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Oppio, letture e solitudine. Bazlen, l’uomo misterioso che editò il nostro Novecento

Ecco la prima vera biografia di un uomo-chiave della cultura italiana, critico e scopritore di scrittori

Nonostante sia considerato una delle figure più elusive del Novecento letterario, il triestino Roberto Bazlen (Bobi per gli amici) è adombrato nel personaggio principale di un racconto di Carlo Levi, L’orologio, ha ispirato il protagonista de Lo stadio di Wimbledon di Daniele del Giudice ed è stato innumerevoli volte esaltato da Roberto Calasso quale agente fondatore dell’Adelphi, senza contare che a tutt’oggi è al centro di una quantità di racconti più o meno apocrifi che ne moltiplicano le imprese.

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Quando in certi ambienti se ne evoca il nome, negli occhi degli astanti continua ad apparire qualcosa che assomiglia al riflesso di un fiammifero acceso. Adesso, dopo tanti che ne hanno scritto come personaggio da romanzo, la scrittrice e giornalista Cristina Battocletti ce ne dà una biografia – Bobi Bazlen. L’ombra di Trieste (La nave di Teseo, pagg. 392, euro 19,50) – che si sforza di andare al di là della leggenda, sfrondando la selva di aneddoti cresciuta attorno a uno dei massimi letterati del Novecento. Lo studio brilla per agilità, equilibrio critico e una simpatia per il suo eroe che non degenera in connivenza; perché Bazlen è un tipo da accostare con qualche cautela. Giorgio Voghera era convinto che Bobi suscitasse negli altri «quello spontaneo moto d’affetto che si prova quando si incontra un bambino o un animale». Claudio Magris, pur non avendolo conosciuto, ne diffida per «certa compiaciuta cattiveria». Era antipatico anche a Moravia e a Pasolini, del resto.

Le lenti da miope spesse un dito già da ragazzo, «fisicamente sgraziato» secondo il parere della figlia di Svevo, Letizia o senz’altro «gobbo» per la moglie di Saba, Bazlen era un intellettuale prodigioso e soprattutto, per le case editrici, un suggeritore impareggiabile che avendo letto tutti i libri sapeva misurare la grandezza di opere che ancora non avevano ricevuto il successo che meritavano. Fu lui, fra il 1923 e il 1925, a far scoppiare «il caso Svevo» inviando i tre romanzi dell’oscuro Ettore Schmitz a Montale; a spedire, sempre a Montale, la celebre foto con le gambe di Dora Markus; a caldeggiare nel 1926 la traduzione in italiano delle opere di un certo Kafka e di un certo Musil («Troppo lungo, troppo lento, troppo frammentario. Da pubblicare a occhi chiusi») nonché qualche anno dopo a scoprire per l’Italia Gombrowicz e il Potocki del Manoscritto ritrovato a Saragozza; e naturalmente ad accompagnare la fondazione nel 1962, assieme al transfugo einaudiano Luciano Foà, dell’Adelphi, la casa editrice che trasformando le ossessioni di Bazlen in catalogo (amava l’astrologia, la storia delle religioni, la letteratura mitteleuropea e slava, la psicoanalisi junghiana) riuscì nel giro di qualche lustro a colmare la gigantesca voragine tematica che in quegli anni di impegno politico totalizzante, ovviamente a sinistra, caratterizzava l’editoria italiana.

Una figura simile non poteva che nascere nella Trieste austroungarica di inizio Novecento. Il padre era un tedesco di religione evangelica, la madre, triestina ed ebrea. Bobi diventerà ben presto una delle figure centrali dei circoli intellettuali, assieme al più anziano Svevo (che spesso raggiungeva gli scrittori più giovani nelle osterie per giocare a bocce) e a Saba, della cui figlia Linuccia si innamorerà fino a fuggire con lei a Milano, senza mai riuscire a piegare l’irriducibile opposizione del poeta. A Trieste ebbe come professore di inglese il fratello di Joyce e fu uno dei primi ad acquistare una copia dell’Ulisse. Ma Trieste non era l’Arcadia; era, invece, la città con il massimo numero di suicidi d’Europa dove tre comunità non integrate (tedesca, italiana e slava) vivevano nell’angoscia del crollo imminente di un impero secolare, i cui sinistri scricchiolii toglievano il sonno. Un simile marasma rese la città permeabile alla neonata psicoanalisi. Sarà proprio uno psicanalista, Edoardo Weiss, a spezzare in due la vita di un Bazlen che non riusciva a tenersi stretto un lavoro né una donna, ordinandogli di abbandonare Trieste e di non rivedere più la madre, una donna oppressiva e quasi cieca che viveva solo per il figlio (il marito era morto quando Bobi aveva poco più di un anno).

Una volta partito da Trieste, Bazlen rispetterà l’imperativo di un dorato nomadismo, una sorta di eterno couchsurfing che lo vedeva ospite di amici a Genova, Firenze, Positano. Solo dopo il secondo conflitto mondiale giungerà a guadagnarsi una pace relativa a Roma, in un appartamento di via Margutta e poi a Wimbledon, alla periferia di Londra, dove viveva la donna che gli fu vicina negli ultimi anni, Ljuba Blumenthal.

Il Bazlen della Battocletti è meno infallibile del genio sagace, ma perturbante e automatico, tratteggiato da Calasso; appaiono picchi di grande generosità (secondo Giorgio Agamben, una volta Bazlen avrebbe parlato per tutta la notte al telefono con Elsa Morante per dissuaderla dal suicidio) accanto a intemperanze teppistiche, come la celebre lettera a Montale in cui, inopinatamente, aggrediva la memoria di Svevo («era stupido, egoista, opportunista…»). Il saggio, inoltre, dà il giusto rilievo alle collaborazioni con altre case editrici, visto che Bazlen lavorò con le sigle editoriali più importanti. Prevale l’immagine di un uomo mai depresso, ma malinconico, che la sera nelle osterie beveva un bicchiere di troppo; forse nella sua vita ci fu anche qualche blando oppiaceo, un vizio che lo avvicinerebbe al misterioso fondatore del surrealismo, Jaques Vaché, che con l’oppio si suicidò. Bazlen, invece, morì come Lautréamont, in un albergo e da solo. Accadde a Milano, nel luglio 1965 (era nato nel 1902) per colpa di una pleurite che aveva preteso di curare con l’agopuntura. Negli ultimi tempi aveva sviluppato una profonda idiosincrasia per i tubi al neon e per la tv. Non leggeva le recensioni. Probabilmente non avrebbe letto neanche questa.

Fabrizio Ottaviani – per il Giornale Lun, 28/08/2017 – 08:42

http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/oppio-letture-e-solitudine-bazlen-luomo-misterioso-che-edit-1434533.html

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Bobi Bazlen ritrovato, biografia di un irregolare

Ha lasciato pochi articoli, 
neanche un libro, ma tanti amici. 
E soprattutto una casa editrice: l’Adelphi. Un libro rilancia un intellettuale geniale al quale la letteratura deve molto

DI MARCO BELPOLITI

28 agosto 2017

Bobi Bazlen ritrovato, biografia di un irregolare
Bobi Bazlen

Nomade, disinibito, informale, dissipatore, inesperto, maldestro, veggente, ondivago, indeciso, enigmatico, geniale, innocente, attratto dall’insolito, dal bizzarro, dallo sconosciuto, dall’imprevedibile. L’uomo per cui sono stati formulati questi giudizi da amici, ammiratori, nemici e detrattori, si chiama Bobi Bazlen, uno che voleva essere sempre libero, senza alcun punto fermo: «Non un matrimonio, non un figlio, non un contratto di lavoro stabile, non una casa di proprietà», come ricorda Cristina Battocletti nel libro dedicato a lui, “Bobi Bazlen. Romanzo di una vita” (in libreria il 31 agosto per La Nave di Teseo), vera e propria narrazione delle sue vicende personali, delle amicizie, degli amori, della rete di relazioni che ha tessuto intorno a sé. Bazlen è stato un uomo geniale; a lui la cultura italiana deve moltissimo senza che abbia mai pubblicato, almeno da vivo, un solo libro o scritto per giornali e riviste, se non in modo irregolare e casuale, legato più alle persone che non alla cultura stessa.

Roberto Bazlen, detto Bobi, è stato un assoluto irregolare, un eccentrico, un solitario, seppur devoto alle amicizie: gli interessavano le persone non meno dei libri. Era nato a Trieste il 9 giugno 1902 da un padre originario di Stoccarda e una madre ebrea triestina dal doppio cognome: Levi Minzi. Di statura media, in carne ma non tozzo, orecchie grandi, carnagione scura, portava la riga a sinistra da dove partiva un’evidente stempiatura. Una cosa di cui tutti si ricordano sono gli occhi, che contenevano «un guizzo di umanità e di disincanto da cui ci sentiva necessariamente attratti». Le fotografie che gli ha scattato Margarete Frankl, detta Gerti, musa di Montale, lo mostrano come una sorta di dandy quasi fuori tempo massimo. Non a caso ha incarnato quella che Sergio Solmi definì come la figura dell’«eterno studente».

Bobi ha contribuito a dare una svolta all’editoria italiana dopo il Fascismo, all’uscita dall’autarchia, attraverso l’emersione di un intero continente di libri sconosciuti, ignoti e favolosi, operazione che culmina con la fondazione della casa editrice Adelphi il 9 giugno 1962, opera sua e di Luciano Foà, suo sodale, che per farlo abbandona il prestigioso posto di segretario generale all’Einaudi. Gran parte della vita questo triestino l’ha trascorsa sdraiato a letto, a leggere, in camere d’affitto o in alberghi, oppure ramingo per l’Italia o per l’Europa, sempre in movimento, perché non gli riusciva proprio di star fermo.

Dopo aver abbandonato a 32 anni Trieste, la sua culla e in una certa misura anche sua possibile tomba, ed essersi trasferito a Roma, non vi rimette più piede per decenni, salvo due rapidi ritorni: il primo per la morte della madre, da cui era fuggito e che lo psicoanalista consigliava di non incontrare; il secondo negli anni Cinquanta, per l’insopprimibile curiosità di rivedere la propria città. Lì era stato l’interlocutore di Umberto Saba e Italo Svevo, uomini ben più vecchi di lui, e anche il frequentatore di trattorie e dei caffè dove l’intellighènzia della città s’incontrava (tra i tanti: Guido Voghera, Giorgio Fano, Giani Stuparich, Arturo Nathan, Vittorio Bolaffio, Gillo Dorfles, Leonor Fini, Wanda Wulz), dove grazie a lui si cominciava a leggere Kafka.

Trieste ha voluto dire anche la scoperta della psicoanalisi, pratica cui si sottopone,probabilmente con Edoardo Weiss, allievo di Freud, prima di passare a Ernst Bernhard, fondatore della junghismo italiano, una volta a Roma.

Senza Bobi Bazlan non avremmo diverse poesie di Eugenio Montale, suo interlocutore per vari anni; non ci sarebbero i libri che hanno reso famose e illustri case editrici come Einaudi, Astrolabio, Adelphi; la scoperta di Svevo avrebbe tardato, o forse non ci sarebbe mai stata; oppure sarebbero diversi i libri di Quarantotti Gambini, suo sodale per decenni, confidente e punto di riferimento. Niente “I Ching, il libro dei mutamenti”, opere di Jung o “L’uomo senza qualità” di Musil, che suggerì all’Einaudi, dove fu accolto, seppure con qualche perplessità. L’eterno studente triestino lavorò brevemente all’Ufficio propaganda e pubblicità dell’Olivetti, prediletto da Adriano, che ne aveva fatto una sorta di consulente astrologico, passione che coinvolse Bobi nel corso di tutta la vita e che sembra guidare le sue scelte.

Il libro di Cristina Battocletti racconta il mondo di Bobi attingendo a lettere inedite inviate a Quarantotti Gambini e diversi epistolari, che restituiscono la sua personalità d’inquieto e appassionato amico: generoso, costante, impietoso, e a tratti persino cattivo.

Perché Trieste, questa «città del vuoto», come l’hanno definita Angelo Ara e Claudio Magris, ha esercitato attraverso Bobi, e non solo lui, una così grande influenza sulla cultura italiana dell’ultimo secolo? Città di frontiera, bifronte, dall’incerta e insieme solidissima identità, sospesa tra due mondi, Trieste è stata paradossalmente la città del futuro, pur essendo legata al proprio passato.

La forza della cultura di Trieste, di cui Bobi Bazlen è stato il messaggero mercuriale, risiede nella sua assoluta inattualità, qualità che le ha permesso di scavalcare nel corso degli ultimi settant’anni l’attualità delle mode e degli stili, e di essere assolutamente contemporanea nel senso indicato da Karl Mannheim: si vive con i propri coetanei un complesso di possibilità del proprio tempo, così che per ciascuno è in un altro tempo, ossia un’altra epoca di se stesso. Bobi Bazlen ha vissuto sempre in un altro tempo, così che contemporaneo continua a esserlo ancora oggi proprio per la sua personalità non conclusa, aperta, non definita da nessuna opera, e forse neppure da se stesso: un centro vuoto.

Battocletti ci racconta attraverso Bobi la città di Michelstaedter e di Carlo Stuparich, morti suicidi. Trieste, città in bilico sul ciglio di una continua apocalisse, alimenta la preferenza di Bazlen per libri che contengono atmosfere da incubo (Kafka e Kubin). Lui, che era di lingua tedesca, e si esprimeva per iscritto in un italiano a tratti incerto, incarna perfettamente la vertigine che è contenuta nella modernità, da cui non ci siamo ancora emancipati nonostante due guerre mondiali e innumerevoli conflitti, tra cui quello scoppiato, non troppo tempo fa, proprio ai confini della sua terra.

L’autrice ha dedicato ampio spazio alle relazioni sentimentali di Bobi. Fidanzato con Duska Slavik, la lascia e poi la spinge verso il marito di Gerti, la donna ritratta da Montale nelle sue poesie. Quindi fugge a Milano con Linuccia Saba, figlia prediletta del poeta e libraio triestino, ci resta un anno, e per lei consuma parte della sua cospicua eredità ricevuta dal padre e dallo zio. Linuccia si legherà poi a Carlo Levi. Rompe per questo con Umberto Saba di cui scrive: «Un egoista, che aveva tutti i difetti del poeta senza averne i pregi». Una delle due, suggerisce l’autrice, avrebbe probabilmente abortito.

Nella vita Di Bobi ci saranno altre donne. Gerti, personaggio straordinario, figlia di un banchiere austriaco, viaggiatrice indefessa, fotografa dilettante, musa di Montale. Del poeta genovese, di cui Bobi non smette di sostenere e correggere l’opera, Battocletti ricorda la rottura avvenuta a causa di Drusilla Tanzi. Sposata con il critico d’arte Matteo Marangoni, diventa la compagna di Montale. Drusilla tenta il suicidio due volte: Montale ha un rapporto parallelo con la critica letteraria Irma Brandeis e sta pensando di seguirla in America. Bobi consiglia all’amico di lasciare Drusilia, sorella della madre di Natalia Ginzburg. La frattura tra Bazlen e Montale diventa inevitabile; si ricomporrà solo a distanza di anni. S’interrompe anche il rapporto epistolare con Gerti – oltre settanta lettere – proprio l’anno in cui l’ex fidanzata di Bobi, Duska si mette con Carlo Tolazzi, marito di Gerti, da cui avrà due figli. Questa doppia rottura porta alla fine del gruppo di amici che fanno capo alla città giuliana. Anche in questa vita sentimentale sussultoria, giocata tutta nel cerchio del piccolo gruppo, Bazlen pare anticipare i tempi a venire, cura psicoanalitica annessa. Edoardo Weiss entra in scena qui, anche se non ci sono prove che sia stato il suo analista.

Il libro è il romanzo di una vita, non solo di quella di Bobi, ma di tutto il mondo che lo circonda, di cui egli è il filo che cuce e collega numerose figure. Una delle storie che innervano il volume di Cristina Battocletti, composto di libri letti, donne amate, relazioni epistolari, è quella della presunta omosessualità di Bazlen. Nel 1939 si è trasferito a Roma dove frequenta Elsa Morante, Ernst Bernhard, Amelia Rosselli, Bianca Garufi. Alberto Moravia, che l’ha in antipatia, lo ricorda come sempre in fuga per le strade: «Piccolo Socrate ambulante in un continuo andirivieni».

Nella capitale Bazlen porta avanti la sua analisi. Tiene un diario psicoanalitico, di cui restano vari disegni pubblicati nella prima edizione del suo romanzo postumo, “Il capitano di lungo corso”, uscito nel 1973 da Adelphi. Vi raffigura falli, uomini che orinano nelle bottiglie, imbuti infilati nell’ano, e altre fantasie ossessive. Le interpretazioni di questi disegni non accertano la sua omosessualità, così come molte testimonianze di giovani psicoanalisti, che gli furono amici, documentano il contrario, la sua irrefrenabile eterosessualità – gli piacciono le donne degli altri. Chi lo frequentò sottolinea la sua inclinazione ad essere, novello Socrate, circondato da giovani amici, tra cui spicca Roberto Calasso, coinvolto da Bazlen nell’Adelphi, di cui diventerà nel 1971 il direttore editoriale. Adelphi è la creazione più longeva di Bazlen: nasce con l’idea di diffondere libri unici alla ricerca di lettori affini.

A Roma Bobi ebbe relazioni importanti con altre donne: Silvana Rodogna, moglie di Vittorio Loriga, psicoanalista, e Bianca Garufi, amata da Pavese, di cui s’invaghì. Infine c’è il rapporto con Ljuba Blumenthal, ebrea romena, conosciuta nel 1929, e sposata con Julius Flesch. Bobi la salva alla fine degli anni Venti dal marito impazzito; viene ricoverato grazie all’intervento di Bazlen in ospedale psichiatrico a Brescia, poi morirà deportato ad Auschwitz. Nel 1951 Ljuba sposa un chimico inglese; tuttavia Bobi pensa di spostarsi a vivere Londra per starle accanto, sebbene gli manchino i mezzi economici per farlo. Morirà infatti a Milano nel 1965 in una camera d’albergo poco distante dalla sua Adelphi, dopo aver perso la sua preziosa stanza a Roma.

Ljuba diventerà uno dei personaggi del romanzo di Daniele Del Giudice, “Lo stadio di Wimbledon”, il più famoso tra i libri dedicati sin qui alla vita di Bazlen. Sergio Solmi, in margine a una polemica, suscitata dopo la morte di Bobi, scrive a un parente diSvevo: «Non ho mai capito bene quale fosse il suo scopo nella vita». Lo definisce «una specie di folletto, di enigmatico passante per la terra». L’essere senza scopo è stata una delle forme attraverso cui Bazlen si è espresso in un mondo, che procedeva a grandi passi verso l’imprescindibile utilità. Per questo appare come il nume tutelare di chi ha fatto dell’ “essere” e non del “fare” lo stigma della propria esistenza.

Bazlen sembra un personaggio letterario. Lui che non ha scritto nessun libro in vita, è diventato il protagonista di libri, ma sempre difficile da definire. La sua figura somiglia a quella di Bartleby, lo scrivano di Melville con il suo motto: «avrei preferenza di no». Cristina Battocletti con una scelta eccellente alla fine di questo magnifico libro esamina le diverse leggende che circolano su di lui; alcune le smentisce, altre le spiega, altre ancora le perfeziona. E ci fa comprendere la lezione più duratura di Bobi: l’esistenza come forma pura, sciolta da ogni utilità o fine. L’Oriente in Occidente, senza però rinunciare al tormento creativo che la nostra cultura porta con sé, perfettamente incarnato dalla vita di Bobi. La sua è un’eredità difficile da conservare in tempi come i nostri, ma necessaria come i libri che ci ha permesso di leggere con i suoi imprescindibili consigli editoriali.


Il diario di prigionia di Magda Minciotti tra Resistenza e deportazione

Novecento. Torna alla luce dopo settant’anni, grazie al lavoro storico di Anna Paola Moretti, il diario della giovane partigiana di Chiaravalle Magda Minciotti, deportata per lavoro coatto nei lager Siemens a Norimberga e Bayreuth

Lunghe e ordinate trecce corvine circondano un viso di ragazza, assorto verso un punto imprecisato. Ha circa quindici anni e i lineamenti, ingenui e perturbati, potrebbero somigliare a quelli di molte sue coetanee, trafitte di sogni davanti al mondo che si sta schiudendo. Sul volto di Magda Minciotti non aleggia però alcuna levità adolescente, piuttosto una postura adulta acquisita tra il 1944 e il ’45, nel periodo della sua prigionia in mano alle SS.

DELLA GIOVANE PARTIGIANA di Chiaravalle, deportata per lavoro coatto nei lager Siemens a Norimberga e Bayreuth, conosciamo il tratto biografico più doloroso grazie al diario di quei mesi pubblicato in un ottimo volume a cura di Anna Paola Moretti. Considerate che avevo quindici anni. Il diario di prigionia di Magda Minciotti tra Resistenza e deportazione (Edizioni affinità elettive, pp. 314, euro 18 – collana di ricerche storiche dell’Istituto Storia Marche) è una testimonianza rara e accorata, sistemata da Moretti che va a confermarsi una delle più attente osservatrici sui temi della storia e memoria delle deportazioni femminili. Come nei volumi precedenti (per esempio La guerra di Mariulì, bambina negli anni Quaranta), al metodo rigoroso l’autrice affianca ipotesi e nessi originali di fonti e contesti, ponendosi non solo nell’ottica della ricostruzione meticolosa bensì della relazione responsabile e generosa di colloquiare con le esistenze scoperte. Non è un caso che la prefazione a questo ultimo contributo sia firmata da Luciana Tavernini che fa parte, insieme ad altre, della «Comunità di storia vivente» di Milano che proprio sulle pratiche di vita e le conseguenti interrogazioni si concentra, un punto politico ineludibile.

Dopo settant’anni di silenzio sulla scrittura che l’ha accompagnata per lunghi mesi negli Arbeitslager nazisti, Magda Minciotti – poco prima della sua scomparsa – consegna i suoi appunti al figlio. Invitata a occuparsene, Anna Paola Moretti consulta quella sessantina di foglietti, il retro di ricevute scadute utilizzate dalla ragazza per cominciare il proprio diario, ricopiato in un quaderno dopo la sua liberazione.

SI APRE UNA VICENDA che cuce lo strazio spaesante della guerra a una strana speranza interiore che l’ha sostenuta. E il pensiero si fa subito grande, anche nello spazio angusto di una condizione di prigionia. A espandersi è un desiderio di sopravvivenza, preghiera terrena e ostinata contro l’ingiustizia e lo sfruttamento disumanizzante. L’ulteriore apparato critico e l’approfondimento delle altre carte private della partigiana danno il senso di una rappresentazione densa e inequivocabile che va a completare un passaggio novecentesco cruciale.

Da Ripe (in provincia di Ancona) quel 23 luglio del 1944, a sole due settimane di distanza dal suo arresto, Magda esordisce domandandosi che cosa ne sarà dei suoi sogni, convocando il destino «questa ruota implacabile che gira senza chiedere mai – Sei contenta? Soddisfatta del mio lavoro?». Quindi i viaggi per raggiungere la Germania, giorni di veglie frenetiche. E poi ancora i bombardamenti che arrivano a strattonare Karolinenstrasse nelle notti di una terra poco amata, insieme all’attaccamento per una minuta fenomenologia del quotidiano a ricordare quanto si possano trovare forme di conforto anche nello sfinimento. Come sottolinea Tavernini, centrale è «la scrittura di una ragazza che illumina l’esperienza della deportazione per lavoro coatto e nello stesso tempo le forme di resilienza femminile a situazioni di sradicamento». Da Norimberga a Bayreuth – dove arriva il primo febbraio del 1945 quando la Siemens sceglie di dislocare manodopera e macchinari in zone meno esposte – i racconti si dipanano tra le ennesime strategie di adattamento e la difficoltà del lavoro condiviso con altre donne provenienti da altri paesi. Infine il dispiacere per la morte di suo fratello Giorgio internato allo Stalag di cui però apprendiamo informazioni non dal diario (il secondo blocchetto di fogli è andato perduto) ma dalle testimonianze di altri compagni di detenzione.

IN QUESTA DIREZIONEConsiderate che avevo quindici anni restituisce un’esperienza che ha funestato l’Europa e al contempo è resoconto di una nuova intermittenza che da oggi non può più essere ignorata o rimossa. È il volto serio di Magda, lunghe e ordinate trecce corvine di ragazza davanti al mondo fuori di sesto.

FONTE: Alessandra Pigliaru, IL MANIFESTO


“Il silenzio incoraggia gli aguzzini”

Il ricordo di Elie Wiesel, scrittore e premio Nobel per la pace sopravvissuto ad Auschwitz.

Elie Wiesel.

© EPA

di moreno bernasconi per il Giornale del Popolo che ringraziamo

«Ovunque, là dove gli esseri umani subiscono sofferenze e umiliazioni, prendi partito. La neutralità aiuta gli oppressori, mai le vittime. Il silenzio incoraggia gli aguzzini, mai i perseguitati». Questo il cuore dell’appello lanciato da Elie Wiesel – giornalista, scrittore e attivista ebreo di origine rumena sopravvissuto al Lager di Auschwitz e naturalizzato americano, morto alcuni giorni fa a 87 anni – in occasione del discorso d’accettazione del Premio Nobel per la pace nel 1986.

Questo appello riassume il compito di una vita, che l’ha visto al fronte per più di cinquant’anni per denunciare e testimoniare l’orrore della Shoa e le altre persecuzioni. «Per i morti e i vivi, abbiamo il dovere di dare testimonianza» – disse Wiesel in occasione dell’inaugurazione del Museo dell’Olocausto di Washington, da lui voluto come compimento dell’opera svolta in qualità di Presidente della Commissione omonima costituita da Jimmy Carter, parole ora incise nella pietra all’entrata del museo.

Un impegno che non si è limitato alla memoria della Shoa. Dapprima individualmente e poi tramite la Fondazione Elie Wiesel per l’Umanità (vittima purtroppo della truffa miliardaria del filibustiere Bernard Madoff) egli ha incitato instancabilmente capi di Stato e organismi internazionali a rendere giustizia alle vittime dell’oppressione: anche a quelle del totalitarismo sovietico, agli Indiani Miskito o le vittime del regime cambogiano, al popolo curdo o alle vittime delle epurazioni etniche o dei massacri nell’ex Yugoslavia oppure in Africa.

Autore di più di 50 libri, la sua opera di scrittore ebbe grande risonanza mondiale dopo la pubblicazione di La notte (con prefazione di François Mauriac), resoconto autobiografico crudo e terribile dei crimini perpetrati dai nazisti nei Lager di Auschwitz, Monowitz e Buchenwald, cui egli sopravvisse (fu liberato da Buchenwald nell’aprile del 1945) ma nei quali perirono i suoi genitori e parte della sua famiglia. Il suo grido è spaventoso, disperato e senza possibile redenzione, che si trasforma in aperta ribellione contro Dio: «Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel lager che ha fatto della mia vita una notte lunga e sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo – scrive nel suo libro-testimonianza -. Mai dimenticherò i piccoli volti dei  bambini, di cui avevo visto i corpicini trasformarsi in volute sotto un azzurro muto. Mai dimenticherò quelle fiamme, che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha privato per l’eternità del desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere a lungo quanto Dio stesso. Mai».

Ne La notte, Wiesel descrive con minuzia agghiacciante l’impiccagione di due adulti e di un bimbo da parte delle SS, registrando macchinalmente il grido dei due adulti prima che il cappio si stringesse («Viva la libertà») … e il silenzio straziante del bambino. Registra la voce di un recluso dietro di sé («Dov’è, ora, il buon Dio?») e la sua risposta tremenda («Sentii in me una voce che rispondeva: Dov’è? È impiccato qui, a questo patibolo». Wiesel fa un legame fra il silenzio dell’innocente barbaramente ucciso e il silenzio di Dio: Dio stesso appare ai suoi occhi impotente di fronte alla barbarie degli uomini. E la memoria della Shoa risuona come l’ineluttabilità del male, come l’impossibilità per l’uomo di rialzarsi e di riavere una speranza e un senso nella vita, dopo l’orrore dell’Olocausto: «È l’essere privati per sempre del desiderio di vivere».

Benché aiutato da Mauriac a rompere il silenzio e a testimoniare la barbarie, per Elie Wiesel – come altri scampati al Lager che addirittura non ressero al ricordo e finirono suicidi (Primo Levi o Bruno Bettelheim) – la memoria del male del Novecento è irredimibile. E di conseguenza, lo stesso obiettivo di testimoniare, affinché l’orrore non si ripeta “mai più”, svanisce. Benché il suo impegno generoso e appassionato di testimonianza affinché gli oppressi ottengano giustizia abbia mosso le coscienze di molti, spingendo capi di Stato e istituzioni a mobilitarsi, già anziano Wiesel in un’intervista espresse amarezza eprofonda delusione di fronte al fatto che – così riteneva – «nulla è cambiato» dalla Shoa. «La natura umana è rimasta quella che era.L’indifferenza governa il mondo, indifferenza verso l’altro, le sue sofferenze, i suoi tormenti e le sue speranze».

L’inferno di Buchenwald ha spento in Wiesel la luce vivida presente invece nel diario della giovane ebrea morta ad Auschwitz Etty Hillesum, luce che si rivelò più forte e densa di significato di ogni possibile male. «Sono tempi spaventosi, mio Dio… Ti aiuterò, Dio, a non spegnerti in me. Non sei Tu che puoi aiutarci, ma noi che possiamo aiutarTi». Il percorso di Elie Wiesel ripropone la domanda drammatica di Hannah Arendt all’inizio della sua disamina sulle Origini del Totalitarismo e di Emmanuel Lévinas all’inizio della sua ricerca filosofica: è possibile reimparare a camminare nell’esistenza malgrado il crollo di significato e la disumanizzazione indotti dall’orrore accaduto nell’era moderna? Mentre la risposta di Wiesel è negativa, il rinnovamento etico di Lévinas (che ha perduto anch’egli la propria famiglia ad Auschwitz), Ahrendt ma anche Jonas o Viktor Frankl, sono il tentativo di riabilitare il bene dopo la barbarie, assegnando alla soggettività il primato etico, condizione sine qua non per uscire dal nichilismo, riscoprire la giustizia e dare quindi al “Mai più” una possibilità reale di inverarsi.

 

 

fonte: http://www.gdp.ch/cultura/letteratura/il-silenzio-incoraggia-gli-aguzzini-id129285.html


Articolo apparso originariamente su CriticaLetteraria che ringraziamo.

  • Roberto Bazlen. Un’eminenza importante

  • Se volessimo chiederci, per puro senso di gratitudine, chi dobbiamo ringraziare per avere la possibilità di leggere alcuni (sono pochi) di quei libri che, anche se non la cambiano, almeno la vita ce la segnano, be’, a volte rischieremmo di stare senza risposta. Farsi una tale domanda diventa però spesso fondamentale. È quello che ho pensato quando ho letto per la prima volta Svevo; va bene, Una vita e Senilità sono stati inizialmente ignorati da critica e pubblico per cui sarebbe ancora più difficile ringraziare qualcuno. Stessa domanda mi colse però con Kafka, o Musil. Non so perché, me lo chiesi anche quando provai a affrontare Freud; o quando un giorno mi prese la curiosità di sapere come diamine potesse essere nata una bellissima casa editrice come Adelphi, e per colpa di chi. E indagando, ho conosciuto un nome che nella prima metà del ’900 i cosiddetti addetti ai lavori conoscevano e rispettavano, con quasi una devozione alcuni, e con vera insofferenza altri (sembra abbia detto Vittorini: «Bazlen io lo lascerei ad Astrolabio»).

 

Roberto Bazlen (detto Bobi) nacque nel 1902 a Trieste (ancora asburgica) e crebbe su un humus mitteleuropeo che ne segnò la ricerca estetica e la passione letteraria; minuto, con gli occhiali, delicato, vivrebbe bene in un romanzo di Bernhard. Divenne intimo di Montale (tanto che lo si potrebbe definire con l’odiernamente inflazionato  termine “editor”: editor di poesie, sì, anche di quelle: leggendo il loro epistolario si capisce quanto il poeta lo tenesse in considerazione nella “lavorazione” delle sue liriche), a cui segnalò il talento ignorato di Svevo («Vorrei far scoppiare la bomba Svevo con molto fracasso», scriveva a Montale nel 1925), che finalmente ebbe il timbro critico, che lo emancipò, di una figura importante come quella dell’autore di Ossi di seppia.

Bazlen fu un consulente editoriale
sotterraneo e indipendente che passò tra la Frassinelli e le Nuove Edizioni Ivrea di Adriano Olivetti (con Luciano Foà), la Ubaldini e la Boringhieri, Guanda e la Bompiani, Astrolabio, la Einaudi: godeva di una reputazione direi quasi metafisica, che portava personaggi come Valentino Bompiani a affermare, nel 1945: 

«Bobi Bazlen. Disposto a una più vasta, anche totale collaborazione: letture, segnalazioni, dirigere una collana. È straordinario, ha la memoria a bottoni. Si direbbe che ha letto tutto. Senza fermarsi? Gli dico di sì, subito, ma non si fermerà neppure con me; comincia a fiutare un compenso fisso; vuole un tanto al libro; poi si vedrà. Cos’è che lo muove e lo chiama; è tutto cultura e si direbbe non contenga altro dentro di sé. Ma qualche segno avverte che non è vero: forse legge per non pensarci. Si agita sulla sedia come se avesse la coda.»

Memorabile e storica è la lettera (12 giugno 1951)con cui “consigliava” a Foà, allora ancora alla Einaudi, L’uomo senza qualità di Musil: 

«Come livello non si discute, e (malgrado le riserve che vi farò e le infinite altre che si possono fare) va pubblicato a occhi chiusi. […] Da discutersi molto, invece, da un punto di vista editoriale-commerciale. Qui, devo fare l’avvocato del diavolo. E come avvocato del diavolo, ho quattro argomenti. Il romanzo è
1°) troppo lungo
2°) troppo frammentario
3°) troppo lento (o noioso, o difficile, o come vuoi chiamarlo)
4°) troppo austriaco.
[…] Io stesso, benché il libro valga per infinite altre ragioni che non siano il racconto vero e proprio, dopo essere vissuto praticamente due mesi leggendo ogni giorno, sono rimasto un po’ a bocca asciutta, perché, tirate le somme, vorrei anche sapere chi vive, chi si sposa, chi crepa.»

Robero Bazlen fu dunque, possiamo dire, il padre illegittimo e occulto di tanti libri oggi ritenuti fondamentali, di quei libri che attraversano e creano il tempo senza soccombergli: Schnitzler, Kafka, Bachmann, Jung, Freud, Svevo, Musil, Rilke, Strindberg… Aveva un’idea di letteratura che per una ragione o per l’altra mai si vide concretizzata in un’unica isola editoriale, fino alla nascita di Adelphi nel 1962: insieme al fuoriuscito einaudiano Foà, Bazlen la crea, portando con sé un giovane Roberto Calasso.

bazlenOcculto”, riferito a Bazlen, è un aggettivo non casuale; si potrebbe anche utilizzare la classica locuzione “eminenza grigia”: ciò che lo ha caratterizzato, e lo fa anche oggi in verità, è un’invisibilità che cercò spontaneamente in vita, interessato solo a far parlare i libri, e tramite i libri solamente poteva far filtrare un qualcosa di sé: tutto il contrario di quello che si potrebbe pensare richiamando alla mente parole come “fama”, “vanesiate”, “pubblico”, “riflettori”, Bazlen rappresenta in forma pura il puro amore per la letteratura come conoscenza, crescita, rottura e crisi, anche dolore («Bisogna abitare nel proprio inferno»), assai ben lontana dall’intrattenimento spettacolare e per immagini, consolatorio, che tanti scrittori sembrano cercare.

 

Nel 1984 esce, per Adelphi, Scritti, una raccolta contenente un romanzo visionario e strutturalmente aperto (Il capitano di lungo corso), vari appunti e aforismi (Note senza testo), le Lettere editoriali e le Lettere a Montale. Dalla bandella, citiamo Roberto Calasso: 

«[…] l’immagine che per molti si è fissata di lui è quella di un infaticabile scopritore e suggeritore di opere, di autori. Ma basta aprire una pagina qualsiasi di questi Scritti per avvertire che quell’immagine è parziale e sviante. Singolare non è tanto che apprezzasse e consigliasse quei libri […]; singolare è che una vita così viva, che un’intelligenza così bruciante, che una limpida vocazione sciamanica sfociassero, come nella loro principale manifestazione pratica, in quell’attività del consigliare libri. Taoista (è l’unica definizione che gli si può applicare senza imbarazzo), Bazlen aveva imparato da Chuang-tzu che il sapiente lascia il minimo di tracce: quei libri di cui parlava e che consigliava erano le sue tracce.»

Segnalo anche il bel Diritto al silenzio. Vita e scritti di Roberto Bazlen, di Manuela La Ferla (Sellerio, 1994), eLo stadio di Wimbledon, di Daniele Del Giudice (Einaudi, 1983).

fonte: http://www.criticaletteraria.org/2012/02/roberto-bazlen-uneminenza-importante.html

 

Piero Fadda