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Se avessi fatto anch’io il mio dovere di Antonio Gramsci

Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti.

Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.

E quest’ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile.

Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo?

 

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Venticinque anni dopo, cosa resta di Vukovar

Fu la più grande battaglia in Europa nel dopoguerra. Mesi di cieca ferocia tra serbi e croati. Dopo un quarto di secolo parlano i protagonisti. Che non hanno avuto giustizia. E non trovano pace

di Pietro Veronese per il Venerdì di Repubblica che ringraziamo

vukovarVUKOVAR (Croazia). È stata la più grande battaglia combattuta sul suolo europeo dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Decine di migliaia di uomini in armi, intere brigate meccanizzate, centinaia di carri armati, bombardamenti aerei e terrestri. Tutto l’arsenale accumulato per combattere contro eserciti poderosi negli scenari della Guerra fredda, rovesciato addosso a una città che allora contava 45 mila abitanti, oggi meno di 30 mila. La chiamarono «la Stalingrado croata», contesa tra uno Stato appena proclamato indipendente e quello che restava della Repubblica socialista federale di Jugoslavia, finita in mano ai nazionalisti serbi. Mesi di furia cieca, dal 25 d’agosto fino al 18 novembre 1991, quando Vukovar martoriata, stremata, sopravvissuta nelle cantine e nei rifugi antiatomici, infine si arrese. A entrare tra le macerie, un incubo di devastazione, non furono i soldati dell’esercito jugoslavo ma i paramilitari serbi, bande di assassini che commisero crimini indicibili contro i superstiti. Nessuno sa dire con precisione il numero dei morti, certo più di tremila.

Nell’estate 2016, venticinque anni dopo, Vukovar sonnecchia lungo la pigra sponda del Danubio, dov’è ormeggiato un battello da crociera pieno di turisti tedeschi. È una cittadina aggraziata, ordinata, pulita, nobilitata dalla bella edilizia civile degli Asburgo che su questi loro possedimenti meridionali regnarono per secoli. La gioventù passeggia, nei bar si ride. Una regia attenta ha lasciato visibili alcune cicatrici della battaglia, a cominciare dall’alto serbatoio d’acqua della città, sventrato dalle granate. Molto, quasi tutto, è stato restaurato e come rimesso a nuovo, ma nel paesaggio urbano i segni della passata ferocia sono numerosi. Ogni tot edifici ce n’è uno rimasto in rovina e qui e là sulle facciate delle case la semina di buchi di schegge e di proiettili non è mai stata rintonacata.

Così come la memoria degli uomini, che pare sanguinare ancora sotto il peso della vita che è seguita da allora. Gli ex combattenti non chiedono che poter ricordare, essere ascoltati. Fumano, bevono caffè su caffè, e raccontano senza bisogno di essere sospinti dalle domande. Croati, serbi, uomini, donne, madri di giovani caduti che piangono figli i cui corpi non furono mai ritrovati, ragazze che imbracciarono il fucile e oggi sono nonne. Le passioni della giovinezza ampiamente superate ma un sentimento d’orgoglio quando lo sguardo si rivolge al passato e un senso d’offesa ancora vivo per la giustizia che non è stata mai fatta. Fieri di essersi battuti allora, oggi cittadini dell’Unione Europea, ma con pochi mezzi materiali, scarse opportunità di lavoro, incapaci di intravedere per i loro giovani altro futuro che l’emigrazione verso il nord dell’Europa, su su fino ai Paesi scandinavi.

Nei decenni di pace Vukovar ha continuato lentamente a spopolarsi di serbi e croati insieme. Oggi vede passare nuovi flussi di profughi, che hanno fatto dimenticare quelli di allora. Il più grande campo di transito dei siriani in Croazia si trovava fino a pochi mesi fa ad Opatovac, a meno di 20 chilometri da qui, sul Danubio. E l’ultimo paradosso è che proprio da quegli esuli senza più patria, che la Croazia non vuole si trattengano sul suo territorio, provengono rare occasioni di guadagno: il figlio di un ex combattente costruisce in Germania serbatoi e impianti idrici nei campi d’accoglienza.

Alcuni tratti accomunano tutti. Il primo è l’assenza di vendetta. Dal novembre 1991 nemmeno un colpo è più stato sparato a Vukovar. Le fosse comuni, gli stupri subiti, i paramilitari che hanno ripreso ad andare in giro in abiti civili, i volti riconosciuti e identificati degli aggressori, nulla di tutto ciò ha spinto qualcuno a cercarsi una giustizia privata, anche a fronte dell’impunità per molti criminali di guerra. La spiegazione più convincente la dà Srdjan Jaksic, serbo, all’epoca carrista nell’esercito federale, oggi poliziotto, ama cucinare, scrive poesie: «Le persone sono rimaste vuote. Esaurite. Fisicamente, psicologicamente, emotivamente, finanziariamente».

Il secondo aspetto comune è che in tutti i racconti la Vukovar di prima della guerra, la Vukovar jugoslava con le sue 23 nazionalità, fiorente porto fluviale e crocevia di genti, è una città mitica, un’immagine di benessere, convivenza, serenità. In alcuni traspare la jugonostalgia, nella maggior parte è vivissimo un veemente sentimento anticomunista, ma per ciascuno la Vukovar dell’epoca di Tito è un ricordo positivo per non dire felice. Dice Franjo Soljic, croato, ex combattente, presidente di un’associazione di reduci: «La nostra era una delle cinque città più ricche della Jugoslavia. C’era la fabbrica di scarpe della Bata, dava lavoro a 22 mila operai, oggi a 300. C’era la grande impresa agroindustriale Vupik. C’era la fabbrica tessile Vutex. C’era lavoro per tutti. Poi durante l’occupazione serba tutto quello che aveva valore se lo sono portato via». E ancora Srdjan Jaksic, il poliziotto: «La guerra è scoppiata proprio qui dove si stava meglio. Tutti avevano la casa, tutti avevano la macchina, e da un giorno all’altro non hanno avuto più nulla». Poi quello che non avevano distrutto i bombardamenti e i successivi anni di occupazione serba è stato spento dalle rapaci privatizzazioni della Croazia democratica.

Per converso è difficile rintracciare, nel coro di voci, una narrazione concorde sulla battaglia e soprattutto sul suo epilogo. La memoria della guerra, delle sue cause, delle sue responsabilità resta divisa, irriconciliata. E anche le versioni sul suo epilogo, almeno per quanto riguarda la città martire, sono divise, verrebbe da dire contrapposte. Avevamo la forza per riconquistarla, eravamo finalmente pronti, dicono i combattenti croati, ma dall’alto venne uno stop. Presa Vukovar, la piana dell’Oltredanubio era aperta davanti alle brigate corazzate dell’esercito jugoslavo, ma nessuno dette l’ordine di avanzare, afferma con convinzione il serbo.

I più equilibrati si discostano dall’una e dall’altra versione. Sì, le forze armate croate in quei mesi di ferro e di fuoco dell’autunno ’91 si erano in qualche modo riuscite a organizzare, ma altri fronti si erano aperti e Vukovar ormai era perduta. Ostinarsi tra le sue macerie sarebbe stato un errore strategico. D’altra parte è vero che l’armata serbo-jugoslava aveva vinto, ma a un costo elevatissimo che l’aveva lasciata incapace di continuare l’offensiva. Aveva faticato moltissimo a mobilitare i coscritti, che provenivano da tutte le repubbliche jugoslave e in molti casi rifiutarono di combattere. «Disobbedivano agli ordini, si sedevano per terra» ricorderà un ufficiale che combatté nell’assedio di Vukovar, «e si mettevano a cantare Give Peace a Chance di John Lennon». Di qui il massiccio ricorso ai paramilitari ultranazionalisti serbi.

Eppure nel ricordo rimane il senso di un oscuro tradimento, la convinzione indefinita che la chiarezza del sacrificio sul campo di battaglia sia stata pervertita dalla politica ai suoi fini, manipolata «dall’alto» e privata della sua verità. Anche se sette anni dopo la caduta della città, nel 1998, la bandiera croata è tornata a sventolare sui suoi palazzi in applicazione degli accordi di pace, giustizia non è stata fatta. Due o tre generali dell’armata federale che comandarono l’assedio sono finiti sotto processo al Tribunale internazionale dell’Aia, ma i peggiori crimini di guerra commessi all’indomani della resa sono rimasti impuniti. Molti anni dopo la reincorporazione di Vukovar alla Croazia, Snjezana Maljak, ex combattente, ha trovato la forza di denunciare i suoi due violentatori, che giravano impuniti per la città e le capitava di incontrare. Il processo è durato dodici anni, mentre i due sono rimasti a piede libero. Condannati entrambi in appello a sei anni di detenzione, sono scappati in Serbia, di là dal fiume, e non hanno mai fatto un giorno di prigione. Non è certo l’unico caso.

Per questo gli ex combattenti di questa battaglia da tempo dimenticata dal resto del mondo appaiono come anime erranti nel purgatorio della memoria. I capelli si sono ingrigiti e gli assilli dell’oggi fanno apparire sempre più lontani i loro giorni gloriosi. Ma i conti non tornano, la pace restituita alle nazioni non è concessa ai loro animi in pena. Vorrebbero chiudere quel capitolo delle loro vite rimasto incompiuto, ma l’epilogo è ancora aperto nelle loro coscienze e nei loro racconti, che sempre meno persone hanno voglia di ascoltare.

IL VOLONTARIO. Zlatko Belanovic, croato, vive con la moglie Zorica, serba, i loro tre bambinetti di quattro, tre e due anni e il cane Bingo nella periferia residenziale di Vukovar. Al momento è senza lavoro. Ha fatto domanda per l’assegnazione di un alloggio. «Avevo 17 anni e mezzo, ero troppo giovane per arruolarmi nell’esercito regolare. Per questo il primo di ottobre del ’91 mi presentai volontario nelle Hos, le forze paramilitari nazionaliste. L’addestramento durò meno di tre settimane, poi entrammo in combattimento. Cercammo di aprire un corridoio per rompere l’assedio della città. Subimmo molte perdite ma non ci riuscimmo. Poi dall’alto ci fu ordinato di cessare le ostilità. L’anno successivo entrai nell’esercito regolare, ho combattuto su tutti i fronti. La guerra in uniforme è finita nel 1995 ma per me dura ancora adesso. I nazionalisti serbi continuano a riunirsi, hanno il loro ritrovo, i loro rappresentanti politici. La loro ideologia non è cambiata».

LA MOGLIE DEL VOLONTARIO. «Quando i bambini giocano al parco si chiedono l’un l’altro se sono serbi o croati. Questa divisione è ancora molto viva, molto sentita qui a Vukovar, mentre nel resto della Croazia non è così. Per questo vorrei andare via, allontanarmi da questa città dove la guerra dura ancor oggi».

LA MADRE. «Mio figlio Ivan Ljubas era un combattente, era ferito, all’ospedale. Era il mio unico maschio, aveva 19 anni e mezzo. Dopo la resa della città fu portato via e ucciso dai paramilitari serbi. Uno dei 260 della fossa comune di Ovcara. Si sapeva quello che era successo ma io non volevo accettarlo. A ogni scambio di prigionieri lo andavo a cercare. Qualcuno mi disse di averlo visto vivo, ma era un altro Ljubas. Una signora che faceva le pulizie all’ospedale mi confermò invece che lui era stato portato via con gli altri di Ovcara. Le esumazioni cominciarono soltanto nel ’96. I corpi furono portati a Zagabria per l’identificazione. Mio figlio l’abbiamo identificato il 20 gennaio del ’97».

IL PADRE. «Per noi è come se fosse ancora il ’91, intendo noi che non abbiamo ritrovato i corpi dei nostri figli. Dei miei tre maschi due sono morti in guerra. Li ho persi nel giro di due mesi e mezzo. Il maggiore, Marko Živkovic, era pilota. Il secondo, Nikola, è caduto combattendo il 17 settembre 1991, poco distante da qui, in uno dei tanti tentativi di spezzare l’assedio. Aveva 26 anni, era un calciatore promettente. Era fidanzato, si sarebbe dovuto presto sposare, gli avevo fatto la casa. Il suo corpo non è mai stato ritrovato. Ecco perché per me la guerra non è finita ancora. Vorrei sapere dov’è mio figlio, dove posso accendere un cero per lui».

IL COMBATTENTE. «Mi chiamo Zlatko Zaoborni, all’epoca avevo 20 anni, in guerra ho perso mio fratello gemello e una gamba. La gamba si è maciullata su una mina il primo di novembre del ’91. Stavamo cercando di sminare nei pressi del mio sobborgo, a Vucedol. Non eravamo un esercito regolare, difendevamo le nostre case, le strade dove siamo cresciuti. Le prime armi che abbiamo impugnato erano i fucili da caccia. Quando rimasi ferito la città era circondata e chiusa da settimane. Mi operarono con mezzi di fortuna ma poi l’ospedale era sovraffollato e così mi spostarono al Comerc, il magazzino della fabbrica di scarpe subito fuori città. Così mi sono salvato dalla morte a Ovcara. Dopo nove mesi di durissima prigionia fui liberato nell’ultimo grande scambio di prigionieri, il 14 agosto del ’92».

LA COMBATTENTE. Snjezana Maljak ha 46 anni, quattro figli e numerosi nipoti. Scherza con l’amica Mira Vrdoljak, anche lei ex combattente, si lascia fotografare ridendo sotto l’ombrello, mentre piove. È una delle pochissime donne che dopo molti anni è riuscita a testimoniare la violenza sessuale subita. «Mi fece lavare la sua uniforme, poi mi disse di lavarmi anch’io. Dopo mi ordinò di spogliarmi. Mi misi a piangere e lo supplicai di non farlo. Mi disse che se non lo avessi fatto con lui ne avrebbe portati altri dieci. Poi non si fece più vedere, ma di lì a qualche giorno vennero altri tre e mi chiesero di scegliere chi di loro avrebbe  abusato di me. Il mondo mi crollò addosso e tutto diventò nero. Scelsi uno che si chiamava Dusan Ivkovic perché dalla faccia speravo che forse non lo avrebbe fatto. Invece prese a tornare ogni giorno. Per me la cosa più difficile, dopo, è stato accettare che ero la stessa Snjezana che a 21 anni era andata volontaria, la stessa persona, che ero ancora viva, che avevo ancora diritto ad essere felice. Molte donne queste cose non le hanno mai raccontate, molte sono morte senza dirlo».

IL SERBO. Predrag Misic, ex combattente. «Sono serbo ma sono nato qui, la mia patria è la Croazia e per essa mi sono battuto. Ricevo dal governo croato una pensione come ex combattente. In questa guerra non puoi dire chi abbia sofferto di più. Oggi il problema non è la nazionalità, ma il lavoro che non c’è».

IL POLIZIOTTO. «Sono serbo, ho vissuto sempre qui. Il mio migliore amico era croato, si arruolò nelle Hos, le unità paramilitari. Io andai carrista nell’Armata jugoslava. Quando ci siamo ritrovati ci siamo chiesti l’un l’altro se avessimo fatto nulla che non fosse stato per difesa, se avessimo violato le leggi della guerra. Ci siamo detti di no. Così siamo rimasti amici. Quando giochiamo a carte o a scacchi ci capita di scherzare, ci malediciamo: “Ah, se ti avessi avuto nel mirino!”. Così è la vita.»

L’INSEGNANTE. Sanja Vukicevic è di padre serbo e madre croata. Ha 51 anni, un compagno croato. È stata per 16 anni giornalista a Vukovar, oggi è professoressa. «Le norme che regolano lo statuto delle minoranze prevedono quattro diversi programmi scolastici a seconda del numero di allievi delle diverse nazionalità. Per esempio, dove i serbi sono in maggioranza, si usano la lingua serba e l’alfabeto cirillico. Ma il fatto è che nelle nostre scuole il numero degli alunni continua a calare, perché le famiglie emigrano. Prima avevamo classi di 30 alunni, oggi di 18, in alcuni casi anche 9 o meno. Per fortuna qualcosa sta cambiando. Per esempio nella classe dove insegno io le ragazze serbe hanno invitato tre loro amiche croate a frequentare il mio corso. In altre parole, socializzano. Il ragazzo più bello della scuola, Uros, è serbo. Quando è arrivata la primavera e le ragazze hanno indossato le camicette con le maniche corte, si è visto che anche molte delle croate avevano il suo nome scritto sul braccio. Forse il “vivere insieme” è cominciato…».

Fonte: http://www.repubblica.it/venerdi/reportage/2016/08/17/news/venticinque_anni_dopo_cosa_resta_di_vukovar-146141652/


L’ideologia fascista

Renato Solmi per Lo Straniero che ringraziamo

27/07/2016 | Ragionamenti

Lauri Kubuitsile, Mahalapye, Botswana (Matteo Pericoli)

Lauri Kubuitsile, Mahalapye, Botswana (Matteo Pericoli)

Pubblichiamo un saggio di Renato Solmi (1927-2015), filosofo, politico militante, pacifista, insegnante attento alla laicità della scuola e dello Stato, collaboratore di numerose riviste, curatore editoriale per Einaudi dal 1951 al 1963, traduttore di Minima moralia di Theodor Adorno, Angelus Novus di Walter Benjamin ed Essere o non essere. Diario di Hiroshima e Nagasaki di Günther Anders.” Il testo, recuperato dall’amico Luca Baranelli che ringraziamo, presenta il volume di Reinhard Kühnl, Due forme di dominio borghese: liberalismo e fascismo (prefazione di Enzo Collotti, traduzione dal tedesco di Renato Solmi, Feltrinelli 1973 – ed. originale 1971). Per chiarezza e lucidità questa presentazione si rivela utile, per esempio per insegnanti che volessero presentare in modo sintetico i caratteri salienti del nazismo e del fascismo e, purtroppo, attuale pensando alla superficialità di troppe analisi storiche e politiche contemporanee.
Per chi crede nell’importanza del lavoro editoriale, il nome di Solmi è destinato a restare vivo, in primo luogo grazie alle sue traduzioni e introduzioni. Aver portato in Italia, poco più che ragazzo, quei libri e quegli autori resta un’impresa intellettuale e dà un’idea di che fucina di talenti fosse quell’Einaudi dei primi anni del dopoguerra. La sua avventura editoriale non va mitizzata, ma la scossa che diede all’epoca in un panorama culturale e accademico spesso modesto e stagnante, resta uno degli episodi più stimolanti e di maggior fervore intellettuale nell’Italia del Novecento.
La sua opera è raccolta nella Autobiografia documentaria, Scritti 1950-2004 (Quodlibet 2007), interventi pubblicati nell’arco di oltre cinquant’anni, testimonianze di un impegno intellettuale che, dal lavoro con la scuola di Francoforte ha attraversato gli anni del conflitto sociale, il movimento studentesco, l’antipsichiatria, il pacifismo, l’ecologismo. Un percorso contrassegnato da profonde riflessioni su avvenimenti che hanno coinvolto più generazioni e da insegnamenti che restano validi e attuali, importanti per comprendere il presente e tornare a immaginare il futuro senza farsi intimorire dagli sbalzi improvvisi, ma non imprevedibili, della storia.
Al di là dei ricordi più ufficiali, di Solmi colpivano, subito, la disponibilità e la generosità. Era un uomo che si spendeva moltissimo, con un modo di fare in nulla accademico o segnato da distanza professorale. Non ha mai inseguito la carriera e l’utile personale, ma la volontà di affermare idee che credeva giuste e liberatrici. Nel merito quelle idee si possono discutere, la limpidezza morale della persona no. Il suo difetto era piuttosto una certa rigidità in alcune convinzioni, che però non si riversava mai in negazione al dialogo, a cui al contrario era sempre apertissimo. In questa intransigenza si fondavano sia i numerosi lati nobili della sua persona, sia forse qualche aspetto di chiusura nel suo modo di vedere le cose. Chi lo conobbe negli ultimi anni potrebbe credere questo un portato dell’età, ma il suo stesso racconto delle modalità in cui fu infine cacciato (qualcuno potrebbe dire che, in un certo senso, si fece cacciare) dall’Einaudi, fa capire che non era quello il motivo: era sempre stato così, nel bene (molto) e nel male (molto poco). Un breve schizzo del suo carattere è tracciato in una lettera di Norberto Bobbio ad Aldo Capitini per la pubblicazione di In cammino per la pace (Einaudi 1962) nella serie dei libri bianchi curata da Solmi. “Giovane d’oro, e di eccezionale ingegno il nostro Renato: – scriveva Bobbio – ma testa dura, durissima (più dura dei chiodi dello struzzo einaudiano)”.
(Massimiliano Fortuna, Enzo Ferrara)

L’IDEOLOGIA FASCISTA

Il sociologo tedesco Reinhard Kühnl, nella sua opera Due forme di dominio borghese: liberalismo e fascismo, distingue sei componenti principali dell’ideologia fascista e nazionalsocialista (che egli cerca di ricondurre a un minimo denominatore comune, anche se il suo modello fondamentale, da cui trae la maggior parte dei suoi esempi, è rappresentato dal nazionalsocialismo tedesco): l’ideologia della comunità, il culto del capo, la difesa della proprietà, i motivi anticapitalistici, la filosofia del capro espiatorio e, infine, il militarismo e l’imperialismo (in cui tutti i motivi precedenti finiscono per sfociare e per culminare come nella loro sintesi complessiva e inevitabile). Tutti questi motivi sono strettamente intrecciati fra loro e si possono difficilmente separare gli uni dagli altri. Cerchiamo di seguire il Kühnl nella sua analisi della loro natura e dei loro rapporti reciproci.

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L’ideologia della comunità popolare, nazionale o etnica (Volksgemeinschaft nella terminologia nazionalsocialista) ha il compito precipuo di mascherare e di negare i contrasti sociali, e di spacciare gli interessi dei padroni, o della classe dominante, per quelli della collettività intera. Tutti sono tenuti a stringersi insieme e a fare causa comune sia nell’ambito della nazione sia in quello della singola impresa: qualunque forma di critica e di opposizione è considerata come un fattore dissolvente e distruttivo, che bisogna cercare di combattere e di eliminare con tutti i mezzi.
Se la classe operaia organizzata e dotata di una forte coscienza politica oppone, generalmente, una certa resistenza alle ideologie nazionalistiche di questo tipo (come hanno provato le vicende del fascismo italiano e del nazionalsocialismo tedesco), esse si dimostrano tanto più efficaci nei confronti dei ceti medi e di tutte quelle categorie che, incapaci di farsi valere autonomamente nei conflitti economici e sociali, e avendo spesso l’impressione di trovarsi nella condizione del vaso di coccio schiacciato tra i due vasi di ferro (la classe dirigente capitalistica e la classe operaia organizzata), cercano una via d’uscita ideologica nella concezione di una comunità unitaria e indivisa, tenuta insieme dai vincoli della terra e del sangue, in cui non esistono più classi e conflitti di classe, ma tutti possono sentirsi avvolti e protetti da un’atmosfera di solidarietà e di appartenenza reciproca.
Questa ideologia trova, come è noto, la sua forma più estrema e radicale nel razzismo, e tende quasi irresistibilmente a risolversi in esso. La tesi che la propria razza sia non solo diversa, ma altresì superiore alle altre, fornisce enormi possibilità alla demagogia dei movimenti fascisti. Anche la persona più umile può provare, in tal modo, un sentimento esaltante di far parte del «popolo eletto», e trovare così un compenso e un riscatto dalla propria condizione di debolezza e di dipendenza effettiva. Né questa sensazione di superiorità è sempre e del tutto illusoria e mistificante, poiché la sottomissione di altri popoli e paesi può fornire effettivamente la possibilità, anche alle classi inferiori del paese o del popolo imperialista, di avvantaggiarsi del loro sfruttamento o del loro saccheggio, partecipando almeno alle briciole del festino e della preda comune.

2
L’ideologia della comunità si collega strettamente al principio del capo e all’esigenza dello stato forte. Per garantire l’unità e l’omogeneità della comunità popolare, bisogna modellare tutta la società sulla base del criterio del comando e dell’obbedienza, e rafforzare l’autorità in tutti i campi della vita sociale (quella del padre nella famiglia, quella dell’insegnante nella scuola, quella dei superiori nell’amministrazione, quella dell’industriale nella fabbrica). Hitler non ebbe difficoltà a riscuotere l’approvazione degli industriali tedeschi quando espose loro la sua teoria che, per salvare il principio gerarchico e autoritario che regola la vita dell’impresa (dove tutte le decisioni fondamentali sono prese dai padroni e gli operai non hanno il diritto di mettere il becco e devono limitarsi ad eseguire e a obbedire), bisogna applicare e introdurre lo stesso principio anche nella sfera politica, liquidando la democrazia e sostituendola con una struttura decisionale diretta e dominata dall’alto (come quella che era già stata istituzionalizzata all’interno del partito nazionalsocialista e che si realizzerà pienamente, dopo il 1933, nel regime da esso instaurato in Germania). Il modello di questa organizzazione sociale è dato dall’esercito, e, più in generale, dalle forze armate, con la loro rigida gerarchia di superiori e di subalterni; ma questa ideologia non poteva fare a meno di suscitare l’approvazione di altri gruppi sociali, come i funzionari della pubblica amministrazione, gli industriali ecc. Altri gruppi e categorie (ceti medi, piccoli produttori indipendenti, disoccupati ecc.) vedevano nello stato forte il potere che sarebbe stato in grado di proteggerli e di salvaguardarli dalla duplice minaccia della grande industria e dei sindacati organizzati.
Il culto del capo, come ha mostrato la psicoanalisi, viene incontro anche a un bisogno più generale di identificazione e di sicurezza, profondamente vissuto da chi si sente schiacciato e dominato dai meccanismi impersonali della società capitalistica, che si sottraggono alle sue possibilità di comprensione e di risposta razionale, o che si presentano ai suoi occhi come forze oscure e imperscrutabili. Sorge così il «carattere masochistico e autoritario», che proietta il proprio io ideale nella figura di un capo con cui si identifica senza riserve. Il termine «masochismo» (dal nome del romanziere polacco Sacher-Masoch) indica la tendenza a mortificarsi e umiliarsi, e a trarre una sorta di godimento e di soddisfazione dalle sofferenze che ci si lascia infliggere dagli altri. Ma questo aspetto della «personalità autoritaria» è inseparabile dal sadismo, e cioè dal piacere che si prova ad infliggere, a propria volta, quelle sofferenze agli inferiori o ai subalterni (che possono essere i membri di altri popoli, o magari anche quelli della propria famiglia).

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Un altro elemento fondamentale dell’ideologia fascista è costituito dalla difesa della proprietà (e questo motivo la collega strettamente a tutte le altre forme dell’ideologia borghese). Ma, in generale, nel fascismo, questo motivo è strettamente legato alla condizione sociale degli strati borghesi intermedi (piccoli artigiani e commercianti, agricoltori diretti ecc.), che vedono nella proprietà del campo e dell’azienda familiare, per quanto piccoli possano essere, o delle capacità intellettuali e professionali che consentono loro un certo grado di indipendenza, l’elemento distintivo che li separa dalla classe operaia e dalle grandi masse dei lavoratori dipendenti (anche se spesso le loro condizioni economiche non sono meno precarie e minacciate di quelle di questi ultimi). È l’attaccamento spasmodico alla proprietà come fattore di status e titolo di distinzione a fare di questi gruppi sociali, in determinate circostanze, gli alleati dei gruppi più retrivi delle classi dominanti e la base di massa dei movimenti di conservazione o di reazione sociale. Si costituisce, infatti, in questi casi (nel 1848 in Francia, nel 1920 in Italia, nel 1930 in Germania), un blocco compatto e un fronte comune di tutti coloro che rientrano nella categoria dei proprietari, indipendentemente dal fatto che la loro proprietà consista in un negozietto o in una grande impresa, in un «fazzoletto di terra» o in un patrimonio di miliardi. Il fronte comune dei proprietari in difesa della proprietà ha trovato la sua espressione politica nell’alleanza fra il movimento di massa fascista e le classi sociali superiori, che era diretta in primo luogo contro le organizzazioni operaie e che ha portato alla loro temporanea liquidazione nei paesi a regime fascista.

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D’altra parte, i piccoli operatori economici indipendenti (contadini, artigiani, negozianti ecc.) si rendono conto del fatto che la loro esistenza è minacciata dalle grandi imprese industriali e commerciali che li schiacciano con la loro concorrenza e dalle banche da cui dipendono per i loro crediti e che li defraudano in gran parte dei loro profitti. Di qui i motivi di carattere anticapitalistico che si ritrovano regolarmente nell’ideologia e nella propaganda dei movimenti fascisti. Ma la polemica anticapitalistica non è spinta, in questo contesto, fino a conseguenze propriamente socialiste (ciò che sarebbe in contraddizione con la difesa ad oltranza della proprietà che abbiamo visto costituire un altro motivo fondamentale dell’ideologia di questi gruppi). Essi aspirano piuttosto – con un’utopia retrospettiva e di carattere reazionario – alla instaurazione di un’economia composta esclusivamente o prevalentemente di piccoli commercianti e di piccoli produttori, in cui essi non sarebbero minacciati né dal grande capitale né dalle rivendicazioni dei sindacati (che sono spesso, per loro, più gravose e intollerabili di quanto non lo siano per i grandi capitalisti).
Queste tendenze anticapitalistiche hanno raggiunto un grado notevole di intensità e di radicalismo in certi periodi di sviluppo (per lo più nella prima fase) o in certe ali o correnti dei movimenti fascisti. Kühnl cita il programma dei fasci di combattimento del 1919 e quello della NSDAP [Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori] del 1920, e fa riferimento ai gruppi (come quello del fratelli Strasser) che finirono per essere emarginati dal partito nazionalsocialista e spesso anche fisicamente liquidati a partire dal 1934. Questo tendenze erano, infatti, incompatibili con l’alleanza che i movimenti fascisti, prima ancora di giungere al potere, e a maggior ragione dopo averlo conquistato, furono costretti a concludere con le forze istituzionali della società capitalistica (grande industria, burocrazia statale, esercito; e, in Italia, anche la monarchia e la chiesa), senza le quali il loro dominio non avrebbe mai avuto la possibilità di reggersi e nemmeno di affermarsi. Ciò non toglie che, nella genesi e nello sviluppo dei movimenti fascisti, questi fattori abbiano svolto un ruolo e un’influenza notevole, e abbiano contribuito a conferire ad essi quell’apparenza rivoluzionaria e quella capacità di attrazione nei confronti delle grandi masse che costituiscono una chiave primaria del loro successo. In questo complesso rientrano anche (fa notare il Kühnl) le origini e le maniere plebee dei loro capi principali, che potevano presentarsi, agli occhi dei loro seguaci, come esponenti dell’uomo comune e rappresentanti genuini del popolo, con cui essi potevano identificarsi e immedesimarsi senza residui (a differenza di quanto si verificava nei confronti degli esponenti delle classi superiori o dei ceti intellettuali, che una serie di fattori imponderabili separava dalla mentalità e dai modi di sentire del popolo).

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Un altro ingrediente fondamentale della concezione fascista e nazionalsocialista è costituito da quella che il Kühnl chiama la «filosofia del capro espiatorio». Il disagio che l’uomo comune prova nella civiltà industriale e capitalistica in cui vive, e di cui non riesce a comprendere e a penetrare i meccanismi decisivi, alimenta il bisogno di una spiegazione semplificatrice, che permetta di addossare tutti i mali di cui soffre a una causa unica e precisa e facilmente individuabile, su cui egli possa scaricare il suo risentimento ed esercitare i suoi impulsi aggressivi.
Questa tendenza, che, del resto, si era già manifestata a più riprese nel corso della civiltà, e aveva trovato espressione nel «manicheismo» proprio, in misura diversa, di quasi tutte le grandi religioni rivelate (generalmente inclini a dividere il mondo in angeli e demoni, buoni e malvagi, reprobi ed eletti), raggiunge il massimo grado di sviluppo e di esasperazione nei movimenti fascisti. E non sono mancati i teorici (come il filosofo del diritto Carl Schmitt e molti altri) che hanno cercato di darle una veste rigorosa e una giustificazione scientifica (con la teoria del rapporto amico-nemico, o del «gruppo interno» (in-group) che si contrappone al «gruppo esterno» (out-group) e si serve di esso, per così dire, come di un reagente e di un banco di prova per cementare e realizzare la propria unità).
Il ruolo di questo «nemico originale» può essere ricoperto da gruppi sociali o popoli diversi, oltre che, naturalmente, dagli avversari politici principali (che il fascismo e il nazionalsocialismo vedevano, come sappiamo, nei comunisti e nei socialisti, e cioè nelle organizzazioni politiche e sindacali della classe operaia). Ma il gruppo che si presta meglio ad assolvere a questa funzione di catalizzatore di tutti i risentimenti e di tutti gli impulsi aggressivi è rappresentato dagli ebrei, che appartengono, da un lato, alla nazione stessa, operano nel suo ambito e sono quindi, in qualche modo, sotto gli occhi di tutti (è difficile accollare le colpe dei propri mali a un popolo straniero che vive al di là dei confini e con cui si hanno scarsi contatti), ma, dall’altro, si distinguono per stirpe e per tradizione dagli altri membri della comunità e possono essere indicati e individuati con relativa facilità (come sarebbe più difficile fare per i membri di una determinata categoria professionale o sociale, a prescindere dal fatto che la contrapposizione di una classe all’altra è esplicitamente esclusa dall’ideologia della «comunità», in cui tutte le classi dovrebbero affratellarsi e scomparire in una sola unità).
Il nazionalsocialismo ha spinto questa concezione fino alle sue estreme conseguenze, riducendo tutti i fenomeni sociali o i movimenti politici con cui si trovava in contrasto o che pretendeva di combattere (capitalismo e comunismo, liberalismo e democrazia) al minimo comune denominatore dell’ebraismo, arrivando fino a parlare di un’immensa congiura internazionale che avrebbe legato fra loro i capi del partito bolscevico (molti dei quali erano effettivamente ebrei) e i banchieri di Wall Street. L’ideologia razzista e nazionalsocialista raggiunge così il livello della paranoia più assurda e si trova in palese contrasto con la realtà: dal momento che, se è vero che gli ebrei occupavano, in Germania e altrove, posizioni importanti nel mondo degli affari e delle professioni liberali, essi non si distinguevano per nulla, nel loro modo di operare e nelle loro funzioni, dai loro confratelli «ariani» che esercitavano gli stessi mestieri e svolgevano le stesse attività. La distinzione fra «capitale creativo» e «capitale parassitario» o di rapina, enunciata dal maestro di Hitler, Feder, ma che era stata preparata, purtroppo, anche dal lavoro di storici o sociologi per altri aspetti seri e meritevoli (come lo storico del capitalismo Werner Sombart), è campata interamente per aria e serve solo a dare una giustificazione pseudoscientifica alla prassi di espropriazione e di redistribuzione del capitale «non ariano» adottata dal regime hitleriano in Germania e in tutta l’Europa (che non ha minimamente intaccato o modificato la struttura capitalistica della società). Accanto agli ebrei, altri gruppi, come gli zingari, gli omosessuali, i lavoratori immigrati, potevano assolvere allo stesso ruolo di capri espiatori ed essere offerti in olocausto ai risentimenti irrazionali e ai complessi patologici delle masse (e soprattutto dei ceti piccolo e medio-borghesi che costituivano la base principale del movimento nazista).
Torniamo quindi al motivo, a cui abbiamo già accennato, dello sfogo degli impulsi sadici che costituisce un aspetto fondamentale, accanto al culto del capo e alla voluttà della sottomissione ai superiori, della «personalità autoritaria». Per comprendere la genesi e lo sviluppo dei movimenti fascisti, è essenziale tener presente questo aspetto della questione, per cui azioni che in generale sono severamente punite, come le violenze e gli assassinî, vengono ad essere considerate non solo lecite, ma addirittura benemerite e doverose (e vengono a godere, in ogni caso, della più assoluta impunità). Kühnl riprende, a questo punto, un’osservazione sviluppata più ampiamente nel libro di Angelo Tasca sulle origini e l’avvento del fascismo in Italia, secondo la quale «i delitti commessi insieme creavano tra i fascisti legami non meno saldi di quelli che erano rappresentati dai loro interessi comuni». Una volta imboccata questa strada non si poteva più tornare indietro: la trasformazione del movimento in regime, la conquista del potere, la liquidazione di tutti gli avversari, la creazione di una nuova legalità, in cui le illegalità precedenti erano giustificate e potevano riprodursi ex novo indefinitamente, diventava una via obbligata e irreversibile.
Kühnl attira anche acutamente l’attenzione sul fatto che una personalità così strutturata non può più nemmeno sopportare la vista di un carattere indipendente che non ha ancora abdicato alla propria dignità intellettuale e morale, e che si permette di tener testa, in qualche modo, agli abusi del potere, e deve provare l’impulso irresistibile (in cui si nasconde, tuttavia, una sorta di invidia segreta) di cancellarlo dalla faccia della terra.

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Tutti gli elementi che abbiamo passato in rassegna finora culminano e confluiscono nell’esaltazione della guerra, da cui i movimenti fascisti sono scaturiti e a cui tendono nuovamente per una sorta di spinta irresistibile. Uno dei maggiori studiosi del fascismo e del nazionalsocialismo, lo storico Ernst Nolte, ha sottolineato con particolare energia questa collocazione storica del fascismo fra le due guerre mondiali (figlio dell’una e padre dell’altra), intitolando la sua opera principale Il fascismo nella sua epoca. «Solo la guerra – scrive il Kühnl – conferisce al fascismo la sua ultima coerenza e integra i suoi elementi divergenti in una forza compatta».
È chiaro, infatti, che il principio gerarchico-autoritario trova nelle forze armate la sua espressione più rigida e più coerente, per cui quelli che fanno parte di questa gerarchia hanno ampie occasioni di esercitarsi alla sottomissione all’autorità altrui e di esercitare a loro volta la propria. D’altra parte il militarismo si accompagna, per lo più, a progetti di espansione militare e di assoggettamento di altri popoli, che forniscono la migliore occasione all’esplicazione degli istinti sadici e aggressivi che sono caratteristici della personalità autoritaria.
Kühnl sottolinea, però, che, accanto a questi motivi di ordine psicologico o ideologico, operano anche direttamente, nella genesi e nello sviluppo del militarismo e dell’imperialismo, motivi di ordine economico e utilitario (come abbiamo già in precedenza accennato). Anche se, naturalmente, i benefici maggiori della politica di espansione e di guerra vanno ai gruppi economici e sociali dominanti, anche i ceti medi e perfino, entro certi limiti, le classi lavoratrici e subalterne, possono ragionevolmente sperare di trarne qualche vantaggio, migliorando in una certa misura le proprie condizioni a spese dei confratelli più sfortunati di altri paesi. Anche se, in ultima istanza, questi calcoli sono destinati a rivelarsi illusori e fallaci (ma questo vale, fino a un certo punto, anche per le classi dominanti), essi possono tuttavia trovare una verifica e una conferma apparente nei successi che la politica aggressiva e sopraffattrice dei paesi militaristi e imperialisti può celebrare a breve o a media scadenza.
Sta di fatto, in ogni caso, che è proprio su questa base (la mobilitazione di tutte le energie collettive in una politica di riarmo e poi di aggressione coloniale e imperialistica), che si è realizzata l’unità d’azione della classe dominante e delle classi dipendenti o soggette (che esse siano state attivamente complici o più semplicemente succubi e passive nell’esecuzione di questa politica) nei paesi in cui i movimenti fascisti si sono affermati e sono giunti al potere, e che essi hanno potuto trascinare e coinvolgere nell’avventura criminale e rovinosa della guerra.

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In una breve conclusione riassuntiva, in cui è tenuto presente soprattutto il modello del nazionalsocialismo tedesco, l’autore di questo studio sottolinea la natura profondamente conservatrice dell’ideologia fascista, che tende a considerare le condizioni sociali che si sono formate storicamente (e che sono quindi ulteriormente modificabili) come qualcosa di naturale, di immutabile e di originario. (Questo aspetto è forse meno spiccato nel fascismo italiano, su cui ha esercitato una certa influenza lo storicismo idealistico di Gentile, mentre è certamente in primo piano in quello tedesco, in cui anche la rivoluzione nazionale, la conquista dello spazio vitale e il «risanamento del mondo», e cioè la prospettiva rivoluzionaria del movimento nazionalsocialista, tendono a configurarsi come la restaurazione di uno stato di cose – o, per così dire, la verifica e la ripetizione di un mito o di un archetipo – originario: che è l’aspetto arcaico e pagano che lo contraddistingue in modo particolare rispetto a tutte le altre specie di fascismo). La sinistra, che vorrebbe «cambiare il mondo», appare quindi come un elemento nocivo ed estraneo alla vita, che deve essere sradicato e sterminato senza pietà. La componente attivistica del fascismo, che lo distingue dalle ideologie conservatrici tradizionali, può quindi trovare sfogo solo in quest’opera di repressione e di «pulizia» interna, o nelle imprese di conquista e di espansione programmate e realizzate in sede di politica estera. La dinamica interna della società doveva rimanere congelata e bloccata in uno schema immobile, nella liturgia quasi mitica del regime, e far posto alla dinamica esterna dell’assoggettamento delle razze inferiori e della conquista del mondo (in cui avrebbe trovato la sua piena realizzazione e conferma la superiorità naturale dalle «razze nobili» nei confronti di tutte le altre).
Tornando ancora una volta al problema della base o del referente sociale delle ideologie fasciste, Kühnl osserva che esse si adattavano soprattutto, come abbiamo già visto, alla mentalità dei piccoli proprietari minacciati dall’evoluzione economica; ma che esse potevano trovare corrispondenza anche in altri gruppi delusi e malcontenti, che cercavano un punto fisso e sentivano il bisogno di sfogare i propri impulsi aggressivi, ma che non avevano la lucidità necessaria per comprendere le cause reali dei disagi sociali che li affliggevano. Il fascismo esercitava una particolare attrazione sui falliti e sugli elementi sottoproletari, che sono regolarmente presenti nelle squadre dei picchiatori fascisti; ma la sua propaganda non era meno efficace nei confronti di certi gruppi di lavoratori dipendenti (in particolare sui «colletti bianchi» del ceto medio), o su quei lavoratori che non erano legati alle organizzazioni del movimento operaio e che difettavano di coscienza di classe (come una parte dal lavoratori agricoli, degli operai delle piccole aziende e dei disoccupati). Tutti questi gruppi si ritrovano in modo abbastanza puntuale nella composizione sociale dei movimenti fascisti.
Per quanto riguarda, infine, i programmi, il fascismo è stato quasi sempre molto generico e indeterminato, limitandosi a formulare l’obbiettivo della conquista del potere e riservandosi di stabilire poi di volta in volta gli obbiettivi ulteriori a seconda delle necessità e delle circostanze. Più precisi i capi e i teorici del fascismo furono, fin dall’inizio, sui problemi della politica estera, in cui non fecero mistero del loro propositi espansionistici e imperialistici (anche se magari, per qualche tempo, furono costretti ad accantonarli o a porli in secondo piano, come fece Mussolini nel primo decennio del suo regime). Ma la funzione che il movimento fascista svolgeva effettivamente nella politica interna era in realtà estremamente precisa ed univoca: tutta la sua politica era rivolta contro le organizzazioni operaie, e, nella lotta politica pratica, l’antisocialismo aveva il sopravvento su tutti gli altri elementi dell’ideologia fascista. La prima e la principale conseguenza che l’ascesa e l’avvento al potere del fascismo ebbe sia in Germania sia in Italia fu quella di distruggere dalle fondamenta tutte le istituzioni realizzate nel corso di mezzo secolo dal movimento operaio e di ristabilire il controllo esclusivo dei padroni sulla disponibilità materiale e sulla docilità politica della manodopera. Che questa restaurazione del dominio sociale della borghesia sia stata pagata al prezzo della rinuncia, da parte dei suoi partiti o gruppi politici tradizionali, ad esercitare direttamente il potere politico, e del riconoscimento del monopolio esclusivo (o, quanto meno, prevalente) del potere da parte del partito o della dirigenza fascista (è noto che su questo punto vi sono notevoli differenze fra la versione italiana e quella tedesca del fenomeno), non toglie nulla alla validità di questa constatazione fondamentale, che dev’essere tenuta presente in via preliminare in ogni considerazione o analisi del fascismo.


Lo Straniero

Trije ste

Miran Košuta

10/08/2016 | N. 194/195 – Agosto/Settembre

Walter Chendi

 

Un locale foglio satirico del secondo Ottocento, “Juri s puso” (“Giorgio con il fucile”), faceva derivare per celia l’etimo Trieste dal sintagma sloveno trije ste: siete in tre. Alludeva, quel burlesco apocrifo etimologico, a una verità storica però innegabile, alla convivenza cioè delle tre principali civiltà europee – latina, germanica e slava – che hanno trovato qui naturale confluenza, accogliendo poi nel tempo ulteriori anime identitarie o religiose. La multiculturalità, il plurilinguismo, la multiconfessionalità, l’ibriditudine sono stati per millenni – fino ai secoli dei nazionalismi che hanno reso Trieste una tragica periferia di inosmotiche compresenze – tesori inestimabili che hanno permesso alla pahoriana “città nel golfo” di dialogare, aprirsi al mondo, crescere: non solo culturalmente o linguisticamente, ma anche economicamente e socialmente. Trieste è stata Europa prima dell’Europa stessa, piccola Heimat “dei tre”, cergolyana urbe “del sì, del da, del ja”. Per secoli. Tant’è che persino un irredentista e interventista convinto come Scipio Slataper, pur non esitando a sacrificare nel 1915 la sua giovane vita per l’italianità delle terre adriatiche, osservò con acume come “ogni cosa è duplice o triplice a Trieste, cominciando dalla flora e finendo con l’etnicità”.

Ma allora: perché persino nel millennio globale di internet, nell’Europa senza frontiere di Schengen, Trieste continua a palettarsi di vecchi e nuovi confini? Perché vi si vive nebeneinander tra italiani, sloveni, ebrei, greci, croati, serbi o cinesi e non ineinander, gli uni accanto agli altri e non gli uni negli altri? Perché la mutua conoscenza è qui ancora utopia, la toponomastica plurilingue chimera, il bilinguismo uno spauracchio? Perché non posso svoltare nel centro città da via Rossetti in, poniamo, via Kosovel o via Trubar? Perché, sebbene triestino da generazioni e cittadino italiano a tutti gli effetti, devo vedere il mio cognome storpiato senza pipetta sul codice fiscale o sulla tessera sanitaria? Perché non constato finalmente attuati tutti gli articoli della Legge 38 sulla tutela dell’autoctona minoranza slovena che l’Italia ha emanato nel 2001, salvo poi disattenderla ampiamente per quindici anni  sbeffeggiando se stessa e il suo presunto stato di diritto? Perché devo sentirmi straniero a casa propria, bettiziano “fantasma” di una comunità che, pur contando secondo un documentato volume di Pavel Stranj 49.000 appartenenti nella sola provincia di Trieste, appare tuttoggi “sommersa”? Perché invece di dialogare, cooperare, costruire insieme ponti, conoscersi, frequentarsi, plasmarsi a vicenda, italiani e non italiani, ortodossi e cattolici, carsolini e cittadini continuiamo a scrutarci da lontano con sospetto, quando non addirittura a riconcretare con allucinante, anacronistica scleroticità quell’eterna domanda di Montale: “E a Trieste vi odiate ancora così tanto?”

Vite parallele, lamentai tempo fa con Plutarco. Mondi isolati e autarchici, inosmotici, a stento comunicanti. Non sempre, ma in prevalenza. Aveva santissima ragione il vetriolico Bobi Bazlen nel criticare la metafora di crogiolo appioppata da Slataper alla mercuriale, plurietnica Trieste perché, come disse, “a Trieste, che io sappia, un tipo fuso non s’è mai prodotto”. La tanto sbandierata multiculturalità, la proverbiale mitteleuropeità cittadina, mitizzato retaggio di un simbiotico passato, è rimasta negli ultimi due secoli dicotomica, parallela compresenza di diversità sul medesimo territorio. Senza sfociare nel suo naturale estuario evolutivo: l’interculturalità, la fattiva integrazione culturale, il concreto interscambio di conoscenza tra popoli, società, mondi contigui e diversi che, implementandosi a vicenda, incorporano nel proprio specifico sé anche l’Altro, il vicino, la sua storia, la sua lingua, il suo pensiero, la sua alterità. A ben vedere, a ponderarla nel profondo in tutta la sua complessità, a scrostare dall’erma di San Giusto la dorata retorica del mito, la Trieste di oggi racconta infatti di sé una realtà ben diversa dalla favola storica del “volemose ben” propinata all’ignaro turista dai patinati dépliant di circostanza…

C’era una volta nel golfo più settentrionale del Mare superum un borgo con poche migliaia di anime. Vi dimoravano in armonia pescatori e mercanti, villici e patrizi, Martin e Nicolò, i Babic e i Marenzi. Il borgo è cinto da spesse mura medievali, ma aperto alle diversità: nel Duecento, accanto ai locali patrizi di stirpe romana, firmano obbedienza al veneziano doge Dandolo anche i concittadini Dietmarus, Adalgerius, Soboslav, Stanko, Belica…; nel Cinquecento il vescovo Pietro Bonomo commenta in latino, italiano, tedesco e sloveno ai discepoli della sua corte – tra i quali anche a un giovane Primoz Trubar, futuro padre della letteratura slovena – le opere di Erasmo, Calvino e Virgilio; nel Seicento i nobili delle locali casate sono poliglotti, leggono il Vocabolario italiano e schiavo di frate Gregorio Alasia da Sommaripa, conservano nelle loro biblioteche libri protestanti stampati in cragnolino, corrispondono tra loro anche in sloveno, la lingua del più vasto circondario rurale che inizia a un tiro di schioppo dal campanile di San Giusto.

Poi viene l’editto. La sovrana volontà di sua maestà imperiale Carlo VI. Senza particolari meriti, per scelta strategica e caparbia dovizia di finanziamenti, nel 1719 Trieste diviene porto franco. Nasce dall’utero artificiale della politica l’emporio dei traffici, la città mercuriale. In breve l’inurbamento di genti e mestieri si fa vorticoso. Vengono da ogni dove, dalle terre dei quattro venti, ma – come naturale – principalmente dall’hinterland più immediato: dal Carso, dal Goriziano, dall’Istria, dal Friuli, dalla Carniola, dalla Carinzia. Arrivano bottai, fabbri d’ancora, marangoni, sarte, muratori, scalpellini, serve, commercianti, dottori, impiegati, funzionari, capitani d’industria, ma anche faccendieri, avventurieri, truffatori, attratti come sono dalle ampie guarentigie assicurate in loco dagli Asburgo per armare di braccia la voracissima attività portuale. Così, la popolazione triestina registra una vertiginosa impennata. Nell’arco di appena due secoli si decuplica: una, due, tre volte. La città cambia aspetto, diventa plurietnica. La abitano, riferisce già nel 1761 Tomaso d’Ustia, “varie Nacioni”, come quella “Allemana” o “Greca”, qui stabilite “per ragione del Porto franco”, comunità che si affiancano alle due principali etnie autoctone: l’italiana e la slovena.

La prima è storicamente indigena, maggioritaria, socialmente e linguisticamente dominante, la seconda invece minoritaria, soggetta all’assimilazione, socialmente e culturalmente debole, ancorché, rivela Pavle Merkù nel volume Storia economica e sociale di Trieste, “massicciamente presente nel territorio circostante la città, ma pure, e in misura rilevante, nella città stessa” sin dall’XI secolo. Nel bailamme del suq emporiale triestino due fattori aggreganti comunque s’impongono: da una parte l’egemonia sociale e politica del patriziato prima e della borghesia imprenditoriale poi, dall’altra il predominio linguistico dell’italiano nella sua duplice veste di veneziano coloniale, lingua franca dei traffici, e di dialetto tergestino, duttile vernacolo di casa tanto nelle osterie di Riborgo o Rena vecia quanto negli austeri uffici del Lloyd. A questo punto Trieste potrebbe davvero diventare il crogiolo vagheggiato da Slataper, il melting pot preamericano.  E invece…

Dopo la breve parentesi illirica di Napoleone arriva il 1848, la “primavera dei popoli”, il risveglio delle coscienze nazionali. E con esso inizia ad accrescere la sua statura culturale, sociale, politica ed economica anche il Davide sloveno. Da lattaie, “pancogole” e carradori, da “buoni selvaggi” di rousseauiana memoria, i “barbari” che Pacifico Valussi vedeva diventare italiani non appena illuminati dalla luce della civiltà, i “mongoli dagli zigomi duri” di Slataper iniziano a tramutarsi con rapidità anche in avvocati, imprenditori, banchieri, vescovi, insegnanti, medici, letterati, incamminandosi per la strada di Marbod, il barbaro jazigo protagonista del romanzo Nel vento della Sibilla del contemporaneo Alojz Rebula che, assimilando la sapienza dei legionari conquistatori, diverrà il liberto Nemesiano, illuminato homme de lettres e dominus romano. Cossiché, quando il 1904 materializza nel cuore della città dalla matita del celebre architetto Max Fabiani il Narodni dom, centro culturale, sociale ed economico degli sloveni triestini, la sorpresa delle locali élites italiane e tedesche ricorda da vicino l’attonita battuta dei colleghi bancari di Italo Svevo nell’apprendere delle sue inclinazioni letterarie: “Chi? Quel mona de Schmitz?”

Con i 58mila sloveni residenti certificati dal ripetuto censimento austroungarico del 1911, che attribuiscono a Trieste la palma di prima città slovena a dispetto della stessa Lubiana, lo spettro dell’egemonia demografica, sociale, culturale, economica, finanziaria e politica del vicino si materializza minaccioso e concreto. Il pericolo slavo è ormai alle porte. Talché, da parte italiana, non si teme più soltanto la germanizzazione omologante della burocrazia statale austroungarica, ma anche quel grande, informe mare etnico che inizia alla periferia cittadina e pare estendersi infinito verso est fino a Vladivostok. Scocca l’ora della concorrenza, dell’astio, degli opposti nazionalismi. Da una sponda si anela all’Italia, dall’altra alla “Zedinjena Slovenija”, la Slovenia unificata sotto l’egida degli Asburgo. Il delicato equilibrio etnico della Trieste preemporiale è irrimediabilmente incrinato. L’antica conoscenza dello sloveno da parte della maggioranza svanita come neve al sole. “La non conoscenza, il classismo, il razzismo”, chiosa sul rapporto tra italiani e sloveni proprio il citato Rebula,“hanno iscritto quel Hic sunt leones già molto prima delle foibe del 1945”. E sul ceppo di questo divario linguistico, culturale, sociale s’innesteranno poi nel Novecento fattori disgreganti ancora più traumatici: il macello della grande guerra con italiani e sloveni triestini perlopiù su fronti opposti, l’irredentismo, l’arrivo dell’Italia nel Litorale e la cesura del confine di Rapallo che amputa, stando ai dati di Lavo Cermelj, 350mila sloveni e 200mila croati dalla nazione madre, il fascismo, il rogo del Narodni dom incenerito già nel 1920 dagli squadristi di Francesco Giunta, i due processi del tribunale speciale voluto da Mussolini per soffocare col sangue nel 1930 e nel 1941 il primo antifascismo europeo dei fucilati sloveni e croati di Basovizza e Opicina, l’uragano del secondo conflitto mondiale con la Risiera trasformata dai nazisti e dai loro collaboratori fascisti nel primo e unico campo di concentramento in Italia, i quaranta giorni di permanenza in città dopo il primo maggio 1945 dei partigiani di Tito, salutati come liberatori dagli antifascisti sloveni e italiani ma visti da una parte dei triestini come occupatori cui imputare l’orrore erinnico delle foibe. E poi ancora in rapida successione: la contesa italo-jugoslava per Trieste, la pilatesca amministrazione anglo-americana di una città proclamata territorio libero dalle grandi potenze, la cortina di ferro, il biblico esodo degli “optanti” italiani dall’Istria e dalla Dalmazia prima e dopo il Memorandum di Londra del 1954, il loro risentimento verso la Jugoslavia socialista che, sfogato per transfert sugli incolpevoli slavi locali, alimenta per decenni le fortune elettorali della destra locale, le nevrosi di una città che reprimerà a forza nel proprio subconscio le sue molteplici alterità in favore di un’italianità all’apparenza omologante e monolitica, ma in realtà tanto insicura di sé da dover essere ribadita al superlativo: italianissima…

È così, cancellando a forza le tracce della sua passata diversità e riducendosi a desertico municipio mononazionale, che Trieste ha trasformato anche il conterraneo sloveno di ieri nello sconosciuto di oggi diventando forse la città più antieuropea del vecchio continente.

In un provocatorio saggio dal titolo Il multiculturalismo o la logica culturale del capitalismo multinazionale, pubblicato già nel 1995 ma ribadito nella sostanza anche in tempi e corsivi più recenti sul londinese “The Guardian”, il filosofo sloveno Slavoj Zizek ha accusato il multiculturalismo – inteso come “ibrida compresenza di mondi culturali ed esistenziali diversi” – di impersonare dietro la sua pur altruistica maschera d’umanità la “nuova barbarie” del capitalismo globale perché, predicando nell’ipocrita lingua del politically correct la tolleranza del diverso, la pace, la convivenza, favorirebbe in realtà l’integrazione etnica, religiosa o sociale indispensabile alla proliferazione del capitale multinazionale nelle composite realtà occidentali e di conseguenza il pacifico sfruttamento dei nuovi schiavi immigrati nei contesti nazionali d’adozione. Parlare di multicultura, di rispetto del diverso, di integrazione, avvalorerebbe dunque per paradosso proprio l’intrinseca logica imperialista del capitalismo sovrannazionale, accreditandolo sul piano teorico come dottrina economica dal volto equo, umano e compassionevole.

Non so quanta effettiva rispondenza generale, quanta verità e carne o, più semplicemente, quanto lacaniano gusto per l’ossimoro ci sia nelle pur stimolanti speculazioni teoriche di Zizek. Ma l’analogia concettuale con l’asserita multiculturalità di Trieste balza agli occhi lapalissiana. Anche qui infatti lo sproloquio soprattutto politico sulla cosmopolita, multietnica, dialogante città mitteleuropea ha continuato a celare lungo l’intero Novecento fino a tempi non lontani una realtà diametralmente opposta: il monologo, il divario tra culture. Una distanza, mantenuta ad arte nel nome di una pervicace e interessata difesa del supremo “bene” nazionale – l’italianità di Trieste. Chi deteneva il potere politico da queste parti, chi era realmente in grado di incidere sulla vita dei cittadini – l’élite dirigente cioè della borghesia italiana liberale e imprenditoriale – alimentava scientemente e a scapito di ogni alteritudine per proprio capitalistico utile l’artificioso collante dell’italianità. Un tempo imponendo ad esempio il tergestino o il veneziano coloniale come comune, esclusiva lingua dei traffici portuali, poi, negli anni bui e totalitari del “secolo breve” di Hobsbawm assimilando brutalmente, reprimendo o eliminando ogni autoctona diversità interna invece di rispettarla o valorizzarla, e infine, nell’Italia democratica del secondo dopoguerra, spacciando a parole il proprio dominio provinciale per democratico, tutelante, multiculturale, ma senza mai renderlo effettivamente tale. Come nel più puro spirito gattopardesco: tutto cambiava nel mondo e tutto a Trieste rimaneva uguale.

Oggi i giovani figli italiani di quello scellerato apartheid culturale continuano a ignorare la diversità che li circonda, snobbano la lingua o la cultura del vicino, biascicano semmai da cosmopoliti scazonti il basic inglish del grande mondo, salvo poi perdersi a Sezana come a Novigrad nel cortile sloveno o croato di casa, sollevano un putiferio diplomatico internazionale, se un cortometraggio nemmeno visto osa proporsi al pubblico d’oltrefrontiera con l’ironico titolo di Trst je na… Come se, oltreché cento e mille volte italiana, Trieste non fosse davvero e fuor d’ogni ironia anche una città slovena, ed ebrea e austriaca e tedesca e croata e serba e greca e levantina e cinese e… Insomma: la nostra città, la città di tutti.

C’era una volta, conclude la fiaba, un porto di mare caro al cuore di tutti gli italiani. Una matrigna, l’Austria, lo rese il suo porto eletto, l’ombelico del mondo. Una madre, l’Italia, dopo averlo adottato, non seppe che farsene perché aveva già troppo mare, troppi porti. E così, da ombelico di un impero, il porto divenne “mesto na robu sveta”, come recita un verso del suo lirico contemporaneo Miroslav Kossuta, città al margine del mondo, periferia delle periferie, tradita nel suo più sacro amor filiale e condannata a un’inesorabile declino sul fondo di un budello dove nemmeno il treno ora vuole più addentrarsi…

Fin qui la triste fiaba di Trieste raccontata dalla storia. Ma sarà davvero questa la fine della bella addormentata nel golfo? Ci si rassegnerà dopo la finis Austriae anche alla finis Tergesti senza battere ciglio? Nonostante tutte le opportunità offerte dalla globalità contemporanea, dall’Europa, da Schengen, dalla caduta di muri e confini? Se – come immagino e auspico – la risposta di tutti sarebbe no, se al di là dei suoi mille fossati e confini l’odierna Trieste si ritroverebbe unita come un sol uomo nel grido di Kosovel “Vivere, vivere, vivere!”, allora la domanda sorge spontanea e inesorabile: Che fare?  Da dove iniziare?

Fra i molti possibili suggerimenti, tra le percorribili vie d’uscita ne scelgo una a mio avviso basilare, essenziale, proposta con lucida incisività da uno scrittore italiano che a Trieste ha vissuto e studiato per alcuni anni, Diego Marani. Ragionando su L’integrazione tra culture nell’Europa senza frontiere, il glottoteta di Tresigallo consiglia infatti: “Nel suo saggio Cosmopolitanism, Kwame Anthony Appiah fa l’elogio della contaminazione come motore di ogni coesistenza. Il combustibile di questo motore è il raccontare, il dire, il parlare. Per questo è essenziale che gli europei si parlino, che si raccontino le loro storie. Perché attraverso il raccontarsi ci si conosce, si capisce il punto di vista dell’altro, le paure e le speranze dell’altro. Valutare insieme storie ed eventi è per l’uomo uno degli strumenti essenziali di apprendimento. Narrare serve a trovare un allineamento nella percezione dei fatti ed è questa uniformità che mantiene saldo il tessuto di una comunità, che le permette di imbarcare diversità senza alienarsi da sé. Questo dovrebbe essere il primo passo da fare su questa frontiera. Che sloveni, italiani e croati potessero parlarsi, ognuno nella propria lingua, capendo quella dell’altro. Solo così potrà svilupparsi una memoria collettiva degli eventi che hanno diviso queste terre, che sia anche una totemizzazione della tragedia passata.”

E allora più e prima che attraverso la pur indispensabile economia, le necessarie infrastrutture viarie o il rilancio del suo ruolo portuale, è nella cultura che dovrebbe concretarsi il risorgimento di Trieste: attraverso il riconoscimento della sua slataperiana “doppia anima”, della sua effettiva multiculturalità, del suo essere una e plurima. Accantonato il multiculturalismo di facciata, occorrerebbero perciò politiche di sviluppo realmente interculturali, applicazioni concrete di tutele minoritarie finora disattese, osmosi internazionale, istruzione adeguata ai giovani perché possano apprendere la lingua, la cultura, la storia del vicino. Occorrerà dire, parlare, raccontarsi, dialogare non solo tra italiani e sloveni, Trieste e Capodistria, ma con e tra tutti. E occorrerà guardare con spirito emulativo all’Europa. Non quella ora angosciante del mai libero mercato, della crisi finanziaria, delle banche, dell’euro traballante, della disgregante Brexit, ma quella diversa, babelica eppure unificante dei popoli e delle culture, quella che tra i 45 milioni di appartenenti alle sue oltre cento comunità meno diffuse sperimenta anche positivi modelli di integrazione, quella di Spinelli e Schuman che porta iscritte da Ventotene a Lisbona nel proprio genoma fondativo frasi come “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze”. Solo così, un domani sperabilmente prossimo, i figli di questa città smetteranno di graffitare sui muri il solito, liso, razzistico, ma qua e là tuttoggi visibile “fora i sciavi” per sostituirlo forse con un’antica celia etimologica che parlerà però di speranza, integrazione e futuro: Trieste = Trije ste…

fonte: http://lostraniero.net/trije-ste/


“Ed è pace, fino al levarsi dell’alba.”

L’idea di pace nel Corano

Islam peace

 

 

 

 

 

Di Juan Cole 22 agosto 2016

Nei dibattiti contemporanei sulle origini del radicalismo musulmano e il carattere della religione, è importante tornare alla scrittura musulmana del Qur’an (talvolta scritto Koran). Come la Bibbia, il Corano contiene dei versetti sulla guerra e anche sulla pace, ma quelli sulla pace non sono stati apprezzati a sufficienza.

I musulmani credono che il Corano sia stato rivelato a Muhammad ibn Abdullah, un mercante della Mecca, situata sulla costa occidentale dell’Arabia, tra il 610 e il 632 dell’Era attuale. Muhammad (Maometto) è stato il primo di una lunga serie di profeti umani e di messaggeri da un solo Dio, in una linea che comprende Abramo, Mosè, Davide, Salomone, Giovanni Battista e  Gesù di Nazareth. I musulmani affermano che ogni apostolo di Dio, ha riaffermato l’unità di Dio e la necessità di avere fede e di vivere una vita morale. In ognuna di queste religioni, l’adesione  ai fondamenti dei Dieci Comandamenti dati a Mosè,  è necessaria, compreso evitare i peccati come    l’adulterio e l’omicidio.

Forse perché sorse durante una grande guerra nel settimo secolo tra gli imperi bizantino ed iraniano, la pace (al-salam) era una profonda preoccupazione per il Corano. Nel capitolo 97, il Corano commenta la prima rivelazione data al profeta nel 610, mentre meditava in una caverna sul Monte Hira, vicino alla Mecca. Parla di angeli che discendono e dello  Spirito Santo durante la notte del potere, quando la rivelazione fu fatta discendere; finiva con il verso. “Ed è pace, fino al levarsi dell’alba.” Questo verso identifica la notte della rivelazione , e quindi la rivelazione stessa, con la pace.  La pace, nelle lingue semitiche come l’ebraico e l’arabo, non è solo concepita come assenza di conflitto, ma come una concezione positiva di benessere. Il capitolo 97 dice che la rivelazione e la lettura della sacra scrittura porta pace interiore al credente.

Il Corano dice che Maometto fu mandato per avvertire il  suo popolo e il mondo, che verrà il Giorno del Giudizio quando le persone saranno fatte risorgere dalle loro tombe e giudicate da Dio. I buoni, cioè le persone della mano destra, andranno in cielo, mentre i malvagi saranno relegati tra i tormenti dell’inferno. Il Paradiso, depositario delle aspirazioni umane, è rappresentato dal Corano come suffuso di pace.

Nel versetto  ((āya)  34 del capitolo 50 (sūra)  il Corano dice che i virtuosi ammessi in paradiso vengono salutati dagli angeli con le parole: “Entrate in pace. Questo è il Giorno dell’eternità.” Il Corani ammette che la maggior parte di coloro che risorgeranno sono “antichi,” non “moderni”, cioè che la maggior parte degli abitanti del paradiso saranno Ebrei, Cristiani e membri di altre religioni. Questo paradiso musulmano multiculturale è descritto come rigoglioso e verdeggiante, con l’acqua che scorre e una cornucopia di delizie che vengono offerte. In 56:25-26 il Corano assicura che i credenti  “Colà non sentiranno parole offensive, né vaniloqui, ma soltanto: “Pace, pace.”

In paradiso, il 56:90-99 del Corano, promette: “Ed essi sono tra i compagni della mano destra, e saranno salutati con ‘La pace sia con voi,’ dai compagni della mano destra. E in 36:54-56 dice che dopo la Resurrezione: “Coloro che risiedono nel paradiso si diletteranno nelle loro occupazioni; essi e le loro spose si riposeranno all’ombra su alti letti. Mangeranno frutta e qualsiasi cosa chiedano. “Pace!” La parola giungerà a loro da un Signore misericordioso.” I commentatori hanno osservato che questo versetto sembra mostrare una progressione, dal piacere e dal riposo, alla frutta paradisiaca e infine al più alto livello del paradiso, dove Dio stesso augura pace e benessere a chi è stato salvato.

Questa parola arriva dal Signore perché, secondo la visione del Corano, ne esprime la sua stessa essenza. Il 59-23 del Corano rivela che pace è proprio uno dei nomi di Dio. “Egli è Dio, al di fuori del quale non c’è un altro dio; è il Re, il Santo, la Pace, il Difensore, il Guardiano, il Potente, l’Onnipotente, il Supremo.”

Nel periodo che va dal 612 al 622, quando gli antichi autori musulmani di cronache sostengono che i potenti arabi locali, devoti di divinità pagane tormentavano i primi credenti nel messaggio di Maometto, il 25:63 del Corano lodava “i servitori del Compassionevole che camminano sulla terra con umiltà e che quando gli ignoranti li deridono, rispondono: «Pace!» Augurare la pace a qualcuno è una specie di preghiera, sia nel Corano che nella Bibbia. Chiaramente il Corano lodava quei credenti che volgevano l’altra guancia quando venivano insultati e tormentati dai pagani alla Mecca.

Nel periodo che va dal 622 al 632, Maometto e i credenti si trasferirono nella vicina città di Medina a causa della persecuzione e si sentirono obbligati ad andare in guerra con gli aggressivi pagani della Mecca. Anche in pieno conflitto, però, la pace continuò a essere un obiettivo onnicomprensivo nel Corano che  impediva la guerra di aggressione nel 2-19 (āya): “E combattete nel modo di Dio con coloro che combattono con voi, ma non aggrediteli: Dio non ama gli aggressori.” Gli studiosi musulmani hanno osservato che questo verso proibisce implicitamente di uccidere i non-combattenti, compresi donne e bambini. Il  Corano in 8:61chiedeva che se il nemico  fa causa per la pace con termini giusti, la proposta è accettata: “E se sono inclini alla pace, dovresti esserlo anche tu e riporre la tua fiducia in Dio; egli è colui che tutto ascolta e che tutto conosce.” E in effetti, il conflitto con i Meccani fu alla fine risolto con dei negoziati e un trattato. Quando i credenti andarono al potere alla Mecca, non ci furono massicce rappresaglie. L’ex nemico venne accolto nella comunità,  malgrado lamentele da parte dei musulmani che avevano perduto dei cari amici in battaglia.

L’ideale di pace, pervade   perciò i concetti religiosi nel Corano. La rivelazione e la notte in cui arrivò,  sono la pace. La pace è il vertice del paradiso musulmano. Dio è pace. Mentre questi versi trattano ideali spirituali, hanno implicazioni per l’idea del Corano di un appropriato comportamento umano. Il Corano  chiaramente considera la propria descrizione del paradiso “in cui non si parla di peccato,” un modello per come la gente dovrebbe comportarsi in questa vita. In quell’ideale di comunità, sia i non-musulmani che i musulmani si salutano con preghiere per la loro pace e benessere. E in questo mondo, anche coloro che deridono e umiliano i credenti dovrebbero ricevere preghiere per la pace. Per chi cita il Corano solo parzialmente o in modo selettivo per giustificare la violenza, sembra chiaro che escludano alcune delle parti più importanti della scrittura.

Juan Cole è professore universitario di storia alla cattedra intitolata a Richard P. Mitchell presso l’ University del Michigan e, per il 2016,  ha la cattedra di: Countries and Cultures of the South (Paesi e culture del Sud), presso il John W. Kluge  Center. Autore o curatore di oltre 10 libri sul Medio Oriente, sta facendo ricerche presso Biblioteca del Congresso, per il progetto di  un prossimo libro, intitolato: “The Idea of Peace in the Qur’an.”

[L’idea di pace nel Corano].

Nota del curatore: la versione originaria di questo  articolo usava il termine “Radicalismo islamico” nel paragrafo iniziale. E’ stato  corretto in “Radicalismo musulmano” su richiesta dell’autore.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.znetitaly.org

fonte: http://znetitaly.altervista.org/art/20747

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/the-idea-of-peace-in-the-quran