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GLOBALIZZAZIONE

Il Rinascimento degli altri

Massimo Firpo per il Sole24ore che ringraziamo 

settembre 2016

Mappa. Una piantina del mondo del 1515Mappa. Una piantina del mondo del 1515

Grazie ai viaggi di Colombo e Vasco da Gama, nell’ultimo decennio del Quattrocento interi continenti si aprirono ai traffici commerciali, alle esplorazioni, all’espansione del cristianesimo e al dominio dell’Europa, inaugurando la lunga stagione del colonialismo. Ne nacquero nuovi e immensi spazi fisici, che nei decenni futuri avrebbero continuato a dilatarsi e che gli stessi europei avrebbero dovuto imparare a inserire nei loro spazi mentali, e nel loro modo di percepire se stessi; ne nacquero grandi ricchezze e successi, così come vite miserabili svanite nel nulla, tra tempeste oceaniche e malattie tropicali, tra stenti e violenze; ne nacquero eroica dedizione missionaria e brutale traffico di milioni di esseri umani, trasferiti dalle coste africane nelle Americhe; ne nacquero nuove risorse finanziarie per la corona di Spagna, nuove tecniche marinare, nuovi prodotti, nuove coltivazioni, che avrebbero dato vita a nuove abitudini alimentari e nuove forme di socialità; ne nacquero nuove conoscenze d’ogni genere, tra realtà e leggenda, e nuove curiosità, che le tipografie furono pronte a soddisfare diffondendo una miriade di resoconti, relazioni, lettere, narrazioni che riferivano di quelle terre lontane, di viaggi perigliosi, di piante e animali mai visti, di improbabili esseri mostruosi, di usi e costumi molto diversi da quelli europei, di barbari cannibali caraibici e di raja indiani, di feroci irochesi e di raffinati mandarini cinesi.

Ne nacque insomma non solo il Nuovo Mondo, ma un mondo nuovo e diverso, e con esso nuovi problemi e inediti confronti, soprattutto in relazione alle Americhe poiché l’Asia era da secoli presente nella percezione dell’Occidente, mentre popoli e civiltà di quel continente sconosciuto si affacciavano per la prima volta sui suoi orizzonti culturali. Occorreva pur chiedersi infatti se fosse lecito ridurre in schiavitù quelle popolazioni, o meglio quanto ne restava dopo i massacri e le malattie che le avevano sterminate; e se si trattava di “genti bestiali” che dovevano essere grate per aver ricevuto dagli spagnoli la vera fede, che cosa dicevano del loro passato e della loro cultura i templi maestosi, simili alle piramidi d’Egitto, le sculture, le maschere d’oro, le antiche leggende delle popolazioni precolombiane? e anzitutto da dove venivano quelle genti di cui non c’era menzione alcuna nella narrazione biblica dalla creazione a Gesù Cristo?

È proprio il tema sempre sensibile della storia che questo libro affronta, cercando di cogliere nella storiografia del pieno e maturo Rinascimento le prime tracce del tentativo di inglobare le storie degli “altri” in un disegno non del tutto subalterno a un modello di storia universale incentrato esclusivamente sull’Europa, capace solo di dilatarlo a nuove terre e nuovi popoli, ma senza riconoscerne in modo alcuno la specifica diversità, senza dar vita a qualche forma di xenologia, senza neanche pensare di costruire l’immagine di un mondo condiviso. Il fatto che quella improvvisa dilatazione spaziale e mercantile continui a essere definita nei manuali di storia come l’età delle grandi scoperte geografiche la dice lunga sulla persistenza di una prospettiva tenacemente eurocentrica: la stessa delle primeHistoriae sui temporis o Historie del mondo o Historie universali che comparvero allora sul mercato editoriale, spesso autentici best sellers sempre alimentati da nuove notizie e aggiornati. Altri e più marginali sono invece i percorsi seguiti da Marcocci, inoltrandosi con intelligenza e sapere ora negli scritti di un francescano spagnolo pronto ad avvalersi dei celebri falsi e delle fantasiose genealogie precristiane di Annio da Viterbo per ricostruire il passato delle popolazioni messicane; ora nell’opera di un portoghese precipitato dal ruolo di capitano nelle Molucche alla misera morte in un pubblico ospedale, capace di mettere in discussione il mito della conquista portoghese dell’oceano Indiano; ora nella cronaca di un nobile quetchua ispanizzato che utilizzava un best seller tedesco forse letto in versione italiana per rivalutare la dignità del suo popolo sconfitto e oppresso.

Nel Seicento queste tracce avrebbero finito col perdersi, cancellate dalla logica tutta religiosa e missionaria delle storie gesuitiche e da un modello imperiale che subordinava la storiografia alle proprie esigenze di grandezza, al punto da esigere la distruzione di ogni documentazione storica relativa ai vinti, incapace di tollerare infrazioni o eccezioni alla propria retorica vittoriosa. Il che avvenne soprattutto tra il 1580 e il 1640, quando le congiunture dinastiche unificarono sotto la corona di casa d’Austria i regni di Spagna e Portogallo in un impero mondiale, costretto tuttavia a misurarsi con la poderosa espansione sui mari dell’Olanda, dell’Inghilterra e poi della Francia, ai margini degli altri imperi asiatici: da quello ottomano, antico nemico sul fronte mediterraneo, alla Persia dei Safavidi, dall’India dei Mughal alla Cina dei Ming. Universi lontani diventati vicini nell’arco di pochi anni, che hanno suggerito di scorgere in quella profonda trasformazione le origini dell’odierna globalizzazione.

Non v’è dubbio che la crisi profonda che oggi attraversa la storia trovi una delle sue ragioni proprio nella difficoltà di dare una storia comune – anche se non condivisa – al nuovo mondo globale che si viene formando, quasi che l’unico modo di ricomporre le differenze fosse l’oblio del passato. Perché è difficile accettare un passato plurale di storie diverse, una world history fatta non solo di giustapposizioni e sincronie, di scontri e subalternità, ma anche di frontiere permeabili, di scambi materiali e culturali, di una rete inesauribile di relazioni e rapporti sempre presenti, tale da lasciare i suoi segni, per esempio, anche nei cappelli di castoro canadese o nei piatti di porcellana cinese dipinti da Vermeer, come ci ha spiegato Timothy Brook. Una storia globale, insomma, una storia “connessa”, come l’ha definita Sanjay Subrahmanyan, di cui questo libro ricostruisce alcuni frammenti, tanto più preziosi in quanto rintracciati sul terreno particolarmente refrattario della storiografia, il più sensibile alle esigenze del potere e alla logica degli imperi, ma anche l’unico sul quale ricostruire quella rete di connessioni e con essa i frammenti di un passato comune utili a capire il presente. E a capire tra l’altro come l’odierna crisi dell’Europa, la sua perdita di identità culturale e il suo rimpicciolire al cospetto dei nuovi giganti del mondo comportino anche una sua “provincializzazione” storica e storiografica, la sua cacciata dal trono dell’invenzione della modernità sul quale si era installata da secoli, costretta a deporre lo scettro di padrone del mondo e diventare periferia. Come si è persa la memoria dei re incaici, del resto, potrà forse svanire anche quella di Pericle e di Giulio Cesare, di san Tommaso e di Michelangelo, degli Asburgo e dei Borbone, di Newton e Voltaire. E magari, perché ciò non accada, non farebbe male imparare qualcosa delle storie degli altri.

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La gnosi attraverso la scoperta di Nag Hammadi

Dalle sabbie del deserto Nag Hammadi riemerge il fascino di un cristianesimo incredibile e sconosciuto.

Intorno alla metà del 1945 a Nag Hammadi, località dell’Alto Egitto, furono scoperti, all’interno di una giara sotterrata tra le sabbie del deserto, 52 antichissimi codici risalenti al III – IV secolo d.C. e contenenti documenti composti, probabilmente, intorno al II-III secolo d.C..

Nag Hammâdi, Egitto - Wikipedia

Nag Hammâdi, Egitto – Immagine da Wikipedia

Questi documenti hanno rivoluzionato la nostra conoscenza dello gnosticismo cristiano, la più antica forme del cristianesimo primitivo.

Lo gnosticismo si contrappose, sin dai primi decenni della storia cristiana, all’altra, e ben più nota forma di cristianesimo giunta fino ai giorni nostri e frutto del pensiero e dalla teologia di San Paolo.

Ritenuta la più pericolosa forma di eresia, lo gnosticismo cristiano, fino a qualche decennio fa, ci era noto solo attraverso le feroci invettive dei Padri della Chiesa, ad essi si aggiunsero rari testi scoperti tra la fine dell’800 ed i primi 30 anni del XX secolo, come la “Pistis Sophia”, il “Trattato Cataro dei Due Principi” e il capitolo finale del “Vangelo di Maria”.

Le informazioni dei padri della chiesa risultavano, però, parziali e spesso errate, mentre quelle provenienti dalle rimanenti fonti erano per lo più, astruse e criptiche.

Questi materiali erano del tutto insufficienti a farci comprendere la natura dello gnosticismo e, soprattutto, il motivo che ne aveva assicurato una così larga diffusione in vastissime e variegate parti del tessuto sociale.

Solo con la pubblicazione completa dei manoscritti di Nag Hammadi, avvenuta nel 1985 a ben 40 anni dalla scoperta, abbiamo potuto riscoprire il fascino della forma primordiale della gnosi, e nel contempo comprendere come questo pensiero fosse, già nel II secolo d.C., perfettamente sviluppato in una teologia di sorprendente coerenza e complessità.

La pubblicazioni di questi testi ci ha fatto comprendere che, a differenza di quanto si era pensato fino a qualche decennio fa, il cristianesimo che conosciamo e che viene oggi professato in varie forme é nato da una distorsione edulcorata del pensiero gnostico e non viceversa.

La Gnosi esprimeva l’anelito di libertà dell’individuo, ed il diritto ad un rapporto intimo e personale con il divino offrendo all’uomo la possibilità di ritrovare Dio in se stesso senza alcuna mediazione.

E’ questa singolare teologia che spiega il perché, nonostante la oggettiva complessità delle tesi, lo gnosticismo risultò attraente e stimolante rispetto al secondo filone del cristianesimo primitivo, centrato sulla teologia del peccato e asservito alle esigenze potere romano e, successivamente, dei potentati che lo hanno sfruttato per garantirsi il controllo scociale e politico.

– La gnosi del Vangelo di Filippo

particolare del foglio 63 del Vangelo di Filippo

Particolare del foglio 63 del Vangelo di Filippo

Tra i più importanti documenti scoperti nel 1945, insieme a tre sconosciuti Vangeli: Tommaso, Egiziani, Verità, ve ne un quarto di suggestiva bellezza: il Vangelo di Filippo.

Pervenutoci in un manoscritto, in lingua copta, non si presenta come un vangelo tradizionale: ovvero non contiene storie della vita di Gesù, ma è una presentazione della teologia gnostica riportata con inconsueta chiarezza in un linguaggio ben lontano da quello ermetico che ci era noto dalle fonti precedenti la scoperta di Nag Hammadi..

Una delle frasi che meglio sintetizza il pensiero gnostico ci viene proprio da questo testo:

Il Mondo ebbe origine da una trasgressione. Colui che lo ha creato voleva farlo incorruttibile ed immortale ma fallì. Poiché l’incorruzione del mondo non esisteva, non esisteva l’incorruzione di colui che lo creò.” (V.F. 75,10).

Il senso rivoluzionario di questa frase è inequivocabile: il Dio del Vecchio Testamento è un falso Dio.

Tenendo conto che questa idea fu alla base del credo di una comunità che si ricollegava direttamente al pensiero di Gesù a pochi anni dalla sua morte, se ipotizziamo che fu davvero il credo e le idee di Gesù diviene facilmente comprensibile l’accanimento del Sinedrio e a gravità della bestemmia che gli venne imputata tanto da condurlo alla condanna a morte.

Nel cuore del testo si sottolinea più volte, insieme a questo principio già di per se rivoluzionario, anche la natura della gnosi come movimento di ribellione politica ed anarchica.

Secondo la gnosi, infatti, è la religione del falso Dio del Vecchio Testamento, che ha dato origine alle sofferenze nel modo generate dagli oligopoli di potere che allontanano gli uomini dal divino che é in loro, ingannandoli ed asservendoli attraverso l’opera dei angeli malvagi che servono il falso Dio: gli Arconti.

Gli gnostici, in sostanza, attribuivano la fonte primaria della schiavitù umana alla esteriorizzazione del Dio interiore (e con esso dell’anelito spirituale insito nell’uomo) ed alla creazione in un essere reso lontano ed irraggiungibile al servizio dei potenti e dei sacerdoti che se ne facevano interpetri e mediatori al solo fine di allontanare gli uomini dal contatto diretto e personale con il vero dio: quello che in questo testo, rifacendosi alla differenziazione attribuita a Gesù, viene identificato come : il Padre.

Gli gnostici, così come emergono dal vangelo di Filippo, ritenevano che se l’uomo non affronta e supera la distorsione dell’animo prodotto dalla religione del “falso Dio esteriore”, non può ottenere alcuna reale liberazione dalle varie forme di schiavitù di questo mondo perché se Dio è fuori di noi, chi si arroga il diritto di intercedere tra l’uomo e Dio si appropria delle parti più profonde e nascoste della animo umano rendendo l’uomo, di fatto, schiavo.

Ulteriore elemento fondamentale di questo Vangelo per la comprensione della gnosi, è che esso costituisce un indispensabile strumento per la decodifica della simbologia gnostica, una sorta di “Stele di Rosetta” del simbolismo della Gnosi.

Ecco come questo testo, descrive lo strumento di inganno ideato dagli Arconti ed adottato dalla più pericolosa delle tre stirpi di Uomini che operano al loro servizio, gli Ilici:

Gli Arconti vollero ingannare l’uomo a motivo della sua parentela con quelli che sono veramente buoni. Presero i nomi di coloro che sono buoni e li attribuirono a coloro che non sono buoni” (V.F. 54,20).

I nomi, la parola ed il discorso, quindi:

distolgono il cuore da ciò che è consistente per volgerlo all’inconsistente” (V.F. 53,23).

Il senso profondo del simbolo è stato, quindi, mutato dagli Arconti divenendo strumento di inganno che allontana l’uomo dal Padre, ovvero dalla scintilla del Padre presente nell’Uomo e quindi dalla possibilità per l’Uomo di divenire egli stesso un dio.

Questa inversione del valore del segno, sia esso scrittura o simbolo, è un elemento tipico della gnosi e questo brano ci spiega perché tale inversione è così frequente e necessaria nella didattica dei testi gnostici:la dottrina gnostica ha lo scopo di ristabilire il corretto piano dei valori simbolici sconvolto dagli Arconti.

Ma perché il simbolo è così importante per la “liberazione” dalle schiavitù di questo mondo e quindi dai potentati?

Il Vangelo di Filippo lo spiega in questo modo:

La Verità non è venuta nel mondo nuda, ma è nascosta in simboli ed immagini. Solo così la si può ottenere” (V.F. 67,10).

Come scoprì Carl Gustav Jung nella prima metà del ‘900, il simbolo è il vero ed unico linguaggio dell’Inconscio: chi conosce il valore e la lingua del simbolo, parla direttamente alle parti più profonde e nascoste nell’Uomo. Da ciò deriva la possibilità di sfruttare il potere che si acquisisce con questa conoscenza, per i propri interessi, separando l’uomo sempre più dal suo Inconscio.

Ma la stessa conoscenza può anche servire a salvare l’uomo ed essere adoperata nel suo esclusivo interesse se viene adoperata dall’Uomo per ritrovare se stesso ed a re-impossessarsi delle risorse nascoste nelle parti più nobili e profonde del Se.

L’ iniziazione gnostica per ricostruire l’unità dell’uomo e del cosmo

Una volta svelata all’uomo la sua vera origine ed i pericoli dai quali guardarsi, Filippo descrive, gli strumenti che l’uomo può adoperare per re-impossessarsi della sua natura divina. In tal senso questo testo si propone come un singolare modello di introspezione che anticipa quanto la psicologia junghiana ha scoperto solo all’inizio del XX secolo. La cosmogenesi valentiniana, ovvero la filosofia che descriveva la nascita dell’Universo e dell’Uomo come un evento unitario, costituisce il centro della teologia gnostica di matrice egizia che ritroviamo in questo documento.

Essa prospetta una netta separazione tra il mondo superiore e perfetto, ove regna il Padre, e quello inferiore, imperfetto e ove regnano il Demiurgo e le passioni.

Una separazione, questa, che ripropone a livello cosmico la separazione junghiana tra coscienza ed inconscio.

L’obiettivo della storia cosmica, secondo gli gnostici, è la ricostituzione dell’Unità originaria tra Uomo e Cosmo, attraverso il ricongiungimento progressivo delle parti del mondo inferiore ed ingannevole, opera del Demiurgo, al mondo superiore del Padre: il Pleroma. In analogia al processo cosmico il fine ultimo dell’Uomo è, per lo gnostico, divenire consapevole delle radici del male e della divisione che esiste in se stesso. E’ singolare notare come questo processo anticipa e rispecchia il processo junghiano di Integrazione del Se, il cui fine è riportare alla coscienza, integrandole, le parti della Psiche nascoste nell’inconscio nelle cui profondità risiede anche la parte più profonda che Jung chiama “Inconscio Collettivo” e che, per lo gnostico, è la sede vitale della “perla” o “scintilla divina”.

E’ proprio nella divisione tra bene e male, rappresentata dall’Albero da cui mangiarono Adamo ed Eva che, per lo gnostico, inizia il calvario dell’uomo e la radice della divisione in se stesso.

Secondo lo gnostico, in analogia a quanto affermerò Jung 2000 anni più tardi, quando l’Uomo separa nettamente il bene dal male, rifiuta parti di se stesso, e queste diventano territorio preda degli Arconti e origine di ogni separazione e di ogni male.

Gesù, nella gnosi, è il Logos che fornisce la chiave perché l’uomo riconquisti la sua eredità divina, in questo senso afferma il Vangelo di Filippo:

La sua carne è il suo Logos e il suo sangue è il suo Spirito. Colui che ha ricevuto questo ha cibo, bevanda e vestito.” (V.F. 57,1)

e ancora:

Il calice della preghiera contiene vino ed acqua. Essendo simbolo del sangue…esso è pieno di Spirito Santo ed appartiene all’uomo totalmente perfetto” (V.F. 75,10)

Il significato del calice, una delle molteplici forme che nell’immaginario medievale prenderà il Graal, in questo documento appare assai diverso e ben più profondo rispetto al valore che il cristianesimo attribuisce a questo simbolo.

Chi si nutre dal Graal, o dal calice, proprio come avviene nella leggenda, ha “cibo, bevanda e vestito”.

Il Vestito, per lo gnostico, è la vera carne che non è quella corrotta e materiale che veste l’uomo, ma è la veste divina. Nella teologia di Filippo, il “vestito è superiore a chi lo indossa” perché in esso vi è l’immagine divina che è nell’uomo. Il vestito, adoperando l’analogia con processo di integrazione junghiano, è il vero Se, ben diverso dall’Io , che costituisce l’immagine di noi stessi distorta dalla morale religiosa creata dagli Arconti e impostaci dai loro servitori su questa terra: gli uomini Ilici tutta materia e niente spirito.

Le parole cibo e bevanda, nella teologia gnostica, rappresentano il Logos (ovvero la conoscenza della Verità) e lo Spirito (ovvero la forza della intuizione divina), cibi extraterreni e divini del vero Uomo, cioè dell’Uomo deificatosi attraverso la Gnosi.

Il Logos è il Verbo divino incarnatosi con Gesù; esso costituisce la strada prima per il processo di ascesa dello gnostico al Padre che conduce alla ricostruzione del Pleroma, termine con cui si indica l’unità originaria del Cosmo prima della sua divisione tra Regno superiore del Padre e regno inferiore del falso Dio, il Demiurgo.

Il Logos, entità maschile, è l’equivalente dell’archetipo del Maestro Interiore di matrice junghiana, che risiede nell’Inconscio Collettivo.

Il Maestro interiore, o Logos dal punto di vista gnostico, rappresenta l’unica vera guida nel processo di crescita.

Il compito del Cristo viene descritto in Filippo come segue:

(V.F. 69) “Egli ha detto: ” Io sono venuto a rendere le cose di sotto come le cose di sopra e le cose esterne come quelle interne, e ad unirle tutte nel Luogo “. Egli si è manifestato qui attraverso simboli ed immagini. Coloro che dicono che c’è qualcuno al di sopra e qualcuno al di sotto, si sbagliano. Infatti, quello che si è manifestato è quello che è chiamato “quello che è di sotto“, e quello a cui appartengono le cose nascoste è “quello che è al di sopra” di lui. Sarebbe bene, in verità, dire così: “l’interno” e “l’esterno” e “l’esterno dell’esterno“. Per questo il Signore ha chiamato la corruzione “le tenebre esteriori“, al di fuori delle quali non c’è nulla. Egli ha detto: ” Mio Padre che è nel segreto “.

Ed ecco il consiglio che questo testo offre al credente per raggiungere la scintilla nascosta nel suo cuore:

” Entra nella tua camera e chiudi la porta su di te e prega tuo Padre che è nel segreto, ” cioè che è nell’interno di tutte le cose. Ora, ciò che è nell’interno di tutte le cose è il pleroma. Fuori di esso non c’è nulla che gli sia interno. Questo è quello che è detto: “ciò che è al di sopra di esse”.

In altre parole, l’Unione del basso di questa terra, con l’alto che é nel Cosmo oltre la cortina di questo mondo inferiore, corrisponde all’unione all’interno dell’uomo tra ciò che c’è di profondo in lui e ciò che è esteriore ovvero delle parti Consce ed Inconsce della Psiche.

Viviamo la nostra esistenza, secondo lo gnostico, all’interno di quello che potremmo chiamare Inconscio Cosmico che si situa sotto il Limite posto dal Cristo, prima di tutti i tempi, per separare il mondo del Padre da quello del Demiurgo per impedire la mescolanza.

Ciò che ci è manifesto in questo mondo rappresenta ciò che è “sotto il limite”, mentre ciò che ci è nascosto è ciò che si trova sopra il Limite. L’Interno dell’uomo e di tutte le cose che realmente esistono corrisponde, paradossalmente, proprio a ciò che è sopra il limite e quindi al Regno del Padre ovvero il Pleroma (la Pienezza).

Quindi l’Interno dell’uomo, al di sotto del quale non vi può essere nulla, rappresenta l’esterno e, quindi il canale che lo collega direttamente al Regno del Padre e al Padre stesso da cui egli ha origine.

Riportiamo la metafora gnostica al significato psicologico.

Per pervenire alla conoscenza profonda della Gnosi è necessario ascendere al Padre attraverso le sfere celesti per ricongiungersi alla fonte divina.

Nella psicologia junghiana tutto ciò non è altro che quello che viene indicato come “processo di integrazione” e quindi ricomposizione delle parti della Psiche, operato fino al punto in cui, ritrovata l’unità del Se, nel silenzio interiore si prende contatto con l’Inconscio Collettivo e quindi con il Se Profondo cui Jung stesso attribuisce una natura “luminosa” e quindi divina.

Le “sfere” gnostiche sono, quindi, le forme metaforiche che il Se Profondo assume man mano che le nubi si diradano. Il processo di ascesa si realizza, paradossalmente, attraverso un processo di discesa in se stessi entrando nella “camera” ove si cela per lo gnostico il Pleroma, ovvero, l’Unità di tutto e l’unità col Cosmo.

Una volta entrati in questa camera, è necessario chiudere la porta sopra di se in una preghiera che è meditazione profonda e totalmente separata dal mondo esteriore. La chiusura della porta occorre per escludere le distorsioni della visione personale e quindi del Se individuale, in questa astrazione verso il Se cosmico. In questo senso la meditazione è, per lo gnostico, e a differenza del cristianesimo che conosciamo, lo strumento principe per la connessione con la propria scintilla divina.

– I sacramenti gnostici: le fasi attraverso cui l’Uomo diviene Dio

Nel Vangelo di Filippo vengono proposti all’Uomo gnostico tre sacramenti che sanciscono simbolicamente tre importanti passi di questa ascesa-discesa. Ciascuno dei tre sacramenti rappresenta una metafora delle tre fasi di integrazione del Se secondo la psicologia junghiana.

1.Il Battesimo e l’immagine

Il primo sacramento è il Battesimo con valenza ben differente da quella che la cerimonia ha nel cristianesimo tradizionale. La verità è nell’immagine e non in ciò che realmente vediamo; è necessario, quindi, immergersi interamente e fino al capo nell’acqua nella quale si specchia l’immagine del finto uomo, quello racchiuso nella carne.

Attraverso questa immersione ci fondiamo all’immagine ed esprimiamo l’aspirazione a divenire uno con essa.

Ecco come il vangelo di Filippo descrive ciò che accade con il battesimo:

Ora Dio immerge coloro che immerge nell’acqua. E’ impossibile che uno veda qualcosa delle realtà essenziali, se non è diventato come quelle. L’uomo, davanti alla verità, non si trova come di fronte al mondo: vede il sole pur non essendo sole, vede il cielo, la terra e ogni altra cosa pur non essendo nulla di tutto questo. Ma (se) tu hai visto qualcosa di quel luogo, tu sei diventato quello (che hai visto). Tu hai visto lo Spirito, e tu sei diventato Spirito; tu hai visto il Cristo, e tu sei diventato Cristo; tu hai visto il Padre, e tu diventerai Padre.

Secondo Jung l’acqua è il simbolo primo dell’Incoscio e tutto ciò che vediamo, sentiamo e proviamo, di giorno come di notte, è in noi stessi. Non possiamo vedere o sentire nulla di diverso da ciò che abbiamo sperimentato e reso nostro: non riusciremmo, altrimenti, a riprodurlo in maniera così vivida nelle nostri sogni notturni.

Questa verità comporta che nulla di ciò che sperimentiamo, è reale, e nulla di ciò che sentiamo è esterna a noi poiché, seppure lo fosse (e gli gnostici ritengono non sia così), noi la possiamo sperimentare solo attraverso sensazioni ed immagini che si costruiscono dentro di noi e che come tali, ci appartengono e sono parti della nostra Psiche e, quindi, di noi stessi.

Ma se “vediamo” questa verità e quindi accediamo nel Luogo che è il nostro Se profondo, possiamo divenire tutto ciò che vediamo e, di qui, acquisire la capacità di essere noi stessi il Cristo.

Nell’Acqua lo gnostico riceveva lo Spirito Santo e con esso la “veste divina”.

Dice Filippo:

Se uno scende nell’acqua, e ne risale senza avere ricevuto nulla, e dice: “Io sono cristiano“, costui si prende a prestito il Nome. Ma se riceve lo Spirito Santo, costui ha il Nome come un dono. A colui che ha ricevuto un dono non lo si domanda indietro; ma a colui che l’ha preso a prestito lo si chiede indietro. Così accade a colui che sperimenta un mistero.

L’immersione rappresenta, seguendo il parallelo con la psicologia junghiana, un rito che anticipa e richiama simbolicamente, ed in prospettiva, il fine stesso del processo di Integrazione del Se. L’acqua è, simbolicamente il nostro Se, interiore nel quale dobbiamo immergerci per riconoscere la nostra vera identità divina. L’immagine che vediamo nella sua interezza riflessa nell’acqua battesimale gnostica è il simbolo dell’unione delle parti della Psiche che si raggiunge attraverso il processo di Integrazione oltre l’apparenza dell’Io nell’Unità del Se.

Inizia così il lungo e doloroso percorso di maturazione che è, in questa prima fase, teso unicamente a realizzare quella introspezione che potremmo definire mistico-psicologica, con cui l’uomo giunge alla radice del male in sé ed indaga nel suo Inconscio. In questa fase l’Uomo prende coscienza di quello che in oriente viene chiamato il Velo di Maya, ovvero dell’inganno che è insito nel suo modo di osservare la realtà e che è la base attraverso la quale gli Arconti, ingannandolo, lo rendono loro schiavo. Questa sofferta indagine lo porterà a conoscere il suo vero “Io” ovvero il Se, determinando la morte dell’Io generato dall’Errore e dalla Ignoranza.

2.L’Unzione e la morte iniziatica

Al termine, comunque, di questa fase di analisi che parte con il Battesimo, si perviene alla “morte iniziatica”, sancita, in Filippo, dal sacramento della Unzione.

A questa morte segue, contrariamente a quanto sostenuto dal cristianesimo a noi noto, una resurrezione che deve, secondo Filippo, “avvenire in questa carne” e quindi prima di morire e non dopo.

E’ una rinascita a nuova vita e alla sperimentazione della connessione con le parti del Se che lo porta a conoscere e vivere le proprie sensazioni profonde o, se si vuole, “la propria controparte sessuale”. In altri termini l’Uomo che giunge al sacramento dell’Unzione ha il compito di iniziare la ricerca della propria parte femminile sottrattagli da Dio (o dagli Arcondi secondo alcune versioni dello gnosticismo ben rappresentate nei testi di Nag Hammadi) quando gli fu estratta la costola e con essa Eva: il suo “Femminile”.

Nell’uomo che ha raggiunto e conosciuto il suo abisso e ha compreso l’inganno insito nel modo di guardare il mondo dietro il “Velo” di una psiche governata dalle passioni, nasce la capacità di leggere oltre le passioni, giungendo a riconquistare della parte femminile della sua Anima. Nella donna, invece, accade il processo inverso.

Il Battesimo non , quindi, completo senza l’Unzione afferma, infatti, Filippo:

Senza luce, nessuno può vedersi nell’acqua oppure in uno specchio, ma neppure senza acqua e senza specchio potrai nuovamente vederti nella luce. Per questo motivo è necessario battezzare nella luce e nell’acqua, in tutte e due. Ora la luce è l’unzione.

3.La camera nuziale ed i riti sessuali

La fase ultima dell’iniziazione gnostica viene sancita da più importante dei sacramenti: la Camera Nuziale.

Il processo che porta lo gnostico dal rito dell’Unzione a quello della Camera Nuziale entra direttamente nella materia magico esoterica e nella mistica poiché, junghianamente, esso si svolge a diretto contatto con il Se Profondo.

Con questo rito l’Uomo che ha ritrovato la sua parte mancante interiore e si appresta alla integrazione rituale anche di quella esteriore attraverso l’unione sessuale e fisica nella compagna gnostica cui si unisce in matrimonio.

Essa, a sua volta avrà compiuto il medesimo percorso che si completerà con l’unione al suo compagno nel rituale che pone fine alla separazione avvenuta nel paradiso terrestre e ricostruisce l’Uomo Originario divino: lAdam Kadmon, nel rito dalla Camera Nuziale.

Jung stesso non fece mai mistero della “straordinarietà” della fenomenologia che si sviluppa quando si entra in contatto con queste parti del Se che, per loro natura operano, in prospettiva del futuro e quindi al servizio della Collettività più che dell’Individuo, o meglio ancora a servizio del progetto cosmico più che individuale.

Jung stesso stesso fu testimone di numerose fenomenologie “particolari” e non nascose mai le sue capacità speciali che, però, furono sempre studiate nei limiti del possibile e delle conoscenze del tempo, con una metodologia prettamente scientifica e rigorosa.

Purtroppo l’analisi di Jung rimase confinata ad un processo di unione mistica dell’Uom in se stesso non comprendendo quale importanza avesse, sia per la gnosi che per l’alchimia medievale, l’unione sessuale e rituale. Ma ritorniamo alla Gnosi.

Stante l’intrinseca natura “finalistica” al servizio di un progetto unico cosmico, queste parti del Se consentono, di sperimentare fenomenologie particolari che attengono a due di distinte categorie:

  • fenomenologie ricettive o passive come la premonizione connesse a capacità sensorie “superiori”
  • fenomenologie attive come l’azione magica connesse alla capacità di “agire in prospettiva” e quindi alla capacità motorie “superiori”

Queste fenomenologie sono legate alla scoperta e “ri-costruzione” del corpo mistico, o se si vuole, con terminologia gnostica, sono connesse al ritrovamento del “vestito” ovvero all’indossare “l’uomo vivo”.

L’acqua viva è un corpo; è necessario che ci rivestiamo dell’uomo vivo. Perciò quando è in procinto di discendere nell’acqua, si sveste per rivestirsi di quello.” (V.F.)

Nella camera nuziale avviene quindi, il ricongiungimento sia interiore che esteriore delle parti maschile e femminile insite nell’Uomo Originario e che, nell’Uomo terrestre creato dal Demiurgo, esistono solo in “immagine”; da questa unione fisica e sessuale con la propria compagna, si genereranno i “figli mistici”, i cosiddetti Figli della Camera Nuziale ovvero quelli rivestiti dell’Uomo Nuovo.

Non si tratta, quindi, di figli reali ma mistici il che ci porta, insieme a numerosi altri indizi, a ritenere che il riutuale sacro della unione sessuale avvenisse senza emissione di seme, in analogia ad alcune pratiche della sessualità tantrica orientale.

In relazione alla Camera Nuziale ed alla generazione del “Uomo Nuovo” scrive Filippo:

Se è lecito parlare di un mistero, il Padre del tutto si unì con la Vergine, che era discesa dall’alto, e in quel giorno brillò per lei un fuoco. Egli apparve nel grande letto nuziale. Perciò il suo corpo fu prodotto in quel giorno: lasciò il letto nuziale, come uno che viene dallo sposo e dalla sposa. Così Gesù raddrizzò il tutto, per mezzo loro, in esso. E necessario che ognuno dei discepoli entri nel suo riposo”.

La funzione, quindi, di Gesù è aver tracciato la strada e aperto il canale che fa della unione dell’Uomo e della Donna nella Camera Nuziale, lo strumento per la ricostruzione della Unità del Cosmo attraverso l’opera materiale, ma anche sovrannaturale e mistica, della Coppia Sacra.

Questo rituale, con estrema evidenza, non avrebbe potuto essere completato se non si fosse manifestato ritualmente attraverso l’unione fisica con quella che, sotto ogni punto di vista, era per la Gnosi, la compagna di Gesù: la Maddalena.

Sabato Scala

sabatoSabato Scala è Ingegnere elettronico e ricercatore indipendente ha elaborato e sperimentato nuove teorie e modelli matematici nei campi della Fisica dell’Elettromagnetismo, delle Teorie dell’Unificazione, dei modelli di simulazione neurale. In quest’ultimo ambito ha condotto ricerche e proposto una personale teoria dei processi cognitivi e immaginativi suggerendo, sulla base della teoria di Fisico tedesco Burkhard Heim e del paradigma olografico, la possibilità di adozione del suo nuovo modello neurale per la rappresentazione di qualunque processo fisico classico o quantistico.

Negli ultimi anni, ha approfondito il fenomeno della coscienza (individuale e collettiva) e il relativo legame con la meccanica quantistica riprendendo il lavoro pionieristico di Carl Gustav Jung e Wolfgang Pauli sulla base dei nuovi modelli da lui proposti, giungendo alla elaborazione di una vera e propria scienza del simbolo e degli archetipi collettivi. Ha, altresì, compiuto ricerche innovative nell’ambito storico-umanistico, interessandosi ai movimenti iniziatici del cristianesimo primitivo. Ha all’attivo numerose pubblicazioni scientifiche e a carattere divulgativo e svolge un’intensa attività di conferenziere in Italia e all’estero. Autore del libro “La Fisica di Dio“ e del “Manuale Scientifico per l’Interpretazione dei Sogni e dei Simboli” per Infinito Editori di Torino.

Tratto da:

http://www.altrogiornale.org/


Julian Barnes racconta il lento piegarsi del musicista alla dittatura

Ogni nota è offuscata dal regime sovietico, vita di Sostakovic sotto il tiranno Stalin

Se è facile immaginare perché i regimi totalitari abbiano sempre messo la museruola agli scrittori, più difficile comprendere cosa ci fosse di sovversivo nei quadri di Klee o di Kandinskij

Unica motivazione: tutta l’arte doveva essere propaganda. Non per altro il realismo socialista e quello fascista si assomigliano molto. Ancor più complesso capire come la musica, di per sé, possa essere controrivoluzionaria, e riandare per esempio a quel 29 gennaio 1936 quando la terza pagina della Pravda attaccò l’esecuzione della Lady Macbeth del distretto Mcensk tenuta al Bol’soj da Dmitrij Sostakovic, uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi. Titolo dell’articolo Caos anziché musica (figuriamoci se avessero assistito a un concerto di John Cage, al compagno Stalin sarebbero caduti i capelli e pure i baffi).

Julian Barnes dedica al musicista russo un romanzo, Il rumore del tempo (Einaudi, pagg. 192, euro 18,50) per ripercorrerne la biografia e i tormenti di una carriera. A leggerlo sembra la parafrasi di un romanzo di Kafka («kafkiano» è uno degli aggettivi più usati per recensire il testo, a cominciare dal New York Times), sebbene il grigiore rappresentato da Kafka brilli letterariamente proprio perché assoluto, mentre le pagine su Sostakovic tendono a dare all’opera di Barnes una componente soporifera, mortifera, di tragico immobilismo. Ma probabilmente questo è l’intento dell’autore, perché non c’è nulla di più plumbeo che vivere dentro un regime. Al centro della narrazione di Barnes, più che la censura di Stato, i controlli, gli interrogatori, le deportazioni, c’è il lento piegarsi di un uomo (se questo è un uomo, in versione comunista), lo svuotarsi progressivo per mancanza di coraggio, e la nozione stessa di coraggio, capovolta. «Essere vigliacco non è facile. Molto più facile essere un eroe. A un eroe basta essere coraggioso per un istante: quando estrae una pistola, quando lancia una bomba, attiva il detonatore, fa fuori il tiranno e poi se stesso. Essere un vigliacco significa invece imbarcarsi in un’impresa che dura una vita. Richiede costanza, fermezza, impegno a non cambiare, il che si risolve in una certa forma di coraggio».

A differenza dei grandi libri storici sugli orrori sovietici, a Barnes interessa mettere in scena il giorno per giorno del conformarsi a un sistema, ribaltando la posizione di Stravinskij, fuggito negli Stati Uniti, rispetto al sottomesso Sostakovic. «Aveva anche imparato come si può distruggere l’anima di un uomo. Un’anima può essere distrutta in uno dei seguenti tre modi: attraverso ciò che fanno gli altri; attraverso ciò che gli altri ti costringono a fare a te stesso; e attraverso ciò che tu decidi di farti. Ognuno di questi metodi è di per sé sufficiente; certo in presenza di tutti e tre, il risultato è impareggiabile».

Massimiliano Parente per il Giornale he ringraziamo

fonte: http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/ogni-nota-offuscata-regime-sovietico-vita-sostakovic-sotto-1306736.html


Cile: piccolo vademecum su miti, errori, menzogne ed omissioni sull’11 settembre 1973

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Mercoledì è il anniversario del colpo di Stato in Cile dell’11 settembre 1973, un evento fondativo del mondo contemporaneo, come avrò modo di argomentare in un articolo che sarà pubblicato la mattina dell’11 su questo sito. Come studioso di storia del Cile, di Salvador Allende e nello specifico di quel golpe (in particolare intervistando la gran parte dei sopravvissuti della battaglia della Moneda per lavori pubblicati o in corso di pubblicazione), sento il bisogno di una serie di puntualizzazioni apparentemente banali eppure decisive nella narrazione e interpretazione di quei fatti. Ovviamente non mi illudo di essere creduto o dato credito e sono convinto che in questi giorni continueremo a sentir dire che Allende non si è suicidato o che il Cile era sull’orlo del caos, che non è provato il ruolo della CIA, eccetera. Pace.

1) Salvador Allende indiscutibilmente si suicidò. I testimoni diretti, persone al di sopra di ogni sospetto, tra i quali il dottor Jirón e il GAP Pablo Zepeda, non lo mettono mai in dubbio. La leggenda dell’assassinio fu inventata e diffusa innanzitutto da Radio Mosca per motivi di propaganda. Buona parte dei motivi del successo di tale versione furono dovuti: a) a motivi culturali rispetto alla valenza del suicidio interpretabile come atto di vigliaccheria; b) al fatto che l’assassinio appariva come perfetta allegoria dell’infamia del golpe e della morte della democrazia; c) al dato che i testimoni diretti di parte democratica (che hanno sempre parlato del suicidio) furono uccisi o messi a lungo a tacere dalla dittatura. L’intero campo democratico, a partire da un famoso articolo molto romanzato di Gabriel García Márquez, preferì a lungo non credere al suicidio, forse uno dei pochi dettagli sul quale i golpisti non mentirono. Si veda in particolare il mio saggio su «Passato e Presente» in nota.

2) Il golpe (preceduto da un primo tentativo il 29 giugno) fu reso possibile da uno stratagemma. Il governo Allende si stava rafforzando nel paese, aveva vinto bene le amministrative di febbraio, stava realizzando il proprio programma e i dati macroeconomici erano in forte miglioramento. Tuttavia, di fronte alla polarizzazione della politica cilena e alle manovre di destabilizzazione il Presidente aveva deciso di annunciare un referendum sul suo governo, rendendosi disponibile a rinunciare a metà mandato in caso di risultato avverso. Al di là del possibile risultato il semplice annuncio del referendum avrebbe delegittimato il golpe rendendolo impossibile. L’annuncio, in una trasmissione a reti unificate, doveva essere dato il 10 settembre 1973. Solo dopo le enormi insistenze di Augusto Pinochet, da pochissimo nuovo Capo di Stato Maggiore, Allende aveva accettato di rinviare al 12 settembre, ventiquattro ore dopo la data già prevista per il Colpo di Stato.

3) Il golpe non fu la conseguenza del caos (come in Argentina) o della sconfitta della guerriglia (come in Uruguay). Avvenne in un paese polarizzato ma ordinato, governato nel rispetto della Costituzione e sostanzialmente in pace. A partire dal 1961 (presidente John F. Kennedy) la Casa Bianca aveva iniziato a lavorare per impedire che Allende arrivasse alla presidenza. La cosa era riuscita nel 1964, fallì nel 1970. Da quel momento, il governo degli Stati Uniti lavorò per sovvertire le istituzioni democratiche in Cile. La ricerca di interlocutori golpisti nell’esercito e nell’aristocrazia cilena da parte del governo e dei servizi degli Stati Uniti, la «guerra psicologica», il soffiare sul fuoco del golpe, istigarlo e poi difenderlo con ogni mezzo, è altrettanto indiscutibile e attestato in innumerevoli documenti cominciati a pubblicare a Washington fin dal 1975. Continuare a instillare il dubbio è insensato o in malafede. Al contrario:

4) Non è mai esistito un golpe da parte di Unidad Popular e Salvador Allende, quest’ultimo scrupoloso e irriducibile nel rispetto delle istituzioni fino al sacrificio finale. Tutta la propaganda sulla presenza di 35.000 (sic) addestratori cubani, un arsenale di 45.000 pistole, 12.000 kalashnikov e 500 bazooka e il fantomatico Plan Zeta (il golpe di Allende) erano pure invenzioni costruite a tavolino per destabilizzare prima e giustificare poi il golpe contro un governo di matrice marxista che, pur andando avanti in mille campi, mai smantellò le istituzioni liberaldemocratiche o violò la costituzione vigente. A partire dal 1984 il generale pinochetista Gustavo Leigh si vantava pubblicamente di quanto fosse stato facile inventare tutto di sana pianta trovando media compiacenti in patria e fuori. La memoria è breve: identiche fandonie, migliaia di cubani armati fino ai denti e l’autogolpe in arrivo, furono usate in altre occasioni, come in Venezuela per giustificare il fallito golpe contro Hugo Chávez l’11 aprile 2002.

5) Non era stata preparata una resistenza armata al golpe (Allende voleva innanzitutto evitare una guerra civile avendo in mente quella di Spagna). Lo testimonia il fatto che esistessero solo piccoli apparati militari di tutti i partiti di UP, Partito Socialista, Partito Comunista, Sinistra Cristiana oltre al MIR (Movimento Sinistra Rivoluzionaria), che fino a quel momento aveva realizzato piccole azioni di propaganda armata. Ognuno di questi apparati possedeva non più di 100-150 kalashnikov e aveva inviato poche decine di militanti in paesi socialisti (soprattutto la Cecoslovacchia e Cuba) per ottenere addestramento militare. L’11 settembre i partiti mancarono completamente agli obiettivi limitati ai quali quegli uomini erano destinati: difesa della Moneda e scorta dei dirigenti verso rifugi sicuri. Lasciarono così Allende ed un pugno di uomini nella Moneda senza alcun appoggio esterno, mentre la popolazione (ancora il 4 settembre milioni di militanti avevano riempito le piazze in appoggio al governo) fu invitata a restare a casa. La mancata difesa della Moneda è uno dei segreti sui quali più alta si alza la cortina di fumo dei partiti eredi di UP, in particolare del Partito Socialista.

6) L’esistenza di un esercito liberatore al comando del Generale costituzionalista Carlos Prats (assassinato nel 1974 dalla CIA e dalla DINA) nei giorni successivi al golpe è un’invenzione di Radio Mosca, costata molte vite di militanti di Unidad Popular, indotti a credere che fosse in atto una resistenza organizzata al golpe che invece fu immediatamente soffocata anche dai responsabili degli apparati militari rivelatisi non all’altezza della situazione. Tale dettaglio, di provenienza comunista, è figlio di una politica (soprattutto socialista) che molto millantò ma non preparò affatto la resistenza al golpe imminente contribuendo a spaventare le classi medie e della quale Allende molto si lamentò.

7) Salvador Allende non entrò però suicida nella Moneda. Entrò deciso a difendersi e credendo nella lealtà di Augusto Pinochet. Erano state organizzate anche delle vie di fuga dal Palazzo, in parte ostruite e impraticabili, che probabilmente dovevano nascondere Allende nel quartiere popolare de La Legua. Prevalse però nel presidente l’idea del suicidio come “atto di coerenza politica”.

8) Nelle oltre sei ore di resistenza, Allende partecipò attivamente alla battaglia, sparando contro il nemico con l’AK47 regalatogli da Fidel Castro e col quale si toglierà la vita. Tali dettagli, confermati dai sopravvissuti, sono spesso negati dai partiti, in particolare quello socialista, che ha preferito edulcorare meticolosamente la figura di Allende in molti punti, rappresentandolo come una sorta di agnello sacrificale, buono come padre nobile per la stagione della Concertazione solo se spogliato della propria radicalità di marxista che credeva fermamente si potesse arrivare al socialismo in pace e democrazia. In particolare viene oscurata l’amicizia con Cuba e con Fidel Castro e la relazione con la guerriglia marxista argentina dell’ERP. Le foto di Allende che spara dal secondo piano della Moneda sono di fatto introvabili.

9) Nella Moneda si trovavano poche decine di collaboratori stretti di Allende, dei quali meno di una ventina erano combattenti dei GAP (Gruppo Amici del Presidente), in grado di tenere in scacco l’esercito meglio addestrato del Continente per molte ore. Nella “battaglia della Moneda”, nonostante la pesantezza del fuoco nemico, gli unici due morti di parte democratica furono due suicidi, Augusto Olivares e Salvador Allende. Dopo la resa e il suicidio del presidente, tutti i GAP (foto), salvo per motivi casuali tre di loro, furono legati con filo spinato, torturati e assassinati nelle ore successive. Erano tutti o quasi di estrazione popolare. Agli altri sopravvissuti andò meglio. Erano ministri, consiglieri, stretti collaboratori, persone di grande valore ma in genere di estrazione borghese. La dittatura ritenne di risparmiare loro la vita.

10) Augusto Pinochet ha sulla coscienza l’assassinio e spesso la sparizione di circa 3.500 persone, due terzi delle quali nei primi mesi dopo il golpe. Pinochet stuprò un intero paese in molti modi, ma non c’è alcun bisogno di arrotondare a 10.000, 30.000, un milione. In un paese dove non era in corso alcuna guerra, l’assassinio di 3.500 persone inermi resta una barbarie inemendabile.

US Senate, Cover action in Chile 1963-1973, US Government, Washington 1975;
Comisión Chilena de Derechos Humanos,  
Nunca más en Chile?: síntesis corregida y actualizada del informe Rettig, Santiago, LOM, 1999;
G. García Márquez, 
A ruota libera 1974-1995, Mondadori, Milano 2003, pp. 15-17 (ed. or. Chile, el golpe y los gringos, «Alternativa», n. 1, Bogotà 1974);
G. Carotenuto, 
Alla Moneda con Salvador Allende (At Moneda with Salvador Allende), «Passato e Presente», 88 (2013), pp. 131-152;
G. Carotenuto, 
11 settembre 30 anni dopo. Per uno studio comparato delle reazioni delle masse latinoamericane al golpismo contro governi popolari: dal caso di Perón, ad Allende a Chávez, «Zapruder», 1 (2003), n. 2, pp. 143-47.

fonte:

 


Il processo dimenticato di Galileo

A differenza di altri scienziati del suo tempo non ebbe un atteggiamento di sostegno e adesione all’astrologia


Giovanni Boaga per babylonpost che ringraziamo


«Non senza invidia sento il suo ritorno a Padova, dove consumai li diciotto anni migliori di tutta la mia età». Così scriveva Galileo Galilei al filosofo Fortunio Liceti nell’estate del 1640 da Arcetri, luogo dove era stato esiliato dopo la conclusione del ben noto processo. E nelle sue parole non possiamo non leggere, oltre alla nostalgia per un periodo di grandi scoperte, un certo rammarico per l’abbandono di un ambiente culturale e politico che sicuramente l’avrebbe messo al riparo dagli attacchi dell’Inquisizione, consentendogli di vivere gli ultimi anni della propria vita da uomo libero. Attacchi ben precedenti l’inizio del “caso Galileo” e risalenti addirittura al 1604, anno in cui l’Inquisitore di Padova aprì un procedimento giudiziario contro due professori della locale università. Uno di essi era proprio Galileo Galilei «imputato d’aver insegnato che gli astri avevano forza di necessitare le azioni umane» e, secondo la testimonianza di uno scrivano assunto da Galileo per ricopiare i suoi trattati, estensore di temi astrali e pronostici. Un vero astrologo!

“Il tempo dei maghi”, così lo storico della scienza Paolo Rossi definisce gli anni a cavallo tra la metà del Cinquecento e la metà del Seicento, ed è in questo “tempo” che si svolge la vita di Galileo. Sono anni in cui l’Uomo impara a guardare con altri occhi l’universo, ma sono anche anni di un rinnovato interesse per l’astrologia che occupava tradizionalmente un posto centrale e di grande prestigio nella cultura europea. Certo può apparire un po’ strano che il protagonista della rivoluzione culturale seicentesca potesse essere accusato di dedicarsi a temi di nascita e previsioni.

Oltretutto proprio nel 1604, anno in cui Galileo fu coinvolto nella polemica sulla natura dell’apparizione di una stella nova nella costellazione di Ofiuco, che astrologi e filosofi aristotelici non potevano ammettere fosse un oggetto posto a grandissima distanza dalla Terra, come sosteneva Galileo, mettendo così in crisi la concezione aristotelico-tolemaica dell’universo. Era inconcepibile che un nuovo fenomeno di questa portata potesse apparire nella perfetta e immutabile sfera delle stelle fisse: doveva trattarsi senz’altro di qualcosa che apparteneva al mondo sublunare, corruttibile e imperfetto. Quello strano fenomeno, che rimase visibile ad occhio nudo per circa un anno, oggi sappiamo fu l’esplosione di una supernova nella nostra galassia, fenomeno raro che da allora non si è più ripetuto. Galileo difese con forza e satira pungente le sue ragioni e i suoi interventi ci forniscono non solo un esempio di rigore scientifico ma anche la prova del suo scetticismo nei confronti dell’astrologia. E allora? L’Inquisitore padovano aveva torto?

Nel 1592 Galileo si trasferì a Padova per ricoprire la cattedra di matematica e non era una cosa insolita per l’epoca che un matematico sapesse fare temi di nascita e stilasse oroscopi, se è vero che nella seconda metà del Cinquecento in alcune università italiane il lettore di matematica (chiamato indifferentemente matematico o astrologo) aveva l’obbligo di realizzare gratuitamente l’oroscopo ai suoi allievi. Una consuetudine, quella di occuparsi di astrologia, alla quale Galileo si uniformò, visto anche l’interesse che la medicina cinquecentesca riservava all’arte di fare i pronostici. Lo studio della matematica per un medico dell’epoca significava l’acquisizione di competenze indispensabili per la realizzazione di oroscopi ai futuri clienti, utili per meglio diagnosticare le malattie. Nella convinzione che il corpo umano riflettesse la struttura dell’universo, l’uso sapiente degli astri poteva indicare il momento e il punto esatto dove eseguire un salasso e portare al successo un intervento medico. Inoltre, secondo la teoria dei miasmi, anche le pestilenze potevano essere ricondotte a influssi astrali che, variando umidità e calore, favorivano la “putrefazione dell’aria”.

Nonostante la pratica dell’astrologia fosse piuttosto diffusa, la posizione della Chiesa di Roma in merito era piuttosto chiara: condanna senza appello, specialmente per la cosiddetta astrologia giudiziaria che, considerando le vicende umane determinate dagli astri, sottraeva all’Uomo l’autonomia morale. Senza libero arbitrio non ha senso parlare di colpe né tanto meno di redenzione. Ma l’Inquisizione, pur mantenendo alta la guardia, interveniva di rado, consentendo alla maggior parte degli astrologi di continuare indisturbati la propria attività e facendo sentire la propria voce solo nel caso fossero coinvolti personaggi importanti o questioni politiche rilevanti.

Una popolarità, quella dell’astrologia, diffusa anche tra gli alti prelati della Chiesa e che coinvolse anche il vertice della gerarchia ecclesiastica. Papa Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini, fu piuttosto sensibile all’idea di poter prevedere il futuro attraverso le arti astrologiche. Dalla personalità cinica e vanitosa, tanto da risultare il primo papa a voler far erigere un monumento dedicato a sé stesso quando era ancora vivente, papa Urbano VIII fu tra quelli che incarnò al meglio il potere temporale della chiesa, arrivando a realizzare cannoni per Castel Sant’Angelo utilizzando i bronzi del soffitto del Pantheon. Non a caso sulla statua di Pasquino comparve l’epigramma Quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini, a sottolineare la disinvoltura con cui si muoveva il pontefice.

Quando nel 1630 cominciarono a girare voci insistenti, frutto di intrighi politici dei suoi avversari, dell’esistenza di oroscopi che preannunciavano disgrazie per il pontefice fino a prevederne la morte in tempi brevi, in papa ne fu preoccupatissimo. Da tempo consultava regolarmente il filosofo Tommaso Campanella che era stato trasferito nel 1626, dopo una lunga detenzione nelle carceri di Napoli, nelle prigioni del Sant’Uffizio di Roma. Proprio da lui Urbano VIII ebbe alcuni preziosi consigli per mettersi al riparo dalle imminenti sventure provocate da condizioni astrali avverse, soprattutto le due eclissi di Luna del 1628 e di Sole del 1630. Nel settimo capitolo degliAstrologicorum libri VI, dal titolo eloquente De siderali fato vitando(come evitare il fato astrale), il filosofo calabrese consigliava al papa di rinchiudersi, durante le eclissi, in una stanza, di bruciare aromi e di accendere lumi (sette, uno per ogni astro del cielo), mettendosi così al riparo dagli influssi astrali negativi. Pratiche magiche che sicuramente Urbano VIII tenne in grande considerazione, nonostante la sua posizione ufficiale fosse quella di condanna di questo tipo di superstizioni e il nonostante risentimento per la notizia della pubblicazione dell’opera in Francia senza che l’autore ne sapesse nulla.

Galilei arrivò a Padova l’anno successivo a quello in cui i contrasti tra la locale università e la scuola dei gesuiti avevano raggiunto l’apice, portando addirittura a scontri violenti tra gli studenti. I gesuiti non sopportavano che allo Studio padovano venissero ammessi anche giovani protestanti che non avevano fatto professione di fede cattolica. Quello stesso anno i professori dell’università riuscirono ad ottenere la chiusura delle scuole della Compagnia di Gesù a Padova e i tentativi di mediazione fatti negli anni successivi non migliorarono molto i rapporti tra l’università e l’ordine religioso. Fu proprio un frate gesuita che, durante l’omelia del mercoledì delle Ceneri del 1604, si scagliò contro chi diffondeva idee eretiche in città, soprattutto all’interno dell’università: ogni buon cattolico avrebbe dovuto denunciare persone di tale risma. L’invito fu raccolto e alla denuncia dello scrivano, che accusava Galilei anche di non recarsi in chiesa e di non confessarsi, fece seguito un procedimento che coinvolse il Podestà e il Capitano, rettori della città di Padova. Essi chiesero a padre Lippi, sostituto dell’inquisitore ufficiale, di bloccare l’inchiesta a Padova e non coinvolgere il Sant’Uffizio di Roma. Padre Lippi, interessato all’astronomia ed estimatore di Galileo, acconsentì e il procedimento si svolse interamente in ambito veneziano. A meno di un mese dall’inizio dell’inchiesta il Doge prese visione dei documenti raccolti e diede disposizione ai rettori della città di non procedere oltre, essendosi rivelate, quelle a Galileo, accuse «leggerissime».

Galileo non ebbe nei confronti dell’astrologia un atteggiamento di sostegno e fiducia, come invece altri matematici e astronomi della sua epoca, Keplero un esempio su tutti. La sua scienza non ci appare come l’intreccio di astronomia e astrologia e la quantità di documenti galileiani dedicati a questa pratica è veramente limitatissimo. La sua stessa biblioteca ne è testimonianza: i quattordici volumi classificati come “Astrologia e filosofia occulta” scompaiono di fronte alle centinaia di volumi che, ad esempio, Newton raccolse e che trattano di argomenti esoterici. Sembrano più una piccola dotazione utile per la compilazione di oroscopi che la raccolta di testi di uno studioso interessato all’argomento. E non fu neanche un atteggiamento costante durante tutta la sua vita riguardando soprattutto il periodo padovano. Nel corso degli anni successivi cercò di prendere sempre più le distanze dagli astrologi e in uno scambio epistolare con Tommaso Campanella emerge tutto il suo crescente scetticismo

Si adeguò a una consuetudine diffusa e remunerativa. Vista la sua continua necessità di denaro questo aspetto non sembra essere trascurabile. La posizione di professore di matematica era, nell’università dell’epoca, meno prestigiosa di quella di professore di filosofia e lo stipendio di gran lunga inferiore. Inoltre una certa predilezione per la vita agiata e la grande generosità nei confronti della sua famiglia d’origine richiedevano una considerevole quantità di denaro. Così, accanto alle lezioni private a studenti a cui vendeva anche testi e strumenti, non stupisce che abbia saltuariamente accettato di buon grado di stendere qualche oroscopo, molto ben retribuito.

Per fare solo qualche esempio nei Ricordi autografi, il registro contabile che Galileo tenne durante il suo soggiorno padovano dal 1599 al 1610, troviamo annotati gli onorari per la stesura di oroscopi ammontanti , normalmente, a 60 lire venete. Ma troviamo anche notizie di lavori più impegnativi, con adeguamento delle tariffe: 70 lire ricevute dal sig. Lerbach e la bellezza di 116,12 lire versate dal sig. Sweinitz, sempre per sortem. Cifre considerevoli se consideriamo che in quegli anni la paga giornaliera di un manovale ammontava a circa una lira.

Tra gli oroscopi galileiani che ci sono pervenuti, raccolti nella sezione dei manoscritti conservati presso la Biblioteca Nazionale di Firenze dal titolo Astrologica Nonnulla, emergono alcune curiosità. Innanzitutto quello stilato per una persona nata nel 1505. Dato che fu realizzato nei primi anni del secolo successivo, è difficile che si trattasse di una persona ancora vivente. L’ipotesi più accreditata è che Galileo abbia tentato, in quel caso, di fare un esperimento di astrologia retrospettiva, confrontando le previsioni fatte al momento della nascita con la vita effettivamente vissuta, di cui probabilmente conosceva molti dettagli. Aspetti curiosi si osservano anche negli oroscopi fatti a sé stesso. In quelli sicuramente attribuiti a Galileo appaiono diverse date e ore di nascita: si passa dal 15 al 16 febbraio e dalle 22,30 alle 3,30 post meridiem. Queste ambiguità hanno fatto nascere una discussione sulle effettive data e ora di nascita dello scienziato pisano. Bisogna sottolineare, però, che questi come altri oroscopi, risentono delle difficoltà nella determinazione del momento esatto della nascita, sia per l’imprecisione dei sistemi di misurazione sia per la loro mancanza di uniformità. Tra Firenze e Roma c’era la differenza di un anno, alcune città adottavano le cosiddette “ore francesi”, facendo iniziare la giornata nuova a mezzogiorno, mentre altre quelle “italiane” che computavano il nuovo giorno al tramonto. Inoltre dal 1582 era stato introdotto il calendario gregoriano che era stato adottato subito dalle nazioni cattoliche ma con grande ritardo da quelle protestanti: l’Inghilterra, addirittura, si adeguerà solamente alla metà del XVIII secolo, continuando, però, nella tradizione di far iniziare l’anno il 25 marzo. Stesso giorno del capodanno dell’antico calendario fiorentino che anche la cattolica Toscana mantenne fino al 1750.

Probabilmente imprecisioni di questo genere dovettero indurre Galileo a compilare oroscopi a sé stesso considerando momenti di nascita differenti. Sicuramente contraffatto è invece un altro oroscopo a Galileo che ritroviamo nella raccolta dei suo scritti sull’argomento. La data di nascita è il 18 di febbraio e appare corretta, in modo piuttosto evidente da un precedente 15 febbraio, dall’allievo Vincenzo Viviani con chiaro intento celebrativo: far coincidere la data di nascita del maestro con quella di morte di Michelangelo Buonarroti.

Molta cura dedicò, com’era ovvio, ai temi natali delle due figlie Virginia e Livia. Cura e precisione, visto che secondo gli storici effettuò i calcoli subito dopo la loro nascita. Questi oroscopi sono molto ricchi e comprendono, oltre al grafico natale e ai calcoli, dei veri e propri ritratti psicologici. Soprattutto la previsione di come si sarebbero evoluti i costumi e le abitudini delle figliole. Ma nonostante tanta cura e precisione i risultati non avrebbero dato molta soddisfazione al papà-astrologo. Virginia, che venne descritta come dal contegno severo e velenoso, dalla personalità solitaria e gelosa, si rivelò persona dolce e serena che accettò la vita in convento scelta dal padre, scoprendo la vocazione religiosa. Suor Maria Celeste, questo il nome preso dopo i voti, fu sempre vicina al padre con affetto, essendo per lui di grande conforto. Livia, al contrario, descritta dalla previsione astrologica come docile, razionale e prudente, manifestò ben presto una personalità problematica. Anch’essa condotta a prendere i voti e a trasformare il suo nome in suor Arcangela, non accettò mai la sua condizione monacale, maturando un carattere molto difficile e introverso.

Non meno accurato, dobbiamo supporre, fu il lavoro di calcoli per stilare l’oroscopo del granduca di Toscana Ferdinando I. L’8 gennaio 1609, tramite lettera, la granduchessa Cristina di Lorena chiedeva a Galileo l’intervento in qualità di astrologo. La richiesta era di calcolare due oroscopi relativi a due date, 19 luglio 1548 e 30 luglio 1549 in quanto non era sicuro quale delle due fosse quella giusta. Il lavoro, piuttosto faticoso, durò una settimana e il risultato fu che «confrontando li accidenti decorsi con l’uno et l’altro tema, mi par assai più conforme alle regole credere che S.A.S. nascesse li 30 di Luglio del 1549». Il granduca, nella previsione più attendibile, avrebbe potuto godere di un periodo positivo, avendo calcolato che gli anni critici e pericolosi, detti climaterici secondo la medicina antica e che concludevano i cicli in cui era suddivisa la vita dell’uomo, erano da considerarsi spostati più lontani nel tempo. Il granduca morì un mese dopo l’invio della lettera di Cristina di Lorena, il 7 febbraio 1609.

Quello che sorprende di questi insuccessi clamorosi di Galileo come astrologo è la mancanza di furbizia tipica degli astrologi del suo tempo e di quelli di oggi. Pur essendo piuttosto scaltro da un punto di vista commerciale, non adottò alcuna precauzione che lo mettesse al riparo dagli errori e, quindi, dalle lamentele dei clienti (soprattutto di quelli reali). Allora, come oggi, le vere armi degli astrologi non sono, ovviamente, calcoli ed effemeridi ma le “antenne” per capire quali sono le difficoltà, le angosce, le necessità, in una parola i punti deboli di chi hanno di fronte e muoversi di conseguenza. Galileo appare più attento agli aspetti formali dell’astrologia più che a quelli psicologici, scoprendo, probabilmente, che più che di calcoli avrebbe dovuto armarsi di buon senso e intuizione da mescolare con la dovuta ambiguità per fornire un prodotto soddisfacente per il cliente di turno. Un’attenzione all’aspetto logico-matematico che almeno inizialmente interessò Galileo, anche influenzato dal Tetrabiblos, l’opera astrologica di Tolomeo che probabilmente avvicinò Galileo alla materia.

Oggi che lo sviluppo scientifico fa apparire l’astrologia in tutta la sua inconsistenza, non c’è quotidiano (salvo pochissime eccezioni) che non pubblichi previsioni astrologiche e molte televisioni, soprattutto in prossimità del nuovo anno, riempiono i loro palinsesti con trasmissioni dedicate all’astrologia. Non è una novità, come non sono nuove le condizioni in cui versa la ricerca scientifica in Italia (Salviamo la ricerca italiana). E visto che chi governa questo paese non riesce a rendere il sistema ricerca competitivo e adeguato alle sfide della nostra società, non sembra sbagliato consigliare ai ricercatori che sono costretti a fare le valige per andare a lavorare all’estero o non trovano altra soluzione che salire sui tetti per manifestare al mondo la loro protesta, di procurasi qualche libro giusto e intraprendere la professione di astrologo, sicuramente più redditizia e socialmente riconosciuta di quella di biologo, fisico o matematico. In fondo. lo ha fatto pure Galileo.