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Mecca, le cose da sapere sul pellegrinaggio

Il cammino come viaggio di redenzione. Il sacrificio come atto di fede. Origini, durata e luoghi simbolo: le cose da sapere.

Il 12 settembre 2 milioni di fedeli hanno viaggiato alla volta della Mecca.
Una partecipazione elevata tra i membri delle comunità musulmane di tutto il mondo, nonostante i fatti dell’anno scorso, quando 700 persone rimasero uccise nella ressa, ad appena cinque chilometri dalla città sacra.
Una tragedia seconda per numero di vittime solo a quella del 1990, in cui i fedeli uccisi furono 1.426.

ORIGINI E VALORE SIMBOLICO DEL PELLEGRINAGGIO. Il pellegrinaggio ha un forte valore simbolico e, secondo i libri sacri dell’Islam, affonda le proprie radici nell’atto di fede chiesto da Dio ad Abramo e alla moglie Hagar.
Dalla durata del cammino alle sue origini, passando per i rituali imposti dalla Sunna: ecco cinque cose da sapere.

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1. Il significato dell’Hajj: un viaggio di redenzione

L’Hajj, ovvero il pellegrinaggio alla Mecca, è uno dei cinque pilastri dell’Islam e tutti i musulmani in condizioni fisiche adatte devono compierlo almeno una volta nella loro vita.
In migliaia si mettono in cammino a piedi, per un viaggio che richiede mesi per arrivare a destinazione.
Agli occhi delle comunità islamiche di tutto il mondo, rappresenta la possibilità per il fedele di pulire i peccati del passato e ricominciare da capo.
IL CAMMINO DI HAGAR. Perciò è abbastanza consueto vedere persone aiutarsi con bastoni e stampelle pur di compiere il pellegrinaggio, il cui tragitto si pensa possa essere ricondotto non solo agli insegnamenti di Maometto, ma anche alla storia di Abramo.
Infatti, secondo la versione dell’Islam, il profeta ebreo cacciò su imposizione di Dio la propria moglie Hagar, ricevendo poi l’ordine di sacrificare suo figlio Ismaele.
Il percorso dell’Hajj coinciderebbe con quello compiuto da Hagar, che – per i musulmani – camminò tra le due colline di Safa e Marwa per sette volte in cerca di acqua, così da salvare il figlio morente.

2. Il pozzo di Zemzem e la Kaaba: i luoghi simbolo

La tradizione vede tale traversata da parte della donna in esilio come una prova di fede voluta da Allah.
Una volta confermata la devozione di Hagar, Dio le donò l’acqua, facendola sgorgare dalla terra. Da quello che oggi è conosciuto come il pozzo di Zemzem, adiacente al territorio della Kaaba, nella città della Mecca.
I musulmani credono fortemente nell’eccezionalità dell’acqua e nelle sue proprietà miracolose, tanto che in occasione del viaggio verso la Mecca cercano di berne il più possibile, raccogliendone anche in gran quantità in delle fiaschette.
LA CASA DI DIO. La Kaaba è il sito più sacro dell’Islam, in quanto nella tradizione dei musulmani è vista come la casa di Dio.
In età antecedente alla predicazione di Maometto, era la sede di culto di divinità pagane, che venne distrutta da Allah durante il diluvio universale.
Dell’edificio sopravvisse solo un pezzo di pietra nera, custodito da Dio nelle profondità di una montagna, ma poi estratto in occasione della ricostruzione della Kaaba ad opera di Abramo e di suo figlio Ismaele.

3. Il sacrificio di Abramo: emblema della sottomissione a Dio

Il 12 settembre è per i musulmani il giorno del Sacrificio di Abramo.
Tale ricorrenza – conosciuta con il nome di Id-al-Adha – coincide con gli ultimi giorni del pellegrinaggio alla Mecca da parte dei membri delle comunità islamiche di tutto il mondo.
L’ORDINE DI UCCIDERE IL FIGLIO. Secondo il libro della Genesi, Dio mise alla prova la fede di Abramo, imponendogli di sacrificare il suo unico figlio.
Nel momento cruciale, però, sostituì la vittima sacrificale con un ariete, svelando ad Abramo il vero fine del suo ordine.
Da ciò ne deriva la connotazione fortemente positiva dell’ Id-al-Adha, in quanto è il simbolo della solidità della fede e della totale sottomissione a Dio.

4. L’animale da sgozzare: deve essere adulto e fisicamente integro

Seguendo l’esempio di Abramo, in questo particolare giorno, i fedeli uccidono in nome di Dio un animale che deve essere fisicamente un esemplare adulto e integro, appartenente alla famiglia degli ovini, bovini o camelidi.
Negli ultimi due casi il sacrificio può essere compiuto a nome di più persone, per un totale di sette musulmani.
SANGUE IMPURO, E QUINDI PROIBITO. L’uccisione avviene mediante sgozzamento, così da far defluire il sangue, indicato dalle scritture come impuro e quindi proibito.
La cerimonia sacrificale avviene di norma il 10 settembre, ma può anche essere posticipata fino ai tre giorni seguenti, nel periodo di tempo compreso tra la fine della preghiera del mattino e l’inizio di quella del pomeriggio.
Lo sgozzamento deve essere compiuto da un uomo in stato di purità legale e che durante la cerimonia dovrà invocare il nome di Allah.

5. La divisione della carne: per familiari, amici e vicini

La carne degli animali uccisi deve essere divisa in tre parti.
La prima è per i familiari, per gli amici e i vicini; la seconda è destinata ai poveri e bisognosi; la terza e ultima appartiene a colui che compie il sacrificio e ai membri diretti della sua famiglia.
VESTITI NUOVI O COMUNQUE PULITI. Nel giorno dell’ Id-al-Adha diverse famiglie organizzano feste a casa per ricevere i parenti e – trattandosi di una regola della Sunna, uno dei libri sacri dell’Islam – si presentano con dei vestiti nuovi.
Nel caso in cui il musulmano non ne abbia, può comunque indossare dei capi puliti.

Pubblicato su Lettera43 che ringraziamo

fonte: http://www.lettera43.it/capire-notizie/mecca-le-cose-da-sapere-sul-pellegrinaggio_43675259907.htm


un posto che non è città, non è campagna, non è industria

La leggenda del fiume Tara

di ALESSANDRO LEOGRANDE per il sole24ore magazine che ringraziamo
fotografie di COLLETTIVO DAV

03.08.2016

A Taranto c’è un posto che non è città, non è campagna, non è industria. È un piccolo corso d’acqua che scorre ai piedi dell’Ilva: c’è chi fa il bagno, chi prende il fresco, chi crede nei miracoli

Pubblichiamo l’introduzione a TARA, il fiume dei miracoli, libro fotografico del Collettivo DAV: Dalila Ditroilo, Antonio Maria Fantetti, Vito Bellino

Un piccolo fiume di pochi chilometri scorre a ridosso dell’area industriale di Taranto per poi gettarsi nelle acque dello Jonio, poco più a nord del porto. Si chiama Tara, e la leggenda vuole che proprio qui Taras abbia fondato nella notte dei tempi il primo nucleo della città, prima di scomparire nelle stesse acque del fiume.

Fino alla fine degli anni cinquanta del Novecento accanto al fiume sorgevano due stabilimenti balneari, Lido Venere e Pino solitario. Dalla città e dai paesi vicini si andava al Tara per immergersi nelle sue acque fredde, molto più fredde dell’acqua salata dello Jonio, e per cospargersi il corpo con i suoi fanghi. Si è sempre creduto che le acque e i fanghi avessero proprietà terapeutiche. Secondo un’altra leggenda, un giorno un proprietario terriero della zona aveva dato ordine a un contadino di uccidere un vecchio asino, che non era più buono a lavorare, gettandolo nelle acque del fiume. L’uomo gettò la bestia nelle acque fredde del fiume, ma un altro contadino, impietosito dallo sguardo dell’asino, lo tirò fuori, lo accarezzò e lo coprì di fango raccolto con le mani. L’asino ritrovò subito le forze che s’erano inaridite. Ringiovanì come nelle favole, e da allora gli uomini e le donne dei paesi a ridosso della cintura settentrionale della città hanno ritenuto che il fiume, le sue acque blu e i suoi fanghi avessero poteri miracolosi. La leggenda si è tramutata in credenza, e la credenza in rito. E il rito – come testimoniano le foto di questo libro – è sopravvissuto alla più radicale trasformazione sociale, economica, ecologica, fisica, urbanistica, culturale che città italiana abbia mai subito.

L’Italsider, poi Ilva, è stata costruita poco distante dal Tara; l’intera area intorno a cui sorge il fiume è stata profondamente segnata dal Moloch siderurgico. Le ciminiere e gli altiforni hanno ridisegnato il paesaggio, la città, la terra e il cielo. Eppure il Tara è ancora lì, e nelle sue acque si bagna ancora chi crede nelle proprietà miracolose delle acque. Uomini e donne che curano un’ernia o uno strappo muscolare o i dolori ossei o persino – come mi è capitato di sentire di recente – la sclerosi multipla. Vengono anche dalla Basilicata o dalla provincia di Bari, in estate si creano ingorghi di auto lungo le vie d’accesso al fiume. Il primo settembre di ogni anno una piccola comunità immersa nelle sue acque recita il rosario venerando la Madonna del Tara, una piccola statua della vergine messa su un piedistallo lungo la  riva.

Questa storia che affiora da un passato lontano ci dice almeno due cose. La prima è di carattere antropologico. Anche la più radicale trasformazione industriale (e tale è stata la creazione del siderurgico sulle rive dello Jonio, simbolo di progresso che avrebbe debellato ogni retaggio del passato, la cultura del vicolo e del mondo contadino e del Sud di ieri, prima di tramutarsi in disastro lavorativo e ambientale) non può annullare il bisogno di riti. Anche in una città in cui ogni legame con il passato che precede la fabbrica sembra essere stato reciso, esso ritorna come frammento. Ai margini dell’area industriale permane un brandello del suo rovesciamento: una leggenda che giunge dalle viscere del tempo produce ancora oggi comunità, e con essa un desiderio di alterità che tiene insieme una pratica semipagana con le ansie della quotidianità. Questo ci dicono, in fondo, i corpi accaldati e accalcati uno accanto all’altro che pregano la Madonna trovando refrigerio nelle acque di un fiumiciattolo. Anche in un’età post-moderna, tutto ciò sopravvive.

La seconda considerazione ha a che fare con il racconto di tutto ciò. Gliautori di questo volume si avvicinano a questa piccola comunità di uomini  e donne con rispetto e circospezione, curiosità e senso di prossimità, restituendo piccoli gesti, sguardi, momenti di attesa e di grazia. Ma soprattutto, raccontando il fiume Tara e il suo popolo, raccontano Taranto in un altro modo. E questo è un aspetto centrale da sottolineare, perché Taranto è uno di quei luoghi apparentemente sovraesposti e iper-raccontati. Eppure questa sovraesposizione mediatica e questo iper-racconto non coprono affatto tutta la realtà narrabile. Anzi, proprio perché riducono tutte le complesse vicende che attraversano una città alla sola questione dell’Ilva, al solo disastro ambientale, finiscono per non vedere Taranto per quella che è.

Taranto è fatta innanzitutto di viscere, dettagli, frammenti come quello del fiume Tara, che nell’iper-racconto generalmente si perdono. Nell’iper-racconto quasi sempre si smarrisce quella sorta di disperata vitalità che impregna la città.

Viceversa, solo il racconto dei margini e dei frammenti permette di aprire uno squarcio e di comprendere qualcosa. Comprendere come si intersecano tra loro cose vecchie e cose nuove, ansie di cambiamento e mutazione del territorio. Comprendere come anche negli anfratti di uno scenario post-atomico, che non è più città, né campagna, e neanche industria, può sopravvivere un’isola umana legata a un’antica leggenda.

Collettivo Dav
Tara: Il Fiume dei Miracoli
Curato da 
DER*LAB
Progetto editoriale: Irene Alison
Prima edizione in 250 copie numerate e firmate
104 pp. 30 €

fonte http://24ilmagazine.ilsole24ore.com/2016/08/taranto-tara/

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Fonte:


Omero nel Baltico

Ulisse nel mar Baltico?

Christian Stocchi per I Fiori del Male che ringraziamo

La guerra di Troia? I viaggi di Ulisse? Una saga ambientata nel mar Baltico. L’idea, a prima vista bizzarra, è figlia di una storia curiosa e, dopo vent’anni e non poche ironie e contestazioni, è presa talmente sul serio che vari studiosi la stanno valutando attentamente. Ad esempio, l’università <La Sapienza> ha dedicato a essa addirittura un convegno, i cui atti sono stati pubblicati nel 2014:<La Scandinavia e i poemi omerici. La parola agli scienziati, con contributi di letterati>. Non solo: negli ultimi anni sono stati organizzati incontri e seminari in numerosi atenei italiani e stranieri. Due convegni scientifici internazionali sono stati organizzati in Finlandia. La tesi ha tuttavia fatto anche breccia nel mondo accademico d’oltreoceano: la teoria, che pure continua a suscitare consistenti riserve (e chi scrive appartiene al gruppo degli scettici), è sostenuta anche da William Mullen, professore del Bard College di New York.

Lui, l’ideatore e sostenitore tenace di questa proposta, non è un archeologo o un filologo classico; è un ingegnere. Si chiama Felice Vinci (nomen omen?). E arrivò a questa teoria un po’ per caso. Specializzato in ambito nucleare, dopo il referendum del 1987, che disse no alle centrali di quel tipo, si ritrovò con molto tempo libero e una passione giovanile che finalmente poteva recuperare: quella per l’Iliade e l’Odissea. Ripresi in mano gli amati volumi, s’insinuarono i primi dubbi, per <l’entità – come spiegò egli stesso in un’intervista – delle discrepanze geografiche del mondo omerico rispetto a quello mediterraneo, sin dai tempi antichi sbrigativamente liquidate con la famosa frase “Omero è un poeta e non un geografo”, che peraltro mal si concilia con la rimarchevole coerenza interna della geografia omerica>.

Preciso com’è, l’ingegner Vinci che fa? Prende l’aereo e vola nel Nord Europa: studia, verifica sul campo. E così ne esce un libro, <Omero nel Baltico. Le origini nordiche dell’Iliade e dell’Odissea> (Palombi, 1995).

La teoria di fondo è tanto semplice quanto rivoluzionaria: gli Achei, biondi e spesso coperti di pellicce, come li avrebbe descritti Omero, erano popoli del nord che emigrarono a sud alla metà del II millennio, portando con sé dei e toponimi, miti e tradizioni. O, per citare il serissimo abstract degli atti del convegno targato La Sapienza, <secondo questa teoria l’Iliade e l’Odissea, i due poemi alla base della letteratura occidentale, sarebbero la rielaborazione di saghe nate nel Nord Europa e ambientate nella loro versione finale nel Mediterraneo, in seguito alla migrazione verso Sud delle popolazioni nordiche. Dalla Scandinavia e dal mar Baltico, dove nel secondo millennio era fiorita una ricca civiltà del Bronzo, le migrazioni, dovute a un brusco peggioramento del clima, avrebbero portato nel Sud dell’Europa le leggende del loro mondo, che infine sarebbero state messe per iscritto nell’VIII secolo nello scenario del Mediterraneo>.

Così forse si spiegherebbe la fondazione dei primi centri micenei, le cui tombe più antiche sono ricche di ambra baltica. Queste genti avrebbero quindi dato alle nuove sedi i nomi delle località nordiche. Perciò la guerra di Troia, secondo questa teoria, risalirebbe al XVIII secolo. Il ragionamento di Vinci parte dai riscontri effettuati della letteratura antica. Già nel II secolo a.C. Cratete di Mallo non escludeva una collocazione nordico-artica delle avventure di Ulisse. Strabone ipotizzava un’ambientazione nell’oceano Atlantico. Ma soprattutto l’isola di Ogigia dove Ulisse sarebbe stato tenuto prigioniero dalla ninfa Calipso, secondo un testo plutarcheo, si trova <a cinque giorni di navigazione dalla Britannia verso occidente>: insomma, una delle Fær Øer(Hogoyggj). Quanto alla terra dei Feaci, senza riscontri nel sud Europa, secondo Vinci sarebbe identificabile con la zona di Bergen, alla foce del fiume Figgjo. Ecco perché Ulisse notò all’approdo il mare rifluire nel fiume, fenomeno non riscontrabile nel Mediterraneo.

Ma c’è di più. Secondo Vinci, che analizza morfologia, posizione e toponimi di ogni località omerica, tutto può trovare un’esatta collocazione nel Nord Europa. Qualche esempio. Itaca? Sarebbe l’isoletta di Lyø nell’arcipelago danese della Sud Fionia: coincide con la descrizione di Omero. A mai identificata Dulichio? Corrisponderebbe all’isola di Langeland (peraltro entrambe significano, in greco e in danese, “isola lunga”). Troia a Toija nella Finlandia del sud.

Nebbia, venti, burrasche: il clima descritto da Omero non sembra quello del Mediterraneo. Gli eroi sono copertissimi e non sudano. Certo nel corso della guerra di Troia la temperatura media era più bassa dell’attuale, ma il clima descritto da Omero non potrebbe essere quello dell’Egeo, soprattutto se si tiene conto che le vicende narrate sembrerebbero svolgersi per lo più in estate. Nel nord Europa, invece, le temperature allora erano più alte.

Quanto al mito, mondo greco e mondo scandinavo presentano notevoli analogie culturali.

Nell’ultima edizione del libro emergono ulteriori, suggestivi argomenti. Tra questi, anche la mappa del geografo medievale Adamo di Brema in cui i Ciclopi sono collocati lungo la costa della Norvegia settentrionale.

Restano aperte molte significative obiezioni e le perplessità sembrano assai fondate; certo la teoria di Vinci non può non affascinare, in quanto potrebbe saldare in una nuova prospettiva culturale la storia del nord e del sud Europa.

fonte: http://www.ifioridelmale.it/articoli/ulisse-nel-mar-baltico


antichi profughi

Mare Monstrum: storie di antichi profughi

Le guerre sono cambiate, ma nel Mediterraneo le rotte di chi fugge sono rimaste più o meno le stesse. Le abbiamo ripercorse dalla Turchia. In tre tappe. Ecco la prima puntata

di Matteo Nucci per il Venerdì di Repubblica ch ringraziamo.

aaILDIR (Turchia). I primi a prendere il mare in fuga, secondo i miti più antichi, furono ragazzi troiani. Nessuna guerra. Nessun nemico. A spingerli su barche solide, di notte, nel silenzio del mare nero di fronte a Tenedo, furono i genitori delle famiglie più importanti in città, terrorizzati dalle richieste di Apollo. Era una storia di errori non più rimediabili quella in cui finirono per trovarsi. Il rifiuto di pagare il tributo agli dèi che avevano aiutato Troia a munirsi di mura impenetrabili fu l’origine di ogni male. Poseidone e Apollo inviarono mostri marini e epidemie, poi, di fronte alle richieste di perdono, proposero che venissero immolati i giovani rampolli delle famiglie più in vista.

È difficile spiegarsi oggi come mai, se il mare di Poseidone poteva rappresentare il peggior nemico, si scelse proprio il mare per la fuga. Sappiamo comunque con sicurezza che almeno uno di questi ragazzi – Egesta, figlia di Ippote – non annegò fra i flutti. Arrivò a costeggiare Chios poi la barca su cui fuggiva il sacrificio si spinse in mare aperto verso le coste del Peloponneso, s’inoltrò fino alle isole ioniche, raggiunse il sud Italia, superò la punta dello stivale e arrivò in Sicilia. Qui di lei, Crimiso, dio fluviale, s’innamorò. E per possederla, da fiume che era, si trasformò in orso. Il bimbo che nacque prese il nome della madre e divenne famoso come Egeste. Sarebbe stato lui ad aiutare Enea quando l’eroe troiano avrebbe condotto in Sicilia eppoi in Italia i primi veri profughi, quelli destinati a creare la grandezza di Roma.

Oggi, a Troia, è difficile individuare le mura invincibili che furono oggetto del contendere fra gli dèi e i cittadini ingrati. Aggirandosi fra i numeri romani che scientificamente indicano le molte epoche attraversate dalla città, si perde facilmente il conto. La Troia I affonda attorno al 3000 a. C. e la Troia sconfitta dagli Achei dovrebbe forse essere la Troia VII, quella del 1300. Certo, stando ai racconti, le sue mura riuscirono a contenere ogni attacco e solo il celebre artificio del cavallo permise ai greci di entrare in città e seminare morte e rovina. Fu in quella notte peraltro che Enea, caricandosi sulle spalle il padre Anchise, seguito da un gruppo di cittadini, riuscì a prendere il mare e «aprire le vele ai fati» come scrive, immenso, Virgilio.

Era primavera, Enea pensava alla moglie Creusa perduta durante la fuga e non ai ragazzi che anni prima erano stati accompagnati dai genitori oltre il corso dello Scamandro (che oggi è un piccolo fiume dai turchi chiamato Kara Menderes), sulla riva del mare che un tempo mangiava la terra dove oggi sorge il paesino più estremo, Kumkale. Da queste parti, la fuga troiana non viene in mente a nessuno dei vecchi assiepati di fronte alle televisioni che per mesi hanno trasmesso immagini di siriani e afghani in fuga dalle coste turche. Bisogna scendere di poco a sud, dove la storia recente è palpabile e s’intreccia perfettamente con la storia antica. Basta guidare lungo la costa di fronte a Lesbo. O, ancora meglio, tra Çesme e Küçükbahçe, sulla penisola che protegge il grande golfo di Izmir, per farsi un’idea della dimensione con cui ha a che fare chiunque abbia voluto nei secoli abbandonare l’Asia Minore sulmare color del vino.

Le rotte da seguire, ossia i sentieri di mare, stando alla meravigliosa formula usata dai cantori omerici, sono visibili a occhio nudo. Piccole isole disabitate garantiscono approdi di passaggio e il mare è come un lago. Chios è a un passo e pare che uno possa contarne le case nei momenti di cielo limpido. Quando i greci decisero di insediarsi su queste coste per ampliare il dominio sul Mediterraneo e costruire ponti commerciali verso l’Oriente, alcune delle più importanti città furono edificate su rocche sacre da cui fosse possibile controllare il mare e i suoi sentieri.

A Ildir ne avrete una chiara potentissima percezione. Il monte appare all’improvviso, sull’ampia baia, e nessuna indicazione lascia presagire che lassù si trovasse l’acropoli di una delle città più importanti fra le dodici colonie ioniche: Eritre. Eppure un’impressione di misteriosa sacralità vi porterà con sé. Dalla cima, fra i resti in abbandono del teatro e la vegetazione che inghiottisce il tempio, guarderete davanti a voi il braccio di mare che vi divide dalle isole greche. Sentirete la voglia di ritorno che i greci antichi curavano costruendo città sul loro mare e percepirete la magica impressione di libertà che deve aver assalito chiunque abbia deciso nella storia di fuggire.

Di là della penisola, un’altra città antica ci racconta perfettamente la storia. A Focea, oggi Foça, tutto accadde in una notte. Era la primavera del 545 a.C. e Arpago, comandante delle truppe persiane diede ai focei il suo ultimatum. Essi risposero chiedendo una notte per decidere se consegnarsi o combattere, ma già sapevano cosa fare. Scesero in massa dall’acropoli costeggiando le grandi mura che avevano costruito con il denaro di un ricco possidente iberico. Calarono in acqua le penteconteri, navi da guerra con cui erano abituati a solcare i mari, le riempirono di figli e mogli, masserizie, statue dei templi e altri doni escluso tutto ciò che era di bronzo, poi s’imbarcarono e lasciarono la città vuota. Cinquanta uomini remavano in ciascuna delle imbarcazioni e in poche ore furono alle piccole isole Inousses, eppoi a Chios.

Oggi, Foça è cittadina di vacanza e di ristoranti di pesce. Magnifiche imbarcazioni sono ancorate nel doppio porticciolo che ancora caratterizza la città di mare. Sull’acropoli, pochi resti della grandezza che fu. Non si fugge più da qui. Neppure da Teos (dalle parti dell’odierna Akkum) che secondo Erodoto seguì l’esempio di Focea pochi mesi più tardi. Né da Colofone (poco a est di Teos nell’entroterra) che già un secolo prima aveva messo in mare uomini e donne in fuga dalla guerra che arrivava dal regno di Lidia. Per seguire le tracce delle fughe odierne si deve tornare sulla costa di Çesme, sotto all’antica Eritre da cui dominiamo il breve spazio di mare che separa la Turchia dalla la Grecia di Chios.

Ildir è un piccolo paese affollato da una troupe che gira una serie tv turca, in questi giorni. Atatürk domina ancora sulle pareti di bar e ristoranti. Il futuro però è incerto. Su queste coste per mesi si sono affollati uomini e donne in fuga ma pochi sono coloro i quali vorranno parlarvene. Perlopiù si sente raccontare che tutto quanto, in un attimo, come era cominciato è anche finito. Pochissimi i segni di un passato che sembra già remoto nella stessa Çesme, il punto più vicino a Chios. Anche gli hotel abbandonati che portavano i segni del passaggio dei profughi di oggi, immortalati in molte foto, sono stati ripuliti. Tutto va consegnato all’oblio, dopo i patti che Erdogan ha stretto con l’Europa. I profughi semplicemente non si vedono più. Sono chiusi nei campi. Chi aveva tentato di lavorare e ambientarsi ha abbandonato. Sono uomini e donne di cui non si ha piacere di parlare. Neppure fossero i nemici greci, quelli che nel 1922, finita la guerra greco-turca con la disfatta greca, fuggirono dalle città che avevano occupato fin dall’antichità. Oltre un milione di greci fu costretto rocambolescamente a mettersi sui sentieri di mare.

Le immagini più celebri sono quelle di Smirne in fiamme. Oggi nessuno sarebbe capace di rievocarle, sul lungomare modernissimo che ha cambiato il volto di Izmir. Ma un giovane cronista americano fece in tempo a consegnarle all’eternità. Lui si chiamava Ernest Hemingway e Sul molo di Smirne finisce così: «Quando si ritirarono non potevano portarsi dietro tutti gli animali da soma, così gli spezzarono le zampe anteriori e li gettarono nell’acqua.

Tutti quei muli con le zampe anteriori spezzate, spinti nell’acqua bassa. Era una faccenda divertente. Parola mia, sì, una faccenda molto divertente». Così divertente che non c’è greco che l’abbia dimenticata.

(5 agosto 2016)

fonte: http://www.repubblica.it/venerdi/reportage/2016/08/10/news/mare_monstrum_storie_di_antichi_profughi-145751470/


La rotta dei profughi antichi

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La rotta dei profughi antichi

di Matteo Nucci pubblicato martedì, 23 agosto 2016 ·

Pubblichiamo la prima di un reportage in tre puntate di Matteo Nucci apparso sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. (Fonte immagine)

ILDIR (Turchia). I primi a prendere il mare in fuga, secondo i miti più antichi, furono ragazzi troiani. Nessuna guerra. Nessun nemico. A spingerli su barche solide, di notte, nel silenzio del mare nero di fronte a Tenedo, furono i genitori delle famiglie più importanti in città, terrorizzati dalle richieste di Apollo. Era una storia di errori non più rimediabili quella in cui finirono per trovarsi. Il rifiuto di pagare il tributo agli dèi che avevano aiutato Troia a munirsi di mura impenetrabili fu l’origine di ogni male.

Poseidone e Apollo inviarono mostri marini e epidemie, poi di fronte alle richieste di perdono, proposero che venissero immolati i giovani rampolli delle famiglie più in vista. È difficile spiegarsi oggi come mai, se il mare di Poseidone poteva rappresentare il peggior nemico, si scelse proprio il mare per la fuga. Sappiamo comunque con sicurezza che almeno uno di questi ragazzi – Egesta, figlia di Ippote – non annegò fra i flutti. Arrivò a costeggiare Chios poi la barca su cui fuggiva il sacrificio si spinse in mare aperto verso le coste del Peloponneso, s’inoltrò fino alle isole ioniche, raggiunse il sud Italia, superò la punta dello stivale e arrivò in Sicilia.

Qui di lei, Crimiso, dio fluviale, s’innamorò. E per possederla, da fiume che era, si trasformò in orso. Il bimbo che nacque prese il nome della madre e divenne famoso come Egeste. Sarebbe stato lui a aiutare Enea quando, anni più tardi, l’eroe troiano avrebbe condotto in Sicilia eppoi in Italia i primi veri profughi, quelli destinati a creare la grandezza di Roma.

Oggi, a Troia, è difficile individuare le mura invincibili che furono oggetto del contendere fra gli dèi e i cittadini ingrati. Aggirandosi fra i numeri romani che scientificamente indicano le molte epoche attraversate dalla città, si perde facilmente il conto. La Troia I affonda attorno al 3000 a. C. e la Troia sconfitta dagli Achei dovrebbe forse essere la Troia VII quella del 1300. Certo, stando ai racconti, le sue mura riuscirono a contenere ogni attacco e solo il celebre artificio del cavallo permise ai greci di entrare in città e seminare morte e rovina. Fu in quella notte peraltro che Enea, caricandosi sulle spalle il padre Anchise, seguito da un gruppo di cittadini, riuscì a prendere il mare e “aprire le vele ai fati” come scrive, immenso, Virgilio.

Era primavera, Enea pensava alla moglie Creusa perduta durante la fuga e non ai ragazzi che anni prima erano stati accompagnati dai genitori oltre il corso dello Scamandro (che oggi è un piccolo fiume dai turchi chiamato Kara Menderes), sulla riva del mare che un tempo mangiava la terra dove oggi sorge il paesino più estremo, Kumkale. Da queste parti, la fuga troiana non viene in mente a nessuno dei vecchi assiepati di fronte alle televisioni che per mesi hanno trasmesso immagini di siriani e afghani in fuga dalle coste turche. Bisogna scendere di poco a sud, dove oltre alle immagini televisive, la storia recente è palpabile e s’intreccia perfettamente con la storia antica.

Basta guidare lungo la costa di fronte a Lesbo. O, ancora meglio, tra Çeşme e Küçükbahçe, sulla penisola che protegge il grande golfo di Izmir, per farsi un’idea della dimensione con cui ha a che fare chiunque abbia voluto nei secoli abbandonare l’Asia Minore sul “mare color del vino”. Le rotte da seguire, ossia i “sentieri di mare” stando alla meravigliosa formula usata dai cantori omerici, sono visibili a occhio nudo. Piccole isole disabitate garantiscono approdi di passaggio e il mare è come un lago. Chios è a un passo e pare che uno possa contarne le case nei momenti di cielo limpido. Quando i greci decisero di insediarsi su queste coste per ampliare il proprio dominio sul Mediterraneo e costruire ponti commerciali verso l’Oriente, alcune delle più importanti città furono edificate su rocche sacre da cui fosse possibile controllare il mare e i suoi sentieri.

A Ildir ne avrete una chiara potentissima percezione. Il monte appare all’improvviso, sull’ampia baia, e nessuna indicazione lascia presagire che lassù si trovasse l’acropoli di una delle città più importanti fra le dodici colonie ioniche: Eritre. Eppure un’impressione di misteriosa sacralità vi porterà con sé. Dalla cima, fra i resti in abbandono del teatro e la vegetazione che inghiottisce il tempio, guarderete davanti a voi il braccio di mare che vi divide dalle isole greche. Sentirete la voglia di ritorno che curavano i greci antichi costruendo città sul loro mare e percepirete la magica impressione di libertà che deve aver assalito chiunque abbia deciso nella storia di fuggire.

Di là della penisola, un’altra città antica ci racconta perfettamente la storia. A Focea, oggi Foça, tutto accadde in una notte. Era la primavera del 545 a.C. e Arpago, comandante delle truppe persiane diede ai focei il suo ultimatum. Essi risposero chiedendo una notte per decidere se consegnarsi o combattere, ma già sapevano cosa fare. Scesero in massa dall’acropoli costeggiando le grandi mura che avevano costruito con il denaro di un ricco possidente iberico. Calarono in acqua le penteconteri, navi da guerra con cui erano abituati a solcare i mari, le riempirono di figli e mogli, masserizie, statue dei templi e altri doni escluso tutto ciò che era di bronzo, poi s’imbarcarono e lasciarono la città vuota. Cinquanta uomini remavano in ciascuna delle imbarcazioni e in poche ore furono alle piccole isole Inousses, eppoi a Chios.

Oggi, Foça è cittadina di vacanza e di ristoranti di pesce. Magnifiche imbarcazioni sono ancorate nel doppio porticciolo che ancora caratterizza la città di mare. Sull’acropoli, pochi resti della grandezza che fu. Non si fugge più da qui. Neppure da Teos (dalle parti dell’odierna Akkum) che secondo Erodoto seguì l’esempio di Focea pochi mesi più tardi. Né da Colofone (poco a est di Teos nell’entroterra) che già un secolo prima aveva messo in mare uomini e donne in fuga dalla guerra che arrivava dal regno di Lidia. Per seguire le tracce delle fughe odierne si deve tornare sulla costa di Çeşme, sotto all’antica Eritre da cui dominiamo il breve spazio di mare che separa la Turchia dalla la Grecia di Chios.

Ildir è un piccolo paese affollato da una troupe che gira una serie tv turca, in questi giorni. Atatürk domina ancora sulle pareti di bar e ristoranti. Il futuro però è incerto. Su queste coste per mesi si sono affollati uomini e donne in fuga ma pochi sono coloro i quali vorranno parlarvene. Perlopiù si sente raccontare che tutto quanto, in un attimo, come era cominciato è anche finito. Pochissimi i segni di un passato che sembra già remoto nella stessa Çeşme, il punto più vicino a Chios. Anche gli hotel abbandonati che portavano i segni del passaggio dei profughi di oggi, immortalati in molte foto, sono stati ripuliti. Tutto va consegnato all’oblio, dopo i patti che Erdogan ha stretto con l’Europa.

I profughi semplicemente non si vedono più. Sono chiusi nei campi. Chi aveva tentato di lavorare e ambientarsi ha abbandonato. Sono uomini e donne di cui non si ha piacere di parlare. Neppure fossero i nemici greci, quelli che nel 1922, finita la guerra greco-turca con la disfatta greca, fuggirono dalle città che avevano occupato fin dall’antichità. Oltre un milione di greci fu costretto rocambolescamente a mettersi sui sentieri di mare. Le immagini più celebri sono quelle di Smirne in fiamme.

Oggi nessuno sarebbe capace di rievocarle, sul lungomare modernissimo che ha cambiato il volto di Izmir. Ma un giovane cronista americano fece in tempo a consegnarle all’eternità. Lui si chiamava Ernest Hemingway e Sul quai di Smirne finisce così “Quando si ritirarono non potevano portarsi dietro tutti gli animali da soma, così gli spezzarono le zampe anteriori e li gettarono nell’acqua. Tutti quei muli con le zampe anteriori spezzate, spinti nell’acqua bassa. Era una faccenda divertente. Parola mia, sì, una faccenda molto divertente”. Così divertente che non c’è greco che l’abbia dimenticata.