Archivi categoria: STRANGE DAYS

Era dato per morto, ora il vinile vale un miliardo

ViniliNegli Anni 90 le fabbriche chiudevano per assenza di ordini, oggi sono rimesse a nuovo. Nel 2017 un quinto degli acquisti musicali su supporto fisico saranno dischi.

Francesco De Remigis per lettera43

Produrre dischi 33 giri nell’era della musica digitale sembrava un passatempo più che un’attività imprenditoriale. Almeno fino a dieci anni fa. Poi lo scorso dicembre il vinile ha superato il download nelle vendite inglesi. E Deloitte ha sfornato un’analisi che riguarda l’indotto del business. Secondo la società di consulenza, l’industria del 33 giri è ormai in grado di generare profitti miliardari: tra gli 800 e i 900 milioni di dollari di entrate la previsione 2017. Una tendenza mondiale che passa da fabbriche rimesse a nuovo e major che scoprono il vinile più appetibile del cd. Questione di profitti più che di passione.

DA 10 ANNI VENDITE AUMENTATE. La Federazione industria musicale italiana, meglio nota con l’acronimo Fimi, aveva già aperto il 2016 spiegando che «alle consuete classifiche sulle vendite settimanali dei prodotti fisici (cd) e delle singole tracce online in Italia, che danno un riferimento per il mercato musicale, saranno aggiunte quelle relative ai vinili». Una presa d’atto del ritorno del disco in pvc, che dal 2007 ad oggi non ha fatto altro che aumentare le vendite e dunque fare la gioia di chi i vinili li stampa su commissione. A oggi la vendita rappresenta tra il 10 e 15% del fatturato di un negozio italiano di musica. Ma dove si produce oggi il supporto fisico su cui viene inciso un album o un singolo?

LA DOMANDA ORA È ESPLOSA. Negli anni Novanta decine di fabbriche sono state dismesse per mancanza di ordini. La sopravvissuta italiana è la PhonoPress di Settala, nel Milanese, che ha cambiato sede e si è perfino ingrandita. È sul mercato da 30 anni, ma oggi svolge tutte le fasi della produzione nello stabilimento: dall’incisione dei solchi sugli acetati, al bagno galvanico degli stampi, al pressaggio e confezionamento. «Se fino a qualche anno fa si stampavano dai 1.000 ai 2.000 dischi al giorno, oggi siamo a 6.000 dischi», ha spiegato uno dei responsabili al portale DDay.it. La domanda è esplosa, tanto che in alcuni Paesi europei la lista di attesa è lunghissima: in Repubblica Ceca chi ordina una stampa deve attendere fino a 6 mesi per ricevere i dischi.

DAGLI SBERLEFFI AGLI AFFARI. Ma chi sono i clienti? Chi si rivolge a uno stabilimento considerato obsoleto fino a dieci anni fa? Etichette italiane ed europee: «Indipendenti e qualche ordine di major, ma in media ogni ordine non passa i 500-1000 dischi». Il tutto per rifornire buona parte del sud-est Europa grazie alle sei macchine automatiche di cui dispone. Anche in Francia, in un borgo isolato con meno di 3 mila abitanti nella Loira, si è ripreso a produrre (12 milioni di dischi l’anno) e ad assumere personale in grado di lavorare il pvc. Siamo nella Mpo, arrivata a 120 dipendenti in tre anni e 25 milioni di euro di fatturato nel 2015; buona parte stampando dischi per il mercato statunitense. In America, infatti, l’industria del vinile per un lungo periodo era quasi scomparsa, se paragonata agli “artigiani” europei. Tanto che nel 2001, a New York, Thomas Bernich comprò una vecchia macchina per stampare dischi tra gli sberleffi dei suoi cari e accuse di sociopatia. Oggi è uno dei punti di riferimento per l’industria newyorkese, con sei macchine per vinili e una produzione di circa 20 mila dischi a settimana.

CRESCITA CONTINUA NEGLI USA. La sua Brooklynphono non è l’unica fabbrica – sorta o risorta – in cui gli States stampano vinili: altre sono in California e in Texas; soprattutto in Tennessee, a Nashville, dove ha sede la United Record Pressing. Grazie alla partnership con la società americana Sunpress Vinyl, dopo anni di inattività, è pronta a risorgere anche la storica casa giamaicana Tuff Gong International fondata da Bob Marley. A Kingston sono già partiti i lavori di ristrutturazione, documenta il settimanale britannico Nme, e lo stabilimento dovrebbe riaprire i battenti in primavera. Il piano di rilancio prevede un periodo di transizione, con gli ordini gestiti dalla Sunpress basata in Florida. Il neo direttore generale, Marie Bruce, ricorda che «l’idea di Marley era di creare un impianto di produzione e distribuzione di vinili, permettendo che in un unico luogo un artista potesse registrare e produrre la propria musica. Dopo otto anni consecutivi di crescita, la Tuff è felice di ricongiungersi a questo movimento».

UN QUINTO DEGLI ACQUISTI MUSICALI. Deloitte prevede però che ci sarà pure una comprensibile flessione nelle vendite del vinile: «Nel 1981 gli album venduti furono circa 1 miliardo. Nel 2017 saranno circa 40 milioni. Non è il risorgimento che è stato ritratto finora. È un’anomalia», ha spiegato Paul Lee al Financial Times, sostenendo che sempre più consumatori sono portati all’acquisto di ristampe ed edizioni deluxe, anziché nuovi album. Citando un sondaggio della Bbc, l’esperto di ricerca su tecnologie, media e telecomunicazioni della compagnia aggiunge che quasi la metà delle persone che acquistano vinili non li ascolta, e che il 7% di questi non possiede nemmeno un giradischi. Ma «nel 2017 il vinile coprirà comunque circa un quinto degli acquisti musicali su supporti fisici, e circa il 7% dei 15 miliardi di dollari che l’industria musicale prevede di incassare quest’anno». La testimonianza del revival sono i 3,2 milioni di vinili venduti nel 2016 in Gran Bretagna. Non accadeva dal ’91.


Venticinque anni dopo, cosa resta di Vukovar

Fu la più grande battaglia in Europa nel dopoguerra. Mesi di cieca ferocia tra serbi e croati. Dopo un quarto di secolo parlano i protagonisti. Che non hanno avuto giustizia. E non trovano pace

di Pietro Veronese per il Venerdì di Repubblica che ringraziamo

vukovarVUKOVAR (Croazia). È stata la più grande battaglia combattuta sul suolo europeo dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Decine di migliaia di uomini in armi, intere brigate meccanizzate, centinaia di carri armati, bombardamenti aerei e terrestri. Tutto l’arsenale accumulato per combattere contro eserciti poderosi negli scenari della Guerra fredda, rovesciato addosso a una città che allora contava 45 mila abitanti, oggi meno di 30 mila. La chiamarono «la Stalingrado croata», contesa tra uno Stato appena proclamato indipendente e quello che restava della Repubblica socialista federale di Jugoslavia, finita in mano ai nazionalisti serbi. Mesi di furia cieca, dal 25 d’agosto fino al 18 novembre 1991, quando Vukovar martoriata, stremata, sopravvissuta nelle cantine e nei rifugi antiatomici, infine si arrese. A entrare tra le macerie, un incubo di devastazione, non furono i soldati dell’esercito jugoslavo ma i paramilitari serbi, bande di assassini che commisero crimini indicibili contro i superstiti. Nessuno sa dire con precisione il numero dei morti, certo più di tremila.

Nell’estate 2016, venticinque anni dopo, Vukovar sonnecchia lungo la pigra sponda del Danubio, dov’è ormeggiato un battello da crociera pieno di turisti tedeschi. È una cittadina aggraziata, ordinata, pulita, nobilitata dalla bella edilizia civile degli Asburgo che su questi loro possedimenti meridionali regnarono per secoli. La gioventù passeggia, nei bar si ride. Una regia attenta ha lasciato visibili alcune cicatrici della battaglia, a cominciare dall’alto serbatoio d’acqua della città, sventrato dalle granate. Molto, quasi tutto, è stato restaurato e come rimesso a nuovo, ma nel paesaggio urbano i segni della passata ferocia sono numerosi. Ogni tot edifici ce n’è uno rimasto in rovina e qui e là sulle facciate delle case la semina di buchi di schegge e di proiettili non è mai stata rintonacata.

Così come la memoria degli uomini, che pare sanguinare ancora sotto il peso della vita che è seguita da allora. Gli ex combattenti non chiedono che poter ricordare, essere ascoltati. Fumano, bevono caffè su caffè, e raccontano senza bisogno di essere sospinti dalle domande. Croati, serbi, uomini, donne, madri di giovani caduti che piangono figli i cui corpi non furono mai ritrovati, ragazze che imbracciarono il fucile e oggi sono nonne. Le passioni della giovinezza ampiamente superate ma un sentimento d’orgoglio quando lo sguardo si rivolge al passato e un senso d’offesa ancora vivo per la giustizia che non è stata mai fatta. Fieri di essersi battuti allora, oggi cittadini dell’Unione Europea, ma con pochi mezzi materiali, scarse opportunità di lavoro, incapaci di intravedere per i loro giovani altro futuro che l’emigrazione verso il nord dell’Europa, su su fino ai Paesi scandinavi.

Nei decenni di pace Vukovar ha continuato lentamente a spopolarsi di serbi e croati insieme. Oggi vede passare nuovi flussi di profughi, che hanno fatto dimenticare quelli di allora. Il più grande campo di transito dei siriani in Croazia si trovava fino a pochi mesi fa ad Opatovac, a meno di 20 chilometri da qui, sul Danubio. E l’ultimo paradosso è che proprio da quegli esuli senza più patria, che la Croazia non vuole si trattengano sul suo territorio, provengono rare occasioni di guadagno: il figlio di un ex combattente costruisce in Germania serbatoi e impianti idrici nei campi d’accoglienza.

Alcuni tratti accomunano tutti. Il primo è l’assenza di vendetta. Dal novembre 1991 nemmeno un colpo è più stato sparato a Vukovar. Le fosse comuni, gli stupri subiti, i paramilitari che hanno ripreso ad andare in giro in abiti civili, i volti riconosciuti e identificati degli aggressori, nulla di tutto ciò ha spinto qualcuno a cercarsi una giustizia privata, anche a fronte dell’impunità per molti criminali di guerra. La spiegazione più convincente la dà Srdjan Jaksic, serbo, all’epoca carrista nell’esercito federale, oggi poliziotto, ama cucinare, scrive poesie: «Le persone sono rimaste vuote. Esaurite. Fisicamente, psicologicamente, emotivamente, finanziariamente».

Il secondo aspetto comune è che in tutti i racconti la Vukovar di prima della guerra, la Vukovar jugoslava con le sue 23 nazionalità, fiorente porto fluviale e crocevia di genti, è una città mitica, un’immagine di benessere, convivenza, serenità. In alcuni traspare la jugonostalgia, nella maggior parte è vivissimo un veemente sentimento anticomunista, ma per ciascuno la Vukovar dell’epoca di Tito è un ricordo positivo per non dire felice. Dice Franjo Soljic, croato, ex combattente, presidente di un’associazione di reduci: «La nostra era una delle cinque città più ricche della Jugoslavia. C’era la fabbrica di scarpe della Bata, dava lavoro a 22 mila operai, oggi a 300. C’era la grande impresa agroindustriale Vupik. C’era la fabbrica tessile Vutex. C’era lavoro per tutti. Poi durante l’occupazione serba tutto quello che aveva valore se lo sono portato via». E ancora Srdjan Jaksic, il poliziotto: «La guerra è scoppiata proprio qui dove si stava meglio. Tutti avevano la casa, tutti avevano la macchina, e da un giorno all’altro non hanno avuto più nulla». Poi quello che non avevano distrutto i bombardamenti e i successivi anni di occupazione serba è stato spento dalle rapaci privatizzazioni della Croazia democratica.

Per converso è difficile rintracciare, nel coro di voci, una narrazione concorde sulla battaglia e soprattutto sul suo epilogo. La memoria della guerra, delle sue cause, delle sue responsabilità resta divisa, irriconciliata. E anche le versioni sul suo epilogo, almeno per quanto riguarda la città martire, sono divise, verrebbe da dire contrapposte. Avevamo la forza per riconquistarla, eravamo finalmente pronti, dicono i combattenti croati, ma dall’alto venne uno stop. Presa Vukovar, la piana dell’Oltredanubio era aperta davanti alle brigate corazzate dell’esercito jugoslavo, ma nessuno dette l’ordine di avanzare, afferma con convinzione il serbo.

I più equilibrati si discostano dall’una e dall’altra versione. Sì, le forze armate croate in quei mesi di ferro e di fuoco dell’autunno ’91 si erano in qualche modo riuscite a organizzare, ma altri fronti si erano aperti e Vukovar ormai era perduta. Ostinarsi tra le sue macerie sarebbe stato un errore strategico. D’altra parte è vero che l’armata serbo-jugoslava aveva vinto, ma a un costo elevatissimo che l’aveva lasciata incapace di continuare l’offensiva. Aveva faticato moltissimo a mobilitare i coscritti, che provenivano da tutte le repubbliche jugoslave e in molti casi rifiutarono di combattere. «Disobbedivano agli ordini, si sedevano per terra» ricorderà un ufficiale che combatté nell’assedio di Vukovar, «e si mettevano a cantare Give Peace a Chance di John Lennon». Di qui il massiccio ricorso ai paramilitari ultranazionalisti serbi.

Eppure nel ricordo rimane il senso di un oscuro tradimento, la convinzione indefinita che la chiarezza del sacrificio sul campo di battaglia sia stata pervertita dalla politica ai suoi fini, manipolata «dall’alto» e privata della sua verità. Anche se sette anni dopo la caduta della città, nel 1998, la bandiera croata è tornata a sventolare sui suoi palazzi in applicazione degli accordi di pace, giustizia non è stata fatta. Due o tre generali dell’armata federale che comandarono l’assedio sono finiti sotto processo al Tribunale internazionale dell’Aia, ma i peggiori crimini di guerra commessi all’indomani della resa sono rimasti impuniti. Molti anni dopo la reincorporazione di Vukovar alla Croazia, Snjezana Maljak, ex combattente, ha trovato la forza di denunciare i suoi due violentatori, che giravano impuniti per la città e le capitava di incontrare. Il processo è durato dodici anni, mentre i due sono rimasti a piede libero. Condannati entrambi in appello a sei anni di detenzione, sono scappati in Serbia, di là dal fiume, e non hanno mai fatto un giorno di prigione. Non è certo l’unico caso.

Per questo gli ex combattenti di questa battaglia da tempo dimenticata dal resto del mondo appaiono come anime erranti nel purgatorio della memoria. I capelli si sono ingrigiti e gli assilli dell’oggi fanno apparire sempre più lontani i loro giorni gloriosi. Ma i conti non tornano, la pace restituita alle nazioni non è concessa ai loro animi in pena. Vorrebbero chiudere quel capitolo delle loro vite rimasto incompiuto, ma l’epilogo è ancora aperto nelle loro coscienze e nei loro racconti, che sempre meno persone hanno voglia di ascoltare.

IL VOLONTARIO. Zlatko Belanovic, croato, vive con la moglie Zorica, serba, i loro tre bambinetti di quattro, tre e due anni e il cane Bingo nella periferia residenziale di Vukovar. Al momento è senza lavoro. Ha fatto domanda per l’assegnazione di un alloggio. «Avevo 17 anni e mezzo, ero troppo giovane per arruolarmi nell’esercito regolare. Per questo il primo di ottobre del ’91 mi presentai volontario nelle Hos, le forze paramilitari nazionaliste. L’addestramento durò meno di tre settimane, poi entrammo in combattimento. Cercammo di aprire un corridoio per rompere l’assedio della città. Subimmo molte perdite ma non ci riuscimmo. Poi dall’alto ci fu ordinato di cessare le ostilità. L’anno successivo entrai nell’esercito regolare, ho combattuto su tutti i fronti. La guerra in uniforme è finita nel 1995 ma per me dura ancora adesso. I nazionalisti serbi continuano a riunirsi, hanno il loro ritrovo, i loro rappresentanti politici. La loro ideologia non è cambiata».

LA MOGLIE DEL VOLONTARIO. «Quando i bambini giocano al parco si chiedono l’un l’altro se sono serbi o croati. Questa divisione è ancora molto viva, molto sentita qui a Vukovar, mentre nel resto della Croazia non è così. Per questo vorrei andare via, allontanarmi da questa città dove la guerra dura ancor oggi».

LA MADRE. «Mio figlio Ivan Ljubas era un combattente, era ferito, all’ospedale. Era il mio unico maschio, aveva 19 anni e mezzo. Dopo la resa della città fu portato via e ucciso dai paramilitari serbi. Uno dei 260 della fossa comune di Ovcara. Si sapeva quello che era successo ma io non volevo accettarlo. A ogni scambio di prigionieri lo andavo a cercare. Qualcuno mi disse di averlo visto vivo, ma era un altro Ljubas. Una signora che faceva le pulizie all’ospedale mi confermò invece che lui era stato portato via con gli altri di Ovcara. Le esumazioni cominciarono soltanto nel ’96. I corpi furono portati a Zagabria per l’identificazione. Mio figlio l’abbiamo identificato il 20 gennaio del ’97».

IL PADRE. «Per noi è come se fosse ancora il ’91, intendo noi che non abbiamo ritrovato i corpi dei nostri figli. Dei miei tre maschi due sono morti in guerra. Li ho persi nel giro di due mesi e mezzo. Il maggiore, Marko Živkovic, era pilota. Il secondo, Nikola, è caduto combattendo il 17 settembre 1991, poco distante da qui, in uno dei tanti tentativi di spezzare l’assedio. Aveva 26 anni, era un calciatore promettente. Era fidanzato, si sarebbe dovuto presto sposare, gli avevo fatto la casa. Il suo corpo non è mai stato ritrovato. Ecco perché per me la guerra non è finita ancora. Vorrei sapere dov’è mio figlio, dove posso accendere un cero per lui».

IL COMBATTENTE. «Mi chiamo Zlatko Zaoborni, all’epoca avevo 20 anni, in guerra ho perso mio fratello gemello e una gamba. La gamba si è maciullata su una mina il primo di novembre del ’91. Stavamo cercando di sminare nei pressi del mio sobborgo, a Vucedol. Non eravamo un esercito regolare, difendevamo le nostre case, le strade dove siamo cresciuti. Le prime armi che abbiamo impugnato erano i fucili da caccia. Quando rimasi ferito la città era circondata e chiusa da settimane. Mi operarono con mezzi di fortuna ma poi l’ospedale era sovraffollato e così mi spostarono al Comerc, il magazzino della fabbrica di scarpe subito fuori città. Così mi sono salvato dalla morte a Ovcara. Dopo nove mesi di durissima prigionia fui liberato nell’ultimo grande scambio di prigionieri, il 14 agosto del ’92».

LA COMBATTENTE. Snjezana Maljak ha 46 anni, quattro figli e numerosi nipoti. Scherza con l’amica Mira Vrdoljak, anche lei ex combattente, si lascia fotografare ridendo sotto l’ombrello, mentre piove. È una delle pochissime donne che dopo molti anni è riuscita a testimoniare la violenza sessuale subita. «Mi fece lavare la sua uniforme, poi mi disse di lavarmi anch’io. Dopo mi ordinò di spogliarmi. Mi misi a piangere e lo supplicai di non farlo. Mi disse che se non lo avessi fatto con lui ne avrebbe portati altri dieci. Poi non si fece più vedere, ma di lì a qualche giorno vennero altri tre e mi chiesero di scegliere chi di loro avrebbe  abusato di me. Il mondo mi crollò addosso e tutto diventò nero. Scelsi uno che si chiamava Dusan Ivkovic perché dalla faccia speravo che forse non lo avrebbe fatto. Invece prese a tornare ogni giorno. Per me la cosa più difficile, dopo, è stato accettare che ero la stessa Snjezana che a 21 anni era andata volontaria, la stessa persona, che ero ancora viva, che avevo ancora diritto ad essere felice. Molte donne queste cose non le hanno mai raccontate, molte sono morte senza dirlo».

IL SERBO. Predrag Misic, ex combattente. «Sono serbo ma sono nato qui, la mia patria è la Croazia e per essa mi sono battuto. Ricevo dal governo croato una pensione come ex combattente. In questa guerra non puoi dire chi abbia sofferto di più. Oggi il problema non è la nazionalità, ma il lavoro che non c’è».

IL POLIZIOTTO. «Sono serbo, ho vissuto sempre qui. Il mio migliore amico era croato, si arruolò nelle Hos, le unità paramilitari. Io andai carrista nell’Armata jugoslava. Quando ci siamo ritrovati ci siamo chiesti l’un l’altro se avessimo fatto nulla che non fosse stato per difesa, se avessimo violato le leggi della guerra. Ci siamo detti di no. Così siamo rimasti amici. Quando giochiamo a carte o a scacchi ci capita di scherzare, ci malediciamo: “Ah, se ti avessi avuto nel mirino!”. Così è la vita.»

L’INSEGNANTE. Sanja Vukicevic è di padre serbo e madre croata. Ha 51 anni, un compagno croato. È stata per 16 anni giornalista a Vukovar, oggi è professoressa. «Le norme che regolano lo statuto delle minoranze prevedono quattro diversi programmi scolastici a seconda del numero di allievi delle diverse nazionalità. Per esempio, dove i serbi sono in maggioranza, si usano la lingua serba e l’alfabeto cirillico. Ma il fatto è che nelle nostre scuole il numero degli alunni continua a calare, perché le famiglie emigrano. Prima avevamo classi di 30 alunni, oggi di 18, in alcuni casi anche 9 o meno. Per fortuna qualcosa sta cambiando. Per esempio nella classe dove insegno io le ragazze serbe hanno invitato tre loro amiche croate a frequentare il mio corso. In altre parole, socializzano. Il ragazzo più bello della scuola, Uros, è serbo. Quando è arrivata la primavera e le ragazze hanno indossato le camicette con le maniche corte, si è visto che anche molte delle croate avevano il suo nome scritto sul braccio. Forse il “vivere insieme” è cominciato…».

Fonte: http://www.repubblica.it/venerdi/reportage/2016/08/17/news/venticinque_anni_dopo_cosa_resta_di_vukovar-146141652/


L’assurda setta religiosa del Tennessee che venera i gatti

gettyimages-513859318-1024x708

In Tennessee c’è una setta che venera il gatto, pensando che sia una creatura divina che custodisce in sé le 144 mila anime citate nel Nuovo Testamento. Il gruppo è nato intorno al 2013 quando un reverendo statunitense, Sheryl Ruthven, insieme a poche decine di seguaci, ha lasciato lo Stato di Washington alla volta della città di Columbia, Tennessee, nella speranza di trovare in questo luogo pace e serenità, nell’attesa dell’apocalisse che il suo culto va predicando.

Lungo la strada, la setta ha deciso di raccogliere e portare con sé il maggior numero di gatti possibile, animali che secondo Ruthven sono in realtà esseri soprannaturali sotto mentite spoglie, gli unici a poter salvare i fedeli dall’imminente catastrofe. I suoi seguaci così hanno messo in piedi a Columbia un gattile no-profit, l’Eden di Eva, descrivendosi nei termini di un gruppo pacifico devoto a madre natura che vive in piena armonia col resto del mondo.

La pratica religiosa del salvare gatti randagi deriva dalla stessa Ruthven: il reverendo infatti ha convinto i membri della sua setta che lavorare nel gattile è parte integrante della loro vita spirituale. L’ossessione di Ruthven per questi animali, efficacemente tramandata ai suoi seguaci, è nata quando Eva, il suo gatto, è scomparso: la donna ha decifrato l’evento come una sorta di chiamata divina volta a salvare e ad accudire i felini domestici. 

L’Eden di Eva ha da subito avuto l’approvazione da parte dei cittadini di Columbia, grazie anche ai video realizzati per promuovere il loro lavoro e alle interviste rilasciate, dove i sedicenti fondamenti religiosi sono sempre passati sotto silenzio. L’unica traccia della loro intensa devozione all’animale era il logo del gattile, raffigurante Bastit, la divinità egiziana rappresentata come una gatta. Oggi, a causa di una serie di conflitti interni al gruppo, Ruthven è stata allontana e non gestisce più l’Eden di Eva, che però continua a esistere e a dedicarsi alle sue attività.


Comunisti nello spazio

come i sovietici sognavano di colonizzare gli altri pianeti

La Rivoluzione non sarebbe rimasta un beneficio solo per la Terra, ma avrebbe coinvolto anche gli altri pianeti, grazie alla scienza e alla tecnologia sviluppate dal mondo sovietico. Le illustrazioni dell’epoca mostravano come un sogno potesse essere immaginato e disegnato

 Il comunismo non avrebbe portato la pace, la prosperità e l’uguaglianza solo sulla Terra, pensavano gli utopisti del XX secolo. Ma si sarebbe diffuso e organizzato anche su altri Paesi. Sognare un altro mondo non era solo possibile, all’epoca: era un dovere. Incoraggiati dai successi scientifici della Russia – ad esempio, il lancio dello Sputnik, il 4 ottobre 1957, il primo satellite artificiale della srotia – illustratori, narratori e designer sovietici si immaginavano forme e meccanismi delle future (sono ancora future, inoltre) colonie comuniste. Erano altri tempi, la conquista dello spazio sembrava dietro l’angolo e la gara contro gli Usa, che sul pianeta Terra era troppo limitata, aveva traslocato al piano di sopra, cioè, al cielo.

Queste sono alcune delle rappresentazioni delle colonie marziane comuniste. Come si nota, il dato tecnico/tecnologico si dimostra imprescindibile. I paesaggi sono dominati da macchinari futuristici, uomini in tuta e scafandro, apparecchiature ipertecnologiche. Ciò che distingue installazioni sovietiche da eventuali colonie americane sono, ogni tanto, solo i simboli che accompagnano i razzi e le astronavi: la falce e il martello, la stella rossa. Era difficile tradurre gli ideali di uguaglianza e libertà promessi dal comunismo in architetture aliene.

Le immagini sono illustrazioni di libri di scuola: il primo raffigura due cosmonauti sovietici ritratti su Technike Molodezhi, “Gioventù Tecnologica”. Quelle successive da Station Moon, un libro per bambini degli anni ’60 e ’70, disegnate da Pavel Klushantsev.

Chokd3jt6cihdguvpdfg
C7ghlgvbjze0d8p3ceek
Hx3aefh5rqk0vxq2nsk1
Z0nafbxere4r8m8mlyxn
Wur5xf0kicztvex3tubs
Jjsdg8tbctx0ut1no6oe

La schiavitù è ancora diffusa

48 milioni di schiavi nel mondo. E in Italia…

5 settembre 2016 23:52 ·

di C. Alessandro Mauceri per notiziegeopolitiche.net che ringraziamo

Caporalato grande La schiavitù è ancora diffusa e spesso viene praticata anche nei paesi più “evoluti”. A confermarlo è il rapporto Global Slavery Index presentato dalla Walk Free Foundation, che ha analizza l’incidenza della schiavitù nelle nazioni del mondo e la loro capacità di fronteggiare il problema.
Nel mondo, sono oltre 48 milioni le persone ridotte in schiavitù. Al primo posto per percentuale di schiavi rispetto alla popolazione la Corea del Nord, con il 4,37 per cento. Ma se si cerca il paese con il maggior numero di “schiavi” in termini assoluti, è l’India a guidare la classifica con ben 18,35 milioni, seguita dalla Cina (3,39 milioni), dal Pakistan (2,13 milioni), dal Bangladesh (1,53 milioni) e dall’Uzbekistan (1,23 milioni).
Nella classifica per schiavitù l’Italia occupa una posizione altissima, il 49esimo posto, secondo, in Europa, solo alla Polonia. Ben diversa la performance di altri paesi europei come la Germania (al 117esimo con 14.500 persone ridotte in schiavitù), la Francia (124esima con 12.000 schiavi), la Gran Bretagna (127esima con 11.700) o la Spagna (al 134esimo con 8.400). Complessivamente secondo i ricercatori in Europa vi sono oltre un milione di schiavi (1.243.400), circa il 2,7 per cento della popolazione. La maggior parte delle vittime è di sesso femminile (circa l’80 per cento del totale). Spesso si tratta di donne oggetto di sfruttamento sessuale a fini commerciali. Provengono dalla Romania ma anche dall’Africa sub-sahariana, e in questo caso molti sono anche i casi di schiavitù “domestica”. La maggior parte proviene dalla Nigeria: secondo il National Referral del Regno Unito, la Nigeria resta uno dei paesi di origine più comunemente registrati per le vittime nel loro sistema di registrazione traffico di esseri umani.
Questo fenomeno in Europa è strettamente correlato con il problema dei migranti: non è un caso se, dove maggiori sono i migranti – non profughi e rifugiati, si badi bene – maggiore è anche il problema della schiavitù. Nel 2015-2016, la crisi migranti europea ha politicamente, economicamente e socialmente dimostrato la vulnerabilità dell’Ue: nella classifica il punteggio è stato molto basso, 27,1 su 100. Per contro spesso poche ed inefficaci le misure per contrastare questo fenomeno: in Italia ad esempio, sebbene esista un tavolo nazionale che include le ONG e le autorità nazionali per affrontare il problema, dal primo giugno 2014 al 31 agosto 2015, gli incontri sono stati pochissimi. La conseguenza è che non esiste un piano d’azione nazionale né un gruppo d’azione per sostenere le vittime di schiavitù (Milestone 1, 4.2.1).
Anche per quanto riguarda i minori il problema appare rilevante: si stima che in Europa siano almeno 10mila i bambini registrati come rifugiati e di cui si sono perse le tracce. Di questi, circa la metà sono scomparsi mentre si trovavano in Italia.
È per questo che, in questo panorama oscuro, l’Italia occupa una posizione di rilievo tra Guatemala e Malesia, e la situazione rilevata dai ricercatori appare essere peggiore anche di quella di buona parte dei paesi del Terzo Mondo. Basti pensare che, sopra la soglia dei 100 mila schiavi, dopo l’Italia, si sono classificati paesi come il Niger, la Somalia, il Malawi, il Mali, lo Zambia, Haiti, la Repubblica Dominicana e il Ghana.
Dati di cui certamente non essere orgogliosi e che, stando al numero di migranti che dopo essere stati prelevati nel Mediterraneo o essere finiti in Italia non ne sono più usciti, non potranno che aumentare.

Fonte: http://www.notiziegeopolitiche.net/?p=65710