Archivi categoria: the V.G. review of writers & authors

La condivisione diPhilippe Denis

Traduzioni a cura di Jean-Charles Vegliante.

Da Quaderno d’ombre, Mercure de France, 1974.

La condivisione

Per questa conca di memoria,
io vengo,
spunto sotto la mia morte…

Sull’orlo dei sangui
filtrati da tutti gli spaesamenti,
la mia parola
sostiene nell’orrore
questa mancanza di segno.

E per sempre,
figlio, sono
orfano di questa memoria.

*

Così vicino, adesso,
nell’oblio,
a rovescio dell’età…

Dove il dolore,
solo, mi crea –
incedo…
annoto grida,

mi separo
da ciò che mi separa,

– adeguato al mio spavento
vengo dal fondo del mio respiro.

*

Cerchio,
cencio di questa lampada a mezzanotte,
il lucignolo del cuore abbassato.

(il piatto
è un buco sul tavolo

Nel vento,
fuori –
il rovo si dilata

(pietra da taglio del respiro

*

Vivo senza oggetto –

sul mio sangue
il guscio
d’un sogno coniuga lo spazio…

Tarda immagine
di una coppia –
incarno il dolore
di non esser mai nato.

*

All’andatura di un fuoco
siamo venuti,
– il sangue tesseva le vene allora,
il dolore
imbastiva –

a rovescio dell’uomo
l’infanzia
tornava viva
nella sua carne –

(ampio cencio
d’un’abbagliante miseria

*

Ciò che il sangue ostruisce:
la memoria dell’immagine, o al di là
della lingua:
questo lavoro.

Fedele
all’incrocio delle strade
– l’infanzia
viene interrogata,

una coppia
breve
mette in pericolo
il desiderio che essa sposa.

Immagine: Opera di Leon Polk Smith.

13/08/2017
0 commenti

TORNA ALLA PAGINA PRECEDENTE

Annunci

Se Darwin diventa un bersaglio

Potrebbe essere semplicemente un meccanismo con cui il nostro cervello affronta le complessità del reale. Un metodo di categorizzazione, non diverso da quello che usano api e formiche per classificare fiori e nemici, e che semplifica la vita a tutti. L’utilizzo di un personaggio per indicare qualcosa di più complesso e articolato, lontano nel tempo e frutto di tanti sforzi individuali. Jordan per il basket, per esempio, o Chuck Berry per il rock ‘n’ roll. Beethoven o Mozart per la musica classica e Verdi per la lirica. O Garcia Marques per la letteratura sudamericana. Metonimie sopportabili, anzi, utili. Con buona pace di Larry Bird, Beatles, Bach o Borges.

Per le scienze della vita però il distacco tra primi e secondi è ancora più netto: l’idea fondante della biologia è Darwin. È sua la teoria dell’evoluzione, l’idea della selezione naturale e di quella sessuale, e parecchi altri suggerimenti ancora oggi utili. Per questo sembra quasi naturale riferirsi all’intero edificio come alla “teoria darwiniana dell’evoluzione”, una specie di automatico embodiment che tutti bene o male accettano. Ma qualsiasi semplificazione della realtà non può che avere delle conseguenze, negative o positive.

Darwin, infatti, nei dibattiti attorno all’evoluzione – che spesso diventano vere e proprie lotte – è usato come arma. Arma propria nelle mani di evoluzionisti o comunicatori preparati, per attirare lettori nel raccontare la storia della teoria. Arma impropria quando brandita da oppositori della scienza e giornalisti affezionati al titolo strillato, che utilizzano invece Darwin come bersaglio ideologico, quello che in inglese chiameremmo straw-man (uomo di paglia). E basta così arrivare a dire “Darwin aveva torto” per far crollare tutta la teoria evoluzionistica.

Curioso, sento dire con frustrazione dai biologi, come questo non accada per l’altra figura simbolica della scienza, cioè Albert Einstein. Gli errori di Einstein sono ben noti, se di errori si può parlare. Come i suoi forti dubbi sull’”azione a distanza”, o l’aggiunta della costante cosmologica. Nessuno però si sogna di affermare che “Einstein ha torto” in maniera così decisa e violenta come avviene con Darwin.

Un problema di comunicazione
Biologi e filosofi evoluzionisti sanno benissimo che parlare di teoria darwiniana o addirittura di darwinismo è un eccesso di semplificazione; anche se nei discorsi di tutti i giorni e nei loro articoli l’espressione è usata. La scienza del cambiamento delle forme di vita è infatti un edificio complesso, costruito su fondamenta solidissime ma non limitato a queste. Che, se vogliamo, non risalgono neppure a Darwin ma alle primissime osservazioni naturalistiche dei greci (per esempio Anassimandro ed Empedocle), per tornare in superficie nel Sette-Ottocento e trovare una compiuta descrizione con Darwin. Nel 1859 il naturalista inglese non spiegò l’evoluzione (il cambiamento in sé e per sé era accettato, anche se un po’ obtorto collo) ma il meccanismo principe che la guida: la selezione naturale. A cui aggiunse qualche anno dopo un altro tassello, quella della selezione sessuale (contrastato e contestato e secondo alcuni ancora poco compreso).

Ascrivere a Darwin l’intera responsabilità della complessa teoria dell’evoluzione è un messaggio incompleto e fuorviante che può poi trasformarsi in qualcosa di più pericoloso.

Dopo un periodo di eclisse all’inizio del Ventesimo secolo, dovuto anche alla (ri)scoperta delle leggi di Mendel, negli anni Trenta-Quaranta del secolo scorso una serie di studiosi poco noti al pubblico ma molto conosciuti dai biologi aggiunse al quadro darwiniano particolari fondamentali, come la deriva genetica, la genetica di popolazione, molta matematica, il punto di vista della paleontologia e dell’embriologia, i meccanismi di nascita delle specie. A questi più tardi si aggiunsero anche gli studi degli etologi e (in parte) degli ecologi. Altri punti, come il dibattito egoismo/altruismo, e quindi il concetto dei “geni egoisti”, la teoria neutrale dell’evoluzione, l’integrazione natura/cultura e l’ipotesi degli equilibri punteggiati, si aggiunsero man mano. L’edificio dell’evoluzione divenne ancora più complesso verso la fine del secolo con la costruzione di dependances interessanti, come la costruzione di nicchia, l’epigenetica, l’evolvabilitye la selezione multilivello. Come si vede da questo brevissimo riassunto, l’intera teoria è sfaccettata e multiforme, forse ancora da completare, ma ciononostante abbastanza potente da poter spiegare molti dei fenomeni del mondo vivente. È altrettanto chiaro che il contributo di Darwin è stato essenziale ma non unico, e che solo studiando bene l’intero percorso della teoria se ne può parlare con cognizione di causa.

Eppure (per tornare al nostro tema), sono rare le occasioni in cui – dentro e fuori dal mondo scientifico – non si usi l’espressione “evoluzione darwiniana”, oppure “teoria di Darwin”. Come ogni scorciatoia terminologica, anche questa ha i suoi aspetti utili e altri dannosi. Va usata dove e quando serve. Giornalisti e insegnanti, per esempio, hanno spesso bisogno di colpire l’attenzione del lettore o del ragazzo nel giro di pochissimo tempo. E parlare di una persona, di un personaggio anzi, invece che di una teoria, può essere il metodo migliore per fermare i pensieri dei lettori o dei ragazzi. Scrivere di Darwin può introdurre al clima culturale dell’epoca, alla rivoluzione scientifica che ha scatenato; fornire in breve un punto fermo attorno al quale costruire altre lezioni. Usarlo, insomma, senza dimenticarlo ma senza fermarsi al suo tempo e alle sue idee. Anche iniziare un articolo scientifico con un ricordo di quanto disse Darwin sull’argomento potrebbe essere un corretto metodo comunicativo. In un caso e nell’altro, Darwin viene usato come blocco di partenza da cui avviare la propria personale corsa. È per questa ragione che molti evoluzionisti cercano, anche quando litigano furiosamente com’è accaduto per esempio tra Gould e Dawkin, di appropriarsi dell’”eredità di Darwin”, non dell’evoluzione. Anche qui, molto è comunicazione, poco è scienza.

L’uso strumentale del personaggio Darwin per introdurre l’intero mondo dell’evoluzione è, da certi punti di vista, sopportabile. Ma anche il migliore degli strumenti può essere usato male. Fermarsi a citare Darwin, infatti, e ascrivere al naturalista inglese l’intera responsabilità della complessa teoria, è un messaggio incompleto e fuorviante che può poi trasformarsi in qualcosa di ben più pericoloso.

Contro Darwin
Il trucco di attirare il lettore col nome di Darwin per molti giornalisti si ferma lì, rimane un giochino superficiale. Sarebbe estremamente complicato, al di là delle mie possibilità e della lunghezza sopportabile per un articolo, condurre fino in fondo un’analisi che abbia un qualche valore del perché l’evoluzione (e spesso tutta la scienza) siano trattate in modo così trasandato sui mezzi di comunicazione.

Il problema principale, però, è che questo utilizzo approssimativo è diventato un’arma nella mani di coloro considerano l’evoluzione come un edificio sul punto di crollare, a cui serve solo qualche colpetto per trasformarsi in polvere. Le ragioni per cui vogliono far scomparire uno dei più importanti “mezzi di conoscenza” della realtà sono tante e complesse, e non sempre hanno a che fare con la religione.

L’intera teoria è sfaccettata e multiforme, forse ancora da completare, ma ciononostante abbastanza potente da spiegare molti dei fenomeni del mondo vivente.

Gli antidarwinisti e/o antievoluzionisti (la loro tassonomia è lunga e complessa e si trasforma nel tempo) usano le citazioni di Darwin come figura cardine della complessa spiegazione del processo evolutivo, dimenticando (volutamente ?) tutto ciò che è venuto dopo. In parte, ovviamente, per attirare l’attenzione della stampa, in parte perché Darwin è, psicologicamente, un facile bersaglio su cui costruire la critica alla teoria. Un esempio tipico del doppio binario tra l’approccio scientifico e quello comunicativo all’evoluzione, e dell’utilizzo del nome di Darwin, è l’ultima “teoria” che lo smentisce, opera di un giovane fisico, Achille Damasco.

L’articolo originale è stato pubblicato su una rivista di fisica, Physica A, con un Impact Factor piuttosto basso. In maniera piuttosto confusa, a detta di alcuni evoluzionisti, dovrebbe costruire un modello di evoluzione che spiega l’origine delle specie come risultato dell’interazione tra oscillazioni delle condizioni ambientali e genoma medio di una specie, o di una popolazione. L’analisi del paper è complessa non perché la matematica e il modello su cui si basa siano articolati e profondi, ma perché la conoscenza della biologia e della storia della teoria da parte degli autori è piuttosto carente e l’elaborazione difficile da districare. Ancora una volta, non è questo che conta, ma la differenza di trattamento e la diversità nella comunicazione. Nel paper originale il nome Darwin non compare mai, e si parla casomai di evoluzione. Nei rilanci su decine di siti web e quotidiani la teoria è definita non-darwiniana (perché “non si fonda su cambiamenti dei caratteri filtrati dalla selezione naturale”). E nelle interviste e presentazioni su molti organi di stampa il giovane fisico è sempre presentato come colui che “supera il darwinismo”. Nell’ambito scientifico Darwin non appare, nella comunicazione invece “Darwin ha sbagliato tutto”. Lo stesso approccio si ritrova praticamente in tutti libri/articoli/interviste/interventi in cui il malcapitato oppositore della teoria evolutiva è presentato come “il genio che supera/smentisce/sbugiarda Darwin”.

Questo è solo uno degli ultimi esempi. Si va dalle alte gerarchie ecclesiastiche come il cardinale Schönborn, sostenitore del progetto intelligente, a studiosi di vaglia, come Piattelli Palmarini e Fodor (il loro libro si intitola Gli errori di Darwin), passando per il campione mediatico degli antievoluzionisti italiani, Antonino Zichichi, che dice di voler leggere l’“equazione dell’evoluzione” prima di poter credere a Darwin, fino a personaggi più divertenti, come Tom Wolfe (famosissimo scrittore di romanzi, autore di un volume in cui Darwin e Chomsky sono attaccati per il loro contributo alla teoria del linguaggio). Un ultimo esempio, che servirà a chiarire un altro punto, è un libro appena uscito, di A.N. Wilson. Il titolo è Charles Darwin: Victorian Mythmaker, ed è una lunga tirata contro Darwin come persona e scienziato. In brevissimo, prendo a prestito il sommario di un tabloid inglese, The London Evening Standard: “Two of his theories about evolution are wrong — and one resulting ‘science’ inspired the Nazis” (Due delle sue teorie dell’evoluzione sono sbagliate, e una “scienza” che ne nacque ispirò i nazisti”).

Cambiare narrazione
Usare Darwin come persona è utile agli antievoluzionisti anche e soprattutto per accuse “di rimbalzo”. Sul mite scienziato si sono costruite le peggiori ipotesi calunniose. Che fosse un ateo convinto ma che si fosse convertito sul letto di morte, che suo cugino ‒ e di conseguenza lui ‒ fosse un razzista, che proponesse di sterilizzare i poveri. Scoprire gli errori sociali e scientifici in un gentiluomo dell’Ottocento è un giochino molto facile. Anche se per Darwin significa inventarsi la maggior parte delle affermazioni o trovare frasi fuori dal contesto che ne evidenziano la natura razzista, aristocratica, gelida e sdegnosa verso i poveri, le “razze” umane inferiori e le persone poco intelligenti. Il libro Darwin’s Sacred Cause: Race, Slavery and the Quest for Human Origins, di Desmond e James Moore ha smontato molte di queste accuse, ma anche fossero vere ciò non significherebbe che la teoria stessa è sbagliata.

Il passaggio da “Darwin è un pessimo soggetto” a “la sua teoria è falsa”, è brevissimo. Si evita in questo modo di entrare nelle pieghe della teoria dell’evoluzione.

Si arriva persino alla reductio ad Hitlerum, per cui la teoria dell’evoluzione avrebbe ispirato i nazisti (“come Gesù ispirò l’Inquisizione e le stragi in Sud America”, risposi d’impulso a un professore di filosofia che accusava Darwin di ogni nefandezza). Il passaggio da “Darwin è un pessimo soggetto” a “La sua teoria è falsa”, è brevissimo. Si evita in questo modo di entrare nelle pieghe della teoria dell’evoluzione, che peraltro pochi degli oppositori conoscono con sufficiente profondità.

Si può ovviare alla situazione, e usare lo strumento Darwin come personaggio senza scadere nel pedissequo? O addirittura parlare di evoluzione senza usare il nume tutelare nelle prime righe? O ancora, difendere l’intera struttura della teoria evolutiva senza accennare al naturalista inglese del tutto? Per gli appassionati e i comunicatori che ritengono la scienza una cosa seria potrebbe essere il metodo migliore. Alcuni consigliano invece di continuare a comunicare come se niente fosse, e ignorare totalmente le distorsioni degli antievoluzionisti. In fondo una figura retorica non ha mai fatto male a nessuno, e chi capisce ciò di cui si parla non si fa sviare. E poi, come mi dice un vecchio collega a proposito degli impostori (come Wilson e altri): “Essere citato aumenta la sua fama”.

Forse nel giro di qualche anno l’intera comunicazione dell’evoluzione riuscirà a liberarsi di questi equivoci, i termini usati saranno appropriati al contesto e al tono e Darwin non sarà più la fonte di tutti i mali del mondo: rimarrà un nume tutelare, un iniziatore, un genio scientifico e se ne potrà parlare come e quando si vuole.


“La vera storia del bandito Giuliano”

Mauro Curati
Articolo pubblicato su SuccedeOggi che ringraziamo

Il bandito e le fake

La ripubblicazione dell’inchiesta di Tommaso Besozzi, che nel 1950 smascherò le bugie di Stato su quella storia, fa riflettere soprattutto sulla debolezza del giornalismo di oggi

La mattina del 5 luglio 1950 il Radio Giornale comunicò con enfasi agli italiani che il famoso bandito Salvatore Giuliano, la primula rossa del Movimento autonomista siciliano, il Robin Hood mafioso, era stato ucciso in un conflitto a fuoco dai carabinieri del Comando Forze Repressione Banditismo (Cfrb) diretto dal colonnello Ugo Luca. Il Giornale di Sicilia titolò a sette colonne: “Stanotte alle tre e trenta a Castelvetrano il bandito Giuliano ucciso in un conflitto con il Cfrb». Gli fece eco La Sicilia di Catania: «Ucciso Salvatore Giuliano dalla squadriglia del Cfrb. Accerchiato, ha invano tentato di aprirsi un varco, ma nel conflitto a fuoco, protrattosi a lungo, ha trovato la morte…». Seguirono a breve le edizioni straordinarie del Corriere della Sera, de l’Unità, dell’Avanti!, del Popolo, della Stampa.

Tutti riportarono la versione ufficiale fornita da Perenze (il capitano dei carabinieri incaricato dell’operazione militare) e cioè che all’alba a Castelvetrano in provincia di Trapani, il fuorilegge era stato intercettato ed eliminato. Tutti confermarono che il famoso brigante che piaceva alle donne, a molti mafiosi (ma non a tutti), ai giornalisti dei rotocalchi e agli autonomisti, era stato abbattuto con una raffica di mitra.

Sospetti, domande e perplessità iniziarono a circolare quasi subito (tra gli altri il pezzo di Maurizio Ferrara su l’Unità), ma un solo giornalista che praticava la diffidenza e respirava il dubbio prese un treno da Venezia a Roma e da qui un aereo per Palermo: Tommaso Besozzi. Allora lavorava per L’Europeo diretto da Arrigo Benedetti. Era un cronista di razza. Un segugio a-ideologico. Senza pregiudizi, si mise ad indagare. Interrogò gli abitanti, raccolse testimonianze, confrontò fotografie e incrociò i dati. Alla fine uscì con un articolo il cui titolo è tuttora un monumento, anzi il monumento per eccellenza, al giornalismo: Di sicuro c’è solo che è morto. Nel suo pezzo, Besozzi sosteneva che la versione ufficiale faceva acqua da tutte le parti, avanzando l’idea (rivelatasi vera) che Giuliano fosse stato ammazzato nel sonno da un suo compare traditore (che si saprà poi essere stato il cugino Salvatore Pisciotta, avvelenato quattro anni dopo all’Ucciardone con un caffè, il primo di tanti futuri e famosi caffè al cianuro).

A settant’anni di distanza, di quei fatti rimane poco o nulla: molti bei saggi, un film di successo, qualche brutta fiction e la scoperta politica che Salvatore Giuliano non era quel genio del ribellismo che si immaginava, ma un “picciotto” ignorante, arrogante e senza cultura che pensava di cavalcare – ma ne fu cavalcato – la tigre del successo e della fama, prestandosi ad ogni forma di ricatto e di porcheria. Tra tutte la strage di Portella della Ginestra. Ora le Edizioni Milieu hanno avuto l’idea di ripubblicare il libro nato da quell’inchiesta, scritto dallo stesso Besozzi, uscito nel ’59 da Vitagliano, esso stesso simbolo dei segreti che ancora si celano dietro a questa lontana vicenda (Tommaso Besozzi, La vera storia del bandito Giuliano, 206 pagine, 15,90 Euro).

Il curatore del volume è Enrico Mannucci, giornalista e biografo del Besozzi (I Giornali non sono scarpe, Dalai Editore), che – lavorando sul profilo di quel cronista “da manuale”, morto suicida nel ’64 – ha faticosamente recuperato dopo l’unica copia ritrovata. Sì, perché l’unica copia ufficiale segnalata, quella che, come ogni libro, si dovrebbe trovare alla Biblioteca Nazionale di Firenze, risulta misteriosamente rubata.

Grazie a una copia prestatagli dall’amico Mario Fossati, Mannucci ne ha dunque curato una riedizione, riportando a galla non tanto la cronaca di una vicenda che di per sé è già consegnata agli storici, quanto l’attualità e dunque la modernità di quel fare giornalismo. La vera storia del bandito Giuliano di Tommaso Besozzi è dunque, e senza dubbio alcuno, la prima inchiesta del dopoguerra italiano. L’Italia (o italietta) post bellica di allora era fortemente ideologizzata. Non assopita, perché la riscoperta della libertà eccitava gli animi di giornalisti, scrittori ed editori, ma faticava ad imporsi la curiosità per la verità vera. In questo senso il banditismo era un argomento delicato. Sulla sua repressione il governo aveva speso credibilità. Le opposizioni lo accusavano di connivenza. Una verità scomoda poteva mettere a rischio l’unità nazionale.

L’indagine di Besozzi fu un coltello rovente nel burro della retorica politica. Dimostrò senza remore che le bugie di Stato… esistevano; erano anzi una pratica diffusa. Mise in luce che lo Stato democratico, nato dalla Resistenza, si rifaceva ancora alle liturgie fasciste delle verità costruite a tavolino.

C’è una frase interessante di Michele Tito, il quale conobbe bene Pannunzio e Benedetti. Dice della pubblicazione dell’inchiesta di Besozzi: «Fu un atto di ardimento straordinario… un atto che sarebbe stato ignobile per gran parte dei giornalisti di allora, per Missiroli, tanto per fare un nome. Anche Benedetti ebbe dei dubbi [se pubblicarla, ndr] si trattava di scoprire la nudità dello Stato. E loro, il gruppo de L’Europeo, erano i democratici più avanzati in Italia e dello Stato avevano un senso fortissimo».

L’elemento che rende questo testo attuale è la sua modernità. L’inchiesta inaugurò il ciclo delle future grandi indagini giornalistiche contro la corruzione e contro le verità di comodo: vengono in mente lo scandalo Lockheed in cui finì in galera per tangenti l’allora ministro socialdemocratico Mario Tanassi e furono costretti alle dimissioni l’onorevole Gui e addirittura il Presidente della Repubblica Giovanni Leone, oppure lo splendido lavoro fatto da Andrea Purgatori del Corriere della Sera che contestò la versione ufficiale sulla caduta del DC-9 dell’Itavia con 81 passeggeri nel cielo di Ustica nel maggio del 1980 fino a far riaprire le indagini giudiziarie nonostante i depistaggi.

La domanda oggetto di mille e mille convegni, dibattiti televisivi e non, tavole rotonde e via elencando è: si può oggi rifare un’inchiesta del genere? Si può immaginare un’indagine terza (e non come quella di Tangentopoli che fu condotta dalle Procure) puntuale, arguta, razionale come quella? Si può immaginare una penna alla Simenon capace di incastrare dati ed elementi e smascherare corrotti e collusi? Risposta difficile. Il mondo non è più quello di Besozzi. Il potere è meno sprovveduto di un tempo. Sa nascondere e nascondersi. Sa celare e depistare. Per fare un esempio, non consentirebbe ad un pasticcione come il colonnello Ugo Luca dei Carabinieri del Cfrb di rivestire in fretta e furia – e dunque male – il corpo di Salvatore Giuliano non curandosi dei dettagli, portando via il cadavere del bandito dal luogo dell’assassinio, commettendo una serie tale e incredibile di errori che avrebbero prodotto dubbi anche in Paperino Detective.

Ma, pur salvaguardando la memoria e il valore di Besozzi (lui e solo lui seppe leggere per primo quelle incongruenze), è innegabile che indagare oggi sia complicato e disagevole. Non solo il denaro e dunque la corruzione viaggiano alla velocità della luce su Internet; non solo il sistema, molto ben oliato, sa difendersi dietro a legislazioni di comodo e a un garantismo peloso; ma, soprattutto, le nuove tecnologie (facebook, twitter e via elencando) sembrano concepite più per fare annegare la/le verità nel grande mare della confusione dove le fake news navigano con l’impudenza dei pirati, affondano ogni opinione, mescolano le cose, confondono le idee e alla fine annullano nell’impotenza qualsiasi grido urlato in nome della giustizia.

Non a caso oggi siamo nell’era della post verità, che non è la verità come ben sappiamo, ma una specifica categoria del falso, che però, nella confusione dei tempi, ha assunto un ruolo politicamente rispettabile; per cui dire che una cosa è vera, equivale legittimamente ad affermare il suo contrario. Per dirla alla Flaiano, nel mondo leggero di oggi la situazione è grave ma non seria. Che fare dunque? Gli strumenti che cittadini e lettori (o ascoltatori) possiedono sono pochi e purtroppo assai spuntati. Probabilmente ci si dovrebbe aggrappare come naufraghi alla solita corda della cultura, quasi questa avesse funzioni salvifiche nel lento naufragio che si sta vivendo. Ma cultura e conoscenza, da sole, contano poco. Potranno tornare ad essere un valore solo se riusciranno a risalire la china della credibilità. Probabilmente riscoprendo il valore del lavoro sul campo. Del metterci la faccia. Del ritrovare l’orgoglio del cittadino informato e del giornalista informatore. Forse, in un ipotetico domani, una corretta informazione sarà un segno di distinzione, come saper leggere e scrivere, avere buone letture, saper distinguere una notizia da un palo della luce. Forse nasceranno gruppi editoriali che forniranno i loro articoli di un pedigree certificato, come si fa adesso con le pere biologiche. O forse nasceranno scuole per giornalisti che invece di insegnargli come diventare professionisti nel più breve tempo possibile, gli insegneranno come si fanno le inchieste, come si coltiva il dubbio, come sia essenziale in questo mestiere guardare il potere sempre e solo col cannocchiale.

Nell’attesa… non resta che guardarsi intorno. Il terremoto dell’informazione ha creato solo macerie: poche inchieste spesso ripetitive, notizie basate sui social media, pagine e pagine di commento su un tizio assolutamente sconosciuto che ha postato il suo mal di pancia personale su facebook e s’è ritrovato, per dirla alla Warhol, col suo quarto d’ora di celebrità. Il ventre molle del Paese (ma non è un fenomeno solo italiano) è avvilito da scorribande di fabbricatori di falsi (partiti politici compresi) e nessuno, ripeto nessuno, che abbia una idea del che fare. Consoliamoci dunque leggendo questo bellissimo libro a ricordarci che il grande giornalismo non è una favola. C’è stato e ha lottato (per poco) insieme a noi.

—-

Abbiamo condiviso questo articolo con www.tessere.org, la nostra factory gemella.


VIVERE IN GRECIA DURANTE LA CRISI: INTERVISTA A PETROS MARKARIS

ilaria-scarpa_markaris

di  pubblicato mercoledì, 30 agosto 2017 · 2 Commenti

Dal nostro archivio, un pezzo di Graziano Graziani apparso su minima&moralia il 25 novembre 2013.

***

Questa intervista, uscita su Lo Straniero di ottobre, fa parte del materiale raccolto in Grecia lo scorso giugno per il radio-documentario Odissea Grecia. Viaggio ai tempi della crisi, che raccoglie storie di persone che hanno reiventato il loro lavoro e i loro consumi a causa della crisi. Dalla sanità alle fabbriche, dai mercati solidali alle precarietà degli artisti e dei lavoratori della conoscenza. Il documentario sarà in onda da lunedì 25 a venerdì 29 novembre, alle 19,45, per il programma Tre Soldi. Si può riascoltare in streaming o podcast alla pagina www.3soldi.rai.it. (Foto: Ilaria Scarpa.)

Alcuni anni fa, quando Petros Markaris ha annunciato che avrebbe scritto una trilogia sulla crisi in Grecia, una giovane giornalista gli aveva domandato se era davvero convinto che la congiuntura economica negativa sarebbe durata così a lungo. Oggi che «La resa dei conti», l’ultimo dei tre romanzi, è uscito già da alcuni mesi in molti paesi d’Europa, Markaris ha cominciato a scrivere un quarto romanzo che costituirà l’epilogo della sua trilogia. Una coda necessaria, perché secondo lo scrittore greco ci troviamo oggi – nel 2013 – nel momento di apice della crisi, nonostante ci venga raccontato il contrario. E non c’è segnale credibile che la situazione possa migliorare a breve.

Nel suo ultimo romanzo ritrae una Grecia dove padri e figli sono su fronti contrapposti, impegnati in un conflitto insanabile. È davvero così?

È il terzo libro della trilogia, con il quale volevo provare a fare una “resa dei conti”. Noi in Grecia odiamo fare bilanci e rese dei conti. Nemmeno dopo la guerra civile del 1949 siamo stati in grado di farlo, di guardare davvero a cosa avevamo fatto e cosa non avevamo fatto. La stessa cosa avviene con la generazione del Politecnico, quella che ha guidato la protesta contro la dittatura dei Colonnelli. Invece è importante capire dove ha sbagliato la generazione del Politecnico, che oggi guida la Grecia e all’epoca, invece, era il simbolo della resistenza. Quella generazione ha conquistato i ruoli chiave nel Paese, soprattutto per quanto riguarda l’amministrazione pubblica, l’università e i sindacati, guadagnando sempre più potere. Ma ha usato le istituzioni in modo sbagliato, per guadagni e tornaconti personali o di partito. È stato questo il suo grande errore, quello ci ha portato alla Grecia di oggi. Il risultato di tutto questo è che i figli di quella generazione si trovano ad affrontare una disoccupazione giovanile del 55%. Quanto pensiamo che ci vorrà prima che questi ragazzi chiederanno conto ai loro padri di ciò che hanno fatto? È uno scontro che prima o poi avrà luogo. Questo racconta il mio libro.

Le tre vittime del killer del suo romanzo, con le loro biografie, disegnano questa situazione in modo esemplare. Sono rispettivamente un imprenditore edile che fa affari con la politica, un barone universitario e un sindacalista spregiudicato. Tutti e tre hanno partecipato all’occupazione del Politecnico e sono diventati uomini di potere. Se questa generazione, che incarnava lo spirito rivoluzionario della Grecia, si è rivelata corrotta, esiste però una parte sana della Grecia? Qual è?

Esiste. Sono quelli che hanno perso. È la classe media, i piccolo borghesi che hanno veramente pagato la crisi, e la generazione dei giovani che la sta pagando in modo ancor più pesante. Questa è la parte sana. Se questa parte della Grecia non si riprende, la Grecia non può riprendersi.

Lei immagina che nel 2014 la Grecia, assieme alla Spagna, all’Italia e al Portogallo, lascino l’euro per tornare alla valuta precedente. È uno scenario possibile?

È uno scenario su cui occorre lavorare. Prendiamo tre paesi come Grecia, Spagna e Portogallo. Sono tre paesi usciti dalle dittature più di recente. Cosa hanno detto all’epoca questi Paesi? Entriamo in Europa per stare in una famiglia più grande e dare corpo in questo modo al nostro futuro. La stessa cosa l’hanno detta i paesi del blocco sovietico quando l’Unione Sovietica è caduta. Se chiediamo a un greco, a un italiano o a un portoghese “Perché non torniamo alle nostre monete precedenti?”, riceveremo quasi sicuramente una risposta del tipo “Ma se matto? Andrebbe ancora peggio!”. Probabilmente avrebbero ragione. Il problema però è che questo ragionamento non ha a che vedere con una prospettiva, ma con la scelta del male minore. Non si può tenere assieme 17 paesi attraverso la politica del male minore.

Qual è oggi il sentimento dei greci rispetto all’Europa?

La gente non crede più nell’Europa. La colpa è dei politici: il modo in cui si comportano ha creato una frattura e oggi la gente non crede più in loro. Questo a portato a un grave contraddizione: la gente oggi non crede nell’Europa ma allo stesso tempo ha paura di cosa potrebbe accadere se la Grecia uscisse dall’Euro. Il male di questa contraddizione è l’odio che si sta spargendo in Europa. Ci odiamo gli uni gli altri. Quest’odio, anche se usciremo dalla crisi, probabilmente resterà. Questo è il pericolo maggiore.

In passato dalle crisi di queste dimensioni si usciva con le guerre. Oggi la guerra sembra non essere più un’opzione, almeno sul suolo europeo. E allora che cosa accadrà? Ad esempio, nel suo romanzo, si immagina un’Atene afflitta da continui scontri di piazza.

Dovremmo sempre ricordarci che il progresso che abbiamo avuto dopo la seconda guerra mondiale poggia sopra i 50 milioni di morti di quella guerra. Lo ha detto Umberto Eco ed ha assolutamente ragione. Io non penso che avremo una guerra, dove la gente muore di morte violenta; penso, però, che per uscire da questa crisi avremo tantissimi “morti economici”, ovvero decessi dovuti alla crisi stessa, all’abbassarsi della qualità della vita. La domanda che dobbiamo porci, dunque, non è come evitare un risvolto violento della crisi, ma come evitare queste morti dovute all’economia.

Pensa alla qualità del cibo? All’accesso alla sanità pubblica che sta diventando sempre meno universale?

Guardi, in questo stesso momento in Spagna – come per altro anche in Grecia – ci sono bambini nelle scuole che soffrono di malnutrizione. L’altro giorno parlavo con un un’insegnate di scuola elementare, che ha dovuto allertare i genitori di alcuni bambini perché questi svenivano dalla fame. E le famiglie non sapevano come far fronte alla cosa, perché non hanno soldi. Questa situazione porterà a breve tempo a dei “morti economici” che peseranno sulla società ma anche sul futuro di questi bambini. È un fenomeno greco, spagnolo, portoghese e non va sottovalutato.

Se oggi si riuscisse a bandire la corruzione dalle istituzioni pubbliche le cose in Grecia cambierebbero, oppure siamo di fronte a una situazione così compromessa che un’inversione di rotta, da sola, non è più sufficiente?

Se le istituzioni funzionassero la crisi ci sarebbe stata comunque, ma i suoi effetti non sarebbero stati così disastrosi, come sono oggi. Uno dei più grandi errori della generazione del Politecnico sta nel fatto che ha creato un “mostro pubblico” perché gli era comodo politicamente. Non scherziamo: la Grecia ha fatto dei grossi errori, i tedeschi non hanno completamente torto. Molti greci oggi pensano che la crisi sia solo l’effetto delle misure di austerità imposte dalla Germania. Fa molto comodo pensarlo, ma non è così.

Nel 2013, secondo lei, la crisi è migliorata o peggiorata?

Oggi la crisi è nel suo momento peggiore. Il problema della crisi, ed è un problema storico in Grecia, è che la politica propone dei falsi immaginari al popolo. In questo caso ogni anno viene detto alla gente: quest’anno va così, ma l’anno prossimo migliorerà. Cosa c’è di male in questa logica? Che la gente non fa nulla per adeguarsi. I greci non erano preparati a una crisi di questo tipo. Ogni volta veniva detto loro che la situazione sarebbe migliorata e ogni volta, puntualmente, si verificava l’opposto: nuove tasse, nuovi tagli, nuova crisi. Il popolo era senza difese e questo è stato un doppio male: da una parte a ogni nuovo avvenimento i greci hanno subito la crisi violentemente, dall’altra parte la gente ha perso completamente la fiducia nel sistema politico. È questo è un effetto disastroso, perché la democrazia senza sistema politico non può esistere.

Quali sono gli aspetti più visibili e quelli meno visibili della crisi?

Deve andare a fare un giro a viale Patission, qui ad Atene. Era la strada commerciale della classe media e piccolo borghese, dove la gente faceva acquisti. Vedrà solo negozi chiusi e nient’altro. Ne sono rimasti pochissimi aperti, il resto è in decadenza. Io vivo molto vicino a quel viale e quando mi capita di passarci cammino con lo sguardo basso, cercando di non guardarmi né a destra né a sinistra, perché mi fa male vede quel disastro. Mi fa male vedere la persona che fanno la conta dei soldi per capire quali beni di prima necessità comprare. L’altro giorno, in un supermercato, c’era una signora in fila alla cassa prima di me. Prima che la cassiera cominci a battere la merce, la signora le chiede: “Per favore, può farmi il conto di quando spenderei per vedere se ho soldi a sufficienza?”. La cassiera glielo fa e lei comincia a togliere articoli dalla spesa perché non le bastava il denaro. Erano tutti beni di prima necessità. Siamo arrivati a un punto in cui la gente non è in grado di provvedere alle proprie esigenze primarie.

Ovviamente ci sono zone di Atene dove tutto questo non si vede. Per due motivi. Da un lato perché la classe dei ricchi non è stata toccata dalla crisi, e dall’altra parte perché questo incredibile sistema pubblico greco ha creato un para-stato, che si alimenta di clientele ma anche di denaro nero, di capitali che sfuggono al fisco. Voi in Italia avete uno scrittore esperto di questi meccanismi che è Roberto Saviano: se venisse a fare qualche indagine in Grecia uscirebbe fuori di testa!

A partire dagli anni Ottanta, in Grecia come in Italia, c’è stato un grande accumulo di soldi che ha prodotto anche un forte cambio di mentalità, spostando l’asse dei valori verso l’individualismo e l’edonismo. Così facendo, però, è andata perduta quella rete di solidarietà che caratterizzava le società più povere e che oggi, in tempo di crisi, sarebbe utile. È possibile recuperare questo aspetto?

La Grecia, fino agli Ottanta, era un paese poverissimo ma aveva un livello molto elevato di cultura. Questa cosa l’ho chiamata “cultura delle povertà”. C’è chi mi ha detto: ma i grandi poeti greci, Giorgos Seferis, Odysseus Elytis, non erano affatto poveri. E io rispondo: andate ad ascoltare il Rebetiko e vedrete che versi meravigliosi ci sono nelle canzoni. Sono state scritte da persone che non avevano finito nemmeno le scuole elementari. Questo era possibile perché l’alto livello di cultura che c’era in Grecia prima degli anni Ottanta permeava anche loro. Questa “civilizzazione della cultura” aveva dei valori molto forti, tra cui la solidarietà. Quando sono arrivati gli anni Ottanta e la Grecia ha visto una quantità di soldi che non aveva mai visto prima, cos’è successo? Ci siamo disfatti della povertà ma anche dei suoi valori. Oggi, invece, ci troviamo al punto in cui stiamo tornando indietro nella povertà ma senza disporre più dei suoi valori. Questo è il nostro grande problema.

E che effetti produce?

In primo luogo la perdita della solidarietà nei grandi centri urbani. Nelle società più piccole ancora esistono reti di solidarietà. Il dominio dell’individualismo, nella crisi, si sta traducendo in un atteggiamento da “mors tua, vita mea”. Quello che la gente non ha capito è che, invece, o ci salveremo tutti o moriremo tutti insieme.

Lei ha scritto che i compromessi politici non sono adatti a gestire la crisi, perché si prendono le decisioni in ritardo. Ma senza compromessi tra i paesi Europei, l’Europa è in grado di sopravvivere come progetto politico?

L’Europa politica è stata fondata sui compromessi, che hanno prodotto anche degli arretramenti su alcuni principi importanti. Non si poteva fare diversamente, perché non puoi mettere insieme 27 paesi, oggi 28, senza operare qualche compromesso. La crisi, però, non può essere gestita senza prendere decisioni immediate e radicali. Questo è un problema. Perché l’Europa non può prendere queste decisioni a causa della sua stessa natura. Che succede, allora? Che si agisce poco e lentamente.

È l’ennesima contraddizione che stiamo vivendo: oggi un singolo paese può prendere delle decisioni rapide ma poi a livello europeo non avviene altrettanto. È un problema di tenuta democratica, tanto più che in Europa le decisioni non sono prese da organi democraticamente eletti ma da rappresentati dei singoli paesi. Jean Monet, prima di morire, ha ammesso di aver sbagliato: “Se potessi ricominciare a lavorare sulla fondazione dell’Europa, partirei dalle strutture politiche e dalla cultura, non dal mercato comune”. Fondare l’Europa a partire dal mercato è un errore intrinseco, genetico dell’Europa. Oggi continuiamo con questo stesso errore: guardiamo ai numeri e stiamo perdendo di vista gli uomini.

Se ne può uscire?

L’Europa deve sviluppare delle proprie istituzioni democratiche, che non ha. Ma soprattutto ha bisogno di capire che la cultura, la civilizzazione, è un processo dinamico che crea diverse modalità di pensiero. Non possiamo convivere se non teniamo in conto la diversità di pensiero degli altri. Questa è una questione di cultura e non di economia.

Due settimane fa ha chiuso il servizio pubblico radiotelevisivo greco, l’ERT. Cosa ne pensa?

L’ERT è l’esempio perfetto dell’ipocrisia politica che regna in Grecia. I politico dicono che chiudono l’ERT perché è un’azienda corrotta che spreca molti soldi, ma sono i politici stessi gli artefici della corruzione e dello spreco. Ora vogliono apparire come i moralizzatori, ma conta ad esempio che la persona che ha annunciato la chiusura della tv pubblica è stato per anni il direttore dei telegiornali della ERT ed è stato uno di quelli che, all’epoca, ha combattuto con ogni mezzo contro qualunque riforma della ERT stessa. Questo governo non è in grado di produrre un vero cambiamento e così ha preso la decisione più sbrigativa, la chiusura, per far vedere che è un governo decisionista. Per altro il presidente del consiglio ha già fatto una parziale marcia indietro, dichiarando che delle 2600 persone licenziate dal servizio pubblico ne saranno riassunte duemila per la nuova società. E allora perché l’anno chiusa?

Che effetto le ha fatto la chiusura del segnale?

Ne ho sentito parlare dai giornali e ho preferito non accendere la tv. Non voglio vedere il segnale oscurato, non voglio vedere il nero. Quello che però mi ha fatto letteralmente uscire fuori di testa a causa dell’ipocrisia del nostro stato. Anche oggi, che la gente non sa più come vivere, le uniche risposte che hanno sono improntate all’ipocrisia. E poi si domandano perché la gente non crede più alla politica. Tutti sono ipocriti. Mi spiace dirlo: sono un uomo che è uscito dalla sinistra e quando vedo la sinistra di oggi mi viene da strapparmi i capelli. Che cosa c’entro io con questa sinistra?

Nel suo romanzo sembra che le parole della politica, soprattutto della sinistra, siano completamente vuote, senza significato.

Purtroppo è così.

Ma è possibile fondare un nuovo lessico politico?

Ci vorrà del tempo. Tempo fa parlavo con un funzionario dell’Ambasciata Tedesca. che mi chiedeva se secondo me le imposizioni dell’Europa avrebbero aiutato la Grecia a uscire dalla crisi. Gli ho risposto che la vita di un uomo può cambiare in una sola notte, ma la mentalità ha bisogno di decine di anni per cambiare. Non è facile, non si cambia mentalità facilmente. Per trent’anni ha dominato una certa politica che ha anche forgiato questa mentalità che abbiamo oggi: è impossibile sradicarla da un giorno all’altro.

Quindi, i cambiamenti più urgenti sono economici o culturali?

Le due cose si influenzano. La situazione economica è quella che è, non può essere negata, anche se noi siamo in disaccordo con l’Europa. Però abbiamo bisogno soprattutto di cultura e di educazione per continuare a lottare e per cambiare davvero questa situazione. Solo la cultura e l’eduzione potranno modificare questa cultura politica che abbiamo oggi. Il problema è che la cultura è un primo piatto che i politici servono all’ultimo, come se fosse un dolce. Nei periodi di ricchezza, quando ci si abbuffa, il dolce diventa superfluo; nei periodi di povertà, quando non puoi permetterti un pasto completo, viene sacrificato per le altre pietanze. La cultura però non è affatto un dolce, ma una “fasolada” (piatto nazionale greco, Ndr.).

Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (FahrenheitTre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese SeraFrigidaireIl Nuovo MaleCarta e ha scritto per diverse altre testate (Opera MundiLo StranieroDiario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l’opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell’Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch’esso Stati d’Eccezione.

Philip Roth, il grande del Novecento Non scrive più, ma resta il più amato

L’autore è risultato primo nella classifica dei lettori durante la campagna social
Nel supplemento i contributi di Alessandra Sarchi, Alessandro Piperno e Marcos Chicot

Philip Roth (Newark, 1933)Philip Roth (Newark, 1933)

Personaggi fuori dagli schemi, caposcuola indiscussi, grandi vecchi che non smettono di insegnare ma anche di destare scalpore, e anzi riservano molte sorprese. Come Philip Roth, che apre il nuovo numero de «la Lettura» #301 (in edicola fino a sabato 9 settembre) con una densa e rara intervista a Livia Manera in cui spiega perché ha smesso di scrivere (e come ci si sente «dopo»), e ottiene il primo posto assoluto anche nella classifica dei lettori, ai quali abbiamo chiesto di segnalare sui social de «la Lettura» all’hashtag #ilpiùgrande qual è secondo loro il più grande scrittore del Novecento. Ebbene, proprio Roth vince con largo margine su tutti, seguito (a molti voti di distanza) da Marcel Proust. Sebbene il voto riguardasse gli autori del Novecento, i lettori si sono espressi liberamente inserendo autori di tutti i tempi: seguono (molto distanziati) al terzo posto, parimerito, cinque autori come Fëdor Dostoevskij, Jonathan Franzen, Stephen King e, primi tra gli italiani, Primo Levi e Luigi Pirandello. Inseguiti, sempre parimerito, da Elsa Morante, Milan Kundera, Italo Calvino e Stefano Benni. Ma il voto dei lettori continua online, ed è davvero impressionante la quantità di autori che incalza il podio dei vincitori: ci sono nomi come David Foster Wallace, Ian McEwan, Claudio Magris, ma anche Dante.

Ma si parla anche di altri grandi maestri del presente e del passato, in carne e ossa o evocati in racconti e articoli, nel nuovo numero così ricco di spunti inconsueti. Compare, ad esempio, fatto rivivere dal giallista spagnolo Marcos Chicot (1971), anche un Socrate (immaginario, ma molto realistico) piombato nel mondo d’oggi: trasformato in personaggio, il filosofo dell’antichità si confronta, nel racconto di Chicot, con la democrazia moderna, con i media e con il chiacchiericcio dei dibattiti in televisione. Nei quali tuttavia Socrate trionferebbe, vincendo perfino la guerra dell’audience, per via del suo profondo attaccamento alla vera conoscenza, in un mondo (parola di Chicot) pieno di demagoghi.

Altro grande che torna con una missione contemporanea, e cioè «l’Europa», è il personaggio di culto nato dalla penna di uno scrittore che sta per compiere 86 anni, John le Carrè: la spia George Smiley, immortale protagonista de La talpa e di Chiamata per il morto, torna nel nuovo romanzo dello scrittore britannico (A legacy of spies, da martedì in libreria nel Regno Unito e negli Stati Uniti) che è tutto fuorché una storia crepuscolare. Anzi, è un prequel in cui si anticipano molte delle atmosfere in cui il leggendario agente segreto si muoverà negli anni successivi, con in più il tiro «aggiustato» su temi attuali come la Brexit e lo spirito europeo («se mai ho avuto un sogno impossibile», afferma Smiley, «è stato quello di portare l’Europa fuori dall’oscurità»).

Accanto, ci sono le molte, celebri voci della scrittura contemporanea che saranno al Festivaletteratura di Mantova, e che intervengono sul nuovo numero nell’ampio speciale sulla rassegna: ad esempio l’americana Elizabeth Strout, lo spagnolo Arturo Pérez-Reverte, l’indonesiano Eka Kurniawan, che firmano su «la Lettura» racconti e memoir, mentre tra gli scrittori intervistati si contano la nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, il cinese Yu Hua, l’americana Marianne Leone, il francese Daniel Pennac. Nell’inserto segnaliamo anche vari incontri della kermesse mantovana, come gli itinerari virgiliani, i dialoghi con i giallisti, le letture teatrali, il programma parallelo di musica e poesia a Palazzo Te, i dibattiti sull’attualità.

A proposito di attualità: di una vicenda dei nostri giorni, ma con spunti di riflessione senza tempo, scrive anche Alessandra Sarchi, analizzando la figura di Oscar Pistorius: raccontando degli anni in cui il campione paralimpico è stato un «supereroe» con molte medaglie d’oro nel suo carnet, e di quando invece, dopo la sparatoria in cui è morta la fidanzata Reeva Steenkamp, è diventato un «eroe caduto», e non solo agli occhi dei media.

Il numero si chiude con le voci di alcuni grandi della letteratura, che risuonano nell’intervento di Alessandro Piperno dedicato agli incipit più importanti di tutti i tempi: anticipando il suo intervento al Festival della Comunicazione di Camogli, Piperno riflette sul modo migliore per iniziare una storia. Evocando a suon di citazioni, e con ironia, attacchi celebri come «Chiamatemi Ismaele» (Herman Melville, Moby Dick) oppure «Se davvero avete voglia di sentire questa storia…» (J. D. Salinger, Il giovane Holden). Per scoprire che Charles Dickens può permettersi un incipit «confidenziale», e pochissimi, come Joseph Conrad, possono osare l’attacco «sapienziale».

© RIPRODUZIONE RISERVATA