione di entrare nella casa del padrone del mondo».

Voleva tutto enorme: «Dobbiamo costruire in tali dimensioni che al confronto San Pietro e la sua piazza sembrino giocattoli!». Titillava l’idea di un parco di autoblu: «La nuova Cancelleria dovrà disporre in permanenza di duecento automobili tra le più belle (…) e gli autisti potranno fungere anche da valletti». Aveva in orrore duchi, prìncipi e marchesi: «Per il bestiame si fanno sforzi continui per migliorare la razza, ma nel caso dell’aristocrazia si ottiene il contrario». E via via che leggi ti chiedi: ma come fecero i tedeschi a invaghirsi di uno così? Liquidava Winston Churchill come «il tipo del giornalista corrotto: non c’è una prostituta peggiore in politica». Disprezzava Franklin D. Roosevelt: «Si comporta come un azzeccagarbugli giudeo e recentemente si è direttamente vantato di avere “nobile” sangue ebreo nelle vene. E l’aspetto completamente negroide della moglie è una chiara indicazione che anche lei è una mezzo-sangue».

Stravedeva (inizialmente) per Benito Mussolini («Ho avuto modo di paragonare il suo profilo con quello dei busti romani e ho compreso che egli era uno dei Cesari») e per l’arte d’Italia («Il più modesto palazzo di Firenze o di Roma vale più che tutto il castello di Windsor»), ma non per gli italiani: «Su di loro non si può fare affidamento». In compenso, a riprova che tra simili ci si piglia, ammirava Stalin: «È una delle figure più straordinarie della storia. (…) Una personalità eccezionale, un asceta che ha stretto nel suo pugno di ferro quel gigantesco Paese». Tutto era facile, tutto già fatto. La conquista di Mosca, da affogare aprendo le chiuse della Moscova: «Deve scomparire dalla faccia della Terra». La presa del Vaticano: «Poi in un secondo momento ci scuseremo». Lo sfruttamento delle risorse nelle «colonie slave» e nelle altre terre conquistate:

«Forniremo cereali a tutta l’Europa; la Crimea ci darà il caucciù, il cotone e i frutti del Sud; le paludi del Pripët ci forniranno le canne; agli ucraini faremo avere fazzoletti di seta, chincaglieria e tutto ciò che piace ai popoli coloniali…». L’Ucraina? Tedeschizzata, «sarà uno dei più bei giardini del mondo». La Norvegia? «Sarà la centrale elettrica per l’Europa settentrionale». La Svizzera? Ma per carità! Gli svizzeri «potremo, tutt’al più, utilizzarli come albergatori…». I sudtirolesi? «La Crimea sarà ideale per loro sia da un punto di vista climatico che geografico e a paragone dei loro attuali luoghi di residenza si rivelerà una vera terra di latte e miele. Il loro trasferimento in Crimea non presenta alcun problema fisico o psicologico. Tutto quello che dovranno fare è navigare giù per un fiume germanico, il Danubio, e saranno arrivati…». E torniamo alla domanda: come fecero, i tedeschi, a prendere quella sbandata terrificante per un ciarlatano criminale di tal fatta?

http://www.corriere.it/cultura/15_ottobre_16/hitler-libro-conversazioni-virgolettati-inediti-fabrizio-dragosei-63071074-7442-11e5-846d-a354bc1c3c5e.shtml


Ferretti: «o visto Ratzinger, ammiro Bergogl

Giovanni Lindo Ferretti

 

Chi è

Molti conoscono l’autore di questo articolo, Giovanni Lindo Ferretti, come il “front man” dei «CCCP Fedeli alla linea», gruppo “filosovietico” di musica punk tra i più ascoltati degli anni Ottanta in Italia, poi dei Csi e dei Pgr. È stato ed è una delle voci e dei volti del punk italiano. Già militante di estrema sinistra, Giovanni Lindo Ferretti (classe 1953) ha compiuto in seguito un lungo e tortuoso percorso artistico e umano che l’ha avvicinato alle posizioni della Chiesa cattolica, in particolare a Benedetto XVI. Oggi Ferretti vive appartato sull’Appennino emiliano e si dedica, oltre che all’allevamento dei cavalli e alla musica, alla scrittura. Su «Avvenire» ha pubblicato fra il 2011 e il 2012 una rubrica intitolata «Dal crinale», poi raccolta nel 2013 da Mondadori nel volume «Barbarico».

 È l’accettarne tanto la dimensione di dolore e fatica quanto l’occasione di meraviglia a rendere la vita un dono prezioso che ogni giorno si rinnova. Nel suo mistero, se accettato, c’è la continua quotidiana dimostrazione di cosa significhi conversione, convertirsi. Ho incontrato Benedetto XVI, Papa emerito, mai l’avrei immaginato o considerato possibile fino a quando mi è stato chiesto, in dimensione realistica anche se teorica: – vorresti incontrarlo? -. Un concatenarsi inarrestabile di pensieri e ricordi.
Breve riepilogo. Era cardinale, prefetto della Congregazione della Fede, io vivevo secondo modi e ritmi che più passava il tempo più si rivelavano angusti. Senza soddisfazione. Potevo ricondurre tutte le mie scelte di vita all’impatto adolescenziale con il mondo moderno. «I can’t get no satisfaction» cantavano i Rolling Stones ed io ne fui rapito ma ero cresciuto nella tradizione cattolica, avevo imparato e sperimentato molte cose. Una primogenitura, una dote, che alla prova dei fatti si sarebbero dimostrate inalienabili.

Nei miei giorni di uomo Ratzinger era l’esemplificazione ostentata di tutte le colpe della Chiesa Cattolica e della Reazione alle magnifiche sorti e progressive, summa di ogni oscurantismo ideologico, fino ad ombreggiare simpatie naziste. «Il troppo stroppia» diceva mia nonna e dopo aver letto un ennesimo articolo che lo denigrava decisi di entrare in libreria: – ma questo Ratzinger ha scritto qualcosa? – uscii con alcuni suoi testi e cominciai leggendoli un’altra tappa del mio cammino sulla terra. Avevo trovato un maestro. Ritagliai una sua fotografia, l’incorniciai posizionandola bene in vista e divenne una presenza quotidiana, familiare. Ne parlavo con gli amici, litigavo per lo più; piansi di gioia e commozione quando venne eletto al soglio pontificio. L’ho difeso sempre e mi ha fatto ridere scoprire che c’è stato un periodo in cui una clausola, a mia insaputa, era stata aggiunta ai miei contratti: è proibito parlare del Papa in presenza dell’artista.

A settembre è arrivata una lettera con lo stemma vaticano: Sua Santità il Papa emerito acconsente ad un breve incontro. Mia nonna sarebbe rimasta annichilita dalla commozione cercando rifugio nel rosario, mio zio Clemente, il miscredente di famiglia, avrebbe detto – bimbo, sei del gatto – una complessità gergale che fonde dolcezza e pericolo, timore e delicatezza in patina domestica. Ho anche pensato: entro nello studio, mi inginocchio, bacio l’anello e il Santo Padre mi da due ceffoni intimandomi – non si vergogna, Ferretti? -. Io che so perfettamente di cosa vergognarmi ne sarei sollevato e mi terrei cari i due ceffoni che non stonerebbero nella benedizione della sua presenza. Quello che ho fatto è stato confessarmi, comunicarmi, prepararmi all’incontro con mente libera e cuore puro.

Non edulcorare, non ideologizzare, non psicologizzare la realtà dei propri giorni; la confessione inizia con l’esame di coscienza: pensieri, parole, opere, omissioni.

La consapevolezza che molti accadimenti possibili in ordini molto diversi potevano annullare l’incontro, e una naturale ritrosia, mi hanno consentito di non dirlo che a poche persone, meno di una mano e solo due giorni prima. Poche ore dopo ero già gravato dal racconto di un dolore così lancinante da lasciar spazio solo a parole di preghiera, richiesta di un aiuto che non si sa, non si può formulare in altro modo. Me ne sono fatto carico, l’avrei presentato all’intercessione del Santo Padre. Una preghiera per Etti, sua madre, suo padre, le persone che l’hanno cara e vivono nella disperazione. Il gran giorno è arrivato, sono andato a Messa da padre Maurizio e da Chiesa Nuova a Piazza San Pietro continuavo a pensare che molti, forse tutti, avevano più motivi di me per essere ricevuti e non tanto per meriti o valori di cui non posso sapere ma perché io so delle mie colpe, del mio misero valere. Anche la guardia svizzera che mi ha bloccato sulla porta di Sant’Anna la pensava come me e prima che potessi proferir parola mi ha intimato: – di qua non si passa -. A coloro che frequentano il Vaticano non è concesso rendersi conto di cosa possa significare per un cattolico che arriva da lontano varcare quella soglia.

È luogo di potere non riducibile a dimensione politico sociale, esplicita una funzione verticale tra terra e cielo. Uno spazio di concentrazione abissale. Dominus Deus Sabaoth, anche. Un breve viaggio in macchina salendo il colle. Il Vaticano è fortezza, monastero, prigione, ospedale, governo e burocrazia, nessuna dimensione storico sociale gli è estranea ma tutte insieme non lo esauriscono. Arte a profusione e giardini ben curati. Un muro, un cancello, un cortile di ghiaia, un prato, una casa che fa tutt’uno con una piccola chiesa; all’interno una dimora come tante sulle colline d’Italia.

La porta si apre e nel piccolo salotto anche il Papa sta entrando da un’altra porta, mi inginocchio, bacio l’anello e la sua mano, che alzandosi leggera mi sfiora il braccio invitandomi a seguirlo e ci accomodiamo su due poltrone, di fronte, vicini. Una dimensione familiare. – Lei viene da lontano, è stato un lungo viaggio che l’ha portata qui. Mi racconti -.
– Santo Padre il mio è un mondo di umane miserie e miserevoli esperienze, raramente concede tempo e spazio al manifestarsi della grazia ma non è impermeabile alla divina misericordia – le parole escono leggere, a volte timorose, ma una benevolenza palpabile le sostiene. I suoi occhi vibrano di una luce che solo una vita di preghiera al cospetto dell’Altissimo può produrre come riverbero. Occhi di grazia che contemplano, consapevoli, l’immane dolore, la disgrazia senza rabbuiarsi solo aumentando la profondità dello sguardo, volgendolo all’interno. Esile, fragile, affaticato nel muoversi, contratto nel sedersi. Sono gli occhi di cristallina purezza a determinarne autorità e autorevolezza. Bagliori di lucida intelligenza nutrita di sapienza non lascerebbero scampo imponendo il silenzio ma un’attitudine dolcissima dell’essere, nei gesti ritenuti, nell’ascolto, permettono un parlar franco e sereno. Ho rimesso nelle sue mani la mia vita e tutte le persone che ne fanno parte: i concerti, la montagna, anche i cavalli; lo sconforto, la stanchezza, la gioia, la riconoscenza
– lei è molto giovane – sorriso
– Santo Padre sono vecchio da ogni punto di vista, non fosse per la Fornero sarei in pensione – sorriso
– No, no lei è molto giovane, il suo viaggio non è ancora finito, ha molte cose da fare -.
– Santo Padre mi benedica e con me benedica i peggiori, quelli che non hanno possibilità alcuna se non nella misericordia, nella compassione, nell’amore di Dio -.

Di nuovo in Piazza San Pietro, beatificato senza merito ma per contiguità, osservo quantità e qualità della folla di cui sono parte. Famiglie, comitive, coppie, singoli, gruppi e gruppetti, laici e consacrati. Il popolo cattolico, mescolanza di tutti i popoli, tutte le condizioni e le contraddizioni dell’umanità sulla tomba di Pietro, dove vive, celebra, governa il Papa, suo successore. La Tradizione vivente, irrisolta e irrisolvibile fino alla fine dei tempi. Sono giornate speciali, è in atto il Sinodo sulla famiglia: come metter mano ad una bomba ad orologeria. La famiglia con annessi e connessi è la centralità conclamata di ogni sgretolamento del contemporaneo, il punto cruciale della condizione umana così come la conosciamo: pubblico e privato, intimità e socialità, sessualità e procreazione, figli e genitori, matrimonio e patrimonio. Han voglia teologi e politici dell’immutabile cerimoniale a lucidare specchi in cui rimirarsi.

Molte cose sono cambiate, molte cose sono in repentino mutamento, certo non cambia l’anima dell’uomo, non muta la Buona Novella di cui la Tradizione è testimonianza viva e vivificante ma tutto il resto è soggetto a contingenza. Abbiamo un Santo Padre regnante ed un Santo Padre emerito. Il primo è un dono, imprevisto e imprevedibile, del secondo. Benedetto con gesto profetico, umiltà e potenza al massimo livello, ha mutato il paradigma papale per ciò che era in suo potere. Il gesto di Benedetto ha mutato anche il paradigma europeo certificandone la fine di spazio centrale nella storia ma questo è un altro discorso. Il Santo Padre è Francesco e già cumula rimostranze intellettuali, teologico morali, viscerali antipatie. Piace troppo, si dice alla fiera della malevolenza. C’è da rimanere sconcertati nel leggere gli attacchi dei tradizionalisti al Santo Padre così come al tempo di Benedetto si leggevano gli attacchi dei progressisti innovatori.

Basta rileggere i giornali dopo il discorso di Ratisbona, accorato e lucido appello a quella che fu la civiltà della cristianità, o tornare alla vicenda della Sapienza, alla glaciale solitudine in cui è stato relegato, per trovare lo stesso livore, la stessa arroganza, da campi opposti che la miseria umana non concede sconti d’appartenenza politico teologica.
Il Santo Padre Francesco è un dono di Dio agli uomini di questi giorni nostri, va ascoltato con mente limpida e cuore puro, almeno per quel che si può e già basterebbe. Se no si è: protestanti, evangelici, riformati, controriformati, sedevacantisti, ortodossi no che è un altro discorso, magari moralmente ineccepibili e persino intellettualmente molto dotati, ma non cattolici.

Che ci sia o no salvezza fuori dalla Chiesa è questione rinviabile al giudizio di Dio ma che ci sia salvezza nella Chiesa contro il Papa è paradosso clericale. “Quanta tristezza, quanta malinconia” per dirla con una canzonetta della mia infanzia. Quanta meraviglia anche nell’attesa di “tornar per sempre a casa mia”. Molte le cose da fare nel frattempo.

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