Archivi categoria: the V.G. review of writers & authors

Pier Vittorio Tondelli. Biglietto ad un amico

A 25 anni dalla morte dell’autore, condividiamo il ricordo di Elisabetta Sgarbi, ex direttore editoriale di Bompiani, la casa editrice che pubblica l’intera opera tondelliana.

“Quando arrivava in casa editrice lo si notava subito, essendo molto alto. Passava veloce, silenziosamente, portandosi appresso la sua naturale timidezza. Poi sorrideva, ed ecco emergere il Tondelli dei suoi libri, della leggerezza e della malinconia che mi è caro ritrovare leggendolo”, così Elisabetta Sgarbi, amica e per lungo tempo direttore editoriale di Bompiani (oggi a La nave di Teseo), la casa editrice che pubblica l’opera completa tondelliana, ricorda Pvt.
Come ha incontrato e conosciuto Pier Vittorio Tondelli?
L’ho conosciuto davvero, in profondità, nei primi anni 90, quando abbiamo dato vita con lui, Alain Elkann e Elisabetta Rasy, Jay McInerney alla rivista “Panta” una bella avventura, che continua ancora oggi nel suo nome. Una “rivista di mondi narrati”, aliena da ogni pregiudizio ideologico e stilistico. Pier Vittorio era entusiasta del progetto e nell’editoriale del primo numero scriveva che “Panta” “è realizzata da un gruppo di autori la cui appartenenza a una stessa generazione si esprime nella ritrovata fiducia del narrare”. Potrei indicare alcune caratteristiche che subito mi colpirono di lui: l’eleganza, come diceva anche Fernanda Pivano, l’ironia, il tratto infantile, la vocazione a fare senza risparmiarsi e pensando sempre agli altri quasi più che a se stesso.
Qual è stata, secondo lei, l’innovazione più grande che Tondelli ha immesso nella narrativa italiana?
La capacità di raccontare la giovinezza e i suoi furori: era un Giordano Bruno della narrativa novecentesca, un innovatore puro. In grado di ridare al lettore le emozioni che si provano durante le fasi di transizione della vita personale.
Come viveva la sua funzione di intellettuale?
Cercando di dare voce agli altri, anche agli ignoti, consigliando, suggerendo, senza mai tirarsi indietro, e non è una notazione retorica.
In pochi anni di attività, Tondelli ha scritto e pubblicato romanzi, racconti, pezzi giornalistici con approcci stilistici differenti. Da lettrice, qual è il Tondelli che ha apprezzato di più?
Il Tondelli di Camere separate e quello intimo, quasi mistico, di una sua mistica del tutto laica, di Biglietti agli amici. Ma è tutto da leggere, la sua anima poetica è un flusso che investe ogni parola, ogni trama.
Ogni anno si celebrano incontri su Tondelli, i suoi romanzi continuano ad essere venduti regolarmente, tanti ragazzi si laureano scrivendo tesi sui suoi libri, qualche critico che “in presa diretta” lo aveva sottostimato ha fatto marcia indietro (penso ad Angelo Guglielmi, ad esempio). Come valuta, per così dire, l’eredità di Tondelli a venticinque anni dalla sua scomparsa? Ha la considerazione che merita un intellettuale del suo calibro?
A Tondelli molti scrittori di oggi debbono molto e molto gli deve l’editoria contemporanea. Pier e il più giovane Andrea De Carlo hanno liberato il romanzo puro, consegnandolo alle generazioni successive svincolato dalle maglie a volte troppo strette delle ideologie e dello sperimentalismo. I narratori puri di oggi hanno questo debito nei confronti di Andrea e Pier, che agivano in un terreno ostile, spesso, ma che hanno affrontato con tutta la sfrontatezza necessaria agli scrittori. È una storia ancora da scrivere, ma importante e bella. Poi direi che il contributo essenziale di Pier alla narrativa è stato quello di dare forma e sostanza all’esperienza reale, accumulata, carica di fatti e immaginazioni. Non quindi la semplice esperienza “vissuta”, ma qualcosa di più alto, di più vasto, che include il profondo senso delle cose, una prospettiva esistenziale sempre fatta valere senza schermi, il che è possibile ai grandi.
Pubblicato sul Mucchio n. 726, Gennaio 2015

L’intervista era presente sul Mucchio n. 726 – gennaio 2015.

di Liborio Conca / 16 Dic 2016

http://ilmucchio.it/interviste/libri-fumetti/pier-vittorio-tondelli/


Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.

Umberto Saba


Emmanuel Carrère: Hugo è l’oceano, Flaubert non mi fa affatto bene, Čechov suona sempre giusto

1 giugno 2017
Emmanuel-Carrère-702x336
Intervista a Emmanuel Carrère di Agathe Novak-Lechevalier

dal numero di giugno 2017 dell’Indice dei libri del mese
Se le parlo del XIX secolo, a che cosa pensa spontaneamente?
Penso – non lo dico per farle piacere – che è il secolo che preferisco. È uno spartiacque: ho l’impressione che da una parte ci siano quelli che amano l’Ottocento e dall’altra quelli che amano il Settecento. È un antagonismo sul tipo di quelli che contrappongono tradizionalmente Voltaire a Rousseau, Balzac a Stendhal, Tolstoij a Dostoevskij. Per Léon Daudet, che ha lanciato la famosa espressione “lo stupido secolo XIX”, l’Ottocento è il secolo dell’imbecillità trionfante. Grandiosa, magnifica, geniale, ma pur sempre imbecillità, legata alla sciocca idea del progresso, a un amore un po’ belante per l’umanità al quale si contrapporrebbe la lucidità, arida e vivace, del Settecento. Ne conosco, di persone così, – ho un’amica che mi diceva: è evidente che il Settecento era un’epoca superiore, in cui erano tutti più intelligenti, più spiritosi, più brillanti… Ma, in fondo, il Settecento non mi piace veramente. No, insomma, mi piace Rousseau
Direbbe che è una questione di ritmo?
Un po’. Non sono musicista, ma amo molto la musica. E la musica che amo di più è la musica dell’Ottocento, preso proprio dall’inizio, includendo Beethoven e Schubert, e, al capo opposto, tutta la fine dell’Ottocento, Fauré-Debussy-Ravel per la Francia, e per la Germania e per il nord tutta la musica sinfonica post-romantica: Bruckner, Sibelius. La grande sinfonia tardoromantica è l’apogeo di quel che possiamo definire il ba-da-bum, il lato elefantiaco del XIX secolo, ma io lo adoro. Dirò una cosa sacrilega: in Mozart, c’è tutta una parte che non mi piace, ed è proprio la parte settecentesca, tutto quel che fa pensare alle parrucche, ai minuetti, ai rondò saltellanti, scritti evidentemente col pilota automatico: è roba che non fa per me. C’è un personaggio in Guerra e pace che incarna un po’ tutto questo: il padre del principe Andrej, una vera incarnazione del XVIII secolo, un omino secco secco, bisbetico, iperattivo, che continua a portare la parrucca incipriata quando non la porta più nessuno. L’amica di cui parlavo, quella che fa l’elogio del Settecento, ha una teoria. Dice che bisogna ridurre al minimo il tempo interstiziale, restare attivi, liberarsi dei tempi morti. Proprio come il vecchio principe Bolkonskij: fa molto Settecento, mi pare, quest’idea che non devono esserci vuoti. Nella mia visione dell’Ottocento, invece, ci devono essere dei tempi morti, delle zone piatte, degli spazi vuoti. È strano: si potrebbe dire che l’Ottocento è il secolo del pieno, anzi, del troppo pieno, ma io amo soprattutto le sue lande deserte, come la landa di Lessay in La stregata di Barbey d’Aurevilly. O Cime tempestose, o le ultime sonate di Schubert: così desolate, così rarefatte, credo siano in assoluto la musica che amo di più.
E tra gli scrittori, quali potrebbero far parte di quella che Florence Delay, che lei cita, definisce la famille insistante, la famiglia che non ci lascia mai?
Evidentemente c’è il grande blocco dei russi. Fanno davvero parte della cultura francese; poche letterature straniere si sono integrate nella cultura francese quanto il grande romanzo russo dell’Ottocento, lo hanno letto tutti. Tolstoj, Dostoevskij, Čechov, e anche Gogol’ e Turgenev, sono proprio nel cuore dei miei gusti letterari. Anche i romanzi inglesi: Dickens, Thomas Hardy, o anche Anthony Trollope, tutti quei romanzoni confortevoli, dove abbiamo voglia di installarci per passare delle lunghe giornate d’inverno, distesi su un divano, sotto una coperta. In questo genere, il massimo è Thomas Hardy: ci si immerge nei suoi romanzi, che pure sono profondamente tristi, sono forse tra i libri più tristi che esistano… Jude the Obscure, francamente non credo che esista un libro più triste. No, ce n’è uno che è più triste ancora, e che mi sbalordisce ogni volta, è Ethan Frome, di Edith Wharton. È breve, è quello che gli anglosassoni designano con il termine novella, ed è strano sia stato scritto da una romanziera specializzata nell’alta società newyorkese. È una specie di dramma rurale, aspro, tragico, taciturno. Al confronto, Cime tempestose sembra Tutti insieme appassionatamente. È il libro più sinistro del mondo, ed è un capolavoro assoluto. Lo rileggo ogni cinque-sei anni, sarò un po’ masochista, ma è pur sempre uno dei libri più straordinari che io conosca.
Dunque soprattutto romanzieri stranieri?
Ah no, tra i francesi adoro Hugo. Qualche anno fa ho riletto I miserabili, che mi era piaciuto molto ai tempi della mia adolescenza; non immaginavo che rileggendolo mi sarebbe piaciuto altrettanto. Mi ha letteralmente sbalordito. Pierre Michon, un giorno, ha detto davanti a me: “Hugo è l’oceano”. Proprio così, è il contrario del XVIII secolo. Tutto quel che si può dire di peggio sull’Ottocento, lo si può dire di Hugo: ne è veramente l’incarnazione, ne ha il lato geniale ma anche il lato “borghese con l’orologio da taschino che tocca il culo alla serva”. Resta il fatto che lo trovo grandioso, incredibilmente commovente, e che preferisco l’ingenuità spesso tutt’altro che ingenua di Hugo a tutta la pretesa scaltrezza di quelli che “non la bevono”.
Lei non cita Flaubert, che pure appare abbastanza spesso nei suoi romanzi.
Per me Flaubert costituisce un caso molto problematico. Lo adoro, desta in me una grandissima ammirazione e un sentimento molto forte d’essere a casa; ma non mi fa affatto bene, anzi, su di me ha una cattiva influenza. Si colloca all’opposto del ritmo sempre allegro, vivace e un po’ asciutto di Stendhal, un ritmo che in teoria mi seduce ma che leggendolo non ritrovo mai. Flaubert rivendica invece il suo stile incredibilmente laborioso, il modo in cui la sua frase resta di continuo come impantanata. In Flaubert, tutto ricade, tutto si impantana e si invischia, è l’argomento stesso dei suoi due grandi romanzi Madame Bovary e L’educazione sentimentale (non sono una di quelle menti perverse o particolarmente sottili che adorano Salammbô). Quella posizione da cui guarda sempre le cose dall’alto, e l’aderenza perfetta della frase, del ritmo, a questa sua visione di un mondo impantanato, in cui ogni slancio è destinato a fallire, mi sono essenzialmente nocive. Come se in quella prosa lì ci fosse una specie di bacillo: appena si insinua dentro di me, mi fa male.
Ci sono altre opere che le fanno lo stesso effetto?
Non per la lingua, ma in termini di visione del mondo, è una cosa che mi capita anche con Simenon. I libri di Simenon – devono essere almeno duecento – raccontano sempre la stessa cosa: la storia di un omino che cerca di uscire dai binari della sua vita. E appena comincia a farlo, Simenon gli schiaffa un coperchio sulla testa e lo spappola. I libri di Simenon non raccontano mai altro, ma sempre con la stessa straordinaria forza, con la stessa umanità , incredibile in un autore così disilluso, così cattivo, addirittura. Anche a Flaubert piaceva raccontare sempre la stessa cosa – salvo quando scriveva i suoi polpettoni in costume, una cosa che non ho mai capito. La cosa più stupefacente è che lui aveva l’impressione che quel che veramente gli piaceva era scrivere i polpettoni in costume, che era per scrivere qualcosa d’altro che si doveva sforzare. È quel che dimostra la famosa storia della lettura di La Tentazione di Sant’Antonio a Bouilhet e a Du Camp, convocati per tre giorni interi. Alla fine i suoi due ascoltatori, che sono due veri amici, costernati, gli dicono: “No, davvero, proprio non va, questa roba devi lasciarla perdere. Scegli una storia banalissima, invece, e vediamo cosa viene fuori”. E Flaubert scrive Madame Bovary. La adoro, questa storia, fa parte delle grandi storie della storia letteraria.
In L’avversario (Adelphi, 2013), a un certo punto lei rinuncia a scrivere il suo romanzo perché , dice, “l’io suona falso”. Che cosa le permette di valutarlo? Di sentire se l’io suona falso oppure no?
Credo di avere un buon orecchio, per i miei scritti e anche per quelli degli altri. Non glielo saprei spiegare: in realtà, è quasi una questione morale. Una frase – non soltanto in termini flaubertiani di eufonia, ma anche in rapporto a quel che cerca di raccontare – suona giusta o stonata? Per me è il criterio essenziale, anzi, l’unico. E, per strano che possa sembrare, ho l’impressione di accorgermi sempre se una cosa viene dal profondo, o se è una cosa detta così per dire, che non ha radici, che non è davvero sentita: quelle cose che uno scrive per fare il furbo, o perché è uno scrittore e allora bisogna pur che scriva qualcosa, o per far funzionare in qualche modo la narrazione. Come lettore, ho l’impressione di accorgermene, è una questione di orecchio, ma so che del mio orecchio, su questo, mi posso fidare.
Ci sono autori che hanno particolarmente contribuito a educarle questo “orecchio”?
Molti. Tutti gli autori che mi piacciono, mi piace che suonino giusto. L’autore per eccellenza di cui si ha l’impressione che suoni sempre giusto, è Čechov. Non c’è mai una piccola distorsione, mai: gli viene praticamente naturale. Penso che sia una virtù, una posizione morale.
Dei modelli negativi?
Ce ne sono un sacco, anche tra gli autori importanti e riconosciuti come tali. Nella mia giovinezza ho amato appassionatamente Nabokov: era davvero il mio eroe letterario. Adesso non lo è più per niente: trovo che si sente sempre qualcosa di un po’ forzato in quella sua prosa, d’altronde così incredibilmente duttile e flessuosa. Una sorta di pedanteria, quella posizione di chi guarda dall’alto che mi disturba moralmente. Non è un fatto legato alla semplicità o alla complessità della frase: per esempio, Proust, trovo che suona sempre giusto, anche se le sue frasi sono incredibilmente ingarbugliate. Ha una particolarità, per me: nonostante la proverbiale lunghezza delle sue frasi, della loro complessità grammaticale, io trovo che Proust è un autore molto rapido. È un autore che va sempre al dunque, come se, nonostante tutto, visto quel che aveva da dire, avesse trovato il modo più rapido di farlo. Quello che ha da dire è complicato, quello che ha da dire è fluttuante, deve passare attraverso una serie di tappe, ma non trovo che la tiri in lungo, che diluisca. Il risultato è abbastanza spiazzante.
Lei ha scritto un romanzo di ispirazione fantastica, Baffi; ha reso omaggio a Philip K. Dick in Io sono vivo, voi siete morti (Adelphi, 2016); in uno degli articoli di Propizio è avere ove recarsi (Adelphi, 2017), dice di Lovecraft che l’ha conquistato per sempre. Che posto occupa la letteratura fantastica nella sua biblioteca personale?
Da quando mi sono imbattuto, nella biblioteca dei miei genitori, in un libro di Lovecraft, il fantastico è stato una delle grandi passioni della mia vita di lettore. È un campo in cui, posso dirlo senza esagerare, ho una cultura enciclopedica. Questo ci riporta all’Ottocento: è allora che il fantastico si è staccato dalla fiaba e dalla leggenda per diventare un genere letterario a sé. Su questo, c’è un altro aneddoto che adoro: quella riunione in riva al lago Lemano dove c’erano Byron, il suo medico Polidori, Shelley e Mary Shelley, che Shelley aveva rapita e che doveva avere diciassette o diciotto anni. Byron era la rockstar assoluta dei suoi tempi, e quella era una specie di riunione di hippy di lusso. Andavano molto in barca sul lago. Un giorno si è messo a fare brutto, bisognava trovare qualcosa da fare. Uno di loro ha lanciato la scommessa di scrivere una storia fantastica: erano la novità del momento, le storie che facevano paura. E Mary Shelley ha scritto Frankenstein. Così tipico del XIX secolo: maldestro, enfatico, grossolano. Ma quella ragazza di diciotto anni ha scritto un libro che sarà letto finché esisteranno i libri, un libro eterno, un capolavoro, un libro che mi piace infinitamente.
Leggendola e ascoltandola, si sente l’importanza che lei attribuisce a un certo primato del racconto, molto caratteristico del romanzo dell’Ottocento.
È una cosa che apprezzo e alla quale sono molto sensibile. Poco tempo fa ho riletto L’idiota di Dostoevskij. Non mi ricordavo una cosa, la prima parte del romanzo, una prima parte che occuperà all’incirca trecento pagine. Racconta ventiquattr’ore, comincia su un treno. Delle persone si incontrano, non hanno dormito, sono stravolte, febbrili, parlano: a partire da lì non si ferma più, non c’è una pausa, un’ellissi. Seguiamo come in tempo reale le ventiquattr’ore del principe Myškin, vediamo le dozzine di personaggi secondari che incontra e le anticamere dove si trovano tutte queste persone… senza interruzioni. È una cosa di una forza incredibile in termini di propulsione narrativa, ed è una cosa che ammiro enormemente. C’è un equivalente contemporaneo, trovo, ed è Hergé, in L’affare Girasole. Le prime venti pagine di L’affare Girasole sono un’unica sequenza, anche quella senza interruzioni. Siamo a Moulinsart, c’è il professor Girasole che fa i suoi esperimenti, il capitano Haddock che vorrebbe vivere la sua vita tranquilla da castellano alcolista, i Dupont che arrivano, e poi Séraphin Lampion con i suoi contratti da assicuratore, e poi le spie della Borduria e della Syldavia che si appostano nel parco e dicono quella frase che adoro: “Per i baffi di Pleksy-Gladz, c’è già qualcun altro che lo sorveglia”. È una cosa folle. È cucina letteraria, ma quella forza di propulsione che parte, e che, una volta partita, è un treno che sappiamo che nulla potrà più fermare , io la adoro. Adoro gli autori che ti acchiappano così e non ti mollano più.
In che misura pensa che queste letture romanzesche abbiano influenzato le sue scelte e la sua vita? C’è un passo molto divertente in Limonov (Adelphi, 2014) in cui lei spiega come i suoi genitori hanno scoraggiato le sue ambizioni di diventare fiociniere su una baleniera, nate dalla scoperta di Ventimila leghe sotto i mari…
È vero, ma non c’entrava solo il libro, c’era anche il film di Richard Fleischer, che devo aver visto a nove o dieci anni. C’erano dei grandi attori: il meno noto è Paul Lukas, che faceva il professor Aronnax, ma c’era Kirk Douglas come Ned Land, James Mason come capitano Nemo, e Peter Lorre, il famoso Mostro di Düsseldorf, che interpretava Conseil, il cameriere del professor Aronnax. Naturalmente, pochi bambini decidono di identificarsi con il cameriere. Però c’era una bella scelta: il ribelle assoluto, Nemo; l’uomo di scienza, Aronnax; e poi l’avventuriero plebeo, Ned Land. E io che ero un bambino piuttosto gracile, con gli occhiali, io sognavo di essere Ned Land, il fiociniere. Non so perché avevo lasciato perdere Nemo, che pure era il personaggio più affascinante; forse, in fondo, non l’avevo mica poi tanto lasciato perdere. In ogni caso, a un certo momento, mi sono detto che, se non potevo diventare fiociniere, sarei diventato un uomo di scienza; e, come il capitano Aronnax, ho deciso di scrivere un libro sui grandi fondali sottomarini. E l’ho fatto! Ho comprato un quaderno, ritagliavo delle figure di pesci e ce le incollavo sopra. Ma siccome ero ignorantissimo, in quei grandi fondali sottomarini c’erano la carpa, il ghiozzo: un sacco di pesci d’acqua dolce.
Lei ha parlato di Flaubert come di un autore che le è profondamente nocivo; ce ne sono altri che invece le sono salutari?
Per fortuna ce ne sono, anzi gli autori salutari sono più numerosi di quelli nocivi. Dickens, per esempio. Non solo David Copperfield o Grandi speranze fanno parte dei libri che amo di più al mondo, ma è proprio Dickens che mi fa bene. È soccorrevole, generoso più di quanto si possa dire. Anche a proposito di lui c’è una storia che adoro. Dickens stava scrivendo un romanzo che usciva come feuilleton, a puntate, non ricordo quale. Quando usciva un feuilleton di Dickens, era come oggi quando esce un nuovo Harry Potter: la gente faceva la coda davanti alle edicole dalle cinque del mattino. In quel romanzo, Dickens parlava di una donnina che viveva nella provincia inglese: era nana, era gobba, faceva la pedicure ed era un personaggio estremamente negativo, malvagio, una specie di ragno che tesseva la sua tela, tirava i fili e stava per causare i peggiori disastri. Si sentiva che Dickens aveva in pugno il suo personaggio. E poi, mentre il libro sta uscendo a puntate, tra le moltissime lettere che Dickens riceve ogni giorno, ce n’è una di una signora che gli dice: “Senta, io abito in una cittadina di provincia e sono, per mia disgrazia, nana, gobba e pedicure. E davvero stanno cominciando tutti a guardarmi male; lei mi ha rovinato la vita”. Dickens non è stato a pensarci su: nella puntata successiva, il personaggio è diventato un angelo di bontà, totalmente positivo. Io trovo che sia uno dei gesti letterari più belli che si possano immaginare. È il contrario di quella posizione per cui l’autore ha tutti i diritti, quella che parte dal principio che la letteratura è la cosa più importante di tutte. Mettere sottosopra il piano di un libro per non far dispiacere a una donnina in fondo alla sua provincia sperduta, è una cosa, davvero, che mi riempie di rispetto e d’amore. Su questi problemi della responsabilità letteraria, è la storia che preferisco; ed è la posizione che più mi piacerebbe essere capace di adottare, se un giorno mi trovassi in quel tipo di situazione. In realtà questi problemi sono molto importanti per me, e credo siano tipici del XIX secolo.
C’è effettivamente tutta una parte della sua opera che poggia su una fortissima dimensione empatica, e Vite che non sono la mia (Einaudi, 2013) ne costituisce probabilmente il punto più alto. Potrebbe affermare che siano stati i romanzi dell’Ottocento a formarla a questa dimensione della letteratura?
È molto complicato. Questa domanda affronta la questione del mio ideale in letteratura e del mio ideale umano, che si confondono completamente. Per me, sono la stessa cosa. Non ho affatto l’ossessione della letteratura in sé, ho l’impressione di far letteratura per cercare di progredire come essere umano, vorrei semplicemente che mi aiutasse a diventare un pochino migliore.
Però mi sento incessantemente diviso tra due opposte possibilità. Da una parte, c’è in me una grandissima aspirazione a quello che lei descrive, cioè a quella sorta di empatia che può esprimersi attraverso forme di generosità un po’ ingenue, l’empatia che fa piangere: è un criterio anche quello, perché non è mica una cosa da nulla, far piangere. E dall’altra c’è qualche cosa di estremamente egocentrico, quasi autistico, una sorta di incapacità assoluta di andare verso gli altri, come se ci fosse in me un ometto arido, ingeneroso, meschino. È una specie di confidenza che le faccio, ma ho l’impressione che la mia vita trascorra in questa tensione, tra l’ometto che diventa cattivo a forza di aver paura, quell’odioso bambino spaventato che sta in fondo al mio io, e un’aspirazione verso l’esatto contrario, verso quel che permette di uscire da sé, di andare verso gli altri, di condurre una vita migliore, non solo in senso morale, ma una vita più interessante, più viva…cosa alla quale aspiro veramente e alla quale mi è accaduto di avvicinarmi.
È con Vite che non sono la mia che mi ci sono avvicinato di più; so che è il mio libro migliore, non ci sono dubbi in proposito. È un libro in cui si trova incapsulato quel che vorrei essere come scrittore. E in tutto questo, effettivamente, c’è qualche cosa che sta dalla parte di quella specie di slancio di generosità, di altruismo che mi sembra tipico del XIX secolo. È lo slancio che troviamo, in particolare, nell’Hugo dei Miserabili, ne accetto volentieri anche il carattere un po’ sciocco e ingenuo. Fa parte del mio ideale letterario più della “Bianchezza” dei seguaci di Blanchot e degli ammiratori del Bartleby di Melville; ed è questa probabilmente la ragione principale che fa del XIX secolo il mio secolo preferito.
L’intervista è stata pubblicata, in versione più ampia, con il titolo Forces de propulsion du XIX siècle, sulla rivista “Le Magasin du XIX siècle” (n. 6, 2016) che ringraziamo per la gentile concessione. Traduzione dal francese di Mariolina Bertini.
A Novak-Lechevalier insegna letteratura francese all’Università di Parigi X Nanterre

http://www.lindiceonline.com/incontri/interviste/emmanuel-carrere-hugo-flaubert-cechov/


Don Winslow: la guerra è finita. Ha vinto la droga

Ha raccontato l’ascesa dei narcos messicani. Ora, nel nuovo romanzo, “Corruzione”, accende i riflettori sui poliziotti di New York. E svela un’America falciata da eroina e antidolorifici. Lo abbiamo intervistato

di Enrico Deaglio per Il Venerdì di Repubblica
SAN DIEGO. O quasi. Doveva essere San Diego, l’ultima città della California, quella del confine, della marina militare e del surf. Ma poi si è preferito fare l’intervista da un’altra parte: Don Winslow ha avuto «dei problemi» (telefonate, minacce), per cui si è spostato un po’ più in là. Il paesaggio è diventato immediatamente geologico e silenzioso, con rocce e grandi massi rotolati dalle montagne qualche milione di anni fa. Dietro una collina c’è il deserto che arriva fino in Arizona, dietro l’altra c’è il Messico. Due bambini giocano con un pallone in uno spiazzo davanti all’emporio. Dice Winslow: «Sono figli di illegali, naturalmente. D’altra parte, un tempo questo era Messico. Qui il settanta per cento ha votato Trump, i vecchi liberal come me sono pochi, ma se dovessero venire i federali a deportare quei due bambini, salterebbero fuori con i fucili per impedirlo». E infatti i due bambini non hanno paura. E il muro?, chiedo, dove dovrebbe passare? «Non si farà mai. È una buffonata, come tutto Trump».

Don Winslow ama l’Italia, c’è stato molte volte. Ha amici: Roberto Saviano, per esempio, che scrive sugli stessi, pericolosi argomenti. Sorride e mi indica le colline disseminate di casette. «Sai cosa sta facendo la gente, lassù? Sta guardando Gomorra su Netflix. Al bar non si parla d’altro. Ma io non so se riuscirei a fare la vita che fa Roberto. L’anno scorso, a Roma, eravamo insieme in un posto pubblico. Mia moglie ha aperto la borsa per prendere la sua bottiglietta di acqua minerale e le sono saltati addosso tre dei suoi “angeli”, con le pistole a un centimetro dal suo naso».

Sessantatré anni, fisico minuto e giovanile di chi pratica e insegna surf (un hobby professionale), viso molto mobile con due occhi chiari profondi, jeans e maglietta, un uomo che ha fatto i mestieri più curiosi nella vita, Don Winslow è considerato il miglior giallista americano del momento. E quello che vende di più. Ha cominciato vent’anni fa ad apprezzarlo una nicchia di lettori internazionali; fece colpo con L’inverno di Frankie Machine, dove un mafioso in pensione, appassionato di surf, veniva richiamato in servizio (e buon per lui che era un tipo meticoloso); poi è esploso con Il potere del cane e Il cartello, le due saghe iperrealiste sui narcos messicani che gli hanno dato il successo mondiale e, appunto, «qualche problema».

Ora, in contemporanea con l’edizione americana, intitolata The Force, esce in Italia Corruzione, Einaudi, tradotto da Alfredo Colitto. Comprato a scatola chiusa da Hollywood, per il ruolo di protagonista nel film i grandi attori stanno già facendo la fila. Ma non saremo più tra teste decapitate, giornalisti assassinati, il deserto da conquistare; siamo arrivati nel centro di New York, dove si aspetta la “settimana bianca”, l’invasione di eroina, e il migliore poliziotto sulla piazza, Denny Malone, si gioca la reputazione, la coscienza, l’anima di fronte a tutto lo sporco del mondo. Vincerà? Se siete un amante dei gialli, non perdetevelo. Di The Force, Stephen King ha twittato: «È come Il Padrino, ma con i poliziotti al posto dei mafiosi». Di certo non vincerà New York. Confessa Winslow: «Con tutto il bene che le voglio, purtroppo, è perduta». Nessuna città resiste alla “settimana bianca”.

Da dove partiamo?
«Se parliamo di cartelli, da quello di Sinaloa. È un punto all’orizzonte, a sud: lo stato di Sinaloa, Messico, nei poverissimi anni Quaranta. Il clima è buono per la coltivazione dell’oppio, i gringos ne hanno bisogno. Il consumo di massa di oppio, eroina, antidolorifici è nato qui, con la Prima guerra mondiale, le trincee, le amputazioni. Furono degli italiani intraprendenti a capire che si potevano fare un sacco di soldi curando dolore e infelicità. Lucky Luciano fu il più sveglio, aprì canali con l’industria farmaceutica in Germania, si spinse addirittura in Birmania per comprare la materia prima. Con la Seconda guerra mondiale questi canali si esaurirono: l’Atlantico era un “mare tedesco”, il Giappone dominava l’Asia, la merce non arrivava. Ma i soldati americani avevano bisogno della dose. E così furono proprio gli americani a proporre ai contadini di Sinaloa di produrre per loro. “Sì, d’accordo, ma come facciamo a portarvi la roba oltre le montagne?”. “Vi costruiamo noi la ferrovia” dissero i gringos, e infatti  fecero la Sinaloa-San Diego in un batter d’occhio, per i marinai delle portaerei, le decine di migliaia di feriti, di traumatizzati, di distrutti dalla guerra  che tornavano a casa».

Tra allora e oggi, per soddisfare i consumi americani c’è voluta la produzione intensiva in Colombia, Bolivia, Messico. Adesso è il Messico che ha preso il sopravvento: e la logica del Cartello del XXI secolo ha la stessa modernità delle catene di montaggio dei primi del Novecento.  

Winslow si alza e va alla staccionata. Prende una pietra. «Questo oggetto qui vale uno». Lo trasporta oltre il legno. «Arrivato di là, lo vendi a 50. Produrre è importante, ma molto di più è occupare lo spazio da quest’altra parte della staccionata. Questo vuol dire corrompere, decapitare, sterminare. Il cartello è questo: non è la cronaca di diversi assassinii, ma il flusso di una merce diventata regina del mercato americano. I narcos vogliono il monopolio. Chi si oppone muore. È il più grande conflitto in corso: centomila morti in dieci anni, e la cifra è in crescita. E centomila morti vogliono dire altrettanti orfani, altrettante vendette, altrettanti traumi psichici. Oggi la produzione di droga dei cartelli messicani vale tra l’8 e il 13 per cento del Pil del Paese: sono di fatto un secondo potere. Anni fa sono stati loro a comprare i bond emessi dal governo messicano e a salvarlo dal default. Dopo il crollo di Wall Street del 2008 è stato il denaro liquido di Las Vegas e Miami a far partire la ripresa».

Ma lei fa lo scrittore o il sociologo?
«Scrittore, assolutamente. La crime novel è fatta per intrattenere il lettore. Però ci tengo anche a fare qualcosa per cambiare la situazione».

Che cosa propone?
«Che si dichiari la fine della “guerra alla droga”. Bisogna legalizzare il più possibile, anche le droghe che danno dipendenza (quelle che noi chiamiamo pesanti, ndr) e intervenire sulle cause dell’infelicità che porta alla droga. Bisogna colpire i criminali. E per quanto riguarda le sostanze “ricreative”, io ovviamente capisco il fumo, ma vorrei che i ragazzi – che magari boicottano una marca di caffè perché non è equa e solidale  –  si rendessero conto che chi produce marijuana è quasi sempre uno schiavista».

Come lavora?
«Da solo, come un artigiano.  In questa stanza (una stanza spoglia, con un enorme iMac davanti al quale Winslow scrive in piedi; al soffitto è appeso un punchingball). I miei libri hanno bisogno di anni di documentazione. Per scrivere Il cartello ho passato un anno a collezionare documenti, fatti di cronaca, rapporti di polizia: 153 pagine di notizie scritte a spazio uno. Ne ho selezionate quindici, poi ho cominciato ad andare a trovare persone e a far loro domande, poi a immaginare dei personaggi, delle emozioni, dei sentimenti. Alla fine ne sono rimasti due, e il tema del loro rapporto era la vendetta. Sono uno scrittore realista, probabilmente iperrealista. Il mio editor ogni tanto mi ferma».

In Italia le hanno dato il premio intestato a Raymond Chandler, lo scrittore che ha inventato la figura dell’investigatore privato. Le piace l’idea?
«Certo che mi piace, ma non sono io. Il detective di Chandler è un uomo solo nella città, erede diretto del cowboy solitario che si spingeva a ovest fino all’oceano. È al di sopra delle cose, è oltre la morale corrente. I miei protagonisti sono invece dentro le cose, non danno giudizi: partecipano, vedono, molto spesso muoiono. È come quando insegni il surf: tutta l’azione non sta in superficie, sta dentro l’onda. Devi stare dentro. Poi, per mia natura, il mio protagonista è in genere un uomo o una donna semplice, che cerca di mantenersi onesto in un ambiente ostile. Questo lo rende eroe. Il narcotrafficante o il mafioso non sono eroi. Eroi sono i cento giornalisti ammazzati in Messico, le donne che sono state uccise a Ciudad Juarez, gli studenti uccisi perché manifestavano, i militanti che denunciano la corruzione».

C’è un lieto fine?
«Io lo cerco, ma… Quando devo trovare una fine, comincio ad ascoltare molto jazz, soprattutto il sax di Sonny Stitt. Il finale che cerco deve avere due caratteristiche: essere sorprendente e inevitabile. E questo Stitt me l’ha sempre suggerito. Note, silenzio, notturno, ritmo. Il jazz è il miglior amico dello scrittore di polizieschi».

In Italia si dibatte molto sul nuovo poliziesco iperrealista: è educativo? Non è controproducente presentare i “cattivi” come invincibili?
«Mostrare la realtà funziona sempre. Romanticizzare proprio no. Pensi a quello che ha fatto Sean Penn, peraltro bravissima persona, andando a intervistare “el Chapo” Guzmán, il capo dei narcos. Con la stimata rivista Rolling Stone che ha addirittura concesso al più grande criminale del secolo di rivedere l’intervista prima di dare il permesso di pubblicarla!».

Il suo Cartello è stato utile contro il vero Cartello?
«Io credo di sì. Ho presentato il libro in tutta l’America, non c’è stata una sola volta in cui dal pubblico qualcuno non abbia alzato la mano per raccontare una storia di droga. Storie di parenti morti, scomparsi, imprigionati. La droga sta dominando l’America. Stiamo vivendo una spaventosa epidemia da “assunzione di  oppiacei”, come la chiamano. Sessantamila morti per overdose nel solo 2016, più di tutti i soldati caduti in Vietnam. Sono bianchi poveri, disoccupati. Sa com’è cominciata? Con la liberalizzazione della marijuana in alcuni stati. Le coltivazioni in Messico, penalizzate, sono state subito riconvertite ad oppio. Negli Usa le farmacie vendono i painkiller dietro ricetta. Per strada una pillola di Oxicone si può comprare a 30 dollari. Poi arrivano i narcos che per dieci dollari ti danno una dose di metanfetamina o eroina dieci volte più forte. Oppure il Fentalyn, che serve per addormentare gli elefanti. Così sono morti Prince e Philip Seymour Hoffman. E allora? Non c’è guerra alla droga che possa riuscire. Bisogna finalmente ammettere che la guerra alla droga è stata il più grande fallimento».

E finalmente siamo arrivati nella metropoli. Con la grande saga della polizia corrotta. Chi comanda in città? Non siamo più ai tempi di Serpico, o di The Departed. A New York ci sono 38 mila poliziotti in servizio e la stragrande maggioranza di loro prende la stecca “per la famiglia”, per mandare al college i figli. Lotta impari contro il crimine, la sozzura che si impadronisce del corpo di polizia. Le gang si moltiplicano, gli informatori propongono affari sempre più sporchi, le tentazioni aumentano. Denny Malone, il protagonista di Corruzione, ha salvato una bambina sequestrata da uno spacciatore. Ma è un vero eroe? Tutti l’hanno sentito gridare al rapitore: «Uccidila! Sarà una bambina negra in meno». Lo pensava davvero?

Denny ha rotto con sua moglie, Sheila, e sta con Claudette, infermiera nera. Ecco un dialogo di intimità coniugale nella famiglia dell’eroe: «Almeno prima mi tradivi con puttane bianche» gli dice Sheila. «Quando eravamo sposati lo facevi lo stesso. Tu e i tuoi amici poliziotti vi sbattevate qualsiasi cosa avesse una fica. Ehi, loro lo sanno? Russo e Big Monty sanno che bagni il biscotto nel catrame?» (e qui sembra un romanzo di Tom Wolfe).

E ancora, ecco Malone che parla di politica con uno spacciatore: «C’è una cosa che non capisci. I giovani neri in passato raccoglievano il cotone nelle piantagioni. Ora voi neri siete il cotone. Siete il prodotto grezzo che finisce tra gli ingranaggi della macchina, migliaia di voi ogni giorno». «Il complesso industriale carcerario» aveva risposto il pusher. «In pratica sono io a pagare il tuo stipendio»  (e qui sembra che tutti e due abbiano letto Il capitale nel XXI secolo di Piketty). E la storia si avvita, tutti i migliori sono sommersi dallo sporco, la “settimana bianca” ha le sue leggi e Denny Malone precipiterà nel gorgo.
C’è un bel po’ di cose che non capisco: come fa Winslow a saperla così lunga? Nella sua biografia c’è scritto che ha vissuto un po’ dappertutto, che ha fatto il detective privato, l’organizzatore di tour culturali in Cina, l’istruttore di surf a San Diego. Dice a tutti che ama Puccini, Shakespeare e che ha visto Il Padrino con dei ragazzi di malavita, tutti contenti a vedersi dipinti come principi della città.

Per quanto ha fatto il detective?
«Una ventina d’anni. La mia famiglia – siamo italiani di origine –  aveva delle attività a New York, vicino a Times Square, e io ho cominciato facendo la sorveglianza sui borseggiatori nei cinema. Poi mi sono occupato di frodi, di incendi dolosi, di abusi sessuali sui bambini: – la peggiore esperienza della mia vita. Ho visto tante cose. E per esperienza posso dirle che l’uomo non è buono. La vita ti fa diventare più furbo, non migliore».

Ma chi erano quei ragazzi con cui ha visto Il Padrino?
«Oh, erano i miei amici. A quel tempo abitavamo a New Orleans, mia nonna Evelina gestiva una bisca… Ne aveva di storie! Diceva che il governatore Long, quello che si era messo in società con Lucky Luciano e Frank Costello e aveva riempito la Louisiana di slot machines,  sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti se Roosevelt non l’avesse fatto uccidere. E che Kennedy era stato eletto con i voti di Carlos Marcello. Io ero un ragazzino, ma quando giravo per la Little Palermo di New Orleans tutti mi rispettavano perché ero il nipote di Evelina».

E così ho capito che per scrivere il miglior poliziesco americano bisogna studiare molto, lavorare sodo. Ma anche che aver avuto una nonna biscazziera aiuta molto a capire come va il mondo. 

(16 giugno 2017)

http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2017/06/15/news/don_winslow_la_guerra_e_finita_ha_vinto_la_droga-168150066/


Yeruldelgger

Il romanzo di Ian Manook nel cuore della steppa

di Gabriele Santoro

Patrick Manoukian, classe 1949, è un figlio dell’emigrazione, della diaspora armena in Francia. Cresciuto a Meudon, sobborgo a sudovest di Parigi, in una famiglia operaia è stato uno scrittore prolifico fin dall’adolescenza, ma non aveva pubblicato nulla fino al 2013, quando la casa editrice Albin Michel ha puntato sul noir dall’ambientazione esotica Yeruldelgger (Fazi, 524 pagine, 16.50 euro, traduzione a cura di Maurizio Ferrara). Il primo volume di una trilogia che ha conquistato i lettori francesi: 200mila copie vendute, insignito di tutti i premi letterari dedicati al giallo ed è in corso di pubblicazione in dieci paesi.
Ian Manook, il nome d’arte, dopo una giovinezza da sessantottino, nel 1987 ha creato un’agenzia di pubblicità specializzata nella comunicazione per il turismo, che dirige col figlio Julien, e le Éditions de Tournon, a lungo leader del mercato editoriale francese dell’animazione e del fumetto. Yeruldelgger è strettamente legato al rapporto con la figlia Zoe, che prima ha sfidato l’autore a non lasciare finalmente incompiuto un romanzo, e poi nel 2007 l’ha portato in Mongolia per verificare da vicino il lavoro dell’associazione per l’adozione a distanza che finanziavano.
Con la qualità della propria scrittura Manook ci introduce con grande competenza e passione in un universo che poco conosciamo, la Mongolia sospesa tra le tradizioni ancestrali dei nomadi della steppa selvaggia e la modernità violenta della capitale Ulan Bator. Il libro propone di viaggiare dietro lo schermo della violenza per comprendere le contraddizioni di un paese schiacciato da appetiti neocolonialisti. Yeruldelgger, un commissario di polizia mongolo, è il nostro eroe che dalle prime pagine si trova a indagare sul ritrovamento in una fabbrica alla periferia della città dei cadaveri di tre cinesi.
E a poche ore da Ulan Bator, nel cuore della steppa, è alle prese col mistero dei resti di una bambina seppellita con il suo triciclo. Le inchieste sembrano del tutto disgiunte, ma sarà così? Yeruldelgger dovrà fronteggiare le minacce e gli ostacoli posti da politici e potenti locali, magnati stranieri in cerca di investimenti e divertimenti illeciti, poliziotti corrotti e delinquenti neonazisti.
Manook, che cosa ha rappresentato la diaspora nella sua vita?
«Esiste un dolore grande: non essere in grado o non avere il permesso di ricordare, l’essere schiacciati sulle contingenze attuali. Gli armeni sono sopravvissuti anche alla negazione della parola genocidio, dunque alla censura della memoria. La cultura della diaspora è speciale e ha costruito il mio sguardo composito sul mondo, il modo in cui ho vissuto, pensato e scritto».
Dal Bronx alla Mongolia, passando per la Woodstock mancata, ci disegna la mappa così particolare dei suoi viaggi?
«Avevo vent’anni quando viaggiare significava aprirsi al mondo ed essendo un figlio della diaspora, come tutti gli armeni o le persone costrette a fuggire, ho fatto del mondo la mia casa. A sedici anni sono partito per la prima volta destinazione New York, lavorando in un ristorante. Il viaggio che mi ha cambiato risale a quando ho finito i miei studi nel 1973: 27 mesi dall’Islanda all’Amazzonia. A scuola ero sempre il primo della classe, fiero di essere il proletario istruito. Poi ho capito che là fuori c’era un mondo da scoprire».
Perché del suo personaggio, Yeruldelgger, descrive fisicamente solo le mani?
«L’ho fatto per lasciare al lettore la propria immagine di Yeruldelgger. Mi colpisce la coincidenza delle descrizioni di chi ha letto il libro. Per me lui è l’incarnazione della Mongolia. Vuol dire che sembra un personaggio solido, capace di battersi contro tutti, nel contempo nella sua vastità è molto fragile. Yeruldelgger era nella mia penna da vent’anni. All’epoca era un poliziotto americano di Brooklyn, che si chiamava Donelli, dall’esistenza complessa. L’ho ripreso, calandolo nel contesto generale della Mongolia. Subito ho capito una cosa importantissima: la cultura sciamanica della Mongolia dà alle cose importanti di un giallo, la morte, la fedeltà, la vendetta una nozione diversa del nostro modo di pensare occidentale. Questa differenza garantiva ai miei personaggi una asperità maggiore».
La violenza nella sua fiction letteraria: lei si spinge molto in avanti.
«È un personaggio pienamente inscritto nella modernità. Col suo mestiere si misura con gli aspetti più tribolati e violenti della vita del suo paese, che dopo lo scontro con l’URSS, subisce altre influenze, in particolare cinesi e coreane. Manifesta la volontà di conservare le tradizioni millenarie mongole, legate all’educazione ricevuta in un monastero buddista. In un giallo si deve andare un po’ più lontano dell’ultima linea della violenza, oltrepassarla. Il mio personaggio a volte è troppo violento. Il mondo intorno lo spinge alla violenza alla quale lui non vorrebbe cedere. Nello sviluppo della trilogia, a ottobre uscirà in Francia il terzo volume, evolve con esiti inattesi il suo rapporto con la rabbia vendicativa che gli cresceva dentro a ogni delitto».
L’intrigo poliziesco si rivela anche nella complessità delle questioni geopolitiche, ai rapporti della Mongolia con gli interessi economici ingombranti di Russia e Cina con la scoperta di terre rare, ricche di minerali necessari ad alimentare l’industria tecnologica.
«La Mongolia sembra un paese indistruttibile, eterno, che in realtà potrebbe sparire nei prossimi venti anni, economicamente, politicamente e fisicamente. La Mongolia è come qualcosa che non sarebbe dovuto esistere. Un paese grande due volte e mezzo la Francia con solamente tre milioni di persone, di cui circa il 40% vive in una sola grande città. È una zona sismica terribile. Yeru l’ho scritto come un’incarnazione del suo paese. Spesso abbiamo coscienza dei luoghi come cartoline postali. Quando scrivo il giallo mi piace servirmi della conoscenza approfondita che ho del paese, della quotidianità quanto dei suoi problemi geopolitici. Questo genere letterario, meno soggetto a censure, è un ottimo strumento per occuparsi di sentimenti universali attraversando destini personali».
Qual è il compito della letteratura?
«L’immaginazione è la risorsa migliore del mondo. Serve a varcare le frontiere dell’immaginazione che è un’attivazione della curiosità. Senza di essa non vale la pena vivere. Se vivere è accettare un’idea che gli altri hanno imposto come indiscutibile non vale la pena. La curiosità è il motore di tutto. In quanti vivono senza mai chiedersi l’origine delle parole che pronunciano? Incuriosirsi cambia la vita».
I premi letterari valorizzano un libro?
«Ancora non mi è chiaro. Il riconoscimento ovviamente gratifica, ma non cambiano la vita, soprattutto a 65 anni».

di Gabriele Santoro pubblicato mercoledì, 31 agosto 2016 su Minima & Moralia

http://www.minimaetmoralia.it/wp/yeruldelgger-il-romanzo-di-ian-manook/

Gabriele Santoro
Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.