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E Wolfe bruciò Darwin

Così “Il regno del linguaggio” fa a pezzi l’evoluzionismo. Soprattutto quello di Noam Chomsky

di Mattia Ferraresi per il Foglio he ringraziamo

Per Tom Wolfe le tesi di Darwin e Chomsky sono ambiziose, ambiziosissime, non s’accontentano di spiegare un fenomeno ma illuminano il noumeno che dà ragione di tutti i fenomeni specifici

All’apparire sullo scaffale dell’ennesimo libro di Tom Wolfe la domanda che sorge è: chi è questa volta la vittima sacrificale del suo sarcasmo? Chi finisce sulla graticola del giustiziere con la giacca bianca? I pacchiani mercanti d’arte del Miami Art Basel? I padroni dell’universo? Gli eunuchi di Wall Street? I benpensanti di Harvard? I nazisti dell’Illinois? Gli intellettuali liberal che dovevano espatriare definitivamente all’elezione di George W. Bush e alla fine, pur titubando e soffrendo, non si sono mai mossi dall’Upper West Side? Gli idoli polemici di “The Kingdom of Speech” sono più ambiziosi di tutti questi, appartengono addirittura al “consesso degli immortali”, tentare di volare più alto significa condannarsi a sbattere la testa contro il soffitto dell’olimpo: si tratta nientemeno che di Charles Darwin e Noam Chomsky.

 

Nulla nella biologia ha senso se non alla luce della teoria dell’evoluzione”, scriveva il biologo Theodosius Dobzhansky negli anni Settanta, incoronando l’evoluzionismo non già come teoria valida e difendibile nel variopinto insieme delle teorie intorno alle origine della specie umana, ma come uber-teoria, infrastruttura teorica che delimitava i confini della legittimità di una proposta scientifica in merito alla biologia. Ogni altra teoria, dalla genetica di Mendel all’antropologia di Ian Tattersall, va rigorosamente sussunta e ricompresa in quella teoria dell’evoluzione che ha l’ambizione smisurata e onnicomprensiva di diventare una “teoria del tutto”. Altrimenti non esiste. Ciò che non è letto alla luce della teoria dell’evoluzione non ha senso, è la formula inversa del motto di Dobzhansky, e sembra di imbattersi in un derivato del “tutto ciò che è razionale è reale” di Hegel: tutto ciò che non è darwiniano non è reale, è un esecrabile residuo della storia della biologia. In questo senso, la “grammatica universale” di Chomsky è il massimo della realtà, poiché è il massimo dell’evoluzionismo, è il suo figlio più brillante e promettente dal momento che si cura di formulare un’ipotesi interpretativa attorno alla più complicata, inspiegabile, impenetrabile, peculiare, intricata e potente delle facoltà umane: il linguaggio.

 

Noam Chomsky

 

Wolfe dice che “presto il linguaggio verrà riconosciuto come il quarto regno della terra”: il regno degli animali, dei vegetali, dei minerali “e ora il regnum loquax, il regno della parola, abitato soltanto dall’homo loquax”. La capacità di parlare, organizzando il mondo in termini simbolici, è il grande vantaggio qualitativo dell’uomo sull’animale, il luogo intimo del suo trionfo. L’animale comunica, l’uomo parla. Senza linguaggio non ci sono numeri, non c’è passato né futuro, non esiste possibilità di panificare, di costruire, non c’è progressione tecnologica né accumulazione del sapere, non ci sono sogni né inferenze logiche, non c’è un rapporto compiuto, tridimensionale con la realtà perché nemmeno si riescono a mettere a fuoco le nozioni di spazio e tempo, non c’è il senso della durata ma soprattutto non esiste un “io”, un’autocoscienza che dà senso a tutte queste attività: “Il linguaggio, e soltanto il linguaggio, dà all’uomo la possibilità di farsi domande sulla propria vita, e anche di togliersela. Nessun animale si suicida”, scrive Wolfe.

 

Chomsky aveva risolto tutte queste cose già in giovane età, quando ha conferito stato di scienza hard a quell’incerto strumento di indagine che è la linguistica, rifondandola completamente attraverso l’idea che il linguaggio è una funzione innata e universale dell’uomo. La specie è dotata di un organo linguistico, collocato da qualche parte nel cervello, che ha struttura e funzionamento universali, si attiva in modi diversi e dà origine a molti idiomi differenti, ma non si tratta che di piccole varianti nel contesto di una sostanziale uniformità. Il venerato professore del Mit per decenni ha usato continuamente, ossessivamente l’esempio del linguista marziano che sbarca sulla terra e in quella che ai terrestri appare come una brulicante babele di lingue incompatibili sente soltanto diversi accenti o dialetti della stesso lingua, la lingua universale, impressa nelle strutture del cervello e che soltanto per secondari accidenti di tipo culturale e storico prende la forma dell’inglese o dello swahili. La sintassi ricorsiva garantisce l’universalità della grammatica umana, cosicché la teoria di Chomsky trova il suo posto d’onore all’interno della teoria del tutto darwiniana.

 

Alla luce della teoria dell’evoluzione, l’ipotesi innatista di Chomsky ha senso; e pazienza se le prove intorno alla natura, all’origine e alla fase evolutiva in cui questo organo linguistico ha fatto la sua comparsa sono vaghe o forse addirittura introvabili. E’ stato lo stesso Chomsky, accompagnato dal più autorevole consesso di firmatari sul tema, nel 2014 ad ammettere che: “Basandoci sullo stato attuale delle prove, sosteniamo che le domande fondamentali sull’origine e l’evoluzione della nostra capacità linguistica rimangono misteriose, con incertezze considerevoli intorno alla possibilità di scoprire evidenze rilevanti o conclusive che possano risolvere le molte ipotesi aperte”. L’articolo “The mystery of language evolution” è quello che “in una notte scintillante del 2016” ha attirato l’attenzione di Wolfe, il grande autore dalla curiosità onnivora che ha raccontato i vizi dell’élite, le stranezze della cultura popolare, i paradossi del mondo e dei suoi mondani abitanti; pur essendo un acrimonioso avversario della “conventional wisdom”, mai s’era avventurato in una disputa sull’evoluzionismo.

 

Chi dubita delle inclinazioni di questo homme de lettre per il metodo scientifico dovrebbe fare un salto alla New York Public Library, aprire i faldoni del suo archivio, estrarre una delle prima bozze del “Falò delle vanità” e guardare con attenzione negli angoli delle pagine. Si trovano proporzioni, calcoli di percentuali, divisioni fatte a mano con la cura di uno scolaro diligente: faceva di conto, Wolfe, per calcolare precisamente le commissioni che il suo antieroe Sherman McCoy e gli altri padroni dell’universo percepivano per le loro leggendarie transazioni. Wolfe ha letto l’articolo in cui i più grandi linguisti e antropologi del mondo ammettono di non sapere nulla del loro oggetto d’indagine, ma tuttavia non rigettano la teoria del tutto nella quale le loro più piccole teorie sono incastonate come brillanti in un anello, si è fatto alcune domande e ha scritto un saggio per trovare qualche risposta. La risposta fondamentale è che la super-teoria evoluzionista non spiega tutto, e soprattutto non spiega il linguaggio, che di questo tutto rappresenta tanto: “Dire che gli animali si sono evoluti nell’uomo è come dire che il marmo di Carrara si è evoluto e ha dato origine al David di Michelangelo”.

 

Dice quello: il gran scrittore s’è bevuto le teorie creazioniste e già che c’era s’è bevuto pure il cervello, per fare il bastian contrario s’atteggia a pastore battista del Mississippi, nel prossimo libro sosterrà che l’uomo non è mai stato sulla luna, che Obama è nato in Kenya, e magari perfino che Maria era vergine quando ha dato alla luce Gesù. Wolfe, invece, non ha abbracciato alcuna teoria creazionista. E’ ateo, com’è sempre stato, e ha una certa passione per la comprensione e il racconto della realtà, come ha sempre avuto. E per quanto concerne quell’immenso fulcro della realtà che è il linguaggio umano, trova che la teoria evoluzionista di Darwin e il contributo linguistico di uno dei suoi più brillanti pronipoti, Chomsky, stiano stretti. Le loro sono tesi ambiziose, ambiziosissime, non s’accontentano di spiegare un fenomeno ma illuminano il noumeno che dà ragione di tutti i fenomeni specifici: “Chomsky ha chiarito che stava elevando la linguistica all’altezza degli universali trascendenti ed eterni di Platone”.

 

Si scopre facilmente che lo scetticismo di Wolfe, atteggiamento che un tempo si sarebbe attribuito agli scienziati di stretta osservanza galileiana, fedeli al dato empirico e sospettosi verso il dogma, non è solitario. Qualche anno fa il filosofo Thomas Nagel, luminare dei processi cognitivi, degli studi sull’autocoscienza e del rapporto mente-corpo, in un saggio intitolato “Mind and Cosmos” ha osato criticare la validità dell’ipotesi materialista-darwiniana per spiegare qualunque fenomeno della realtà, pur senza trasformarsi nel solito pastore creazionista del Mississippi. Nagel era ateo e ateo è rimasto. L’“inquisizione neo-darwiniana”, come l’ha chiamata Leon Wieseltier, altro eterodosso difensore dei critici di Darwin, non gliel’ha perdonata, né avrebbe potuto: un conto è dissentire sulla pastorale darwiniana, un altro è negare il cuore del dogma. E il cuore del dogma è, appunto, il suo carattere dogmatico (esempio di sintassi ricorsiva perfetto per Chomsky).

 

Thomas Nagel

 

Steven Pinker, il cognitivista che di Chomsky è allievo e omologo, sulla sponda di Harvard, lo ha definito “lo scadente ragionamento di un pensatore un tempo grande”. Per il filosofo Daniel Dennett, Nagel si era mostrato finalmente per ciò che era: il membro di una “banda di retrogradi” il cui lavoro “non vale niente”. Per molti degli inquisitori, dogmatici nel loro scientismo, le critiche di Nagel non erano nemmeno degne di considerazione, perché cadevano al di fuori del campo della legittimità. Non essendo – né potendo essere – illuminate dalla teoria dell’evoluzione erano oscure, nulle, inesistenti. Chomsky aveva trattato allo stesso modo Daniel Everett, l’antropologo che nel mezzo dell’Amazzonia aveva scovato l’isolata e minuscola tribù dei Pirahã, che parla una lingua fatta di una decina di fonemi che non ha termini che indicano quantità, numeri, colori, senso del tempo, esibisce una sintassi non ricorsiva che non si conforma alla teoria universale di Chomsky, che con apodittica certezza classifica il linguaggio come potenzialità innata e senza distinzioni sostanziali fra una cultura e l’altra. Una sola tribù sul fiume Maici basta a mettere in crisi l’intero impianto innatista.

 

Sulla scoperta della lingua Pirahã, Everett ha fatto leva per sostenere la tesi del linguaggio come strumento culturale: un artefatto, come la punta di una freccia o un’architrave, un prodotto sofisticato che si costruisce nel tempo, per accumulazione di esperienze e rapporto con i dati naturali, non per semplice messa in atto di una potenza scritta da qualche parte nel cervello. “The Kingdom of Speech” è accomunato al lavoro di Nagel e di altri critici dell’evoluzionismo non tanto nelle conclusioni specifiche, quanto nella critica alla forma argomentativa su cui si concentra. Quello che Wolfe fa è dipingere, con le parole, una versione aggiornata della “Scuola di Atene” di Raffaello dove al posto di Platone c’è Darwin, circondato dal codazzo evoluzionista che segue il dito puntato verso l’alto, alla ricerca delle idee pure nell’iperuranio; mezzo passo dietro al maestro c’è Chomsky.

 

La “Scuola di Atene” di Raffaello

 

Dall’altro lato c’è la più sciancata e arruffata compagine di Aristotele, un agglomerato di “cacciatori di farfalle” dai nomi meno noti che con il dito puntato verso la terra si ostinano a cercare sul campo, nella realtà, quello che i loro avversari cercano soltanto negli uffici da cui non escono mai se non per andare all’aeroporto, dove prendono aerei che li portano in aule universitarie per ricevere lauree honoris causa. Il paradosso è che sono i professori con le camicie inamidate che non si staccano mai dal computer e non gli empiristi che s’immergono nella vita di tribù amazzoniche perdute a essere considerati i veri scienziati, quelli che hanno portato lo studio di un fenomeno a un grado di certezza e solidità superiore al precedente. Se l’idolo polemico primario di Wolfe è l’evoluzionismo, quello più remoto è profondo è il “cosmogonismo”, “la pulsione a rintracciare l’elusiva teoria del tutto, un’idea o narrazione che rivela che tutto nel mondo è parte di un singolo pattern”. Il cosmogonismo, il platonico dito puntato verso l’alto, è il peccato che accomuna Darwin e Chomsky.

 

La critica di Wolfe si articola su due livelli. Uno, più superficiale, mette a nudo i tic e gli istinti corporativi di due purissimi membri dell’establishment che sguazzavano nel consesso scientifico che contava nei rispettivi secoli, baronie lobbistiche che si proteggevano e si proteggono dando lustro alle tesi degli scienziati amici, alimentandosi per cooptazione, facendosi scudo con metodi paramafiosi tesi a innalzare i membri del clan e ad annichilire i cacciatori di farfalle senza pedigree. Darwin viene fuori come un “gentleman” che non ha mai avuto la necessità di lavorare un giorno in vita sua e che poteva contare sulla più incredibile macchina di pubbliche relazioni della storia della pubblicistica scientifica. Nel suo circolo si decideva chi pubblicava sulle riviste giuste e chi rimaneva nell’oscurità. Lo stesso vale per Chomsky, un rampollo della Harvard Society che ha brigato con infinita pervicacia per essere ammesso e poi osannato nella società scientifica che conta. In questo falò delle vanità accademico non è difficile simpatizzare per la sgangherata gang di Aristotele.

 

Ma a un livello più profondo la distinzione tracciata da Wolfe non è questione di ceto e status, ma fra cosmogonisti dogmatici e osservatori della realtà disposti ad accoglierne le contraddizioni senza soffocarle in una teoria del tutto. Com’era prevedibile, il conservatore Wolfe non ha parole gentili per il Chomsky politico, il consumato attivista anarcoide e anti capitalista che richiama gli intellettuali al loro ruolo di coscienza dolente dell’occidente affogato nei sensi di colpa. Chomsky si occupa di qualunque argomento, dal Vietnam all’11 settembre fino alla povertà e ai cambiamenti climatici, e forza discettare e lambiccare finisce che la colpa di ogni male è sempre dell’impero americano. E’ la sintassi ricorsiva di una grammatica politica universale. Caitlin Flanagan, che ha recensito sul New York Times “The Kingdom of Speech”, ha notato la doppia linea di attacco al Chomsky linguista e al Chomsky attivista, ma s’è persa lungo la strada il comune denominatore: “L’attacco di Wolfe a Chomsky – che lui chiama Noam Charisma – è preciso, feroce e non immeritato. Ma che cosa c’entra questo, Signore, con la questione del linguaggio? Pochissimo, grazie a Dio”. Ma il Chomsky che con il dito puntato verso il cielo cerca teorie politiche assolute e indistruttibili per spiegare chi governa il mondo e perché è lo stesso che conia teorie linguistiche assolute e indistruttibili per spiegare perché e come l’uomo parla.

Articolo pubblicato su Il Foglio che ringraziamo

Fonte: http://www.ilfoglio.it/cultura/2016/09/12/evoluzionismo-tom-wolfe-linguaggio-darwin___1-v-147269-rubriche_c303.htm

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Corsaro talentuoso

di Mario De CaroMario De Caro per il Sole24re agosto 2016

L’avventurosissima vita di Joseph Marie G., nato in Francia a inizio Ottocento, sono degne di un romanzo del suo amico Alexander Dumas.

A sedici anni si imbarca come mozzo per le rotte del Mediterraneo e inizia a peregrinare per il Mediterraneo e il Mar Nero. Per tre volte le navi su cui si trova sono abbordate e depredate dai pirati greci; poi il Nostro, giunto a Costantinopoli, si ammala. In Turchia rimane tre anni e per mantenersi dà lezioni di francese, italiano e matematica; quindi riprende i viaggi per mare e affronta ancora i corsari, venendo ferito. Nel frattempo comincia a collezionare cittadinanze: prima quella italiana, poi quella peruviana, poi quella sanmarinese; purtroppo, però, nonostante i tentativi, non riuscirà a ottenere quella statunitense. Si arruola nella Marina militare piemontese, ma presto diserta e, da procedura, è condannato a morte in contumacia. Riesce a sfuggire varie volte alla cattura; poi, fingendosi il marinaio inglese Joseph Pane, sbarca a Tunisi; poi è a Marsiglia, dove diviene volontario in ospedale durante un’epidemia di colera. Infine, italianizzato il suo nom de plume in Giuseppe Pane, si imbarca per l’America del Sud.

Sbarcato in Brasile, commercia in paste alimentari; poi si mette al servizio della neonata Repubblica di Rio Grande do Sul che cerca la secessione dallo Stato centrale. Il comandante João Manuel de Lima e Silva gli rilascia una speciale patente che lo autorizza a combattere la guerra corsara contro la marina brasiliana. Ingaggia molti combattimenti, cattura imbarcazioni nemiche, liberando gli schiavi che vi sono imbarcati, poi naufraga, viene ferito, arrestato, torturato. Quindi torna libero e riprende la guerra corsara, ma fa naufragio. Ripresosi, ricomincia subito a guerreggiare.

Le amanti non gli mancano, finché, navigando lungo la costa, con il cannocchiale avvista Maria de Jesus Ribeiro da Silva, vedova diciottenne. Scende a terra e le dice: «Tu devi essere mia!». Lei evidentemente acconsente, perché dopo un po’ si sposano. Lui le insegna a navigare, lei ad andare a cavallo. Intanto guerreggiano d’amore e d’accordo.

Poi, però, la repubblica di Rio Grande è annientata dal governo centrale. Il Nostro ottiene un bottino di guerra di mille bovini e, in cinquanta giorni, dopo un’epica transumanza di seicento chilometri, raggiunge l’Uruguay, dove la giovane repubblica è minacciata dagli ex-dominatori argentini. Viene subito nominato Colonello della marina uruguayana e ricomincia la vita da corsaro, navigando su e giù per il Paranà e il Rio de la Plata e affondando o catturando le navi argentine che incontra sulla sua strada. Nominato comandante di truppe di terra, ottiene una prodigiosa vittoria a San Antonio del Salto, contro forze dieci volte superiori.

Viene poi eletto deputato nell’Assemblea dei notabili dell’Uruguay; ma lui pianta tutto e se ne va a New York, dove lavora prima come salumiere e poi nella fabbrica di candele di Antonio Meucci, l’inventore del telefono.

Riprende poi il commercio marittimo. Trasporta tra l’America e l’Asia orientale le merci più varie: rame, lana, legname, grano, carbone. E anche guano, come annota, con scarsa empatia, il vicario apostolico di Hukwang: «G. è qui giunto dall’America con un carico della più eccellente Merda d’uccellame di quelle contrade». Nel frattempo, la sua carriera massonica è fulminante: diventa in breve tempo Gran Hyerophante del Rito di Memphis e Misraim, 33º grado del Rito scozzese e Gran Maestro del Grand’Oriente.

Un avventuriero con i controfiocchi, insomma. Se solo avesse messo i suoi talenti al servizio della causa politica italiana, chissà cosa sarebbe riuscito a fare!

Si sa che le rivoluzioni intellettuali, al pari di quelle politiche, incontrano sempre veementi resistenze. E così, mentre le menti illuminate spianano il cammino dell’umanità verso il futuro, le personalità più retrive rimangono abbarbicate a idee e concezioni ormai obsolete.

Recentemente, indagando negli archivi, è stato scoperto un esempio lampante di questa attitudine regressiva. Siamo alla fine del Seicento, quando ormai la gran parte delle persone di cultura ha accettato la nuova visione del mondo, basata sulla nuova scienza, e l’Europa procede a lunghi passi lungo la via della secolarizzazione. In questo periodo un Cavaliere di Sua Maestà, più volte membro del Parlamento, viene nominato Guardiano e poi Direttore della Zecca di Londra: manterrà quella posizione per una trentina d’anni, usandola come copertura di una moltitudine di attività segrete, tutte avverse alla rivoluzione scientifica.

Alla Zecca, il Nostro si dimostra inflessibile nell’inchiodare i falsari alle loro responsabilità: indaga con metodi brutali, talora anche illegali, per provare la loro colpevolezza e farli impiccare. Ma, come detto, questa attività pubblica ne nasconde un’altra. Come due secoli dopo scriverà, infatti, il grande economista John Maynard Keynes, il nostro zelantissimo Direttore della Zecca altri non è che l’«Ultimo dei Maghi»!

Nel segreto del suo laboratorio, egli compie un gran numero di esperimenti di carattere alchemico, ispirandosi all’Introitus apertus ad occlusum regis palatium, opera in cui l’occultista americano George Starkey, che l’aveva scritta sotto lo pseudonimo arcaizzante di Ireneo Filalete, andava alla ricerca della pietra filosofale. L’aspirazione che muove l’Ultimo dei Maghi è in parte diversa, ma non meno attardata culturalmente: studiare i processi organici per ritrovarvi il continuo intervento divino e riportare alla luce, per questa via, la prisca sapientia, ossia la Vera Religione e la Vera Scienza degli antichi Ebrei. Il suo impegno in questa impresa fu enorme: gli appunti di contenuto alchemico dell’Ultimo dei Maghi contano infatti oltre un milione di parole (l’equivalente di 2mila articoli di giornale).

L’alchimia però non gli basta per contrastare il razionalismo della scienza moderna. Il Nostro si impegna infatti anche in studi religiosi di un’incredibile inattualità, scrivendo oltre un milione e quattrocentomila parole (altri 2.800 articoli di giornale). E in questo modo, con bizzarrissimi calcoli basati sulle profezie bibliche, si convince che l’arrivo dell’Anticristo non avverrà prima del 2060, ossia 1.260 anni dopo l’incoronazione di Carlo Magno. La giustificazione, quanto mai antimoderna, di questo suo calcolo è che «se Dio fu così adirato con gli Ebrei perché non avevano esaminato più diligentemente le profezie che egli aveva dato loro per riconoscere Cristo, perché dovremmo pensare che ci scuserà se non esamineremo le profezie che ci ha dato per riconoscere l’Anticristo?».

Queste attività rimangono segrete, perché l’Ultimo dei Maghi teme di scontrarsi con il partito degli innovatori. Ma la sua avversione per i protagonisti della rivoluzione scientifica è profonda. Detesta la filosofia e la scienza di Cartesio. Litiga con i fratelli Bernoulli, eccelsi matematici. Diffama ferocemente Leibniz. Angaria l’Astronomo reale John Flamsteed. E odia il grande scienziato Robert Hook e, quando questi muore, fa in modo che il suo unico ritratto venga distrutto.

Insomma, chi meglio dell’Ultimo dei maghi incarna l’incapacità da parte degli intelletti più retrivi di comprendere una grande rivoluzione intellettuale?

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fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2016-08-19/corsaro-talentuoso-171839.shtml?uuid=ADq3Hlz


La Bologna del 2016

Oggi è un microcosmo lezioso e hipster, negli anni Sessanta era un laboratorio politico: di stalinismo. Lo ricorda un libro su una vicenda dimenticata di complotti e accuse tra dirigenti Pci

Articolo apparso originariamente su 24ilmagazine.ilsole24ore.com che ringraziamo.

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«Bologna è la Disneyland del Pci», avvisava qualche decennio fa un aforista anonimo da un muro del capoluogo emiliano. Oggi il Pci non c’è più, e la Disneyland è cambiata: una città nella città molto simile al favoloso mondo di Amélie, un microcosmo lezioso come certi album per bambini che in realtà sono stati scritti strizzando l’occhio ai genitori. È la Bologna in cui mercati gastronomici, illustrazioni stilizzate sul modello di una Francia immaginaria, e pedanti mode culturali (cinefile, noir, graphicnoveliste, poetico-teatrali, celatiane…), dimostrano quale sia il frutto più vistoso delle velleitarie specializzazioni umanistiche alimentate qui da quarant’anni. La sinistra, in questo perimetro semiotico, finisce not with a bang but a hipster, con eterni adolescenti carnevaleschi che indossano gli abiti di un Novecento edulcorato per proteggersi dal freddo del precariato lavorativo, affettivo, ideologico che hanno davanti. La Disneyland, insomma, esibisce un vintage al quadrato o al cubo: esistono ventenni fuorisede, splendidamente trasognati, che nei centri sociali di non so più quale generazione continuano a leggere Bifo.

Ma questo è appunto un microcosmo; solo, dato che la sua attività principale consiste nell’autorappresentazione, sembra molto più vasto di quanto non sia in effetti. Dietro le cerimonie culturali o sottoculturali, e dietro le difese di una piccola borghesia declassata che brandisce l’erudizione come status symbol (anziché liberare i classici dalla scuola, accademizza pure Andrea Pazienza) sta un cosmo più semplicemente malinconico. Dove mezzo secolo fa, copiando con intelligenza le idee dei loro avversari dossettiani, i comunisti s’inventarono il decentramento dei quartieri e costruirono periferie quasi scandinave, ora c’è una città che concepisce se stessa come un paesello dove tutto si svolge in tre o quattro incroci a pochi passi dalle torri, mentre il resto rimane al buio o è illuminato a sprazzi da eventi effimeri; per non parlare del fatto che dall’epoca Cofferati in poi le ordinanze da coprifuoco hanno svuotato anche il centro, così che in un comune scoperto di recente dai turisti, destinato a campare di studenti e spettacoli, nonché impegnato in una serie di pedonalizzazioni fin troppo brusche, dopo le dieci di sera è quasi impossibile mangiare, dopo mezzanotte difficilmente si beve, e se a ora di cena si cammina con una birra in mano si rischia una multa.

In questa Bologna, la vecchia “andata al popolo” dei servizi e della migliore cultura funziona ormai quasi soltanto in chiave monumentale o festivaliera, cioè politicamente capitalizzabile. Le piccole biblioteche, per dire, non hanno un euro: la possibilità che in una saletta della Barca o del Pilastro, chi è privo di risorse e vive chiuso entro pochi isolati trovi un libro che cambierà la sua esistenza, e magari attraverso la sua quella degli altri, è infatti tanto concreta quanto imprevedibile, e nessun amministratore potrà farsene un vanto. Altro esempio: i denari puntati su una concezione capolavoristica dell’arte fruttano dorate passerelle pubblicitarie per la sfilata della Ragazza con l’orecchino di perla, ma intanto si tagliano gli orari d’apertura di una Pinacoteca già deserta, malgrado contenga un riassunto didatticamente superbo della storia delle forme tra il Due e il Settecento. E che dire di una città in cui, mentre si preparano faraoniche cattedrali del cibo, si mangia mediamente malissimo, specie se non si hanno molti soldi da spendere e non si conoscono i negozi delle rare, pie sfogline d’antan?

L’attitudine locale a diffondere un benessere prosaico ma concreto si è ridotta a retorica. Certo, la longanesiana preferenza accordata all’inaugurazione, o alla pratica maldestra, anziché alla manutenzione capillare, non è un difetto solo bolognese. Qui, però, è più evidente proprio perché una Storia un po’ meno cieca del solito fa risaltare le carenze di oggi. Come dappertutto, ma con più spleen, anche a Bologna la politica arretra debole e stordita, lasciando il campo alle istituzioni economiche e a uno pseudoantagonismo animato da gruppi in cui la distanza tra credenze professate e abitudini di vita aumenta a vista d’occhio. Fondazioni e writers, per stare alla rappresentazione fumettistica di rito: da un lato il potere vero, dall’altro il disegno (e l’anticonformismo) quasi sempre falso; risultato, uno scontro dapochade. E se vogliamo fermarci un istante sulla vignetta, per quel che riguarda la street art ci si può chiedere cosa sia servito disfarsi di un’estetica da casa del popolo o del fascio per poi ritrovare sulle facciate dei palazzi lo stesso tratto greve e la stessa rozzezza allegorico-pedagogica, o in che modo tutto ciò si distingua davvero dalla progressiva kitschizzazione e hinterlandizzazione del paesaggio (le statue di padre Pio e di Lucio Dalla, i caffè centralissimi che sembrano importati dalla Riccione di viale Ceccarini…). Quanto ai poteri economici, ormai sono talmente forti, e le loro reti talmente estese, che malgrado iniziative a volte commendevoli, non possono non determinare un’inquietante privatizzazione del comune e non indurre a quella corruzione dolce, inavvertita, per cui a poco a poco, mancando spazi neutri o almeno non immediatamente permeabili alla loro forza, i gesti e le parole di chi lavora a costosi progetti politico-culturali o informa i cittadini si caricano di manierate cautele secentesche.

Ciò non significa che nella Bologna del 2016 non resti molto di buono. Per quanto i suoi movimenti siano inerziali e il suo tessuto pieno di strappi, il sistema dei servizi e dei corpi intermedi ha ancora una notevole solidità: e se spesso tende a troncare e sopire anche i conflitti sani, continua comunque a sviluppare positivi e sempre più necessari istinti d’inclusione, di accoglienza. Così, sul piano culturale, se da un lato trionfa una scolastica modaiola, dall’altro la vocazione archivistica arricchisce istituti benemeriti come la Cineteca; e sarebbe assurdo non riconoscere anche lo straordinario valore delle opere realizzate in questi anni da imprenditori non immemori dell’eredità olivettiana. In generale, poi, quando non viene mistificata dal bovarismo politico o estetico, l’abitudine a raccogliersi in collettivi o assemblee su studi e mestieri non merita facili ironie (all’incrocio tra intervento culturale e sociale, è particolarmente preziosa la piccola comunità riunita al Pilastro dalla Compagnia Laminarie del teatro Dom, un posto dove può capitare di vedere anziani patriarchi rom, pensionati e professori discutere socraticamente di Simone Weil).

Ma come si diceva qui è il passato – mitico o reale, pittoresco o veritiero – che induce a storcere il naso e a voltarsi di continuo indietro, magari un po’ gozzanianamente, per farsi una ragione del tramonto di un laboratorio amministrativo famoso nel mondo. Perciò a ogni polemica si torna a riavvolgere il nastro, e si riguardano le azioni principali alla moviola. Così, saltando il capitombolo di Delbono e la sinecura di Cofferati, ecco che si va a sbattere per l’ennesima volta contro il Trauma dell’anno 1999, quando la candidata Ds Silvia Bartolini viene sconfitta da Giorgio Guazzaloca, il macellaio che ha l’astuzia di lasciare in cantina i manifesti con Berlusconi e di presentarsi come la faccia bonariamente bottegaia di San Petronio. Ma la sua vittoria arriva in un’era nella quale del vecchio comune è rimasta in piedi ormai soltanto una scenografia di cartone, un trompe l’oeil dietro cui le aspirazioni personali e i pigli manageriali non sono più contenuti dal Super-io della disciplina comunista e dal duttile ma radicato imperativo del welfare classico. I democratici di sinistra dei pieni anni Novanta sono divisi tra il sindaco uscente Vitali e il segretario Ramazza: cognome antifrastico il primo, omen il secondo, essendo il Ramazza destinato a spazzare la federazione che tremare il mondo fece e a traslocare da Palazzo Marescotti, la sede cinquecentesca di via Barberia acquistata nel dopoguerra da una nobildonna e ceduta con perfetto simbolismo al Dams. Lo storico dell’arte Eugenio Riccòmini racconta che per la festa d’addio gli fu difficile convincere gli ex compagni a esporre almeno una bandiera con falce e martello: a poco più di un lustro dalla fine del Pci, i diessini faticavano persino a nominare il vero inquilino di quelle sale sontuose, allegramente incuranti di una secolare lezione sul ritorno del rimosso. I busti di Lenin che campeggiavano in tutti gli uffici erano già spariti nel ’90, dalla sera alla mattina, e così il leggendario ritratto in cristallo di Stalin, un Graal di tre quintali inseguito invano tra sezioni e campagne da un cronista di razza come Jenner Meletti. Allo stesso modo, abituati a quelle che Fortini chiamava le periodiche immersioni in Lete e Eunoè, durante la Seconda Repubblica i postcomunisti cancelleranno Occhetto e la Bolognina (il quartiere del nuovo municipio, coi suoi orrendi monumenti, spiazzi, graffiti), elaborando ampie e pompose riflessioni sul passaggio da Berlinguer-Craxi a Ulivo-Pd come se la svolta non fosse mai esistita, e confermando quindi che se la mentalità bottegoscurantista continua a riproporsi è perché non c’è stata nessuna Aufhebung.

 

Stalinismo anni Sessanta

Ma l’occhio di chi voleva prevedere il sol dell’avvenire, e ora per contrappasso è costretto a un torcicollo da Angelus Novus, cerca di risalire ben oltre la Cosa: il rewind del film cittadino si spinge fino al lungo, dorato crepuscolo degli anni Ottanta, in cui Imbeni ha gestito un’eredità già così matura da avvizzire, e poi su su fino a Zangheri, alla emblematica e sanguinosa rottura del ’77. C’è anzi chi va a cercare le prime crepe persino dentro la stagione del trionfo, nel cuore del decennio Sessanta. È il caso dell’ex giornalista di Repubblica Domenico Del Prete, che ha appena pubblicato con l’editore Pendragon Il processo di via Barberia. La requisitoria stalinista che annunciò la fine del Pci. Gli anni di questo sintomatico processo sono quelli della morte di Togliatti e del declino fisico di Giuseppe Dozza, il sindaco che ha traghettato Bologna dalla Liberazione al miracolo economico. Tramonta la generazione che saldava le origini primonovecentesche del partito alle prospettive del dopoguerra, e tramonta la dialettica che mediava elaborazione ideologica e Realpolitik. Nell’Italia neocapitalistica del boom, cultura e politica si separano. Su entrambi i fronti, l’egemonia passa agli specialisti. Evaporano, in sintesi, le prefigurazioni di un mondo totalmente altro: si tratta ormai di gestire l’esistente, di dare un volto umano al benessere. Nel frattempo il centrosinistra pone problemi inediti all’opposizione comunista, e soprattutto a quella sua componente per eccellenza pragmatica che è incarnata dagli amministratori locali. Anche a Bologna, alla gestione parsimoniosa delle risorse si sostituisce una politica di deficit: la «talpa keynesiana», spiega Del Prete, comincia a scavare. Si mettono in cantiere grandi infrastrutture, e si stringono inediti rapporti con banche e industrie: si allargano, cioè, le interdipendenze e magari le complicità tra i comunisti e i loro antichi avversari. È in questo clima che emerge il ceto dirigente dei nati intorno agli anni Venti, virtuosamente spartito tra gli ex operai specializzati, quegli artigiani curiosi e svelti a imparare che Guido Piovene ritrae di scorcio nel suo Viaggio in Italia, e gli intellettuali “compagni di strada”, i giovani assessori che in un celebre reportage uscito sull’Espresso nel 1963 Camilla Cederna definisce i «diamanti rossi»: come l’avvocato d’affari Umbro Lorenzini (legale del petroliere Monti, l’editore del Carlino), lo storico Renato Zangheri, e il burbanzoso urbanista trasteverino Campos Venuti, che appena arrivato sotto le torri per ordine di Alicata inizia a salvare i colli dalla speculazione, a rivalutare il centro e a progettare periferie vivibili.

Nel partito, la nuova generazione ha cominciato a imporsi già dal 1959. I suoi uomini di punta guardano ad Amendola, il leader della destra che invita esplicitamente a smettere di lustrar divise per una rivoluzione che non ci sarà, e a costruire il cambiamento giorno per giorno. Tradottobernsteinianamente in bolognese: l’amministrazione è tutto. Tra questi amendoliani spiccano Guido Fanti, segretario provinciale, e Mario Soldati, segretario cittadino. I due, a quanto pare, non potrebbero essere più diversi. Dal mosaico di testimonianze raccolte da Del Prete, di Fanti esce un ritratto abbastanza simile al ricordo che ne coltivano molti bolognesi: un politico di razza, lungimirante e astuto, ambiguo e riformatore, che forse sarebbe stato in grado d’incidere anche sulla direzione nazionale (ma a Botteghe Oscure gli emiliani sono stati trattati quasi sempre come quadri, come muscoli del corpaccione comunista da tenere a giusta distanza dalla testa). Soldati invece è un ex partigiano spregiudicato e fascinoso, senza studi alle spalle, e la sua supposta doppiezza somiglia più a quella dei personaggi inventati dal romanziere omonimo. Ma l’aura romanzesca che lo avvolge dipende anche da un fatto più banale e sinistro: avendo perso la sfida della leadership, ed essendo stato radiato dal gruppo dirigente, la sua memoria è rimasta sepolta per decenni.

A un certo punto, infatti, il fronte dei rinnovatori è andato a cozzare contro i niet romani e si è spaccato. La crisi arriva nel cruciale 1963, quando questa specie di neoavanguardia organizza una conferenza delle regioni rosse a Perugia azzardando il passo lungo: apertura al centrosinistra e proposta (avanzata da Fanti) di riformare lo statuto del Pci per attenuare il centralismo democratico e procedere verso un partito federale. A reprimere la fuga in avanti interviene subito Ingrao; e Togliatti lo approva in silenzio, per preservare l’equilibrio tra le opposte spinte centrifughe che agitano il mastodonte comunista. Allora Fanti arretra, attende, nasconde la strategia sotto la tattica come fa ogni professionista di quella politica paludata; mentre Soldati, che già alla conferenza aveva giocato da guascone, pigia ancora sull’acceleratore, e forse (forse) tenta di imporre un’egemonia personale sulla federazione bolognese. È a questo punto, mentre si aprono i giochi per la successione a Dozza, che il segretario provinciale sacrifica quello cittadino, considerato ormai una pericolosa zavorra.

Siamo al 1964, l’anno in cui il Bologna calcio prima è azzoppato da un’equivoca accusa di doping, poi vince lo scudetto. A Palazzo Marescotti il casus belli cade nel mezzo di un comitato federale. Nelle forme, la sua gestione è lontana da noi anni luce; ma vicinissimo, a pensarci, è il modo in cui un incidente minimo, anzi un mero venticello di calunnia stronca di colpo una carriera politica. Dunque, ecco i fatti. Durante una spaghettata a casa dell’operaio Sasib Antonio Panieri, un funzionario vicino a Soldati riporta una voce su presunti comportamenti sessuali “immorali” di Lorenzini, il candidato sindaco in pectore. Su questa voce, in ossequio alla più o meno strumentale sessuofobia di partito, la direzione monta subito un caso. E lo monta, in sostanza, per indicare nei soldatiani dei maldicenti, degli intriganti frazionisti; ma non certo per stroncare sul nascere le dicerie contro Lorenzini, dato che la recita protocollare dello sdegno non può che amplificarle, incrinando la reputazione della vittima che si ostenta di difendere. Così, mentre mette sotto processo Soldati e i suoi, Fanti sgombera il campo anche dalla candidatura dell’avvocato: e di lì a poco, guardacaso, toccherà a lui sostituire Dozza, prima di diventare il primo presidente della Regione. Ovviamente tutto questo accade in un partito senza primarie, e in un regime di trasparenza tipicamente clericale: ogni candidato parla di una sua possibile nomina come di un calice amarissimo. L’opposizione è quindi sotterranea, strisciante; pesano le parole e i gesti anche più cauti, in una parodia semiseria della prassi esteuropea. Il prudente Zangheri, ad esempio, fiutata l’aria si ritira nel fortino universitario e si trasferisce a Londra per un po’. Intanto, un pugno di soldatiani o presunti intriganti viene sospeso dalla federazione, allontanato dall’indotto sindacal-cooperativo, nonché ammonito con piglio serenamente anticostituzionale di non «rendere ovunque, a voce o per iscritto, e in qualunque sede, anche diversa da quella del partito, sia pubblica che privata, dichiarazioni politiche». Quanto a Soldati, prima ottiene un parcheggio all’assessorato per il decentramento, poi, al termine di un processo sopportato come una fatalità cui è vano opporsi, sparisce da via Barberia: morirà appena un anno dopo, in un incidente notturno sulla via Emilia.

I superstiti di quella vicenda, a seconda delle parti interpretate nel 1964 o dei racconti di seconda mano orecchiati in federazione, davanti alle domande di Del Prete oggi rivendicano, o giustificano, o accusano, o deplorano; e chi ha indossato la toga del giudice storna lo sguardo dai documenti processuali che il giornalista gli mette sotto il naso, rifiuta di rileggersi, invoca lo Zeitgeist. In una storia che non era più tragica e non era ancora farsesca, viene da chiedersi se e quanto gli attori avrebbero potuto comportarsi in modo diverso. La risposta, direi, è manzonianamente positiva: ma loro fanno capire che provarci avrebbe significato uscire dall’ecclesia fuori dalla quale non si dava o non vedevano salvezza. Del resto, per aggiungere un tocco al quadro d’epoca, Del Prete ci fa sapere che un’altra frase lasciata incautamente cadere davanti a una tagliatella e a un lambrusco (in questo caso, una frase pro Mao) costerà poco più tardi all’inventore della Cineteca Vittorio Boarini l’esilio in un freddo sgabuzzino di biblioteca.

Eppure, nei pieni anni Sessanta d’Emilia, le parodie staliniste non potevano non suonare grottesche anche a chi le recitava. Ma qui è Antonio La Forgia a cogliere il punto, quando ricorda che i riformisti amendoliani (i Napolitano, i Macaluso) volevano sì un rinnovamento della linea politica, ma in genere senza democratizzazione interna, e anzi sul piano della disciplina si rivelavano spesso i più rigidi. Stando alla testimonianza di un dirigente, sul caso bolognese Amendola avrebbe detto in seguito di non aver mosso un dito perché «quelle botte fanno bene». Così, il prezzo pagato da Fanti per inaugurare il nuovo corso e per soddisfare le sue legittime ambizioni fu il recupero dei più grevi metodi inquisitori. Difficile dire quanto abbia contato il cinismo da Realpolitik e quanto la volontà di arginare una vera o sinceramente creduta deriva personalistica del partito. Certo è che l’operazione riuscì: a Soldati toccò la damnatio memoriae, e il passaggio di testimone generazionale avvenne nel solco della tradizione, ossia senza scossoni troppo bruschi.

Di lì alla fine degli anni Settanta, con i progetti di Fanti e le ramificate applicazioni di Zangheri, si stabilizzò ed espanse un modello amministrativo ancora fondato sull’equilibrio tra “maestranze” e intellettuali: al posto di Campos Venuti Pier Luigi Cervellati (che tentò di restaurare alcune zone del centro storico, e fu accusato dal predecessore di eccessi filologici), il sornione affabulatore Riccòmini, Federico Castellucci, Adriana Lodi… E’ un modello noto a livello internazionale per gli asili, le pedonalizzazioni, i bus gratuiti, i servizi sanitari e sociali, i centri civici di quartiere. Anche qui, però, va meditata l’opinione di La Forgia, che vi contribuì quando era già rodato, dopo una giovinezza trascorsa nella sezione universitaria di San Vitale con l’enfant terribledel sindacalismo Claudio Sabattini. Dice dunque La Forgia che in quell’Italia in cui il rapporto tra governo democristiano ed enti locali comunisti diventava sempre più consociativo, e la spartizione delle influenze ratificava il blocco del sistema politico, anche l’osannato welfare si basava su uno scambio opaco. Contrattando con Roma, e ottenendo quasi sempre un assenso, Zangheri programmava servizi dai caratteri qua e là perfino lussuosi. Puntava, cioè, a fare di Bologna un’avanguardia, una vetrina e un’utopia concreta per un diverso futuro italiano e non solo italiano; ma proprio per questo, approvava investimenti che nella situazione data non si sarebbero mai potuti estendere a tutti i comuni senza rischiare la bancarotta. Al suo climax, il “socialismo alla bolognese” implicava insomma una prassi non esattamente kantiana: non si agiva in modo che la propria condotta potesse divenire norma universale.

D’altra parte, a quella altezza il blocco del sistema politico rendeva ormai complicato tenere insieme, se non dialetticamente almeno amministrativamente, grandi idee e prassi compromissorie, istanze di rinnovamento e necessità conservatrici. Nel giro di vent’anni, le cooperative si erano trasformate da argine della speculazione in suo strumento. Il ciclo riformista iniziato negli anni Sessanta aveva reso il Pci il miglior gestore di un quadro economico e perfino antropologico ormai immodificabile, come vide il Pasolini luterano che nel “comunismo” della sua Bologna indicò un quasi anagramma di “consumismo”. Nella sua apparente perfezione petroniana, l’eccellenza rossa si sclerotizzava, il progresso e le ansie conformiste si scambiavano le parti, e diveniva via via più difficile far affluire sangue fresco nel partito e nelle organizzazioni contigue, cioè operare ulteriori cambiamenti nel solco della tradizione. Questa chiusura fu plasticamente rappresentata nel ’77, quando i comunisti blindarono la città senza distinguere i ragazzi del movimento dalle P38. Su altra scala, tornavano così a rivelare il rapporto ambiguo con la democrazia dimostrato dal processo del ’64: proprio il partito che in teoria e a parole doveva portare quella italiana su posizioni più avanzate, quando si trattava di smarcarsi dai fermenti cresciuti a sinistra non si ergeva a difensore tranquillo dello stato di diritto, ma invocava con zelo poliziesco l’ordine nelle strade. L’incapacità di comunicare col movimento, però, dipendeva anche dal fatto che i ventenni del ’77 non somigliavano più ai ventenni del ’68, ultimi epigoni di una storia ribelle iniziata nell’Ottocento, demoni dostoevskiani o Sorel dell’extraparlamentarismo. I nuovi ragazzi, spesso destinati ad attraversare gli anni Ottanta seguendo qualche sotterraneo percorso “creativo” o ecologista, rappresentavano un’alterità totale, non dialettizzabile né reintegrabile, perché ormai estranea alla lingua e alle forme di organizzazione politica del XX secolo. Secondo il filosofo francofilo Stefano Bonaga, il Settantasette certificò la morte della militanza novecentesca, delle sue macchine ridotte a lugubri fantasmi statali, e prefigurò il modello del potere diffuso e immateriale poi imposto dalla rete – quella rete a cui due decenni più tardi lo stesso Bonaga, in qualità di assessore, avrebbe consentito l’accesso gratuito ai bolognesi col pionieristico progetto Iperbole. Ma qui si torna agli anni Novanta, quando post-Novecento significa già via libera alle correnti, alle privatizzazioni, e a disinvolti balzi di carriera nelle municipalizzate.

Davanti a tutto questo, per chi ha un albero genealogico radicato nel marxismo, dovrebbero avere poco senso i discorsi moralisti sulla decadenza: semplicemente, con marxistica coerenza, le forze economiche hanno ripreso un sopravvento aperto, non paludato. Ma la tendenza all’elegia, lo ripetiamo, si comprende fin troppo bene: in un’oasi gramsciana, dove malgrado o grazie a un certo pragmatismo occhiuto la sovrastruttura sembrava poter reagire a sua volta sulla struttura, il ritorno a una sorta di signoria darwinistica ha effetti giocoforza più traumatici.

A Bologna, come altrove, il Pci è stato sia un soffocante apparato religioso-militare sia una straordinaria scuola di massa, come dimostrano i circoli di campagna intitolati a Francesco De Sanctis. Ma è stato anche il travestimento umanistico e progressivo di forze e mentalità corporative che si sono stratificate in periodi molto più lunghi, secolari, durante la storia del capoluogo pontificio: ha mediato provvisoriamente tra i discendenti dei notabili senatori o balanzoni e quelli dei contadini scaltri, tra il classicismo algido e l’espressionismo macaronico (di nuovo: tra fondazioni e writers?). In questa storia opulenta e plebea, le maniere spicce del ’64 non costituiscono certo un episodio esotico. Lo sa bene chi si è trovato a discutere coi dirigenti abituati a fare atleticamente la spola tra partito e coop, ma pochissimo abituati a maneggiare laicamente norme e diritti. Col loro buon senso bonario o arrogante (a seconda che la situazione suggerisca di applicare le regole o di interpretarle), questi dirigenti somigliano un po’ ai gestori dei vecchi campi scuola, che quando arrivava un gruppo di ragazzini randagi li lasciavano giocare a calcio coi loro, ma che poi, se vedevano gli estranei vincere a mani basse il match, fischiavano di colpo borbottando «adesso via, a casa e poche pippe». Di solito, personaggi così non fanno riferimento ai cittadini, e nemmeno a classi o ceti specifici, ma piuttosto a «la nostra gente». L’espressione, non a caso, è tipicamente bersaniana; e l’ex segretario la ripete tanto più spesso quanto meno quella gente sembra disposta a rimanere “sua”. Perché niente rode di più, agli ex comunisti spazzati via da Renzi, del fatto che il giovane novatore li abbia battuti usando con inedita spregiudicatezza i loro mezzi, e rifondando a suo modo un centralismo democratico 2.0. Nelle feste dell’Unità emiliane, il popolo che ha attraversato la parabola comunista applaude oggi il premier fiorentino esattamente come poco tempo fa applaudiva Bersani o D’Alema. Stesa nel guscio vuoto dell’ex Pci, insieme a un solidarismo sempre meno armato di dati e paradigmi, la sinistra ufficiale di Bologna e dintorni conserva tutto l’opportunismo di cui la rimproverava Amendola.

fonte:http://24ilmagazine.ilsole24ore.com/2016/08/bologna/

Articolo apparso originariamente su 24ilmagazine.ilsole24ore.com che ringraziamo.

Articolo apparso originariamente su 24ilmagazine.ilsole24ore.com che ringraziamo.

 


A scuola di populismo

La candidatura di Donald Trump, la Brexit e i successi elettorali grillini visti dalla Russia. Viviamo una stagione politica segnata dalla demagogia. Lo sostiene chi, nel 1999, rimase senza fiato per la presa del potere di un certo Vladimir Putin. Con quello che seguì

di ANNA ZAFESOVA per il Sole24Ore magazine che ringraziamo
illustrazioni di MARÍA CORTE

IL 83 25.08.2016

Donald Trump candidato dai repubblicani alla presidenza degli Stati Uniti. E prima di lui il successo di Brexit e dei grillini alle ultime elezioni amministrative. È una stagione politica segnata dai populismi. Che ti fa restare senza fiato per un risultato elettorale sorprendente, inquietante, impossibile. A chi si è occupato di Russia è già successo. Il 12 dicembre 1993, quando sullo schermo televisivo apparvero i numeri che assegnavano a Vladimir Žirinovskij – il politico che prometteva a ogni donna un uomo e a ogni uomo una bottiglia di vodka, e sognava i soldati russi che lavavano gli stivali nell’Oceano Indiano – il 24 per cento dei voti. È successo nel dicembre 1999, quando un signore saltato fuori dal nulla per promettere che avrebbe ammazzato i terroristi «anche nel cesso», accompagnato da un partito di cartapesta incollatogli addosso in due mesi dagli spin doctor, ha vinto a valanga le elezioni.

È tutto come allora: lo stupore, le telefonate e i messaggi fino a notte fonda con gli amici, a condividere la sorpresa, il panico, la paura, a cercarsi per dirsi che noi siamo ancora qui, conserviamo ancora la ragione, il mondo là fuori si è ribaltato ma noi no, a chiedersi chi sono questi. Perché la gente come noi non conosce mai quelli che votano a queste elezioni, non sa chi siano, riesce a malapena a immaginarseli con stereotipi tratti dalle barzellette, dalle commedie nazionalpopolari e da radi contatti con idraulici e tassisti. Perché quelli che votano in questo modo sono gli esclusi, o almeno coloro che si sentono tali. Il populismo nei sistemi normali è «un’ombra gettata dalla democrazia», come dice il brillante filosofo politico ucraino Mikhail Minakov. Diventa forza dirompente laddove a sentirsi esclusi non sono solo i veri esclusi, ma anche parte delle élite. Succede con le crisi economiche, con le crisi nazionali come i crolli degli imperi, con le rivoluzioni tecnologiche. Succede quando dei ceti abituati ad avere diritti e autostima vengono retrocessi. Succede quando il sistema precedente, nei tempi delle vacche grasse, aveva alimentato a panem et circensem gruppi sociali che simulavano ed emulavano l’élite.

Decenni fa, in un altro mondo e su altre basi, Aleksandr Solženicyn, da grande snob che era, formulò il concetto di obrazovanshina, da opporre all’intelligencija. Un “ceto acculturato”, per usare una traduzione imperfetta che non coglie il suffisso dispregiativo, gente al primo livello di transizione sociale, che ha studi, esigenze e consumi che sembrano elevati, e da cui attinge autostima. Lasciando perdere l’implicito tipicamente russo che l’intelligencija si distingue per connaturate qualità morali, è il popolo della Feltrinelli, per dare un corrispettivo italiano. Quando l’obrazovanshina perde i suoi diritti acquisiti, veri o immaginari, e va ad allearsi con i diseredati e gli esclusi veri, il potere che non ha saputo offrirgli una partecipazione, un’illusione e un vitalizio, è spacciato. E poi tutto succede come da copione: prima qualcuno degli intellettuali (quelli veri) si fa prendere dal comizio, perché siamo tutti stati educati nell’idea che la rabbia del popolo è sempre giusta. Intanto quelli al timone, superato il primo shock e l’incredulità, dicono che tanto quelli non dureranno, perché sbagliano i congiuntivi, perché la politica è un mestiere che si impara per anni, perché noi siamo bravi e questi faranno solo disastri, bisogna dargli tempo e vedrai che in sei mesi sono spariti.

Lo dicevano dei sanculotti e di quell’avvocaticchio da strapazzo di Robespierre, dei bolscevichi e di quell’avvocaticchio da strapazzo di Lenin, di Mussolini, dell’imbianchino di Vienna, dei dittatori nazional-socialisti del Baath, di Hugo Chávez, di tutti. Il problema è che questi non sanno davvero governare, e infatti di solito la prima cosa della quale si occupano è impedire che qualcuno lo venga a sapere. Il primo punto all’ordine del giorno è sempre la libertà di stampa, seguita dalla libertà di eleggere. Quando si scoprirà che è un governo di peracottari – circostanza che i peracottari hanno perfettamente presente – nessuno potrà più dirlo, né fare qualcosa per cambiarlo. Perché nel frattempo qualcun altro di quelli inseriti, esperti e cooptati, salta sul carro, intuendo che questa massa eterogenea manca di leader, di gente che sappia articolare, organizzare, formulare e guidare, e che non sarà difficile scalare questa nuova forza (di solito finiscono maciullati, ma non facciamo spoiler). Poi altri cominciano a dire che teniamo famiglia, che non possiamo metterci a combattere una battaglia persa, che il reale è razionale, e anche che bisogna cambiarli dall’interno perché in fondo l’impulso è sano, hanno solo bisogno di noi. Successivamente si comincia ad adeguarsi per paura, e ad aprire la porta con esagerata gentilezza alla vicina grillina che prima a stento si salutava. In quel momento è già fatta. La dinamica di questi percorsi è sempre uguale, e l’obiezione che non si possono mettere insieme fascismi, comunismi, rivoluzioni nazionali e nazionalismi rivoluzionari, è respinta.

Si tratta di un system failure, che ha sempre gli stessi parametri. Da un lato un sistema che ha fallito a rinnovarsi, cooptare, modernizzarsi, che ha rubato troppo e condiviso troppo poco, che è sceso a troppi compromessi dove non serviva mentre ha combattuto battaglie esagerate su fronti minori, quasi sempre interni. La rivoluzione è sempre un system failure, perché è stato interrotto il processo normale di aggiornamento software e hardware. Il reset era arrivato con Renzi, ma il problema è che doveva resettare proprio gli esponenti dell’obrazovanshina: i posti fissi, i sindacati che non hanno voluto farsene una ragione, i faccio-cose-vedo-gente con rendite immobiliari e viaggi terzomondisti, tutto il mondo di para-sinistra che si è spostato sui Cinque Stelle. Con dall’altra parte una destra vecchia, obsoleta, xenofoba nel senso tecnico di paura del diverso, con il sogno della lira e di quanto si stava bene nella Prima Repubblica, protezionista, provinciale, priva di un discorso culturale. E sì, corrotta, ma quello è irrilevante: sappiamo che i politici rubano, tutti, il problema è solo quanto vogliono condividere nel pentolone comune. Sentirsi gli onesti è una delle compensazioni di chi è fuori dal sistema – fanno carriera solo quelle che la danno, promuovono solo quelli che rubano, io sono sfigato perché sono onesto – e sostituisce le categorie analitiche con quelle morali, sempre più facili da maneggiare, alla portata di tutti.

In Italia, con riferimento ai grillini, si parla molto della nascita di un tripolarismo, ma in realtà è un bipolarismo, che ci metterà qualche tempo a coagularsi scavalcando le recinzioni dei partiti attuali. Lo studio dei flussi elettorali è utile solo fino a un certo punto. Il vero divario è altrove. Da un lato c’è l’esercito degli orfani, quelli che chiedono un potere forte che li accudisca e li difenda dalla povertà, dagli immigrati, dai cinesi, dagli arabi, dalla modernizzazione e dalla globalizzazione, dal mercato del lavoro liquido, dalla famiglia liquida, dalla necessità di compiere scelte ogni giorno. Sono le vittime, gli eterni figli in cerca di adozione, gli indifesi, gli spaventati, quelli che non sopportano di stare soli e cercano un’aggregazione (religiosa, nazionale, calcistica). Quelli che invidiano alla Russia Vladimir Putin perché «ha le palle», quelli che in America votano Donald Trump perché «ci farà tornare grandi», quelli che fanno Brexit senza nemmeno comprendere in fondo da cosa si stanno staccando e dove stanno andando. Quelli che non abbiamo mai notato perché quando tutto funziona, l’economia cresce e il futuro sembra migliore del passato, non si fanno sentire, blanditi da impieghi, sindacati, mutui, parrocchie, welfare e televisione. Sono il tabaccaio leghista assediato dai cinesi come l’operaio di sinistra rottamato dalla globalizzazione, il pensionato che non riesce più ad affittare il bilocale che lo faceva campare e lo studente con laurea triennale in scienze inesistenti. Sono gli abitanti delle periferie britanniche, scartati dalla rivoluzione thatcheriana e blairiana, i disoccupati di Detroit, gli impiegati europei, sono quelli che fanno fatica a usare lo smartphone e a compilare una richiesta di mutuo, in un mondo le cui istruzioni per l’uso sono oggi molto più complesse di quello che insegna la scuola dell’obbligo, e non solo. Le divisioni politiche sono secondarie: quello che li unisce è che dai politici chiedono accudimento, non una semplice amministrazione e una concertazione di regole. Sono gli orfani di un mondo che sta vivendo una rivoluzione tecnologica, biologica, etnica senza precedenti.

La rivoluzione industriale ha prodotto uno shock non ancora smaltito, che ha dato come effetti collaterali i totalitarismi del Novecento, tentativi di gestire le masse inurbate (per citare Piero Melograni) replicati in piccolo sia dai baathismi arabi che dai peronismi sudamericani. Non è casuale che nella sinistra (ma anche in una certa destra) nasca il sogno rurale della decrescita, e che le grilline vincitrici promettano città senza grandi opere o eventi culturali. È un modello totalmente contrapposto alla visione di un futuro urbano di metropoli sovranazionali e internazionali che vivono di un indotto a volte quasi impalpabile di cultura, spettacolo, sapere, commercio, tecnologia e finanza. Come quella Londra che ha votato Remain, lasciandosi alle spalle un’Inghilterra che vuole dire Leave a un modello di futuro rappresentato dalla metropoli più visitata al mondo, dove il figlio di un conducente di autobus pakistano diventa sindaco e si può praticare qualunque attitudine gastronomico-cultural-sessual-religiosa. Londra non è l’Inghilterra, come Mosca non è la Russia, New York non è l’America, e Shanghai non è la Cina, e non a caso vuole negoziare le condizioni della Brexit come soggetto distinto.

La Brexit non è stato solo un voto dei più anziani contro i giovani, ma anche il voto della provincia contro la metropoli, vissuta come la raccontano le grilline: un mostro tentacolare e privo di anima, una narrazione molto simile all’Ottocento dell’industrializzazione. La città è la modernità, è la rottura del tribalismo dei clan familiari, è la fredda legge che va a sostituire i vincoli e le consuetudini parentali. La legge nasce nelle città perché serve a dare regole comuni a degli sconosciuti: in campagna tutti si conoscono, e tutti sono inseriti in una rete relazionale che impedisce di sgarrare o di saltare gerarchie. La città è un trauma, perché rompe il modello ancestrale dell’umanità, la famiglia rurale il cui tempo scorre in circolo con le stagioni, sostituito con una moltitudine di individui soli e autonomi, che operano in una rete relazionale mutevole, complessa e incerta, in una percezione temporale dove il ieri non produce alcun valore. Questo trauma è visibile allo stato primitivo negli immigrati, ma non è stato ancora digerito nemmeno da noi. E intanto arriva una nuova rivoluzione, che toglie garanzie, lavori, pensioni, rendite, che porta a un risultato che nessuno ha avuto ancora il coraggio di ammettere: non tutti troveranno posto nel magnifico mondo nuovo, la tecnologia sta distruggendo i lavori destinati ai contadini-diventati-operai-diventati-impiegati, mentre l’opzione del lavoro poco qualificato viene sottratta dagli immigrati. È questa la traduzione del lamento sulla «sinistra che ha smesso di essere una sinistra vera», come del sogno «di un vero leader che faccia finalmente ordine». E non esiste soluzione o consolazione a questa frustrazione.

Il luddismo non ha fermato le macchine. Ogni volta che siamo stati in esubero demografico rispetto alle necessità di una rivoluzione tecnologica è arrivata una guerra a smaltire gli eccessi e spazzare via gli avanzi di strutture obsolete. Ogni volta che un sistema non è stato in grado di cooptare e intrattenere le non élite è stato riformattato violentemente, al ribasso: gli zar erano avanzi reazionari di un mondo sparito, ma i bolscevichi arrivati a sostituirli hanno consegnato alla storia il mito di una Russia perduta, falciata mentre stava sbocciando. Ogni rivolta degli onesti ha prodotto una dittatura che ha lasciato più traumi che guarigioni. Abbiamo la splendida opportunità di rispondere alla domanda che ci siamo fatti tutti: cosa avremmo fatto nel 1917? Nel 1922? Nel 1933? Da che parte saremmo stati? Avremmo capito tutto fin dall’inizio? Non avremmo fatto gli stessi errori? Saremmo rimasti innocenti? Lo scopriremo presto.

fonte: http://24ilmagazine.ilsole24ore.com/2016/08/a-scuola-di-populismo/


Banksy

Svelata l’identità di Banksy? “È il leader dei Massive Attack”

Craig William, giornalista scozzese di 31 anni, sostiene che il famoso street artist sarebbe il musicista Robert “3D” del Naja, del gruppo inglese Massive Attack

Benedetta Maffioli – Ven, 02/09/2016 – 15:56 pubblicato su IL GIORNALE che ringraziamo

La caccia all’identità nascosta di Banksy – street artist famoso in tutto il mondo – potrebbe aver preso oggi una nuova direzione.

Il gironalista investigativo Craig William, si dice, infatti, convinto di aver finalemente scoperto la verità circa il nome del noto graffitaro. Banksy sarebbe il musicista Robert “3D” del Naja, leader del gruppo inglese Massive Attack.

Il fatto che in almeno dodici occasioni le opere dell’artista siano apparse nelle stesse città in cui i Massive Attack erano in tournè o in studio di registrazione, secondo la tesi di William, non può essere solo una coincidenza.

William fa anche notare come sia i Massive Attack che Banksy abbiano entrambi incominciato la loro carriera artistica nella cittadina universitaria di Bristol, ad est di Londra, e che il leader della band negli anni Ottanta abbia iniziato come graffitaro, facendosi conoscere nelle strade della città.

A corroborare la tesi del giornalista inglese è, inoltre, la rinomata amicizia che lega Robert “3D” del Naja a Banksy, che a questo punto, secondo William, più che un’amicizia sarebbe una vera e propria immedesimazione.

Però l’ipotesi di William circa l’identità di Banksy non è l’unica, di speculazioni sul suo nome, infatti, se ne sono fatte molte: solo nel marzo scorso, uno studio della Queen Margaret University aveva identificato l’artista nella persona di Robin Gunningham, ex studente di una scuola pubblica della città inglese e prima ancora le molte voci in circolazione vedevano nella figura di Banksy solo uno pseudonimo con cui più persone firmavano le proprie opere in diverse città.

Se però la tesi del giornalista scozzese si dovesse rivelare corretta, il mistero del writer più chiacchierato del globo sarebbe finalmente risolto.

fonte: http://www.ilgiornale.it/news/mondo/svelata-lidentit-banksy-leader-dei-massive-attack-1302377.html