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Nel 1939 una nave di rifugiati in fuga dal nazismo chiese aiuto agli Usa. Furono rispediti in Europa. 

c3oatd2vuaaiu5cAmburgo, 13 maggio 1939. La St. Louis, una nave da crociera tedesca, salpa verso occidente, in fuga dal nazismo. A bordo ci sono 937 persone, perlopiù ebrei. Sono terrorizzati da quanto sta accadendo in Germania, il Terzo Reich ha messo in atto una persecuzione mortale. Come i padri pellegrini, tre secoli prima di loro, cercano una terra in cui vivere liberi, lontano da morte e violenza. Il loro obiettivo è raggiungere L’Avana, Cuba, e poi gli Stati Uniti. Un viaggio che, però, per molti di loro si rivelerà una vana speranza.

I primi problemi sorgono poco prima della partenza. Tanti passeggeri possiedono certificati di sbarco scaduti, e questo avrebbe costituito un problema non da poco una volta giunti a Cuba. Un paese che, nonostante i chilometri di distanza, già conosceva l’antisemitismo, un sentimento di avversione nei confronti degli ebrei appoggiato anche da molti quotidiani locali. Molti cubani non vedevano di buon occhio il gran numero di rifugiati (circa 2500) che il governo aveva già ammesso all’interno del paese. Secondo loro – stando ai documenti del “United States Holocaust Memorial Museum” – questi rubavano i pochi posti di lavoro a disposizione, un fattore che in breve tempo aizzò focolai xenofobi e antisemiti. E non era difficile che venissero indette proteste pubbliche, organizzate dai movimenti di destra del paese con il supporto di agenti nazisti attivi a Cuba, contro gli “ebrei comunisti”.

Nonostante fossero a conoscenza di cosa li attendesse una volta giunti a L’Avana, i passeggeri decisero comunque di partire. Per loro era comunque meglio che rimanere in Germania. La St. Louis, quindi, salpa alla volta di Cuba e arriva in prossimità delle sue coste due settimane dopo. Qui, solo a 28 passeggeri viene concesso il permesso di scendere dalla nave e di entrare nel paese. Gli altri 907, uno era morto durante il viaggio, devono rimanere sulla St. Louis. Cercano di trattare con il governo del presidente cubano Federico Laredo Brú, ma questo non vuole sentire ragioni. La loro storia fa il giro del mondo, molti giornali cominciano a parlare di queste persone in fuga dal nazismo, ma solo pochi giornalisti statunitensi suggeriscono di accoglierli in America. Nel frattempo, Laredo costringe la nave ad abbandonare le acque cubane. La St. Louis parte alla volta degli States.

Quando la nave si avvicina alla costa della Florida, i passeggeri possono distinguere chiaramente le luci dei palazzi e delle strade di Miami. Una piccola speranza si fa largo nei loro cuori disperati. Inviano una richiesta di aiuto direttamente al presidente Franklin D. Roosevelt, una richiesta che non avrà mai risposta. Se non una. Il Dipartimento di Stato invia una telegramma agli esuli: “I passeggeri dovranno iscriversi e aspettare il loro turno nella lista di attesa per ottenere il visto, solo allora potranno entrare negli Stati Uniti”.

Il 6 giugno, Gustav Schroeder, il capitano della nave, dà l’ordine di salpare: si ritorna in Europa. La nave approda ad Anversa, dopo quasi un mese in mare. Alcune organizzazioni guidate da ebrei si organizzano per accogliere e sistemare gli uomini, le donne e i bambini di ritorno dall’inutile viaggio oltreoceano. Quattro nazioni danno la loro approvazione ad accogliere i superstiti della St. Louis: la Gran Bretagna ne accoglie 288, l’Olanda 181, il Belgio 214, la Francia ne prende – provvisoriamente – 224.

Tutti quelli accolti in Gran Bretagna sopravvissero al secondo conflitto mondiale, solo uno perse la vita durante un raid aereo nel 1940. Dei 620 accolti nel Continente, 87 riuscirono a emigrare prima che i tedeschi conquistassero l’Europa occidentale nel 1940. 532 passeggeri della St. Louis, invece, vennero imprigionati dai nazisti, solo 278 di questi sopravvissero all’olocausto. Gli altri 254 morirono nei campi di concentramento.

I loro nomi e i loro volti vengono ricordati sull’account Twitter St. Louis Manifest, creato da Russel Neiss, un attivista ebreo. La sua volontà è di riuscire a far capire alla gente l’attuale clima politico con quanto accaduto in passato: “Le persone dicono sempre che, se ci scordiamo della storia, siamo condannati a ripetere gli stessi errori”, ha dichiarato Neiss. “Questo – riferendosi alla decisione di Trump di chiudere ai rifugiati – è uno di quei momenti in cui la storia ci dà l’opportunità di ragionare sul presente. Quando si dice ‘mai più’ o ‘noi ricordiamo’, è importante farlo veramente”.

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500 anni di ghetti

12-09-2016  di Michele Genisio
fonte: Città Nuova

A Venezia nel 1516 il doge Leonardo Loredan decise che gli ebrei dovevano vivere in una zona recintata e sorvegliata della città. Una sorta di microcosmo, che se da un lato rendeva dura la vita, dall’altro scolpiva l’identità. I nuovi ghetti del Novecento

Ghetto

Il deserto è lo spazio dell’anima. Dune di sabbia e speroni rocciosi, luoghi senza confini, l’immensità che fa tremare e toglie il respiro, le stelle che di notte ti guardano come occhi fissati su di te dal Cielo: l’assenza di vita esteriore condensa la vita all’interno dell’anima, nelle pieghe del cuore. È nel deserto che ben più di tremilacinquecento anni fa, un drappello di uomini e donne guidati dal grande profeta-condottiero balbuziente Mosè fece una esperienza straordinaria: da essa nacque la religione ebraica. Dalla quale poi scaturirà quella cristiana.

Ma il 29 marzo 1516 a Venezia, il popolo di questa religione nata nei grandi spazi, per decreto del doge Leonardo Loredan, fu costretto a vivere in una zona recintata e sorvegliata della città. Il decreto stabiliva che «li giudei debbano abitar unidi» in un’area precedentemente occupata da una fonderia per le bombarde, chiamata in dialetto veneziano getto o geto dato che lì si fondeva il metallo. Gli ebrei, che da secoli avevano imparato il suono duro della parola esilio, impararono presto il triste significato di un’altra: ghetto.

Dopo Venezia, i ghetti furono istituiti in tutte le città italiane, ad eccezione di Pisa e di Livorno. Nacquero ghetti ebraici in diverse città d’Europa. Il ghetto di Venezia era popolato da ebrei di diverse origini, proveniente dall’est Europa e dalla Spagna: impararono a vivere uno appiccicato all’altro, anche se si detestavano e avevano tradizioni diverse, perché lo spazio era stretto, i figli nascevano e le case, che non si potevano espandere nel territorio, salivano rocambolescamente verso l’alto. Le porte del ghetto erano sigillate da una catena, che si chiudeva dall’esterno. Al tramonto tutti dentro, fino a quando i cristiani non riaprivano all’alba.

Per questo motivo molti ebrei veneziani si convertirono al cristianesimo, perché lavoravano in tipografie, facevano straordinari, e quando tornavano dal lavoro il ghetto era chiuso. All’interno del ghetto la vita brulicava in spazi ristretti. Lì c’erano le loro scuole, le loro botteghe, i loro commerci, le loro sinagoghe spesso arrampicate nei piani alti delle case. Lì crescevano i bambini, ci si innamorava, si formavano famiglie, s’arrangiavano i medici e le ostetriche, si studiava, ci si ammalava, si moriva. Una sorta di microcosmo, che se da un lato rendeva dura la vita, dall’altro scolpiva l’identità.

Il ghetto diventò una roccaforte del mistero, per quelli che stavano di fuori, alimentava stereotipi e pregiudizi, che la fantasia ingigantiva e trasformava in vere e proprie malignità. Di cui si servì ancheShakespeare per creare uno dei suoi capolavori, Il Mercante di Venezia (quest’anno per la prima volta rappresentato nel ghetto). La luce del deserto che aveva forgiato la religione ebraica, era diventata la luce fioca di una candela al cui tenue chiarore tanti ebrei stavano chinati sui libri, per cercare di comprendere la volontà di quel Dio che aveva dato loro la legge, la Torah, o per innalzarsi nelle vertiginose interpretazioni mistiche della Kabbalah. Le stelle si riuscivano a vedere malamente dalle strette viuzze del ghetto, ma chi era ricco d’animo capì che poteva ammirarle dentro il proprio cuore. Alcuni vi riuscirono.

Le mura dei ghetti furono poi demolite nel XIX secolo, sulla spinta delle riforme di Napoleone. Quello di Roma fu l’ultimo ghetto a venire abolito, nel 1870. Ma nel corso del ‘900 Hitler riaprì i ghetti, anzi li fece costruire dove non c’erano mai stati, in tanti posti della Polonia e dell’Europa. Tristemente celebre fu il ghetto di Varsavia. Erano ghetti temporanei, strade verso lo sterminio nei lager, dove gli ebrei impararono una terza orribile parole: annientamento, shoah.

Quest’anno Venezia celebra con tante manifestazioni e eventi culturali i 500 anni del ghetto. E dato che questo termine è uscito dal mondo ebraico per indicare aree in ogni parte del mondo dove ci sono assembramenti disperati di persone, concentrazioni di povertà e di reclusione sociale, è bene cogliere quest’occasione per meditare. E per fare ogni sforo in modo che questo termine venga presto gettato nel dimenticatoio delle parole inutilizzate.


“Il silenzio incoraggia gli aguzzini”

Il ricordo di Elie Wiesel, scrittore e premio Nobel per la pace sopravvissuto ad Auschwitz.

Elie Wiesel.

© EPA

di moreno bernasconi per il Giornale del Popolo che ringraziamo

«Ovunque, là dove gli esseri umani subiscono sofferenze e umiliazioni, prendi partito. La neutralità aiuta gli oppressori, mai le vittime. Il silenzio incoraggia gli aguzzini, mai i perseguitati». Questo il cuore dell’appello lanciato da Elie Wiesel – giornalista, scrittore e attivista ebreo di origine rumena sopravvissuto al Lager di Auschwitz e naturalizzato americano, morto alcuni giorni fa a 87 anni – in occasione del discorso d’accettazione del Premio Nobel per la pace nel 1986.

Questo appello riassume il compito di una vita, che l’ha visto al fronte per più di cinquant’anni per denunciare e testimoniare l’orrore della Shoa e le altre persecuzioni. «Per i morti e i vivi, abbiamo il dovere di dare testimonianza» – disse Wiesel in occasione dell’inaugurazione del Museo dell’Olocausto di Washington, da lui voluto come compimento dell’opera svolta in qualità di Presidente della Commissione omonima costituita da Jimmy Carter, parole ora incise nella pietra all’entrata del museo.

Un impegno che non si è limitato alla memoria della Shoa. Dapprima individualmente e poi tramite la Fondazione Elie Wiesel per l’Umanità (vittima purtroppo della truffa miliardaria del filibustiere Bernard Madoff) egli ha incitato instancabilmente capi di Stato e organismi internazionali a rendere giustizia alle vittime dell’oppressione: anche a quelle del totalitarismo sovietico, agli Indiani Miskito o le vittime del regime cambogiano, al popolo curdo o alle vittime delle epurazioni etniche o dei massacri nell’ex Yugoslavia oppure in Africa.

Autore di più di 50 libri, la sua opera di scrittore ebbe grande risonanza mondiale dopo la pubblicazione di La notte (con prefazione di François Mauriac), resoconto autobiografico crudo e terribile dei crimini perpetrati dai nazisti nei Lager di Auschwitz, Monowitz e Buchenwald, cui egli sopravvisse (fu liberato da Buchenwald nell’aprile del 1945) ma nei quali perirono i suoi genitori e parte della sua famiglia. Il suo grido è spaventoso, disperato e senza possibile redenzione, che si trasforma in aperta ribellione contro Dio: «Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel lager che ha fatto della mia vita una notte lunga e sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo – scrive nel suo libro-testimonianza -. Mai dimenticherò i piccoli volti dei  bambini, di cui avevo visto i corpicini trasformarsi in volute sotto un azzurro muto. Mai dimenticherò quelle fiamme, che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha privato per l’eternità del desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere a lungo quanto Dio stesso. Mai».

Ne La notte, Wiesel descrive con minuzia agghiacciante l’impiccagione di due adulti e di un bimbo da parte delle SS, registrando macchinalmente il grido dei due adulti prima che il cappio si stringesse («Viva la libertà») … e il silenzio straziante del bambino. Registra la voce di un recluso dietro di sé («Dov’è, ora, il buon Dio?») e la sua risposta tremenda («Sentii in me una voce che rispondeva: Dov’è? È impiccato qui, a questo patibolo». Wiesel fa un legame fra il silenzio dell’innocente barbaramente ucciso e il silenzio di Dio: Dio stesso appare ai suoi occhi impotente di fronte alla barbarie degli uomini. E la memoria della Shoa risuona come l’ineluttabilità del male, come l’impossibilità per l’uomo di rialzarsi e di riavere una speranza e un senso nella vita, dopo l’orrore dell’Olocausto: «È l’essere privati per sempre del desiderio di vivere».

Benché aiutato da Mauriac a rompere il silenzio e a testimoniare la barbarie, per Elie Wiesel – come altri scampati al Lager che addirittura non ressero al ricordo e finirono suicidi (Primo Levi o Bruno Bettelheim) – la memoria del male del Novecento è irredimibile. E di conseguenza, lo stesso obiettivo di testimoniare, affinché l’orrore non si ripeta “mai più”, svanisce. Benché il suo impegno generoso e appassionato di testimonianza affinché gli oppressi ottengano giustizia abbia mosso le coscienze di molti, spingendo capi di Stato e istituzioni a mobilitarsi, già anziano Wiesel in un’intervista espresse amarezza eprofonda delusione di fronte al fatto che – così riteneva – «nulla è cambiato» dalla Shoa. «La natura umana è rimasta quella che era.L’indifferenza governa il mondo, indifferenza verso l’altro, le sue sofferenze, i suoi tormenti e le sue speranze».

L’inferno di Buchenwald ha spento in Wiesel la luce vivida presente invece nel diario della giovane ebrea morta ad Auschwitz Etty Hillesum, luce che si rivelò più forte e densa di significato di ogni possibile male. «Sono tempi spaventosi, mio Dio… Ti aiuterò, Dio, a non spegnerti in me. Non sei Tu che puoi aiutarci, ma noi che possiamo aiutarTi». Il percorso di Elie Wiesel ripropone la domanda drammatica di Hannah Arendt all’inizio della sua disamina sulle Origini del Totalitarismo e di Emmanuel Lévinas all’inizio della sua ricerca filosofica: è possibile reimparare a camminare nell’esistenza malgrado il crollo di significato e la disumanizzazione indotti dall’orrore accaduto nell’era moderna? Mentre la risposta di Wiesel è negativa, il rinnovamento etico di Lévinas (che ha perduto anch’egli la propria famiglia ad Auschwitz), Ahrendt ma anche Jonas o Viktor Frankl, sono il tentativo di riabilitare il bene dopo la barbarie, assegnando alla soggettività il primato etico, condizione sine qua non per uscire dal nichilismo, riscoprire la giustizia e dare quindi al “Mai più” una possibilità reale di inverarsi.

 

 

fonte: http://www.gdp.ch/cultura/letteratura/il-silenzio-incoraggia-gli-aguzzini-id129285.html


Brunhilde Pomsel

Goebbels il nazista si uccise a pochi metri da lei. A 105 anni la segretaria racconta quelle ultime ore nel bunker di Hitler

di Francesca Cavaliere per Blitz quotidiano

Goebbels il nazista si uccise a pochi metri da lei. A 105 anni la segretaria Brunhilde Pomsel (nella foto) racconta quelle ultime ore nel bunker di Hitler

Goebbels il nazista si uccise a pochi metri da lei. A 105 anni la segretaria Brunhilde Pomsel (nella foto) racconta quelle ultime ore nel bunker di Hitler

Oggi ha 105 anni, l’anno scorso ha perso la vista e cammina con difficoltà: è Brunhilde Pomsel, dal 1942 fino alla fine della guerra una delle quattro segretarie di Joseph Goebbels, ministro della Propaganda del nazismo. Brunhilde Pomsel, che ora vive in una pensione per anziani in un sobborgo di Monaco, non aveva mai parlato della sua esperienza a stretto contatto col braccio destro del Führer fino al 2011, quando, dopo 66 anni,  ha rotto il silenzio con un’intervista rilasciata al quotidiano tedesco Bild durante la quale affermò pubblicamente di essere stata all’oscuro di quanto stava realmente accadendo agli ebrei. Ora è in un documentario in bianco e nero che Brunhilde Pomsel racconta la sua vita e la sua esperienza nel Terzo Reich: Ein deutsches Leben (Una vita tedesca), un filmato di un’ora e quarantasette minuti, estratto da trenta ore di riprese, che rispecchia le grandi rotture storiche del ventesimo secolo e la vita tedesca successiva. Il film è la testimonianza privilegiata di chi ha visto cose accadute nelle stanze del potere, a stretto contatto con i più alti gerarchi nazisti, quelli che erano a fianco di Adolf Hitler. La segretaria di Joseph Goebbels, il regista del Terzo Reich, l’uomo che riuscì a legare la volontà di Adolf Hitler alla volontà della nazione, che seppe creare apparati di propaganda suggestivi e fomentatori delle masse, che seppe far vivere nel popolo tedesco i simboli che sostenevano l’ideologia nazista, Brunhilde Pomsel  descrive se stessa come una semplice figura marginale e per niente interessata alla politica sebbene sia stata, più di chiunque altro ancora in vita, la più vicina a quello che è considerato uno dei peggiori criminali della storia mondiale. Era stata notata dal ministro della Propaganda durante il suo lavoro all’emittente Berliner Rundfunk  e  fu praticamente costretta ad essere la segretaria del gerarca: ”Ero una delle più veloci stenodattilografe dell’ufficio. Non avrei potuto rifiutare, forse solo se avessi avuto una malattia contagiosa.  Era un comando”. Era un impiego ben pagato, racconta “Guadagnavo 500 marchi al mese.Nuotavo nel denaro, l’unico cruccio era che non ci fosse niente da comprare” Assistente di fiducia di Joseph Goebbels e responsabile della sua corrispondenza,  si trovava nel cuore del regime nazista ma sostiene di essere stata all’oscuro dell’Olocausto,  nonostante una delle sue più care compagne di scuola sia morta ad Auschwitz. Brunhilde Pomsel si trovava all’interno del bunker costruito sotto il palazzo del Terzo Reich a scrivere gli ordini di Goebbels fino a un momento prima che questi sparasse a sua moglie e poi rivolgesse la pistola contro se stesso. La coppia aveva prima ucciso i suoi sei bambini rompendo capsule di cianuro nelle loro bocche. E si trovava nel bunker quando Adolf Hitler ed Eva Braun si suicidarono col cianuro mentre le truppe russe già avanzavano nelle strade della città. “Ero nel bunker quando il luogotenente Schwägermann, l’assistente di Goebbels è arrivato e ci ha detto: Hitler si è suicidato”. Quella fu la prima cosa di cui venimmo a conoscenza. Sì, tutti noi sapevano cosa volesse dire: la guerra era finita e noi avevamo perso. Questo era chiaro a tutti noi. Posso ricordare che dopo un lungo lasso di tempo, almeno un giorno e una notte, Schwägermann venne e disse: Goebbels si è suicidato. La notizia ci colpì più delle altre. E quando chiedemmo: e anche sua moglie? Lui rispose: sì, ed anche i bambini. Eravamo senza parole.” Brunhilde Pomsel, che ora vive in una casa per vecchi in un sobborgo di Monaco, era presente al suo famigerato discorso di ‘Total War’ a Berlino 1943 in seguito alla catastrofica sconfitta dell’esercito tedesco a Stalingrado. In Ein deutsches Leben si racconta come dopo il suicidio di Hitler, che avvenne il 30 aprile del 1945, il primo maggio di quell’anno i russi entrarono nel bunker e “trascinarono” fuori  Brunhilde Pomsel che fu portata in campi speciali russi dove trascorse cinque anni di prigionia. Quando fu rilasciata riprese il suo lavoro di segretaria alle dipendenze del direttore dei programmi dell’emittente di Stato, fino a quando si ritirò dal lavoro a sessant’anni. Pomsel racconta come, mentre Berlino cadeva “nel bunker ci si doveva preoccupare che non si rimanesse a corto di alcolici al fine di mantenere l’intorpidimento” E ancora come, dopo la conquista di Berlino e dopo che molti erano fuggiti via dal bunker, quelli che erano rimasti dentro avessero tagliato sacchi bianchi di farina per farne bandiera in modo da potere manifestare la propria resa alle truppe sovietiche. Ad alcuni soldati era stato ordinato di versare della benzina sui cadaveri per farne sparire le tracce, ma i resti furono solo parzialmente bruciati e poi trovati dall’Armata Rossa. Nel descrivere Goebbels la Pomsel lo ricorda sempre elegante e ben vestito ma “’narcisista, distaccato, freddo e rigido come il bastone da passeggio che portava. Goebbels era un gran maiale. Era un attore eccellente. Nessun altro attore sarebbe stato capace di mettere in atto la trasformazione da uomo ben educato e serio a quel fuoco e fiamme che diventava. Avere davanti, ad una distanza di 10-15 metri, qualcuno che hai visto quasi ogni giorno, venire in ufficio tutto elegante e alla moda, con una specie di nobile eleganza che diventa ad un tratto un nano infuriato…non si potrebbe immaginare un contrasto maggiore”. Era spesso costretta a sedersi accanto a lui durante le cene nella sua casa in un’isola sul lago vicino Berlino, un posto dove Goebbels aveva sedotto molte delle sue amanti. “Era un uomo di bell’aspetto. Non era alto, anzi, un po’ basso, Avrebbe dovuto avere qualche centimetro in più per essere davvero qualcosa, Ma era davvero molto curato, aveva bei vestiti della migliore stoffa. Aveva sempre una leggera abbronzatura, mani ben curate, probabilmente faceva il manicure tutti i giorni. Non c’era niente da criticare, niente da ridire. Ma non importa quanto eleganti e quanto calzassero bene i suoi abiti, lui zoppicava. Sentivi un po’ di dispiacere per lui che però lui compensava con l’essere leggermente arrogante. Arrogante e sicuro di sé. Era un uomo con…Come abbiamo detto? Con contegno, compostezza. Se fossi stata una star del cinema lui probabilmente mi avrebbe abbagliato con il suo fascino, ma non lo fece mai”. Guardando alla sua vita e al suo passato ha detto “Io non sono il tipo di persona che resiste. Non avrei osato. Io sono una dei codardi. Questo è quello che cerco sempre di spiegare alle persone di oggi. Mi piacerebbe anche fare domande stupide e ingenue se avessi la loro età. Direi che avrei dovuto sapere come tirarmi fuori. Avrei dovuto essere capace di decidere le cose per me stessa. No, non potevo”. E si sente colpevole, tuttavia, perché, oltre a essere stata in quel momento troppo disinteressata alla politica, dice: “Ero cresciuta abbastanza per poter riconoscere come mentono i criminali colpevoli”. E’ stato molto, molto stupido da parte mia. A volte ammiro i giovani di oggi, per quello che vedo in tv e gli do il mio riconoscimento per  il modo in cui sono già alle prese con certi problemi. Vorrei che noi ci fossimo comportati così, ma abbiamo dovuto essere più obbedienti, e questo è più facile da ottenere attraverso rigore e punizioni occasionale. Tutto funziona meglio, c’è più ordine, Se questo sia preferibile o meno e tutt’altra questione”. Dal 1942 in poi la Pomsel guadagnava 500 Reichsmark al mese lavorando per l’uomo che le masse chiamavano alle spalle “Il nano velenoso”. Un brillante oratore e regista, con innate doti istrioniche come racconta la Pomsel, e forse l’unico vero intellettuale tra le persone che componevano il cerchio più stretto intorno a Hitler, un uomo che riuscì a legare la volontà di Hitler alla volontà della nazione tedesca fino all’ultimo momento, fino al momento della distruzione. Brunhilde Pomsel, avendo vissuto attraverso il terrore nazista, crede la maggior parte delle persone avrebbero fatto molto poco per aiutare le persone uccise dal regime e fa una sua riflessione: “Quelli che oggi dicono che si sarebbero rivoltati contro i nazisti – credo che parlino sinceramente, ma credetemi, la maggior parte di loro non lo avrebbe fatto. Allora l’intero Paese era sotto una specie di cappa. Noi stessi eravamo tutti all’interno di un enorme campo di concentramento”. E ancora “Non potrò mai perdonare Goebbels per quello che ha fatto al mondo e per i bambini innocenti che ha fatto uccidere”. Il film documentario Ein deutsches Leben è stato presentato quest’anno a Visions du Réel, il festival internazionale del documentario di Nyon, in Svizzera, dal 15 al 23 aprile, poi al trentaquattresimo FilmFest di Monaco dal 23 giugno al 2 luglio, al Jerusalem Film Festival (JFF) dal 7 al 17 luglio, e negli Stati Uniti, al trentaseiesimo San Francisco Jewish Film Festival (SFFJF) dal 21 luglio al 7 agosto.

fonte: http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-europa/goebbels-segretaria-nazista-105-anni-racconta-bunker-hitler-2537329/


I BAMBINI DURANTE L’OLOCAUSTO

Da http://www.ushmm.org

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I bambini furono ovviamente tra i più esposti alle violenze dell’Olocausto. I Nazisti sostenevano che l’uccisione dei figli di persone ritenute “indesiderabili” o “pericolose” fosse giustificata dalla loro ideologia, sia quella basata sulla “lotta di razza”, sia quella che considerava l’eliminazione dei nemici una misura preventiva necessaria alla sicurezza. Da un lato, quindi, i Tedeschi e i loro collaboratori uccisero i più giovani con queste motivazioni ideologiche; dall’altro ne eliminarono molti come forma di rappresaglia agli attacchi partigiani veri o presunti.

In tutto, si calcola che almeno un milione e mezzo di bambini e ragazzi sia stato ucciso dai Nazisti e dai loro fiancheggiatori; di queste giovani vittime, più di un milione erano Ebrei, mentre le altre decine di migliaia erano Rom (Zingari), Polacchi e Sovietici che vivevano nelle zone occupate dalla Germania, nonché bambini tedeschi con handicap fisici e/o mentali provenienti dagli Istituti di cura. Le possibilità di sopravvivenza degli adolescenti compresi tra i13 e i 18 anni, sia Ebrei che non-Ebrei, erano invece maggiori, in quanto potevano essere utilizzati nel lavoro forzato.

Il destino dei bambini, Ebrei e non-Ebrei, poteva seguire diverse vie: 1) i bambini venivano uccisi immediatamente, al loro arrivo nei campi di sterminio; 2) potevano venir uccisi subito dopo la nascita, o mentre si trovavano ancora negli Istituti che li ospitavano; 3) i bambini nati nei ghetti e nei campi potevano sopravvivere quando gli altri prigionieri li nascondevano; 4) i bambini maggiori di 12 anni venivano destinati al lavoro forzato o erano usati per esperimenti medici; 5) infine, vi furono i bambini uccisi durante le operazioni di rappresaglia o quelle contro i gruppi partigiani.

Nei ghetti, i bambini ebrei morivano a causa della denutrizione e dell’esposizione alle intemperie, in quanto mancavano sia il vestiario che abitazioni adeguate. Le autorità tedesche rimanevano indifferenti di fronte a queste morti in massa perché consideravano la maggior parte dei ragazzini che viveva nei ghetti come elementi improduttivi e quindi come “inutili bocche da sfamare”. Siccome i bambini erano troppo piccoli per potere essere utilizzati nel lavoro forzato, le autorità tedesche in genere li selezionavano per primi – insieme agli anziani, ai malati e ai disabili – per essere deportati nei centri di sterminio, o per le fucilazioni di massa che riempivano poi le fosse comuni.

Allo stesso modo, al loro arrivo ad Auschwitz-Birkenau e agli altri centri di sterminio, le autorità dei campi destinavano la maggior parte dei più piccoli direttamente alle camere a gas. Le SS e le forze di polizia in Polonia e nell’Unione Sovietica occupata fucilarono migliaia di bambini, dopo averli allineati lungo il bordo delle fosse comuni scavate appositamente. A volte, la selezione dei più giovani per riempire i trasporti verso i centri di sterminio, o per fornire le prime vittime alle operazioni di assassinio di massa, furono il risultato di penose e controverse decisioni prese dai presidenti dei Consigli Ebraici (Judenrat). Tra queste, la decisione del Consiglio Ebraico di Lodz, nel settembre del 1942, di deportare i bambini al centro di sterminio di Chelmo rappresenta un esempio delle scelte tragiche operate dagli adulti quando costretti ad accontentare le richieste dei Tedeschi. Invece, Janusz Korczak, direttore di un orfanotrofio nel ghetto di Varsavia, si rifiutò di abbandonare i piccoli a lui affidati, quando questi vennero selezionati per la deportazione, e li accompagnò sul convoglio che li condusse a Treblinka, e poi fin dentro la camera a gas, condividendo così il loro destino.

Anche i bambini non-Ebrei dei gruppi presi di mira dai Nazisti non vennero risparmiati, come ad esempio i bambini Rom (Zingari) uccisi nel campo di concentramento di Auschwitz; o i bambini – tra i 5.000 e i 7.000 – eliminati nell’ambito del programma “Eutanasia”; o, ancora, quelli assassinati durante le operazioni di rappresaglia, come per esempio la maggior parte dei bambini di Lidice; e, infine, i bambini che vivevano nella zona occupata dell’Unione Sovietica e che vennero uccisi insieme ai loro genitori.

Le autorità tedesche incarcerarono anche un certo numero di bambini nei campi di concentramento e nei campi di transito. Medici delle SS e ricercatori usarono i più giovani, in particolare i gemelli, per esperimenti medici nei campi di concentramento, esperimenti che spesso ne causarono la morte. Le autorità dei campi, poi, usarono gli adolescenti, in particolare gli adolescenti Ebrei, per il lavoro forzato; molti di loro morirono a causa delle condizioni in cui tali lavori venivano svolti. Le autorità tedesche confinarono anche altri bambini nei campi di transito, costringendoli a vivere in condizioni spaventose: fu quello che accadde ad Anna Frank e a sua sorella nel campo di Bergen-Belsen, e a molti altri orfani non-Ebrei i cui genitori erano stati uccisi dai soldati tedeschi e dalla polizia nelle operazioni contro i partigiani. Alcuni di questi orfani vennero detenuti per un certo periodo nel campo di concentramento di Lublino/Majdanek e in altri campi.

Nella loro folle ricerca di “sangue puro ariano”, gli esperti della razza delle SS ordinarono che centinaia di bambini, nella Polonia e nell’Unione Sovietica occupate, venissero rapiti e trasferiti in Germania per essere adottati da famiglie considerate ‘adeguate’ dal punto di vista razziale. Nonostante queste decisioni fossero basate su princìpi ritenuti ‘scientifici’, spesso, invece, capelli biondi, occhi azzurri e pelle chiara bastarono a “guadagnarsi” l’opportunità di venire “germanificati”. Inoltre, molte tra le donne polacche e sovietiche che erano state deportate in Germania per lavorare ebbero relazioni sessuali con uomini tedeschi, spesso costrette con la forza. Inevitabilmente, molte di loro rimasero incinte e, nel caso gli “esperti’ determinassero che il nascituro non avesse abbastanza sangue tedesco, venivano costrette ad abortire, oppure a partorire in condizioni tali da garantire la morte del neonato.

Nonostante la loro estrema vulnerabilità, molti bambini trovarono il modo di sopravvivere all’Olocausto: ad esempio, alcuni di loro contrabbandarono il cibo all’interno dei ghetti, dopo aver portato fuori di nascosto beni personali da poter scambiare. Altri, appartenenti ai movimenti giovanili, parteciparono alle attività della Resistenza clandestina. Molti altri ancora riuscirono a fuggire con i propri genitori, o con dei parenti – e alcune volte anche da soli – e a rifugiarsi nei campi per famiglie creati dai partigiani ebrei.

Tra il 1938 e il 1940, ebbe luogo una grande operazione di salvataggio chiamata ufficiosamente “Trasferimento dei Bambini” (Kindertransport); un’operazione che – dalla Germania e dai territori occupati dai tedeschi – portò in Gran Bretagna migliaia di bambini ebrei profughi e senza genitori. In tutta Europa, inoltre, persone non-Ebree nascosero giovani Ebrei e a volte, come nel caso di Anna Frank, anche altri membri delle loro famiglie. In altre occasioni, persone non-Ebree nascosero giovani Ebrei e a volte, come nel caso di Anna Frank, anche altri membri delle loro famiglie. In Francia, quasi l’intera popolazione di Le-Chambon-sur-Lignon, insieme a molti preti cattolici, a suore e a laici cattolici, nascosero i bambini ebrei della città dal 1942 al 1944. In Italia e in Belgio, infine, molti sopravvissero nascondendosi in luoghi diversi.

Dopo la resa della Germania nazista, che pose fine alla Seconda Guerra Mondiale, i profughi e i rifugiati cominciarono a cercare in tutta Europa i bambini dispersi. Migliaia di orfani si trovavano a quel punto nei campi profughi, mentre molti bambini ebrei sopravvissuti erano fuggiti dall’Europa dell’Est, unendosi all’esodo di massa (Brihah) verso le zone occidentali della Germania occupata, e dirigendosi poi verso Yishuv (la zona d’insediamento ebraico in Palestina). Grazie alla Youth Aliyah (Immigrazione Giovanile), a migliaia emigrarono nello Yishuv e poi nello Stato di Israele, dopo la sua costituzione nel 1948.

fonte: https://www.ushmm.org/wlc/it/article.php?ModuleId=10005142