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“Il silenzio incoraggia gli aguzzini”

Il ricordo di Elie Wiesel, scrittore e premio Nobel per la pace sopravvissuto ad Auschwitz.

Elie Wiesel.

© EPA

di moreno bernasconi per il Giornale del Popolo che ringraziamo

«Ovunque, là dove gli esseri umani subiscono sofferenze e umiliazioni, prendi partito. La neutralità aiuta gli oppressori, mai le vittime. Il silenzio incoraggia gli aguzzini, mai i perseguitati». Questo il cuore dell’appello lanciato da Elie Wiesel – giornalista, scrittore e attivista ebreo di origine rumena sopravvissuto al Lager di Auschwitz e naturalizzato americano, morto alcuni giorni fa a 87 anni – in occasione del discorso d’accettazione del Premio Nobel per la pace nel 1986.

Questo appello riassume il compito di una vita, che l’ha visto al fronte per più di cinquant’anni per denunciare e testimoniare l’orrore della Shoa e le altre persecuzioni. «Per i morti e i vivi, abbiamo il dovere di dare testimonianza» – disse Wiesel in occasione dell’inaugurazione del Museo dell’Olocausto di Washington, da lui voluto come compimento dell’opera svolta in qualità di Presidente della Commissione omonima costituita da Jimmy Carter, parole ora incise nella pietra all’entrata del museo.

Un impegno che non si è limitato alla memoria della Shoa. Dapprima individualmente e poi tramite la Fondazione Elie Wiesel per l’Umanità (vittima purtroppo della truffa miliardaria del filibustiere Bernard Madoff) egli ha incitato instancabilmente capi di Stato e organismi internazionali a rendere giustizia alle vittime dell’oppressione: anche a quelle del totalitarismo sovietico, agli Indiani Miskito o le vittime del regime cambogiano, al popolo curdo o alle vittime delle epurazioni etniche o dei massacri nell’ex Yugoslavia oppure in Africa.

Autore di più di 50 libri, la sua opera di scrittore ebbe grande risonanza mondiale dopo la pubblicazione di La notte (con prefazione di François Mauriac), resoconto autobiografico crudo e terribile dei crimini perpetrati dai nazisti nei Lager di Auschwitz, Monowitz e Buchenwald, cui egli sopravvisse (fu liberato da Buchenwald nell’aprile del 1945) ma nei quali perirono i suoi genitori e parte della sua famiglia. Il suo grido è spaventoso, disperato e senza possibile redenzione, che si trasforma in aperta ribellione contro Dio: «Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel lager che ha fatto della mia vita una notte lunga e sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo – scrive nel suo libro-testimonianza -. Mai dimenticherò i piccoli volti dei  bambini, di cui avevo visto i corpicini trasformarsi in volute sotto un azzurro muto. Mai dimenticherò quelle fiamme, che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha privato per l’eternità del desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere a lungo quanto Dio stesso. Mai».

Ne La notte, Wiesel descrive con minuzia agghiacciante l’impiccagione di due adulti e di un bimbo da parte delle SS, registrando macchinalmente il grido dei due adulti prima che il cappio si stringesse («Viva la libertà») … e il silenzio straziante del bambino. Registra la voce di un recluso dietro di sé («Dov’è, ora, il buon Dio?») e la sua risposta tremenda («Sentii in me una voce che rispondeva: Dov’è? È impiccato qui, a questo patibolo». Wiesel fa un legame fra il silenzio dell’innocente barbaramente ucciso e il silenzio di Dio: Dio stesso appare ai suoi occhi impotente di fronte alla barbarie degli uomini. E la memoria della Shoa risuona come l’ineluttabilità del male, come l’impossibilità per l’uomo di rialzarsi e di riavere una speranza e un senso nella vita, dopo l’orrore dell’Olocausto: «È l’essere privati per sempre del desiderio di vivere».

Benché aiutato da Mauriac a rompere il silenzio e a testimoniare la barbarie, per Elie Wiesel – come altri scampati al Lager che addirittura non ressero al ricordo e finirono suicidi (Primo Levi o Bruno Bettelheim) – la memoria del male del Novecento è irredimibile. E di conseguenza, lo stesso obiettivo di testimoniare, affinché l’orrore non si ripeta “mai più”, svanisce. Benché il suo impegno generoso e appassionato di testimonianza affinché gli oppressi ottengano giustizia abbia mosso le coscienze di molti, spingendo capi di Stato e istituzioni a mobilitarsi, già anziano Wiesel in un’intervista espresse amarezza eprofonda delusione di fronte al fatto che – così riteneva – «nulla è cambiato» dalla Shoa. «La natura umana è rimasta quella che era.L’indifferenza governa il mondo, indifferenza verso l’altro, le sue sofferenze, i suoi tormenti e le sue speranze».

L’inferno di Buchenwald ha spento in Wiesel la luce vivida presente invece nel diario della giovane ebrea morta ad Auschwitz Etty Hillesum, luce che si rivelò più forte e densa di significato di ogni possibile male. «Sono tempi spaventosi, mio Dio… Ti aiuterò, Dio, a non spegnerti in me. Non sei Tu che puoi aiutarci, ma noi che possiamo aiutarTi». Il percorso di Elie Wiesel ripropone la domanda drammatica di Hannah Arendt all’inizio della sua disamina sulle Origini del Totalitarismo e di Emmanuel Lévinas all’inizio della sua ricerca filosofica: è possibile reimparare a camminare nell’esistenza malgrado il crollo di significato e la disumanizzazione indotti dall’orrore accaduto nell’era moderna? Mentre la risposta di Wiesel è negativa, il rinnovamento etico di Lévinas (che ha perduto anch’egli la propria famiglia ad Auschwitz), Ahrendt ma anche Jonas o Viktor Frankl, sono il tentativo di riabilitare il bene dopo la barbarie, assegnando alla soggettività il primato etico, condizione sine qua non per uscire dal nichilismo, riscoprire la giustizia e dare quindi al “Mai più” una possibilità reale di inverarsi.

 

 

fonte: http://www.gdp.ch/cultura/letteratura/il-silenzio-incoraggia-gli-aguzzini-id129285.html


Articolo apparso originariamente su CriticaLetteraria che ringraziamo.

  • Roberto Bazlen. Un’eminenza importante

  • Se volessimo chiederci, per puro senso di gratitudine, chi dobbiamo ringraziare per avere la possibilità di leggere alcuni (sono pochi) di quei libri che, anche se non la cambiano, almeno la vita ce la segnano, be’, a volte rischieremmo di stare senza risposta. Farsi una tale domanda diventa però spesso fondamentale. È quello che ho pensato quando ho letto per la prima volta Svevo; va bene, Una vita e Senilità sono stati inizialmente ignorati da critica e pubblico per cui sarebbe ancora più difficile ringraziare qualcuno. Stessa domanda mi colse però con Kafka, o Musil. Non so perché, me lo chiesi anche quando provai a affrontare Freud; o quando un giorno mi prese la curiosità di sapere come diamine potesse essere nata una bellissima casa editrice come Adelphi, e per colpa di chi. E indagando, ho conosciuto un nome che nella prima metà del ’900 i cosiddetti addetti ai lavori conoscevano e rispettavano, con quasi una devozione alcuni, e con vera insofferenza altri (sembra abbia detto Vittorini: «Bazlen io lo lascerei ad Astrolabio»).

 

Roberto Bazlen (detto Bobi) nacque nel 1902 a Trieste (ancora asburgica) e crebbe su un humus mitteleuropeo che ne segnò la ricerca estetica e la passione letteraria; minuto, con gli occhiali, delicato, vivrebbe bene in un romanzo di Bernhard. Divenne intimo di Montale (tanto che lo si potrebbe definire con l’odiernamente inflazionato  termine “editor”: editor di poesie, sì, anche di quelle: leggendo il loro epistolario si capisce quanto il poeta lo tenesse in considerazione nella “lavorazione” delle sue liriche), a cui segnalò il talento ignorato di Svevo («Vorrei far scoppiare la bomba Svevo con molto fracasso», scriveva a Montale nel 1925), che finalmente ebbe il timbro critico, che lo emancipò, di una figura importante come quella dell’autore di Ossi di seppia.

Bazlen fu un consulente editoriale
sotterraneo e indipendente che passò tra la Frassinelli e le Nuove Edizioni Ivrea di Adriano Olivetti (con Luciano Foà), la Ubaldini e la Boringhieri, Guanda e la Bompiani, Astrolabio, la Einaudi: godeva di una reputazione direi quasi metafisica, che portava personaggi come Valentino Bompiani a affermare, nel 1945: 

«Bobi Bazlen. Disposto a una più vasta, anche totale collaborazione: letture, segnalazioni, dirigere una collana. È straordinario, ha la memoria a bottoni. Si direbbe che ha letto tutto. Senza fermarsi? Gli dico di sì, subito, ma non si fermerà neppure con me; comincia a fiutare un compenso fisso; vuole un tanto al libro; poi si vedrà. Cos’è che lo muove e lo chiama; è tutto cultura e si direbbe non contenga altro dentro di sé. Ma qualche segno avverte che non è vero: forse legge per non pensarci. Si agita sulla sedia come se avesse la coda.»

Memorabile e storica è la lettera (12 giugno 1951)con cui “consigliava” a Foà, allora ancora alla Einaudi, L’uomo senza qualità di Musil: 

«Come livello non si discute, e (malgrado le riserve che vi farò e le infinite altre che si possono fare) va pubblicato a occhi chiusi. […] Da discutersi molto, invece, da un punto di vista editoriale-commerciale. Qui, devo fare l’avvocato del diavolo. E come avvocato del diavolo, ho quattro argomenti. Il romanzo è
1°) troppo lungo
2°) troppo frammentario
3°) troppo lento (o noioso, o difficile, o come vuoi chiamarlo)
4°) troppo austriaco.
[…] Io stesso, benché il libro valga per infinite altre ragioni che non siano il racconto vero e proprio, dopo essere vissuto praticamente due mesi leggendo ogni giorno, sono rimasto un po’ a bocca asciutta, perché, tirate le somme, vorrei anche sapere chi vive, chi si sposa, chi crepa.»

Robero Bazlen fu dunque, possiamo dire, il padre illegittimo e occulto di tanti libri oggi ritenuti fondamentali, di quei libri che attraversano e creano il tempo senza soccombergli: Schnitzler, Kafka, Bachmann, Jung, Freud, Svevo, Musil, Rilke, Strindberg… Aveva un’idea di letteratura che per una ragione o per l’altra mai si vide concretizzata in un’unica isola editoriale, fino alla nascita di Adelphi nel 1962: insieme al fuoriuscito einaudiano Foà, Bazlen la crea, portando con sé un giovane Roberto Calasso.

bazlenOcculto”, riferito a Bazlen, è un aggettivo non casuale; si potrebbe anche utilizzare la classica locuzione “eminenza grigia”: ciò che lo ha caratterizzato, e lo fa anche oggi in verità, è un’invisibilità che cercò spontaneamente in vita, interessato solo a far parlare i libri, e tramite i libri solamente poteva far filtrare un qualcosa di sé: tutto il contrario di quello che si potrebbe pensare richiamando alla mente parole come “fama”, “vanesiate”, “pubblico”, “riflettori”, Bazlen rappresenta in forma pura il puro amore per la letteratura come conoscenza, crescita, rottura e crisi, anche dolore («Bisogna abitare nel proprio inferno»), assai ben lontana dall’intrattenimento spettacolare e per immagini, consolatorio, che tanti scrittori sembrano cercare.

 

Nel 1984 esce, per Adelphi, Scritti, una raccolta contenente un romanzo visionario e strutturalmente aperto (Il capitano di lungo corso), vari appunti e aforismi (Note senza testo), le Lettere editoriali e le Lettere a Montale. Dalla bandella, citiamo Roberto Calasso: 

«[…] l’immagine che per molti si è fissata di lui è quella di un infaticabile scopritore e suggeritore di opere, di autori. Ma basta aprire una pagina qualsiasi di questi Scritti per avvertire che quell’immagine è parziale e sviante. Singolare non è tanto che apprezzasse e consigliasse quei libri […]; singolare è che una vita così viva, che un’intelligenza così bruciante, che una limpida vocazione sciamanica sfociassero, come nella loro principale manifestazione pratica, in quell’attività del consigliare libri. Taoista (è l’unica definizione che gli si può applicare senza imbarazzo), Bazlen aveva imparato da Chuang-tzu che il sapiente lascia il minimo di tracce: quei libri di cui parlava e che consigliava erano le sue tracce.»

Segnalo anche il bel Diritto al silenzio. Vita e scritti di Roberto Bazlen, di Manuela La Ferla (Sellerio, 1994), eLo stadio di Wimbledon, di Daniele Del Giudice (Einaudi, 1983).

fonte: http://www.criticaletteraria.org/2012/02/roberto-bazlen-uneminenza-importante.html

 

Piero Fadda


Carlo Pisacane

Carlo_Pisacane qCarlo Pisacane nasce a Napoli il 22 agosto 1818 da famiglia aristocratica: sua madre è Nicoletta Basile de Luna e suo padre è il duca Gennaro Pisacane di San Giovanni. Nel 1826 quest’ultimo muore prematuramente lasciando la famiglia in ristrettezze economiche. Nel 1830 la madre convola a nuove nozze con il generale Michele Tarallo. Il giovane Carlo inizia la carriera militare a dodici anni quando entra nella Scuola militare di San Giovanni, a Carbonara.
All’età di quattordici anni si trasferisce nel collegio militare della Nunziatella, vi rimane fino al 1838 anno in cui sostiene gli esami di licenza. Nel 1840 viene inviato a Gaeta come aiuto tecnico alla costruzione della ferrovia Napoli-Caserta, nel 1843 riceve la promozione a Tenente e ritorna a Napoli. Al ritorno nella città natale rincontra Enrichetta Di Lorenzo, un suo amore giovanile che intanto si era sposata e aveva avuto tre figli. Intanto arrivano notizie riguardo azioni di Garibaldi in Sud America (1846) che era impegnato per l’indipendenza di quei popoli.

Carlo Pisacane firma, insieme ad altri ufficiali, la sottoscrizione per “una sciabola d’onore” da dare in dono all’eroe. Intanto ad ottobre subisce un’aggressione probabilmente orchestrata dal marito di Enrichetta a causa del suo riavvicinamento con la donna. Ai primi di febbraio del 1847 Carlo ed Enrichetta lasciano l’Italia imbarcandosi diretti a Marsiglia. Dopo un viaggio pieno di peripezie ed inseguiti dalla polizia borbonica, il 4 marzo 1847 giungono a Londra, sotto falso nome: Enrico e Carlotta Lumont.

Carlo_PisacaneA Londra rimangono pochi mesi alloggiando nel quartiere di Blackfriars Bridge (il ponte dei Frati Neri, che diverrà in futuro famoso in Italia in quanto legato alla morte del banchiere Roberto Calvi). I due partono alla volta della Francia dove il 28 aprile 1847 vengono arrestati, perché viaggiavano con passaporti falsi. Poco dopo vengono scarcerati, ma sono in condizioni economiche davvero precarie, intanto la figlia Carolina, nata dal loro recente matrimonio, muore prematuramente.

In Francia Carlo Pisacane ha l’opportunità di conoscere personalità del calibro di Dumas, Hugo, Lamartine e George Sand. Per guadagnarsi da vivere decide di arruolarsi come sottotenente nella Legione Straniera e parte per l’Algeria. Anche questa esperienza dura pochi mesi, infatti viene a conoscenza dell’imminente rivolta antiaustriaca nel Lombardo-Veneto e decide di tornare in patria per offrire i suoi servigi come militare esperto.

In Veneto e in Lombardia combatte contro gli Austriaci come capitano comandante la 5a Compagnia Cacciatori dei Corpi Volontari Lombardi; a Monte Nota viene ferito ad un braccio. Viene raggiunto da Enrichetta Di Lorenzo a Salò che lo assiste e lo cura. Partecipa come volontario nelle file piemontesi alla Prima Guerra di Indipendenza che non sortì i risultati sperati.

Dopo la sconfitta piemontese Pisacane si trasferisce a Roma dove partecipa insieme a Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi e Goffredo Mameli alla breve ma importante esperienza della Repubblica Romana. Il 27 aprile è Capo Sezione dello Stato Maggiore della Repubblica e combatte in prima linea contro i Francesi chiamati dal Papa per liberare Roma. A luglio le truppe francesi riescono a sconfiggere la resistenza delle forze repubblicane entrando nella capitale, Carlo Pisacane viene arrestato e poi liberato grazie all’intervento della moglie. Si trasferiscono in Svizzera; in terra elvetica il patriota italiano si dedica alla scrittura di articoli sulle vicende delle guerre recenti a cui aveva partecipato; il suo pensiero si fa più vicino alle idee di Bakunin e viene profondamente influenzato dalle idee francesi del “socialismo utopistico”.

Enrichetta si sposta a Genova dove nel 1850 viene raggiunta dal marito, rimangono per sette anni in Liguria, qui Carlo scrive il suo saggio “Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49”. Il 28 novembre 1852 nasce Silvia la loro seconda figlia. Le idee politiche del patriota napoletano sono in contrasto con quelle di Mazzini, ma questo non impedisce ai due di pianificare insieme una insurrezione nel meridione di Italia; infatti Pisacane vuole attuare concretamente le sue teorie riguardo la “Propaganda del Fatto” ovvero l’azione avanguardistica che genera l’insurrezione. Pertanto inizia a prendere contatti con altri patrioti molti dei quali conosciuti durante la breve parentesi della Repubblica Romana.

Il 4 giugno 1857 si riunisce con gli altri rivoluzionari per concordare i particolari dell’azione. Il 25 giugno 1857 dopo un primo tentativo fallito lo stesso mese, Carlo Pisacane insieme ad altri 24 patrioti si imbarca a Genova sul piroscafo Cagliari diretto a Tunisi. I patrioti scrivono un documento in cui sintetizzano il loro pensiero: “Noi qui sottoscritti dichiariamo altamente, che, avendo tutti congiurato, sprezzando le calunnie del volgo, forti nella giustizia della causa e della gagliardia del nostro animo, ci dichiariamo gli iniziatori della rivoluzione italiana. Se il paese non risponderà al nostro appello, non senza maledirlo, sapremo morire da forti, seguendo la nobile falange de’ martiri italiani. Trovi altra nazione al mondo uomini, che, come noi, s’immolano alla sua libertà, e allora solo potrà paragonarsi all’Italia, benché sino a oggi ancora schiava”.

La nave viene dirottata verso Ponza, i patrioti dovevano essere supportati da Alessandro Pilo, che avrebbe dovuto intercettare il Cagliari con una goletta carica di armi, ma a causa del maltempo Pilo non riuscì a congiungersi con i compagni. Pisacane insieme ai suoi compagni riesce ugualmente a sbarcare a Ponza e liberare i prigionieri presenti nel carcere: vengono liberati 323 detenuti.

Il 28 giugno il piroscafo attracca a Sapri, il 30 sono a Casalnuovo, il primo luglio a Padula, dove si scontrano con i soldati borbonici che, aiutati dalla popolazione, riescono ad avere il sopravvento sui rivoltosi. Pisacane e circa 80 superstiti sono costretti a scappare a Sanza. Qui, il giorno seguente, il parroco don Francesco Bianco fa suonare le campane per avvertire il popolo dell’arrivo dei “briganti”.

Così si conclude la sfortunata storia di questa insurrezione, infatti i popolani aggrediscono i rivoltosi trucidandoli. Il 2 luglio 1857 muore anche lo stesso Carlo Pisacane, all’età di 38 anni. I pochi superstiti vengono processati e condannati a morte: la pena verrà in seguito commutata in ergastolo.
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Aforismi di Carlo Pisacane

La Natura, avendo concesso a tutti gli uomini i medesimi organi, le medesime sensazioni, i medesimi bisogni, li ha dichiarati eguali, ed ha, con tal fatto, concesso loro uguale diritto al godimento dei beni che essa produce.
Carlo Pisacane


John Belushi

Paolo Prato

Wikiradio. John Belushi

La mattina del 5 marzo 1982 il corpo di John Belushi fu trovato senza vita nella stanza dello Chateau Marmont sul Sunset Boulevard, il viale del tramonto a Hollywood. Gli ultimi due mesi della sua vita li aveva passati a Los Angeles per lavorare a una sceneggiatura insieme a un amico.
La mattina del 5 marzo 1982 il corpo di John Belushi fu trovato senza vita nella stanza dello Chateau Marmont sul Sunset Boulevard, il viale del tramonto a Hollywood. Gli ultimi due mesi della sua vita li aveva passati a Los Angeles per lavorare a una sceneggiatura insieme a un amico. Lontano dalla moglie Judy, rimasta a New York, si getta di nuovo nelle dissipatezze più dissennate, l’ultima sera della sua vita la trascorre a un party con Robert De Niro e Robin Williams, poi chiede 1.500 dollari al suo agente per comprare una chitarra, invece li spende per drogarsi. Chaty Smith, la donna con cui aveva trascorso le ultime ore, gli aveva iniettato una miscela fatale di cocaina ed eroina. Per questo pagherà con 15 mesi di reclusione dopo una latitanza durata qualche anno. Lungi dal tramontare, la stella di John Belushi era comparsa nel firmamento di Hollywood da pochi anni, ed era giunta a brillare di una luce straordinaria, per poi spegnersi all’improvviso. Aveva chiesto troppo a sé stesso, a un povero corpo di un metro e settantacinque di altezza arrivato a pesare  oltre cento chili. John Belushi ha concentrato in 33 anni di vita spericolata l’eccesso di un’epoca, lasciando un’impronta indelebile  nello stile, nel costume, nel cinema e nella musica. Sono gli anni d’oro a cavallo tra i ’70 e gli ’80, vissuti pericolosamente, spingendo sempre al massimo. Nell’autunno del 1978 ottiene la copertina di ‘Newsweek’ come Bluto, lo zoticone di Animal House, la commedia che diverrà il maggior incasso nella storia di Hollywood. Pochi mesi prima, lui e Dan Aykroyd sono primi nelle classifiche degli album con il debutto discografico dei Blues Brothers, con due milioni e ottocentomila copie vendute. Nel frattempo John era la star di ‘Saturday Night Live’ della NBC, lo show del sabato sera che radunava venti milioni di telespettatori. Il successo a 30 anni segnava la fine per Belushi delle difficoltà finanziarie. Bob Woodward, il giornalista che innescò lo scandalo del Watergate, nel 1984 pubblicò un libro inchiesta sulla vita dell’attore dal titolo Wired (Fulminato) uscito nell’edizione italiana con il titolo chi Chi tocca muore, scrive che:

più denaro significa più droga. Vendere droga a John era un gioco da ragazzi, facile come rimpinzare di popcorn le foche allo zoo: un poco di droga e avrebbe iniziato a fare pazzie, cose incredibili, ancora un po’ e sarebbe rimasto in piedi a ballare, a strafare, resistendo più di chiunque altro.

Il medico responsabile dell’assistenza sanitaria sul set del film I Blues Brothers nel mettere in guardia il produttore del film, gli disse che John andava disintossicato, e che necessitava di assistenza psichiatrica:

Fategli fare più film che potete perché ha solo due o tre anni di vita.

Ma non c’era modo di tenerlo a freno, nemmeno la moglie ci riusciva, e fu proprio la sua mancanza totale di controllo, la sua personalità di scavezzacollo a trasformarlo in un campione di incassi. Fra le persone con cui John era più in sintonia c’era Carrie Fisher, la principessa Leila di Guerre Stellari, figlia del cantante Eddie Fisher e dell’attrice Debbie Reynolds, che farà la parte della sua fidanzata ne I Blues Brothers, quella che lo aspetta dentro un tunnel con il fucile spianato per farlo fuori dopo che lui l’aveva abbandonata sull’altare. I Blues Brothers, un film culto per la generazione cresciuta negli anni ’70, lascerà un segno soprattutto negli edonistici e cinici anni ’80.

John-Belushi-con-Carrie-FisherJohn Belushi con Carrie Fisher

John Belushi era di origine albanese, il padre Adan era arrivato in America nel 1934 a 16 anni e partito da sguattero, aveva fatto carriera come ristoratore. Al college, John passava gran parte del tempo libero con il gruppo con cui suonava alle feste studentesche, andava pazzo per i Rolling Stones, e quando vennero a Chicago ci portò i suoi amici. Nel 1967 si diplomò e si iscrisse all’università del Wisconsin, ma a causa di diversi problemi finanziari la abbandonò nel 1970. Cominciava a manifestare una personalità dove l’insolenza era alla base della comicità. Nel formalizzare il suo primo lavoro nel giro del teatro, ad esempio, dovette compilare un modulo di 19 pagine, dove gli si chiedeva la nazionalità. Belushi la indicò e poi ci scarabocchiò su fino a renderla illeggibile. Si era sempre spacciato come figlio di madre greca e padre italiano, perché il provenire da un paese comunista gli avrebbe potuto creare problemi. E alla domanda “Esperienze di lavoro rispondeva”:

 

Ho cercato di non lavorare finché ho potuto.

DOMANDA: Quale altro lavoro ti sarebbe piaciuto fare?

RISPOSTA: Comandante di un’astronave.

DOMANDA: Numero di telefono?

RISPOSTA: Mi hanno tagliato i fili.

DOMANDA: La sua vita è mai stata in pericolo?

RISPOSTA: Solo quando ho pensato di suicidarmi.

DOMANDA: Interessi musicali?

RISPOSTA: Un giorno o l’altro voglio comprarmi uno stereo e imparare a suonare i dischi a tutto volume.

DOMANDA: Quali capi di vestiario ha nel suo guardaroba?

RISPOSTA: Non ho bisogno di tanti vestiti, ma mi piacerebbe riuscire a trovare un paio di calzini puliti.

La prima apparizione pubblica di Belushi a livello nazionale avviene nel 1972, e segna l’ingresso di John nell’umorismo sarcastico della rivista di culto dei giovani contestatori il ‘National Lampoon’ (Lampoon significa parodia). La rivista era nata due anni prima e aveva insegnato a una generazione di disegnatori e giornalisti a fare la parodia dei personaggi più in vista della cultura cinematografica e televisiva americana. Per rendere l’idea, una volta questi burloni misero in copertina la foto di un cucciolo con una pistola puntata alla tempia, il titolo diceva a caratteri cubitali: Se non comprate questa rivista questo cane morirà! Dalla fucina del ‘National Lampoon’ nacque ‘Lemmings’, ujl’ano spettacolo che prendeva di mira uno dei luoghi sacri di quella generazione: il festival rock. L’ispirazione era venuta da un articolo del ‘New York Times’ di qualche anno prima in cui si parlava di Woodstock e dell’istinto di autodistruzione. L’articolo diceva:

Come lemmings (gli animaletti guidati dal folle impulso a cercare la morte sul fondo del mare), 300.000 tra fan e hippy hanno seguito i loro sogni di rock e marijuana fino al folle raduno ai piedi delle Catskills.
Joh-Belushi-durante-le-prove-dello-spettacolo-LemmingsJohn Belushi durante le prove dello spettacolo ‘Lemmings’

Nello spettacolo John compariva nella veste di Ponzio Pilato in stile di Marlon Brando del Padrino, in una parodia di Jesus Christ Superstar. Nella seconda parte dello spettacolo interpretava il presentatore di Woodstock, festival di pace, amore e morte, che si preparava al suicidio di massa e con voce autoritaria richiamava l’attenzione del pubblico:

Ok, sappiamo tutti perché siamo qui. Siamo un milione, e siamo qui per farci fuori. Come già sapete non c’è abbastanza cibo nel mondo, non c’è abbastanza da mangiare, e allora ricordatevi: il vostro vicino è anche la vostra cena!

Dopo altre amenità del genere presentava il supergruppo della serata: la All-Star Dead Band, cioè una band formata da star morte. Alla voce Jim Morrison e Janis Joplin (morti per overdose), chitarra ritmica Brian Jones (anche lui morto per overdose), chitarra hawaiana Duane Alman (morto in un incidente di moto), chitarra solita Jimi Hendrix (overdose) e alle tastiere Harry Truman, l’ex presidente, morto ovviamente anche lui. A questo punto John passava all’imitazione di Joe Cocker, una delle performance più esilaranti della sua carriera, e cantava una canzone scritta appositamente per lo spettacolo: Solo, al fondo del barile. Venne giù il teatro, il giorno dopo un critico scrisse:

Non c’è bisogno di sapere che Belushi stia facendo l’imitazione di Joe Cocker per gustarsi la sua straordinaria esibizione di contorsionismo. Sembra che l’abbiano infilato in una presa elettrica, incespicando sulle gambe finisce a terra con un tonfo e continua a suonare mentre cerca di rialzarsi in piedi.

Quell’esibizione lo proiettò nella notorietà. Il suo manager ricevette addirittura una telefonata dall’ufficio di Paul McCartney per invitarlo al trentaquattresimo compleanno dell’ex Beatles per fargli fare Joe Cocker per un compenso di 6.000 dollari. Sul ‘New York Times’ apparve un lungo servizio che si intitolava: Perché ai giovani piace ‘Lemmings’?, e cominciava così:

Il vero messaggio degli anni ’60 non era di amore e di pace, ma di morte per ago o per proiettile, c’era solo l’imbarazzo della scelta, e ‘Lemmings’ è incentrato sulla morte, e anche, implicitamente, sulla risata come segno vitale dell’esistenza.

Durante un viaggio di lavoro, John Belushi conosce Dan Aykroyd con cui familiarizza da subito. Presto i due organizzano un viaggio in California a bordo di una Oldsmobile scassata, su cui installano una radio ricetrasmittente che diventa il loro trastullo. Entravano nelle frequenze dei camionisti e si prendevano gioco di loro, ma quelli non si divertivano affatto e iniziavano a inseguirli in giro per gli States. La TV fu il trampolino di lancio di John nello star system: nel 1975 prese il via il ‘Saturday Night Live’, che radunava il meglio dei nuovi comici. La star dello show era Chavey Chase, ma John lo tallonava e presto divenne lui il primo attore. Alle gag demenziali si alternavano star del cinema e della musica. Ad esempio nella seconda puntata ci fu la riappacificazione in diretta di Simon e Garfunkel, mentre lo sketch di Belushi e compagni vestiti da api sarebbe diventato un numero fisso, un tormentone di cui lo stesso John in seguito non ne potrà più.

CHICAGO, IL  - JUNE 26: Dan Aykroyd and John Belushi promoting the movie "Blues Brothers" on June16, 1980 in Chicago,Il.  (Photo by Paul Natkin/WireImage)

CHICAGO, IL – JUNE 26: Dan Aykroyd and John Belushi promoting the movie “Blues Brothers” on June16, 1980 in Chicago,Il.

Lo show correva sul filo del rasoio per quanto riguarda i problemi di censura, e proprio lì stava il suo fascino: nel brivido della diretta. Tutti, produttori e pubblico, sapevano che le cose sarebbero potute sfuggire al controllo della rete televisiva, e che ogni volta in una puntata sarebbe scappata una parolaccia o un insulto politicamente scorretto. Puro funambolismo, che dalle 23.30 consegnava il sabato sera ai giovani. Un critico scrisse:

‘Saturday Night Live’ è il primo programma scritto dalla generazione della televisione e rivolto ad essa. Quei bambini nati nell’immediato dopoguerra che per primi trovarono nella TV la loro babysitter. Negli anni ’50 la adoravano, negli anni ’60 la detestavano, e ora, negli anni ’70, stanno cercando di appropriarsene.

Tra i tanti momenti consegnati alla storia c’è lo sketch in cui John impersona Beethoven. Con tanto di parrucca e sguardo perso nel vuoto è in cerca di ispirazione davanti alla tastiera, mentre le sue domestiche si disperano perché da giorni Ludwig non mangia. Strimpella distratto, senza capo né coda, poi, improvvisamente, la mutazione: sniffa qualcosa, inforca degli occhiali neri e si trasforma in Ray Charles cantando “What I say”. La musica nera gli era entrata nel cuore come un’ossessione. Tutte le sere lui, la moglie Judy e gli amici, ascoltavano dischi di Ray Charles, di James Brown, di B.B. King a volumi impossibili, e negli studi televisivi del ‘Saturday Night Live’ nacque il mito dei Blues Brothers come gruppo musicale. Lo show televisivo era solito ospitare star della musica come Billy Joel o George Harrison, così i due amici, John e Dan Aykroyd, presero coraggio e da membri del cast regolare si trasformarono in ospiti. Ma questa volta facevano sul serio, niente da ridere: Dan suonava l’armonica e John, anche senza una grande voce, ci dava dentro con foga, e da lì a formare una band stabile il passo fu breve. Furono reclutati musicisti eccellenti, tra cui Matt “Guitar” Murphy, che aveva suonato con Muddy Waters e Chuck Berry e il chitarrista Steve Cropper. Il 19 dicembre 1978, i Blues Brothers aprirono lo show del comico Steve Martin, e fu subito chiaro che erano  loro le star. Mentre la band suona “I can turn it loose”, entrano in scena i due fratelli: Dan con una ventiquattrore ammanettata al polso e John che si trastulla con una catena, gli si avvicina e gli toglie le manette. L’esibizione dura 40 minuti ma è un trionfo. Dopo lo spettacolo il brindisi con Mick Jagger, Joe Coker, James Brown e persino Walter Matthau: era nata un’altra stella.

Quello di diventare una rockstar era il sogno segreto di Belushi, che riuscì a realizzare impersonando Jake Blues. Scrive Woodward:

Quando si infilava l’abito nero, gli occhiali e il cappello era veramente una rockstar.
John-Belushi-e-Dan-Aykroyd-sul-set-del-film-Blues-Brothers-768x432John Belushi e Dan Aykroyd sul set del film Blues Brothers

L’album del debutto si intitola “Briefcase full of Blues”, e fu il disco live dal successo più rapido nella storia dell’etichetta Atlantic, in poche settimane vende più di un milione di copie e si guadagnò disco di platino. Con i guadagni, un milione di dollari, John e Judy si comprano la loro prima casa a Martha’s Vyneard, l’isola rifugio di politici, artisti e intellettuali, compresi Bill Clinton e Obama. Acquistarono la villa di Robert McNamara, l’ex segretario alla difesa, per 425.000 dollari e decisero di smettere di fare i pendolari per la TV. Così John lasciò definitivamente il ‘Saturday Night Live’ dopo che lo show era giunto al 39% di share partendo dal 22. Sul fronte cinematografico, il suo più grande successo fu Animal House. In questo film, vestito da antico romano con la toga bianca e una corona di alloro in testa, scende le scale dell’appartamento, incrocia un coetaneo con la chitarra mentre canta una canzone melensa a tre ragazze in adorazione. La macchina da presa indugia prima sullo stile intimista del tizio e poi vira sul primo piano di Belushi: lo sguardo perplesso, gli occhi che ruotano tra l’interrogativo sul da farsi e il disgusto puro, e quindi strappa di mano la chitarra al malcapitato e gliela sfascia sul muro interrompendo quell’insulsa serenata. Lui amava ben altri suoni. Quelli ruvidi e sanguigni del blues e del soul. Il film lo proiettò nell’olimpo della popolarità, e da comico irriverente, in grado di modificare maschera e registro, fu identificato con Bluto, il personaggio del film. La gente per strada gli chiedeva di ripetere le gag del far esplodere il cibo dalla bocca o di schiacciarsi una lattina di birra sulla testa.

Il 27 giugno del 1980 uscì il film I Blues Brothers, che non riuscì però a superare il successo di due anni prima di Animal House. Solo gradualmente, anno dopo anno, diventò un film di culto, ma inizialmente incassò meno del previsto, la critica americana lo snobbò mentre in Italia fu accolto molto bene. In trent’anni questo film ha prodotto un videogioco, un sequel, e per il 30° anniversario dalla morte di Belushi è stato addirittura restaurato. Un sondaggio della BBC fatto nel 2004 ha premiato la colonna sonora del film come la migliore in assoluto della storia del cinema. Persino ‘L’Osservatore Romano’ l’ha definito come un film memorabile, di fatto cattolico.

John-Belushi-in-Animal-House-768x575John Belushi in Animal House

Nella breve filmografia di Belushi spiccano anche altri titoli, non necessariamente comici, come Compagni di scuola del 1976 e Verso il sud del 1978, questo era la prima regia di Jack Nicholson, che lo volle fortissimamente con sé quando John era ancora solo una promessa. La stessa cosa fece Spielberg in 1941 – Allarme ad Hollywood. Girò poi Chiamami aquila e Vicini di casa, ultimo film della sua breve carriera. In questi ultimi due titoli esce dal cliché dell’attore comico e si rivela un attore completo.

Al suo funerale suonarono una delle canzoni demenziali che facevano parte del suo repertorio televisivo. La suonarono esaudendo le sue volontà che aveva espresso da tempo all’amico fraterno  Dan Aykroyd. Dan cadrà in depressione e rimanderà per anni i progetti a cui stava lavorando. In un’intervista rilasciata qualche tempo dopo la morte dell’amico si legge:

Per metà il mio atteggiamento è: beh amico mio non ce l’hai fatta, ti sei perso un momento magnifico, i prossimi dieci anni saranno meravigliosi. E tu, tu ti sei cacciato in quel casino e io non ci posso fare niente, e mi dispiace. Ma mi manca, e ho pianto al suo funerale, ho pianto durante un’intervista un mese dopo la sua morte, ho pianto di recente, quando ho sentito una canzone che diceva: “È stata una giornata dura per Johnnie, non dovete più piangere, ancora un miglio, un miglio soltanto, è stata una giornata dura per Johnnie e non dovete piangere più”.

Dan-Aykroyd-durante-il-funerale-di-John-BelushiDan Aykroyd durante il funerale di John Belushi

Il suo corpo giace nel cimitero di Martha’s Vyneard. La sua lapide recita: “Io forse non ci sono più ma il rock vive in eterno”. E nella tomba di famiglia nell’Illinois, è scolpita questa semplice frase: “Ci ha fatto ridere”.

Ascolta la puntata di Wikiradio.

http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-e5e45c4f-151f-4554-ae6a-bf55a26a518e.html

PAOLO PRATO, insegna Sociologia della Musica alla LUISS. È International advisor dell’Encyclopedia of Popular Music of the World (Bloosmbury) e Guest Editor del volume su European Genres. Fa parte del Comitato editoriale di Popular Music History e Musica/Realtà. Collabora con Radio Tre dagli anni Ottanta. Fra i suoi libri: I canti di natale. Da Jingle Bells a Lady Gaga (Donzelli, 2013), Le macchine della musica. L’orchestra in casa (Rai-Nuova Eri, 2013), La musica italiana: una storia sociale dall’Unità a oggi (Donzelli , 2010), White Christmas. L’America e la reinvenzione del Natale (Donzelli, 2006), Il treno dei desideri. Musica e ferrovia da Berlioz al rock (L’Epos, 2003), Suoni in scatola: sociologia della musica registrata (Costa & Nolan, 1999), Dizionario di Musica Pop e Rock (Vallardi,1996). Ha ideato e progettato collane per l’edicola come Swing Collection, I Grandi del Rock,   Black & Soul,   Cantanapoli,  Il Dizionario della Canzone Italiana e Il Dizionario del Rock.

Wikiradio costruisce giorno per giorno una sorta di almanacco di cose notevoli ed utili da sapere per orientarsi nella nostra modernità. Ogni puntata racconta un evento accaduto proprio nel giorno in cui va in onda, intrecciando il passato con il presente, la memoria storica con ciò che oggi essa significa per noi. Dalla storia all’economia, dal cinema alla scienza, la letteratura, il teatro, le arti visive, la musica, i grandi momenti che hanno segnato un punto di svolta raccontati da esperti, studiosi, critici, con spezzoni di repertorio, sequenze cinematografiche, brani musicali, in un articolato mosaico che vuole restituire agli ascoltatori tutti i significati possibili di un avvenimento.

Un programma a cura di Loredana Rotundo, con Antonella Borghi, Lorenzo Pavolini e Roberta Vespa.


Il reporter “senza volto” che svela corruzione e violenze in Africa

Articolo apparso originariamente su ReddatoreSociale.it che volentieri ringraziamo.

E’ Anas Aremeyaw Anas, il più noto giornalista investigativo dell’Africa. Grazie ai suoi travestimenti è riuscito a denunciare abusi di potere e violazioni di diritti. Le sue inchieste mirano a raccogliere prove e cambiare concretamente la società. Ma è costretto a nascondersi

17 luglio 2016

Anas Aremeyaw Anas
Anas Aremeyaw Anas

ROMA – Anas Aremeyaw Anas è il reporter senza volto. Grazie ai suoi travestimenti ha svelato corruzione e violenze in tutto il continente africano e non solo. Il suo è un giornalismo concreto, che mira a cambiare realmente la società, fatto di mascheramenti, telecamere nascoste, infiltrazioni in luoghi e ambienti spesso pericolosi. Il suo coraggio lo ha fatto diventare il giornalista investigativo più noto in Africa ma lo ha anche esposto a vendette e ritorsioni, tanto che deve tutelarsi nascondendo il suo volto. Ha lui è dedicato un articolo di Antonella Sinopoli pubblicato dal mensile Africa. La giornalista lo ha incontrato realizzando un’intervista esclusiva che sarà proiettata in occasione del prossimo workshop Dialoghi sull’Africa (Milano, 19-20 novembre2016).

Anas ha cominciato spacciandosi per hawker, venditore di strada: un mestiere che nel suo Paese d’origine, il Ghana, è l’unica speranza di sostentamento per migliaia di persone povere. Mischiandosi a loro è riuscito a portare alla luce un sistema corrotto basato sul pagamento del pizzo alle forze dell’ordine. Successivamente ha alzato sempre di più il tiro, portando le sue inchieste non solo in Ghana ma anche in altri Paesi africani e anche in altri continenti. Inchieste riprese da testate come Bbc, Cnn e Al jazeera.La corruzione dei potenti e i drammi sociali sono il suo target principale. Celebre l’inchiesta in Tanzania sul commercio di organi e parti del corpo di albini, per la superstizione che vuole queste persone allo stesso tempo reiette e magiche. O quella condotta in Nigeria per sgominare una banda di falsi medici e un giro di medicinali contraffatti.Travestito da prete cattolico si è infiltrato in una prigione di Bangkok per rivelare le torture che venivano inflitte ai prigionieri. Anas è stato un malato mentale per denunciare  le condizioni degli psichiatrici negli istituti ghanesi e delinquente per vedere come venivano trattati i detenuti della prigione di Nsawam, “un vero girone dell’inferno”. Una delle sue inchieste più famose, l’Eurofood Scandal, ha dimostrato che gran parte degli aiuti alimentari piovuti in Africa venivano in realtà rivenduti. La sua ultima controversa impresa  ha scoperchiato un giro di tangenti all’alta corte di giustizia del Ghana ed ha portato alla radiazione di numerosi giudici…

“Questo tipo di giornalismo forse non è capito qui in Occidente – dice Anas nell’articolo – ma è quello che serve nel mio Paese, è quello che serve in Africa. La gente ci chiede di risolvere i problemi non semplicemente di raccontarli. E per risolverli bisogna portare prove. Ed è quello che io faccio”. Anas ovviamente non lavora solo ma si avvale di uno staff di professionisti di sicuro talento investigativo e ha fondato anche una scuola dove si insegnano i segreti del mestiere, perché come sottolinea nell’articolo, “questo lavoro non ha mai fine, di storie da far venire a gala ce ne sono tante, troppe”.

La sua intraprendenza non è passata inosservata. Lo stesso Barack Obama lo ha celebrato come un esempio di coraggio e rettitudine: “un giornalista che rischia la vita per portare a galla la verità”. E la vita Anas la rischia davvero. Con le sue inchieste si è fatto moltissimi nemici. La sua vita è cambiata per sempre: è una vita perennemente in pericolo di vendetta.  Per difendersi Anas non mostra mai il suo volto. Presentarsi in pubblico con maschere di varia natura è diventata la sua arma.
Il giornalista ghanese nel 2015 è stato designato dal Foreign policy tra i 100 “global thinkers” mondiali. Il regista canadese Ryan Mullins ha girato il film Chameleon sulla sua storia.

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