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Yeruldelgger

Il romanzo di Ian Manook nel cuore della steppa

di Gabriele Santoro

Patrick Manoukian, classe 1949, è un figlio dell’emigrazione, della diaspora armena in Francia. Cresciuto a Meudon, sobborgo a sudovest di Parigi, in una famiglia operaia è stato uno scrittore prolifico fin dall’adolescenza, ma non aveva pubblicato nulla fino al 2013, quando la casa editrice Albin Michel ha puntato sul noir dall’ambientazione esotica Yeruldelgger (Fazi, 524 pagine, 16.50 euro, traduzione a cura di Maurizio Ferrara). Il primo volume di una trilogia che ha conquistato i lettori francesi: 200mila copie vendute, insignito di tutti i premi letterari dedicati al giallo ed è in corso di pubblicazione in dieci paesi.
Ian Manook, il nome d’arte, dopo una giovinezza da sessantottino, nel 1987 ha creato un’agenzia di pubblicità specializzata nella comunicazione per il turismo, che dirige col figlio Julien, e le Éditions de Tournon, a lungo leader del mercato editoriale francese dell’animazione e del fumetto. Yeruldelgger è strettamente legato al rapporto con la figlia Zoe, che prima ha sfidato l’autore a non lasciare finalmente incompiuto un romanzo, e poi nel 2007 l’ha portato in Mongolia per verificare da vicino il lavoro dell’associazione per l’adozione a distanza che finanziavano.
Con la qualità della propria scrittura Manook ci introduce con grande competenza e passione in un universo che poco conosciamo, la Mongolia sospesa tra le tradizioni ancestrali dei nomadi della steppa selvaggia e la modernità violenta della capitale Ulan Bator. Il libro propone di viaggiare dietro lo schermo della violenza per comprendere le contraddizioni di un paese schiacciato da appetiti neocolonialisti. Yeruldelgger, un commissario di polizia mongolo, è il nostro eroe che dalle prime pagine si trova a indagare sul ritrovamento in una fabbrica alla periferia della città dei cadaveri di tre cinesi.
E a poche ore da Ulan Bator, nel cuore della steppa, è alle prese col mistero dei resti di una bambina seppellita con il suo triciclo. Le inchieste sembrano del tutto disgiunte, ma sarà così? Yeruldelgger dovrà fronteggiare le minacce e gli ostacoli posti da politici e potenti locali, magnati stranieri in cerca di investimenti e divertimenti illeciti, poliziotti corrotti e delinquenti neonazisti.
Manook, che cosa ha rappresentato la diaspora nella sua vita?
«Esiste un dolore grande: non essere in grado o non avere il permesso di ricordare, l’essere schiacciati sulle contingenze attuali. Gli armeni sono sopravvissuti anche alla negazione della parola genocidio, dunque alla censura della memoria. La cultura della diaspora è speciale e ha costruito il mio sguardo composito sul mondo, il modo in cui ho vissuto, pensato e scritto».
Dal Bronx alla Mongolia, passando per la Woodstock mancata, ci disegna la mappa così particolare dei suoi viaggi?
«Avevo vent’anni quando viaggiare significava aprirsi al mondo ed essendo un figlio della diaspora, come tutti gli armeni o le persone costrette a fuggire, ho fatto del mondo la mia casa. A sedici anni sono partito per la prima volta destinazione New York, lavorando in un ristorante. Il viaggio che mi ha cambiato risale a quando ho finito i miei studi nel 1973: 27 mesi dall’Islanda all’Amazzonia. A scuola ero sempre il primo della classe, fiero di essere il proletario istruito. Poi ho capito che là fuori c’era un mondo da scoprire».
Perché del suo personaggio, Yeruldelgger, descrive fisicamente solo le mani?
«L’ho fatto per lasciare al lettore la propria immagine di Yeruldelgger. Mi colpisce la coincidenza delle descrizioni di chi ha letto il libro. Per me lui è l’incarnazione della Mongolia. Vuol dire che sembra un personaggio solido, capace di battersi contro tutti, nel contempo nella sua vastità è molto fragile. Yeruldelgger era nella mia penna da vent’anni. All’epoca era un poliziotto americano di Brooklyn, che si chiamava Donelli, dall’esistenza complessa. L’ho ripreso, calandolo nel contesto generale della Mongolia. Subito ho capito una cosa importantissima: la cultura sciamanica della Mongolia dà alle cose importanti di un giallo, la morte, la fedeltà, la vendetta una nozione diversa del nostro modo di pensare occidentale. Questa differenza garantiva ai miei personaggi una asperità maggiore».
La violenza nella sua fiction letteraria: lei si spinge molto in avanti.
«È un personaggio pienamente inscritto nella modernità. Col suo mestiere si misura con gli aspetti più tribolati e violenti della vita del suo paese, che dopo lo scontro con l’URSS, subisce altre influenze, in particolare cinesi e coreane. Manifesta la volontà di conservare le tradizioni millenarie mongole, legate all’educazione ricevuta in un monastero buddista. In un giallo si deve andare un po’ più lontano dell’ultima linea della violenza, oltrepassarla. Il mio personaggio a volte è troppo violento. Il mondo intorno lo spinge alla violenza alla quale lui non vorrebbe cedere. Nello sviluppo della trilogia, a ottobre uscirà in Francia il terzo volume, evolve con esiti inattesi il suo rapporto con la rabbia vendicativa che gli cresceva dentro a ogni delitto».
L’intrigo poliziesco si rivela anche nella complessità delle questioni geopolitiche, ai rapporti della Mongolia con gli interessi economici ingombranti di Russia e Cina con la scoperta di terre rare, ricche di minerali necessari ad alimentare l’industria tecnologica.
«La Mongolia sembra un paese indistruttibile, eterno, che in realtà potrebbe sparire nei prossimi venti anni, economicamente, politicamente e fisicamente. La Mongolia è come qualcosa che non sarebbe dovuto esistere. Un paese grande due volte e mezzo la Francia con solamente tre milioni di persone, di cui circa il 40% vive in una sola grande città. È una zona sismica terribile. Yeru l’ho scritto come un’incarnazione del suo paese. Spesso abbiamo coscienza dei luoghi come cartoline postali. Quando scrivo il giallo mi piace servirmi della conoscenza approfondita che ho del paese, della quotidianità quanto dei suoi problemi geopolitici. Questo genere letterario, meno soggetto a censure, è un ottimo strumento per occuparsi di sentimenti universali attraversando destini personali».
Qual è il compito della letteratura?
«L’immaginazione è la risorsa migliore del mondo. Serve a varcare le frontiere dell’immaginazione che è un’attivazione della curiosità. Senza di essa non vale la pena vivere. Se vivere è accettare un’idea che gli altri hanno imposto come indiscutibile non vale la pena. La curiosità è il motore di tutto. In quanti vivono senza mai chiedersi l’origine delle parole che pronunciano? Incuriosirsi cambia la vita».
I premi letterari valorizzano un libro?
«Ancora non mi è chiaro. Il riconoscimento ovviamente gratifica, ma non cambiano la vita, soprattutto a 65 anni».

di Gabriele Santoro pubblicato mercoledì, 31 agosto 2016 su Minima & Moralia

http://www.minimaetmoralia.it/wp/yeruldelgger-il-romanzo-di-ian-manook/

Gabriele Santoro
Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.


la Brigada para leer en libertad

LA LIBERTÀ DI LEGGERE SECONDO PACO IGNACIO TAIBO II

di Adriano Ercolani per Minima&Moralia che ringraziamo settembre 2016

Paco Ignacìo Taibo II è tra gli scrittori più popolari al mondo in lingua spagnola. Antifascista nel DNA (la sua famiglia dovette scappare dalla Spagna franchista nel ’58 per rifarsi una vita in Messico), Paco, come si fa chiamare con grande affabilità, è autore feticcio per la sinistra nostrana. Oltre alla sua vastissima produzione storica (celebre la sua biografia di Che Guevara Senza perdere la tenerezza), il suo nome è legato alla fortunata serie di gialli che hanno per protagonista l’investigatore Héctor Belascoarán Shayne.

Ma c’è un motivo ulteriore per il quale lo scrittore è divenuto un punto di riferimento ineludibile dei  lettori progressisti: il concreto impegno sociale. Paco Ignacio Taibo II ha dedicato gli ultimi cinque anni della sua vita a un grande progetto culturale: la Brigada para leer en libertad, la Brigata per leggere in libertà. Un’avventura straordinaria, nata per passione, in grado di raggiungere una diffusione maestosa e capillare, che ha presentato in Italia un anno fa in un incontro alla Casetta Rossa della Garbatella, a Roma.

Ora Paco è tornato in Italia per un tour di presentazione della ristampa del libro La bicicletta di Leonardo (originariamente del 1993) ad opera de La Nuova Frontiera.

Un libro che prende le mosse dall’immensa figura di Leonardo Da Vinci per poi condurre il lettore in una rocambolesca vicenda sospesa tra cronaca nera e ricostruzione di una storia negata, giocato su diversi piani narrativi, tra l’Italia del Rinascimento, la Barcellona degli anni Venti e il Messico contemporaneo.

Tema centrale, non solo di questo testo, ma anche del precedente A Quattro Mani, ripubblicato a Maggio, è la manipolazione mediatica.

Perché hai sentito l’esigenza di riproporre proprio ora La bicicletta di Leonardo?

Perché sento che nella mia produzione letteraria ci siano dei cicli narrativi che ritornano e la attraversano. E credo che sia giusto a volte ritornare alle radici di quelle narrazioni, per riprendere un contatto con i lettori.

Uno dei temi portanti del libro è la manipolazione dell’informazione operata dai media.

Un tema urgente, attuale più che mai.

Trovi che la situazione sia cambiata rispetto alla stesura originale del libro?

Adesso più che la censura e l’occultamento c’è un sovraccarico di informazione, o meglio di disinformazione, una sorta di rumore mediatico costante che copre la vera informazione, sviando e distraendo coloro che vorrebbero essere informati.

Rimangono solo frammenti di notizie, distorte e mescolate alla falsità. Ad esempio, in Messico il governo applica sistematicamente la disinformazione per ingannare i cittadini.

Cosa pensi della discussa considerazione di Umberto Eco sui social network che” danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino (…) mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel”?

Questo accade quando c’è la democrazia! Se uno vuole la democrazia lo accetta. Certo, in  una monarchia non avverrebbe. D’altro canto, i social network sono proprio il luogo in cui c’è il massimo eccesso di rumore mediatico. Le teorie dei qualunquisti nascono metà per la disinformazione dei governi, metà per la pigrizia di chi non vuole approfondire le notizie.

Secondo te qual è l’alternativa possibile?

Diffondere informazione dal basso, invitando ad approfondire, ad andare oltre la superficie, contestualizzando, analizzando le notizie, decostruendo la disinformazione dei media ufficiali.

Questo è il motivo per cui è nata la “brigata per leggere in libertà”?

Viviamo in una società in cui il potere è in mano ad alfabeti funzionali. Non parlo solo di presidenti, deputati e senatori. No, parlo anche di coloro che gestiscono gli apparati culturali.

Come si è sviluppata l’iniziativa?

Abbiamo iniziato in tredici persone. Solo tredici persone. Abbiamo cominciato a organizzare piccoli bazar dove vendere libri. Pensavamo che dopo poco tempo dovesse finire tutto. Al contrario, il progetto si è diffuso spontaneamente a macchia d’olio: allo stato attuale, ogni anno facciamo otto fiere internazionali con più di 100 case editrici. Inoltre, ogni mese allestiamo due o tre piccole fiere locali. Portiamo libri dove in piccoli villaggi, fuori la periferia delle grandi città, luoghi dove non ci sono librerie, né biblioteche.

Quali sono i risultati raggiunti finora?

Abbiamo pubblicato 110 libri, che regaliamo, stampandone oltre 500.000 mila copie.  Inoltre, abbiamo chiesto alle case editrici che collaborano con noi di vendere in queste occasioni i libri con un forte sconto. Il progetto in 5 anni ha distribuito 6-7 milioni di libri a prezzo ribassato. Sono state create più di 60 biblioteche. Facciamo quasi un evento al giorno: una fiera del libro, una tavola rotonda, una presentazione.

Avete potuto contare sull’appoggio della classe intellettuale messicana?

Noi siamo in polemica con la cultura ufficiale. Si lamentano sempre che il popolo messicano non legge. E io rispondo che spesso le copie che distribuiamo non sono abbastanza per le persone che accorrono. Abbiamo iniziato a distribuire un libro solo per famiglia. Una signora è arrivata a mordermi per averne due!

Qual è stata la reazione, invece, dei tuoi colleghi scrittori?

Molto positiva. Un grande supporto. Settanta autori hanno regalato i loro diritti d’autore. Autori campioni d’incasso hanno accettato di venire a presentare i loro libri gratuitamente. Al contrario, autori che hanno scritto libri molto dotti hanno venduto più nelle periferie che in tutta la loro carriera.

Dunque, non avete avuto nessun contributo statale?

(Scoppia a ridere) Noi siamo fieramente antigovernativi! Il Governo vuole che la gente sia ignorante! Il dato straordinario è che dietro a questa gigantesca opera di diffusione non c’è nessun finanziamento, men che mai statale: è tutto costruito su base volontaria, dal contributo di decine di scrittori, operatori culturali, editori e sostenitori che hanno sposato il progetto.

C’è qualche aneddoto in particolare che ti ha colpito durante questi anni di esperienza della Brigada?

Visto che siamo in Italia, voglio raccontarvi questo episodio. Spesso nelle nostre manifestazioni allestiamo degli stendini sui quali appendiamo, come lenzuola, delle poesie per la strada, così ognuno può prenderle e portarsele a casa, come fossero un poster. Una signora, praticamente semianalfabeta, con la busta della spesa, stava camminando su e giù, leggendole tutte, finché finalmente ne scelse una sola: era “M’illumino d’immenso” di Ungaretti. Le chiesi perché l’avesse scelta, immaginando scherzosamente che il motivo fosse la brevità. Mi rispose con grande dignità: “perché mi piace molto”. Mi commuovo a pensarci ancora adesso. Un’esperienza che nasce come politica, tramite la poesia, diventa commozione”. Ma per i militanti della Brigada, il progetto rimane potentemente politico, poiché  “Un cittadino che legge è un cittadino più libero, che non può essere fregato dalla televisione”.

 Nel 2011 fosti costretto a smentire una falsa lettera a suo nome riportata maldestramente da Avvenire, in cui avresti dichiarato di commuoversi  per il successo fra i giovani di un incontro di Ratzinger a Madrid.

Si. E conclusi: “…finchè il Vaticano non distribuirà i suoi tesori fra i poveri e non permetterà che si possa fumare nelle chiese, non ho nessun interesse nella figura papale”.

Qual è la situazione della democrazia in Messico?

In Messico non c’è una vera democrazia, basti pensare ai brogli elettorali. Ma la nostra non è una società passiva. Abbiamo avuto anche manifestazioni con 300.000 persone in piazza contro il governo. Con la Brigada creiamo intensi dibattiti sulla verità storica, contro il sapere accademico, per riappropriarci a testa alta della nostra storia. La Storia è una grande costruttrice di modelli, di proiezioni ideali. Un terzo delle attività della Brigada sono conferenze  sulla storia del Messico.

Dunque, tu credi che la letteratura possa influenzare positivamente la società?

Nonostante questa barbarie dominante, io credo ancora fortemente nel potere della parola scritta. La letteratura è la trincea della civilizzazione contro la barbarie. Io credo che si possa sempre cambiare il mondo. E se non è possibile, comunque bisogna provarci.

Insomma, il gramsciano “ottimismo della volontà”.

Bisogna essere ottimisti. L’unica differenza tra pessimisti e ottimisti è che gli ottimisti soffrono solo alla fine, mentre i pessimisti soffrono tutto il tempo. Bisogna resistere. E vincere. Sono convinto che la civiltà trionferà contro il capitalismo selvaggio.

fonte: http://www.minimaetmoralia.it/wp/la-liberta-di-leggere-secondo-paco-ignacio-taibo-ii/


Intervista a Jonathan Safran Foer

UNA CONVERSAZIONE CON JONATHAN SAFRAN FOER SULL’11 SETTEMBRE

di Nicola Lagioia pubblicato martedì, 13 settembre 2016 su Minima&Moralia chhe ringraziamo

Ho incontrato Jonathan Safran Foer a Milano. Abbiamo fatto una lunga conversazione su come il contesto in cui abbiamo vissuto negli ultimi 15 anni ha influito su chi racconta storie attraverso il cinema e la letteratura. Dal terrorismo ai media alla guerra alle religioni alle disparità economiche. La conversazione è stata pubblicata su “La Repubblica”. Questa è la sua versione integrale.

Nicola Lagioia  

Nei tuoi romanzi, la Storia con la “S” maiuscola si intreccia puntualmente con le piccole vicende personali dei personaggi d’invenzione. Questo succede in “Ogni cosa è illuminata”, in “Molto forte, incredibilmente vicino” e in “Eccomi”, dove arrivi a immaginare una serie di terremoti in Medio Oriente che mettono a rischio l’esistenza dello stato di Israele.

Sono passati 15 anni esatti dall’11 settembre 2001. Quell’evento faceva da sfondo al tuo secondo romanzo. Gli attentati alle Twin Towers rappresentano ormai uno spartiacque, segnano in maniera simbolica l’inizio del secolo. Se il Novecento era stato il “secolo breve” – iniziò nel ’14 con lo scoppio della I guerra mondiale, finì in anticipo nell”89 con il crollo del muro di Berlino – il XXI secolo sul piano simbolico è cominciato subito.

Allora sarebbe interessante capire se e come l’11 settembre, voltando pagina alla Storia, ha cambiato anche l’approccio di chi racconta storie attraverso la letteratura, il cinema, di chi rilegge il mondo con gli strumenti dell’arte. Non mi riferisco solo al tentativo di raccontare l’11 settembre in sé, ma alla percezione della realtà che quell’evento ci ha consegnato in eredità. Gli anni Novanta avevano celebrato il cosiddetto “sciopero degli eventi”. Qualcuno aveva provato a convincerci che la Storia fosse finita, o che il suo lato più brutale si fosse preso una lunga pausa. Ci avevano detto che il futuro sarebbe stato all’insegna di pace, stabilità, prosperità, fratellanza, assenza di conflitti. Insomma, ci stavamo forse preparando in modo del tutto irrealistico a raccontare un mondo opulento, piacevolmente immobile, e l’11 settembre è stato un brusco risveglio.

 

Jonathan Safran Foer

Mi viene in mente la storiella dei due pesciolini che si incontrano e uno dice “oggi l’acqua è calda”, al che l’altro risponde “che cos’è l’acqua?” È difficile commentare il mondo in cui sei immerso. Però proviamoci.

L’11 settembre è entrato nella mia vita quando avevo 24 anni, in modo assolutamente inaspettato. Mi ricordo di un giochino che facevo con mio fratello quando eravamo piccoli. Ci dicevamo: “che cosa staremo facendo, quanti anni avremo, chi saremo quando arriverà il Duemila? E come sarà il mondo allora?” C’era un’ansia di attesa, per il Duemila, perché non era solo il cambio di secolo, ma addirittura di millennio. Era una data simbolicamente fortissima. Tutti ne parlavano.

Da “come sarà il mondo?” si passò poi a dire “succederà qualcosa di eclatante?” man mano che la data si avvicinava. Non so se ti ricordi, c’era ad esempio la paura del millennium bug, il rischio che tutti i computer sarebbero collassati allo scoccare della fatidica data. “Succederà un pandemonio”, di diceva. Poi il Duemila arrivò, e non successe assolutamente nulla di eclatante. Così tutti tirammo un sospiro di sollievo, ci convincemmo che la vita non era cambiata e non sarebbe cambiata un granché negli anni a venire. La vita è invece cambiata nel 2001. Molto, moltissimo. E drammaticamente.

Sono stati fatti tanti lavori, anche artisticamente rilevanti, sull’onda dell’11 settembre, ma non necessariamente su quell’evento storico. Negli Stati Uniti si sono anzi scritti romanzi e girati film su temi completamente diversi: sul tema della schiavitù, sugli anni Sessanta, addirittura su Abramo Lincoln. Questo potrebbe significare che c’è un assenza forte sull’11 settembre. È più probabile tuttavia che registi e scrittori volessero parlare di quel tema, ma non in maniera diretta, che è comunque un modo lecito di interpretare artisticamente il tempo storico in cui si è immersi.

Prima di continuare, c’è una cosa però che mi colpisce moltissimo e di cui vorrei parlare: il modo completamente diverso con cui Europa e Stati Uniti guardano agli scrittori rispetto a questi temi. Negli Stati Uniti è difficile che gli autori di romanzi vengano interpellati su questioni legate alla vita pubblica, o alla politica. Quando c’è stato il decennale dell’11 settembre ho ricevuto diverse telefonate di giornalisti italiani che mi chiedevano un commento sulla ricorrenza, e nemmeno una chiamata da un giornalista americano. Negli Stati Uniti è più facile che mi facciano domande sulla mia vita privata anziché sui temi toccati da un mio romanzo, soprattutto se si tratta di temi di interesse pubblico. Molti americani hanno con la letteratura un rapporto simile a quello degli spettatori davanti alla tv: la considerano soprattutto una fonte di intrattenimento, pura evasione. Sono pochi quelli che si avvicinano al nostro lavoro con lo scopo di trovare una prospettiva diversa da cui guardare il mondo.

 

NL

A proposito di tv, l’11 settembre è stato il primo grande evento storico verificatosi all’ombra dei moderni mezzi di comunicazione. C’era già internet (anche se non c’erano i social), c’erano i telefonini (anche se non c’erano i selfie), e oltre alla diretta dei tradizionali canali televisivi c’erano le telecamere digitali dei comuni cittadini che hanno ripreso l’attentato. Abbiamo avuto modo di avere testimonianze per così dire molto “prossime” di ciò che accadde quel giorno, almeno in apparenza. Questo salto tecnologico viene raccontato anche in “Molto forte, incredibilmente vicino”. Mi riferisco al modo con cui Oskar custodisce l’audiocassetta dove ci sono gli ultimi messaggi di suo padre prima di morire nell’attentato. Il che sarebbe stato impossibile se il padre di Oskar, intrappolato in una delle due torri, non avesse avuto un telefonino, e non avesse chiamato casa sua lasciando dei messaggi sulla segreteria telefonica. Passando dalla finzione alla realtà, queste testimonianze crescono in modo esponenziale. Basti solo pensare alle telefonate e agli sms d’addio dei passeggeri a bordo degli aerei che si sono schiantati sulle Torri e sul Pentagono.

La cosa che mi domando e ti domando è se questa iper-rappresentazione della realtà ci aiuti davvero a comprenderla meglio, o non rischi di diventare un’abbuffata multimediale che ci allontana dal cuore del problema. Mi chiedo se a maggior ragione, in un mondo dove la realtà è iper-rappresentata e suo malgrado iper-spettacolarizzata, il modo in cui l’arte prova a raccontarla non sia ancora più importante. Prendo a esempio un altro evento storico che hai fatto entrare nei tuoi romanzi. Non abbiamo sms, selfie, tweet, dirette periscope o video amatoriali del bombardamento di Dresda. Ma se anche le avessimo avute, sento che questo non ci farebbe comprendere quell’evento storico con più profondità di quanto non ci consenta di fare Kurt Vonnegut grazie a un romanzo come “Mattatoio n.5”, dove Dresda viene raccontata addirittura attraverso la fantascienza.

Al tempo stesso, se le tecnologie digitali ci avessero fatto accedere in modo più diretto agli orrori della Shoah, le testimonianze di Primo Levi o le poesie di Paul Celan non sarebbero meno determinanti per indagare i lati più nascosti di quella tragedia.

 

JSF

Secondo me la tecnologia porta a due conseguenze principali.

La prima è di creare un effetto traumatico. L’11 settembre non è stata la tragedia più grande dell’ultimo decennio, né in termini di vite che sono andate perse né in termini di sofferenza generata. Però sicuramente è stato l’evento più traumatico a livello globale, e questo a causa delle immagini terrificanti a cui abbiamo potuto assistere. La parola “terrorismo” viene spesso utilizzata in modo improprio, viene strumentalizzata politicamente per parlare di altri temi, dall’immigrazione alla vendita delle armi. Non hai però un vero atto di terrorismo quando un lupo solitario entra in uno shopping mall e spara a due poliziotti. È un atto criminale, terribile, ma non terrorismo. Il terrorismo è strettamente legato alla percezione mediatica che se ne ha. L’11 settembre da questo punto di vista è stato un atto di vero terrorismo. Ha superato l’abilità di qualunque produttore cinematografico per l’impatto che le immagini hanno avuto sulla gente che le ha viste, immagini che in certi casi erano riprese da quella stessa gente. La potenza delle tecnologie consiste proprio in questo: nella capacità di trasformare una tragedia in un trauma. È successo a Londra, con gli attentati nella metropolitana del 2005. È successo nel 2001 a New York. Sai, l’esperienza dell’11 settembre che ha potuto avere un australiano non è così diversa da quella che ha avuto uno statunitense, addirittura dall’esperienza di tanti newyorkesi che l’hanno vista solo in tv o sullo schermo di un computer. E questo a causa delle nuove tecnologie.

La seconda conseguenza consiste nel colmare una tragedia con una valanga di informazioni. Il proliferare di immagini, di messaggi, di dati, a un certo punto causa una sorta di inflazione emotiva. In breve ci abituiamo all’orrore, subentra l’assuefazione. Ma non sempre questa quantità di immagini, messaggi, informazioni, crea una vera e propria compassione. La compassione nasce da un’altra cosa. È qui che chi racconta storie entra in gioco.

L’immaginazione è uno strumento della compassione”. Lo diceva il grande poeta polacco Zbigniew Herbert, e io sono d’accordo con lui. Posso farti vedere mille immagini, le più dettagliate possibili, posso mostrarti le radiografie della mia spina dorsale, posso farti una cronologia precisa di tutti gli eventi della mia vita, ma niente di tutto questo susciterà in te la compassione. La compassione nasce soltanto se io ti racconto davvero qualcosa, la mia storia, i miei sogni, le mie idee. Se proprio dovessi immaginare una funzione sociale dello scrittore, allora sarebbe proprio quella di riuscire a ispirare compassione.

 

NL

Prima ho detto che negli anni Novanta c’era stato lo sciopero degli eventi. Ma questo non è del tutto vero. La guerra, ad esempio, c’era anche allora. Basti pensare alla prima guerra del Golfo, e qui in Europa alla guerra civile che ha distrutto la ex Jugoslavia. Però nel XXI secolo la sensazione che la guerra faccia costantemente parte del nostro orizzonte si è fatta davvero forte. Dopo l’11 settembre c’è stata la guerra in Afghanistan, la guerra in Iraq che ha portato al rovesciamento di Saddam Hussein, c’è stata la crisi libica e la fine di Gheddafi, la crisi siriana, il fallimento di quasi tutte le primavere arabe, è nato lo Stato Islamico, per non parlare di come il terrorismo continua a colpire in tutto il mondo.

Il cinema e la letteratura nel Novecento hanno raccontato la guerra con strumenti eccezionali, diversi per forza di cose da quelli che usano gli storici di professione. Pensa alla guerra del Vietnam. Film come “Il cacciatore” di Michael Cimino, “Apocalipse Now” di Francis Ford Coppola, “Full Metal Jacket” di Stanley Kubrick, “Platoon” di Oliver Stone, oltre a essere in certi casi grandi esperienze artistiche, svolgevano anche un ruolo per la rielaborazione del trauma, restituivano dignità alle delle vittime della guerra, ai soldati, ai civili, perché ne raccontavano la storia. In qualche modo contribuivano a sanare una ferita.

Non mi sembra che le guerre del XXI secolo siano altrettanto raccontate. Né dalla letteratura, né dal cinema. Le guerre che abbiamo fatto e che stiamo facendo in questi anni in Medio Oriente sembrano invisibili. Negli Stati Uniti c’è un altissimo tasso di suicidi tra i soldati che tornano da queste guerre. Si viaggia al ritmo di 20 suicidi al giorno, il 20% di tutti i suicidi che si commettono negli Stati Uniti sono di veterani.

Eppure questa sembra una realtà difficile da penetrare, molto meno raccontata da film e romanzi rispetto a ciò che accadeva in passato. Potrebbe dipendere dal fatto che prima c’era la coscrizione obbligatoria. Alcuni di quegli scrittori o di quei registi avevano fatto la guerra, o avevano amici e parenti che ci erano stati. Oggi la guerra la fanno i professionisti ed è più difficile entrare in contatto con loro. O magari è il pubblico che preferisce non ascoltare storie che riguardano la guerra. Atticus Lish, che ha scritto un bel romanzo tra i cui protagonisti c’è un veterano della guerra in Iraq (“Preparativi per la prossima vita”), mi diceva che la colpa secondo lui è soprattutto della gente, che Negli Stati Uniti preferisce non pensare a queste cose. Come la vedi?

 

JSF

All’inizio, sentendoti parlare, credevo di non essere assolutamente d’accordo con quello che dicevi. Alla fine invece ho pensato: la penso assolutamente allo stesso modo. Provo a spiegarmi. Non penso proprio che ci siamo abituati alle guerre. Ci siamo abituati a una versione molto particolare della guerra, all’idea cioè che queste guerre coinvolgano sempre altre persone, in luoghi che non sono mai i nostri. Anche per questo l’11 settembre è stato così traumatico: perché tutti ci sentivamo sicuri nelle nostre case, nel nostro paese, e pensavamo che le guerre riguardassero sempre qualcun altro, in altri posti. Il problema è che continuiamo a pensarla così.

I contatti degli americani con i propri connazionali che vanno in guerra non di rado sono nulli. Io, personalmente, non solo non ne conosco nessuno, ma le persone che frequento non conoscono a propria volta nessuno di quelli che sono partiti in guerra durante questi anni. Sono guerre lontane. Sono guerre aliene. Aiutano a comporre delle statistiche, ma non ci toccano da vicino. Ed è questo che dovrebbe farci paura. Proprio perché non c’è un coinvolgimento emotivo a livello di opinione pubblica, diventa molto più facile per un paese decidere di andare in guerra.

Io personalmente farei tutto quello che fosse in mio potere per non partire in guerra, però mi dico anche che sarebbe meglio se ci fosse ancora l’arruolamento obbligatorio. Non c’è nulla di più antidemocratico del modo in cui funziona l’esercito statunitense. Se ci fosse l’arruolamento obbligatorio, nelle guerre che facciamo sarebbero coinvolti tutti, tutti i ceti e le classi sociali, saremmo coinvolti noi, di conseguenza i nostri figli, i nostri coniugi, i compagni di vita, gli amici, tutta l’opinione pubblica si sentirebbe partecipe. E allora il governo valuterebbe con molta più cautela l’ipotesi di un intervento militare rispetto a quanto non abbia fatto in questi anni. Per lo stesso motivo, c’è meno gente che racconta le guerre attraverso il cinema o la letteratura. Per registi e scrittori si tratta quasi sempre di esperienze lontane. In più, il coinvolgimento dell’opinione pubblica è come dicevamo limitato. Sarebbe estremamente interessante, oltre che istruttivo, leggere romanzi e guardare film scritti e diretti da chi ha davvero avuto esperienza delle guerre contemporanee.

 

NL

Il XXI secolo non è solo iniziato all’insegna del terrorismo spettacolare e del conflitto bellico. In realtà è successo anche molto altro. Ci sono stati cambiamenti che ci riguardano forse ancora più da vicino, e che quindi possono interessare a chi racconta storie.

Penso al modo con cui ha ripreso ad allargarsi la forbice tra ricchi e poveri. Penso al crollo della classe media. Al fatto che il 2015 è stato il primo anno in cui il famigerato 1% dei più fortunati ha iniziato a detenere più ricchezza del restante 99%. C’è stato il tracollo del 2008. Buona parte dell’Europa è ancora con i piedi affondati nella crisi. Ma negli Stati Uniti, dove pure l’economia ha ripreso a marciare, l’ascensore sociale è fermo, e chi viene dalla classe media, o da quella medio bassa non sembra avere le opportunità che c’erano fino a 30 o 40 anni fa. Se così non fosse, non si spiegherebbe credo un fenomeno come Donald Trump.

Mi domando se e come questo cambiamento stia incidendo su chi racconta storie. Quest’estate rilggevo per esempio Saul Bellow e lo trovavo affascinante anche per come raccontava un mondo in cui chi veniva dal nulla poteva farsi largo nella vita. Letteratura e cinema statunitense del Novecento sono pieni di storie del genere. Fare fortuna. Riscattarsi socialmente e economicamente. Il fatto di vivere in un mondo in cui quest’ascesa è compromessa rispetto al passato incide su chi racconta storie? Rischiamo di passare da storie in cui i protagonisti sognavano di sfondare a storie in cui si sogna di sopravvivere? E quindi, in un certo senso, John Steinbeck non rischia di diventare più attuale di Saul Bellow?

 

JSF

In effetti la letteratura statunitense negli ultimi anni non si è molto occupata dei nuovi disagi economici. Non ha raccontato che cosa può significare essere poveri oggi, le differenze crescenti tra le classi sociali. Se n’è occupata la propaganda politica, legando spesso però questo tema a quello delle migrazioni. Pensa a Donald Trump. La sua linea di pensiero è che non esiste più la mobilità tra classi sociali proprio a causa dell’immigrazione. Ci sono gli immigrati che portano via il lavoro. Trump, abbastanza paradossalmente, parla di “nativi americani”, i cui interessi sarebbero minacciati dagli immigrati.

Se la letteratura da noi ha trascurato le disuguaglianze sociali, la sua attenzione agli effetti delle migrazioni è stata invece grande. A un certo punto c’è stato un interesse quasi feticistico verso le minoranze. Romanzi e racconti sono riusciti a dare voce agli ispanici, agli indiani, agli afroamericani, agli ebrei… Se c’è un posto dove tutte queste identità possono avere spazio, be’, è proprio la letteratura americana contemporanea. Magari alcune minoranze non hanno modo di farsi largo nella vita pubblica, nella politica, hanno meno opportunità di lavoro, ma la letteratura li rappresenta, dà loro voce. Del resto è nel nostro dna culturale.

Qualche tempo fa ero in Connecticut insieme ai miei figli, in un parco di divertimenti. C’era anche mio fratello. Eravamo in coda per salire su un ottovolante. In fila con noi c’era un ispanico, poi una donna con il burqa, quindi un ebreo ortodosso, poi ancora un afroamericano… A un certo punto mio fratello mi ha fatto notare che noi magari lo diamo per scontato, ma gli Stati Uniti sono l’unico paese al mondo in cui è possibile assistere a una scena del genere. Anche questa è l’incarnazione del vecchio sogno americano: un posto in cui tutti possano avere il loro spazio. La doppia elezione di Obama lo ha del resto ribadito.

Insomma, a parte gli indiani d’America, nessuno può dire di discendere da dei nativi americani, nemmeno Trump. Se c’è una cosa che la letteratura statunitense sta facendo, è favorire questo tipo di conversazione culturale. Non tanto conversazioni sulla disuguaglianza sociale, quindi, ma sul tema dell’immigrazione.

 

NL

Un altro tema su cui il dibattito culturale degli ultimi anni mi sembra stia cambiando è quello delle religioni. Mi piacerebbe sapere che cosa pensi del rapporto tra religione e letteratura.

In “Eccomi” racconti la vita di una famiglia laica che ha a che fare con la religione. Probabilmente le ultime generazioni dei Bloch hanno un’impostazione laica, o quanto meno sono agnostici che hanno a che fare con la tradizione religiosa ebraica. Il rapporto – non sempre tranquillo – tra clero e laici è del resto un classico della letteratura e del cinema degli ebrei americani. Penso a Philip Roth, ancor più a Henry Roth, ma anche a certi film dei fratelli Coen.

In Italia spesso la religione cattolica è stata raccontata dagli scrittori come un ostacolo da cui emanciparsi con fatica e determinazione.

Ultimamente mi è però capitato di leggere romanzi americani in cui la religione non è solo una convenzione sociale con cui hanno a che fare i laici, ma proprio un motivo di ispirazione, l’oggetto di una ricerca esistenziale assai importante. Mi hanno colpito molto i romanzi di Marilynne Robinson, dove la dimensione religiosa è fondamentale. C’è spazio per il trascendente nella letteratura occidentale del XXI secolo?

 

JSF

I personaggi di “Eccomi” non sentono il bisogno di affrancarsi dalla religione. Semmai hanno l’esigenza di stringere un nuovo legame con questo tipo di tradizione. Nonostante riconoscano l’ipocrisia di alcuni riti e convenzioni, il sentimento religioso è qualcosa di cui desiderano riappropriarsi. Pensiamo al bar mitzvah di Sam, alla sepoltura del nonno che deve seguire tutti i riti della religione ebraica. Nel mio romanzo c’è la religione organizzata, quella con cui questa famiglia vuole mantenersi in contatto, sebbene gli sforzi necessari per farlo abbiano ricadute spesso paradossali, quando non mettono in luce aspetti vacui o addirittura vuoti del rituale. E poi c’è questa religione privata, artefatta, tra marito e moglie: Jacob e Julia vorrebbero creare una religione fatta di piccoli riti che conoscono solo loro due, credono sia il modo per mantenere vivo questo amore che all’inizio aveva tante ambizioni, e che ora rischia di disfarsi. E poi ancora, c’è quella che potremmo definire religione del rispetto. C’è la scena in cui Jacob porta Benji in un osservatorio astronomico, e Benji chiede al padre “perché quando la gente guarda le stelle tende a sussurrare, a parlare a basa voce?” Qui, subentra la religione del rispetto. L’umiltà. Il senso di essere piccoli. Spesso la religione ci rimette in contatto con un senso delle proporzioni che smarriamo quando siamo troppo concentrati sulla nostra vita privata. Perdiamo la dimensione globale, o perché quella dimensione è invisibile, o perché la sentiamo lontana, o perché possiamo entrare in contatto con essa solo attraverso discorsi e pratiche molto diversi da quelli che regolano la vita quotidiana.

Il problema dei miei personaggi non è allora affrancarsi dalla religione, ma individuare la religione giusta per ognuno di loro, quella che più si addice alla propria vita.

 

NL

La famiglia Bloch vive in una condizione molto protetta, dove il massimo che può succedere è che Jacob scriva messaggini erotici a una ragazza con cui non è necessariamente andato a letto, o Sam, che sta per fare il bar miztvah, venga accusato di aver scritto frasi omofobe e razziste di cui magari non è neanche colpevole. Al contrario “fuori” scoppia l’apocalisse, con il terremoto che sconvolge il Medio Oriente e lo stato di Israele che rischia di svanire.

Questo rapporto tra “fuori” e “dentro”, tra un mondo molto protetto dagli eventi traumatici, e un mondo dove invece certi traumi sono molto più violenti, non ci dice qualcosa del tempo in cui viviamo? Un errore di Jacob non potrebbe essere quello di illudersi che la vita possa essere molto più ovattata di quanto non sia nella realtà? Dico “errore”, perché alla fine è il matrimonio di Jacob a crollare, mentre lo stato di Israele, seppure indebolito, resta in piedi.

 

JSF

Eccomi” è anche un romanzo che racconta cosa significa restare troppo concentrati sulle cose sbagliate. Quello che credi di vedere, soprattutto nella tua vita privata, rischia di essere molto diverso da ciò che è in realtà. C’è questa conversazione tra Jacob e suo cugino Tamir, che vive nello stato di Israele. Jacob confessa di invidiare un po’ la vita di Tamir, tutta scandita da temi “forti”: la tensione che si respira ogni giorno in Israele, il terremoto, i venti di guerra, suo figlio arruolato nell’esercito, e così via. Al che Tamir gli risponde: “il tuo problema è che non hai abbastanza problemi”.

I personaggi principali di “Eccomi” si misurano di continuo con la percezione che possiedono della propria vita, spesso la valutano in base alle aspettative che avevano su di sé molto tempo prima, ed è qui che sbagliano. Alla fine perdono la direzione, non si concentrano su ciò che davvero sta succedendo, fanno diagnosi sbagliate sui loro reali problemi, o elaborano soluzioni per dei problemi che non hanno.

In questo romanzo ci sono due crisi: il terremoto in Israele (qualcosa su cui non puoi avere controllo, non puoi intervenire, anche se poi una catastrofe naturale scatena una serie di altre situazioni su cui invece puoi intervenire), e poi l’altra crisi, quella coniugale. La crisi tra Jacob e Julia scoppia a causa dei messaggini erotici mandati da Jacob, i quali però sono solo la manifestazione visiva di un problema nato diverso tempo prima. Sono la conseguenza della progressiva alienazione di Jacob, della sua incapacità di presentarsi per chi è realmente. Incapacità che si ritrova nel titolo. “Eccomi”. Ho avuto grande difficoltà a trovarlo, questo titolo. All’inizio pensavo a qualcosa del tipo “Distruzione sottile, o “Sottile apocalisse”. Volevo mettere in luce una crisi che si manifesta molto lentamente, per cui è difficile puntare il dito e dire: “è lì il problema”.

 

NL

I tuoi romanzi guardano anche fuori dai confini degli Stati Uniti. Sia a livello cinematografico che a livello letterario, uno dei dialoghi più fecondi a cui abbiamo assistito nel Novecento è quello tra Europa e Stati Uniti.

Penso agli scrittori europei che passavano molto tempo in Europa, come Ernest Hemingway e Henry Miller a Parigi, o come Ezra Pound, Tomas Stearns Eliot, penso a Vonnegut e Salinger nel vortice della II guerra mondiale.

Oppure penso agli scrittori europei che venivano a vivere negli Stati Uniti, come Nabokov, o come Henry Roth, come gli ebrei di seconda e terza generazione, penso a Philip Roth (che veniva in Italia a intervistare Primo Levi, e che passò un lungo periodo a Roma), o a Saul Bellow, ovviamente a te, ai figli di italiani come Don DeLillo.

Per non parlare del cinema. Qui ovviamente mi vengono in mente i registi statunitensi figli o nipoti di immigrati italiani, come Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Michael Cimino, o gli ebrei di terza generazione come Steven Spielberg che a un certo punto fa anche un’apparizione in “Eccomi”.

Spesso sono stati eventi tragici (come guerre o migrazioni) a far dialogare anche sul piano artistico la cultura europea e quella statunitense.

Mi chiedo se oggi questo dialogo sia ancora così vivo. A me pare di no, e mi dispiace, perché mi sembra che entrambe le culture possano trarre forza da una reciproca frequentazione.

 

JSF

Parlammo della stessa cosa nel 2005, quando venni a Venezia per tenere una conferenza alla Scuola Librai. Le cose da allora mi sembrano cambiate. Dieci anni fa avevo l’impressione che la cultura americana si stesse un chiudendo un po’ troppo verso l’esterno. Certo, se guardiamo ai libri di autori europei pubblicati negli Stati Uniti, e ai libri di autori statunitensi pubblicati in Europa, la sproporzione ancora oggi è enorme. Saremo in un rapporto di 1 a 100. Basti pensare che solo il 3% dei libri pubblicati negli Stati Uniti è in traduzione. Detto questo, non giurerei sul fatto che l’interazione tra scrittori, registi, artisti europei e statunitensi sia molto cambiata. Io personalmente mi ritrovo non di rado a scrivere a Berlino, a Tel Aviv, o in Spagna, e spero di poterlo continuare a fare in futuro. Al tempo stesso, quando sono a New York, mi capita di incontrare scrittori europei che si trovano lì per lavoro. A livello di frequentazione intellettuale il dialogo continuia. È a livello di cultura di massa che l’Europa arriva poco da noi.

Adesso, però, anche la cultura popolare mi sembra si stia aprendo un po’ di più. Le traduzioni di autori stranieri aumentano. Lentamente, ma aumentano. Ci sono scrittori europei che qui da noi hanno successo. Pensa a Elena Ferrante, o a Karl Ove Knausgård. Persino in tv c’è un’apertura. Ci sono format televisivi che vengono importati dall’estero e poi adattati alle nostre esigenze.

Parlavamo prima di umiltà. Ecco. Gli Stati Uniti per antonomasia non sono un popolo umile, proprio per niente, ma questo approccio è arrivato ai massimi livelli con l’era di George W. Bush. Soprattutto dopo l’11 settembre – e qui torniamo al nostro tema – la chiusura ha dato il meglio di sé, ed è ciò che vorrebbe tornare a fare con Donald Trump. Barack Obama al contrario è stato un presidente assolutamente cosmopolita, il che ha avuto i suoi effetti anche sul piano della ricezione culturale. Le due cose sono collegate. Così oggi ho la sensazione che siamo più aperti rispetto a qualche tempo fa.

Fonte: http://www.minimaetmoralia.it/wp/una-conversazione-con-jonathan-safran-foer-sull11-settembre/


un filo segreto

Articolo apparso originariamente su Il Venerdì di Repubblica che ringraziamo.

Roberto Calasso racconta il suo libro infinito

La stilografica ancora preferita al computer. Il romanzo iniziato a 12 anni e le conversazioni con Canetti. Incontro con il «Signor Adelphi», che dal ’83 lavora a un testo: “Il Cacciatore Celeste” è l’ottava “puntata”

dai nostri inviati Marco Cicala e Piero Melati

calassoMILANO. I libri di Roberto Calasso sfuggono da sempre al placcaggio di una definizione. Anche quando si confrontano con un personaggio, un’opera, una civiltà (Kafka, Tiepolo, Baudelaire, l’India vedica…) non è mai facile dire di che cosa parlino esattamente. Però un filo segreto li tiene insieme. Per descriverli, Calasso ricorre all’immagine dell’albero che si dirama in svariate e magari impensabili direzioni. Ma nelle sue pagine ci si muove, perde e ritrova come in antiche, stratificate città; tra vestigia secolari e improvvise irruzioni di Moderno, gente di fama e miti, narrazioni senza autore. L’ultimo libro, Il Cacciatore Celeste, non fa eccezione.

Sulla scrivania di Calasso alle edizioni Adelphi ci sono due oggetti che potrebbero sintetizzarne il tracciato: un’amigdala e un telefonino. Il telefonino è il telefonino. L’amigdala è invece la pietra che nella protostoria viene lavorata per ricavarne una lama o una punta. Per Calasso la selce scheggiata e il cellulare «sono sostanzialmente la stessa cosa». Ossia due protesi.  E «la filosofia occidentale, a partire da Descartes, si è concepita come protesi, apparato da sovrapporre alla propria mente per mettere ordine nel mondo». «La via occidentale della conoscenza è stata la via della protesi (…). La tecnica non ne è che il momento culminante». Perciò nel Cacciatore Celeste si viaggia dal Paleolitico alla macchina di Turing, dalla predazione primordiale a Plotino, dalla – sbalorditiva – lettura di un racconto abbozzato da Henry James alla venerazione egizia per gli animali, ai Misteri di Eleusi.

Calasso, Il Cacciatore Celeste è la nuova tappa di un itinerario iniziato nell’83 con La rovina di Kasch. Siamo ora a un polittico di otto libri. All’epoca, immaginava che l’impresa avrebbe assunto dimensioni del genere?
«No, all’inizio pensavo che sarebbero stati tre libri. Due più o meno delle dimensioni della Rovina di Kasch, vale a dire sulle 500 pagine, e un terzo – che immaginavo breve – dedicato a quello che nella Rovina chiamavol’innominabile attuale, cioè quello che abbiamo intorno». 

Poi che accadde?
«Mi sono accorto che mi sbagliavo. Perché dopo Kasch sono venute Le nozze di Cadmo e Armonia e in seguito Ka e K. Quindi ho rinunciato alle previsioni, e mi è sembrata una cosa sana. Ora non ne faccio. Vado avanti. Applicando lozuihitsu, una categoria giapponese che significa seguire il pennello. Non ho mai pensato a questa successione come a un edificio. Se lo avessi fatto sarebbe crollato presto. Di tutto posso essere accusato salvo di non aver avuto una certa caparbietà nel procedere. Non ho mai smesso di elaborare questi libri, anche quando ne scrivevo altri».

Che cosa è rimasto dell’idea originaria?
«La cosa per me più importante: la forma. L’idea che ognuno di questi libri fosse autosufficiente, leggibile come un tutto, però intrecciato con gli altri attraverso connessioni di ogni genere. Se vuole, il lettore può vedere come certi temi che si sprigionano da un certo libro passano in un altro. Il Cacciatore Celeste ha molto a che fare sia con la Rovina che con le Nozze. La storia di Cefalo e Procri potrebbe essere un capitolo delle Nozze. La parte Sapienti e predatori si riallaccia a quelle sul sacrificio nella Rovina. E Orione, il Cacciatore Celeste, appare già nell’Ardore e in Ka». 

Ma come costruisce questi intarsi?
«Per certi versi, sono come dei fiumi carsici. Dentro il Cacciatore ci sono pagine che ho scritto molto tempo fa e altre che risalgono a due mesi fa. E ciascuno di questi libri ha una sorta di cintura di protezione, pagine e pagine di appunti o episodi che alla fine sono stati scartati. È un lavoro a strati nel quale sono ancora immerso».

Questi libri vanno letti nella sequenza con cui sono stampati o si è autorizzati a qualche libertà di percorso?
«Il lettore può fare quello che vuole, anche leggerli dalla fine all’inizio. Non sono lineari, non hanno una fine né un avvio, se mai una struttura a spirale. Ma, come per ogni libro, se il lettore si lascia prendere per mano dall’autore, non è una cattiva idea».

Il Cacciatore Celeste si apre con la preistoria.
«Si apre su una fase dei tempi della quale tutto quel che sappiamo sono illazioni su alcune ossa, alcune pietre. La caccia è uno dei due macro-eventi nella storia di quello strano essere che è Homo su cui mi soffermo. Provando a cambiare la prospettiva. Per esempio, in tutti i manuali si parla degli uomini preistorici come cacciatori-raccoglitori. Ma è una definizione sviante, perché presuppone una simultaneità. E invece Homo è stato raccoglitore da sempre, perché altrimenti non avrebbe potuto sopravvivere, mentre è diventato cacciatore soltanto dopo un lungo processo». 

Processo, lei scrive, segnato da due macro-eventi.
«Il primo macro-evento è il passaggio alla dieta carnea, il secondo la trasformazione di Homo da essere predato – e per i grandi felini i primati sono una preda molto ambita – a predatore. Un trasformazione che avviene relativamente tardi, perché per trasformarsi in un cacciatore efficace Homo ha bisogno di un ausilio essenziale: la protesi. Vale a dire qualcosa di più complesso ed elaborato di una selce bifacciale. Ha bisogno di armi: lance, picche, frecce. Ora, quel che disorienta un po’ i paleoantropologi è che a separare questi due macro-eventi – passaggio alla dieta carnea e caccia in gruppo – ci sono un po’ più di due milioni di anni. Quindi la domanda è: in quella fase come è andato avanti Homo? Con la saprofagia, lo scavenging, cioè mangiando carne di animali che erano stati uccisi dai predatori o erano morti in altro modo. In quella fase, le selci sono la prima protesi, ma servivano più per scarnificare e scuoiare che per cacciare. La caccia esigeva qualcosa di più».

Scavenger, ossia «scarnificatore di carcasse residuali». Nell’approssimazione alla caccia Homo è giocoforza costretto a imitare gli animali. In questo caso le iene. Che non hanno mai goduto di ottima stampa.
«In effetti sono state sempre denigrate, ma in questa ricostruzione diventano molto importanti. Sono una parte della sua storia che Homo ha fatto di tutto per cancellare. Ma una traccia rimane in un enigmatico mito vedico che analizzo in dettaglio nel libro. Rispetto alle iene, comunque, Homo ha inizialmente gli stessi intenti ma minore efficacia».

Cosa sappiamo e non sappiamo della preistoria?
«È importante mantenere il senso della immane vastità dell’ignoto. Se dell’epoca vedica in India – di cui parlo nel libro precedente, L’ardore – fossero rimasti solo i reperti tangibili, se non ci fossero arrivati i testi, come è successo per molte civiltà, cosa potremmo dirne? Quasi nulla. Avremmo l’immagine di una cultura poverissima, priva di inventiva, di potenza. Ma poi si leggono i testi vedici e vi si trovano pensieri fulminanti, che non hanno corrispondenti altrove. Ecco, la preistoria è un po’ così. Abbiamo ossa ma non sappiamo che cosa ci fosse dietro. Un grande paleoantropologo, Binford, uomo molto cauto e molto ironico, una volta ha detto che sull’uomo del Paleolitico non abbiamo troppe certezze, ma sicuramente era molto diverso da quello che è l’uomo medio americano di oggi. Binford era un grande filologo delle ossa. Per questo diceva: evitiamo di trarre conclusioni ricalcate su ciò che l’uomo è diventato».

Ma le nuove scoperte offrono un quadro in continua mutazione.
«Per quanto riguarda il nostro remoto passato, negli ultimi 50 anni si sono succedute scoperte sconvolgenti. Un mio amico paleoantropologo mi ha detto una volta che, quando aveva cominciato a studiare, la storia di Homo era di un milione di anni. Oggi supera i sei milioni. Mese dopo mese continuano a venire fuori cose nuove. Il cespuglio di Homo è diventato di una foltezza ormai indominabile. Un esempio è l’analisi del Dna della falange del dito di una bambina siberiana, che ha permesso di delineare la figura di Homo Denisovan, complicando ulteriormente la storia di ciò che è avvenuto fra i Neanderthal e i Sapiens. O si può pensare agli scavi di Göbekli Tepe in Turchia: è un sito misteriosissimo, scoperto da appena una ventina d’anni. Non era un luogo abitato e tuttora non si sa bene che funzione avesse. C’erano stele a forma di T, dal peso di varie tonnellate, con rilievi animali impressionanti.  Tutto sembra andare contro la vecchia idea dell’umanità che, per così dire, a un certo punto si mette seduta. A Göbekli Tepe non c’è traccia di agricoltura e non si sa come riuscissero a trasportare quelle tonnellate di pietra. Quanto agli animali rappresentati, sono quasi tutti predatori, rapaci… L’ipotesi di Klaus Schmidt, lo scopritore del sito, è che fosse una sorta di santuario. Anche questo va contro molte ricostruzioni di quell’epoca, verso l’inizio del Neolitico, ancora circolanti. Un altro esempio è la grotta Chauvet, scoperta circa vent’anni fa. E che possiamo vedere nel film che Werner Herzog vi ha girato. È una scoperta che obbliga a retrodatare la grande pittura rupestre di almeno 15 mila anni. Sono immagini meravigliose. Una volta, riferendosi a Lascaux e Altamira, Giacometti disse: “Il movimento è stato colto soltanto lì. Dopo, nessun altro ci è riuscito”. Ed è vero che la perfezione di quelle immagini lascia sbalorditi. Il loro significato resta cifrato, nonostante i numerosi tentativi di interpretazione. Il lavoro su queste cose è ormai una materia che si modifica quasi di anno in anno».

Nel libro riaffiora un altro dei suoi temi ricorrenti: il sacrificio. Quando ha iniziato a interessarsene?
«Da sempre. Non riesco a trovare un punto iniziale. A vent’anni pubblicai un saggio su Paragone che si intitolava Adorno, il surrealismo e il mana. Già lì si parla di sacrificio e del divino, attraverso il mana. Ma allora ero sotto l’incanto di Adorno. Nel Cacciatore il sacrificio appare come una sorta di risposta rituale alla caccia. È un modo di rendere conto del passaggio alla predazione. Nell’Ardore è invece l’atto rituale che in India è fondatore e ha suscitato speculazioni come in nessun’altra parte del mondo. Il punto essenziale è che tutti questi fatti – la saprofagia, la predazione, il sacrificio – continuano a esistere in ciascuno di noi. Dostoevskij è avvenuto molte migliaia di anni prima di Dostoevskij. E da allora gli stessi fenomeni non finiscono di trasformarsi e camuffarsi».

Nel tempo, anche il sacrificio assume altre sembianze.
«In economia la parola sacrificio viene oggi usata per designare restrizioni, cose spiacevoli per tutti, oppure il termine riaffiora nella guerra. Però il vero nesso, quello che fa più spavento ed è al centro della Rovina di Kasch, è l’esperimento. L’erede principale dell’antico sacrificio non è il sacrificio psicologico né quello economico, è l’esperimento, che è ancora la base della scienza ed è il tratto distintivo della società che ci circonda. Marx aveva visto con piena lucidità il capitalismo come un immenso laboratorio dove continuamente si sperimentano e distruggono forme. Viviamo in una società sperimentale, in migliaia di luoghi al mondo ci sono persone che sperimentano, e molto nella nostra cultura è fondato su questo. Ma, al tempo stesso, la società sperimenta su se stessa, sul proprio corpo. E bisogna ricordare che nel Novecento i due supremi sperimentatori sono stati Stalin e Hitler. Basta questo per fare riflettere. Nella Rovina si parla già della nostra società come di una società sperimentale. Nei laboratori, la parola tecnica per definire gli animali che sono morti durante gli esperimenti è i sacrificati. Non si tratta di un’aggiunta immaginosa, ma del termine burocratico utilizzato nei protocolli. Si tratta di qualcosa che viene separato dal resto e affidato a quei nuovi sacerdoti che sono gli scienziati. Entrare in un laboratorio è come arrivare all’altare, lì viene realizzato qualcosa che trasforma e tendenzialmente distrugge ciò che viene offerto. Quel che viene distrutto ha un frutto – come nell’antico sacrificio – e il frutto è il risultato della scienza. Nel sacrificio quel frutto erano i vari benefici celesti. L’idea tipica dei secolarizzati, secondo cui questi sono residui arcaici dei quali ci siamo liberati, è falsa in radice. Perché si tratta di fenomeni che continuano ad agire ancora oggi, sotto altri nomi. Probabilmente non con minore potenza di quella che avevano prima. E certamente non ve n’è una coscienza maggiore». 

Sul tema degli animali, nel Cacciatore scrive, tra l’altro: «Non sono più visibili se non come pets», creaturine domestiche.
«La comunanza con il continuum animale si è persa. Una perdita enorme. Dietro a tutto questo c’è la cesura cartesiana. È il motivo per cui nelCacciatore Celeste racconto la storia di Malebranche, uno degli intelletti più raffinati e sottili nella storia del pensiero, che dà un calcio a una cagna gravida, pensando – come il suo maestro Descartes – che la cagna non soffra perché è un automa. È una storia che dice tutto. Non è un caso che avvenga in quegli anni, che sono gli anni della cesura decisiva dall’animalità. La metà del Seicento è il vero spartiacque. Da un lato il pensiero estremo di Spinoza o Pascal, dall’altro Descartes e Newton e l’avvio del corso moderno della scienza, quello in cui ancora viviamo». 

Altro suo tema ricorrente è la possessione.
«Nella nostra epoca è ormai solo un fatto psicopatologico. Ma i Greci antichi ne avevano una visione ben diversa. Sapevano benissimo che era un rischio mortale. Ma sapevano anche che era la via regale della conoscenza, dominata da due dèi: Apollo e Dioniso. Lo stesso Socrate dice nel Fedro che la manía erotica è la via suprema della conoscenza, La conoscenza è pericolosa in sé. Dioniso stesso diventa pazzo, colpito dalla vendetta di Hera. E in quel caso subisce la lýssa, che è la pura pazzia. La possessione è un’alta potenza, seppure in forme diverse, tanto nella tradizione greca che in quella vedica. Poi nel corso della nostra storia si patologizza, e anche per questo il Presidente Schreber – al quale ho dedicato il mio primo e unico romanzo, L’impuro folle – mi ha attirato. Per me era quasi un ritorno a quel tema. La storia di un Presidente di Corte di Appello, nella rigida Germania di fine Ottocento, che si sente trasformato in donna e finisce in manicomio, ridotto a una condizione disperante e spregiata, mi sembrava esemplare e tragica».

Perché dopo quel libro non è più tornato alla forma romanzo?
«All’inizio non pensavo alla forma del romanzo. Dovevo scrivere la postfazione alle Memorie di Schreber, ma mi resi conto che non sarei riuscito a scrivere un saggio tradizionale su quel libro che mi aveva immensamente colpito. Mi resi conto che a quel delirio si poteva rispondere solo con un altro delirio. L’ho scritto in un mese, con pochissime correzioni. Era come una febbre. Oggi lo vedo come una sorta di prologo in cielo o in inferno ai libri che sono seguiti. Nella prima pagina dell’Impuro folle si parla della lacerazione dell’ordine del mondo, che è il tema alla base della Rovina di Kasch e poi degli altri. Ma l’Impuro folle rimane un caso a sé. Stilisticamente è molto diverso da tutti gli altri miei libri. Si è chiuso lì, ma in realtà preludeva». 

Negli otto libri si avvertono variazioni di stile.
«Ci sono forti oscillazioni. In Kasch, per esempio, appaiono personaggi che prendono la parola, da Talleyrand a Joseph de Maistre, come in una pièce. E ci sono svariati registri stilistici. Mentre nelle Nozze tutto è tenuto su un tono costante. Nella Rovina si vede di più l’urto tra i diversi registri, nonché fra la narrazione e l’analisi. In altri casi il filo è ininterrotto dall’inizio alla fine. L’idea è che ogni libro abbia una forma che non si ripete: nasce e poi viene abbandonata».

Una scrittura tra letteratura, arte, scienza, filosofia…
«Filosofia non so… Anzi, da qualche parte devo aver detto che la cosa migliore che potrebbe fare la filosofia oggi è nascondersi, passare un periodo di clandestinità, confondersi in mezzo ad altre cose. Credo che come disciplina accademica sia totalmente sterile. Quanto alla scienza, mi appassiona enormemente, ma dev’essere anch’essa mescolata con altro, se non vuole impantanarsi nell’atteggiamento scientista, che è una forma di bigotteria. Comunque in rapporto a quello che scrivo l’espressione di Nietzsche pensiero impuro mi sembra una buona approssimazione».

Come e quando decide che un libro è finito?
«È ogni volta un tormento. Quelli che lavorano con me lo sanno. SulCacciatore sono intervenuto fino a poco prima che andasse  in stampa. E, a volte, all’ultimo momento apporto grossi cambiamenti. Questi libri sono elaborazioni che talvolta durano molti anni. Magari con interruzioni. Scrivendo il Cacciatore, a un certo punto mi sono interrotto per scrivere quello che dovrebbe essere il prossimo libro, la parte nona. Perché quando c’è un impulso preciso non riesco a non seguirlo. Poi però sono tornato al Cacciatoree gli ho dato la forma che ha adesso. Ma l’ho raggiunta solo nell’ultima fase».

Anche nel Cacciatore riaffiora Simone Weil.
«Simone Weil è sempre presente in quello che scrivo. Ho cominciato a leggerla presto. Cristina Campo, una donna e una scrittrice molto importante in sé e nella mia vita, diceva di avere due mani: una era Simone Weil e l’altra Hofmannsthal. Entrambi sono diventati essenziali anche per me. Weil è un esempio di suprema lucidità nell’ultimo secolo. E ovviamente sfugge alle categorie. Pubblicheremo presto le sue lettere al fratello André, che fu un matematico tra i più grandi del Novecento. A un certo punto André si trovò in prigione per renitenza alla leva. In carcere scriveva alla sorella lettere dove non si parla né della guerra né della galera, ma dei problemi della matematica greca, per esempio la scoperta dei numeri irrazionali. Su quel tema i due avevano posizioni opposte».

Un altro dei suoi temi è la metamorfosi. Era anche tra i prediletti di Elias Canetti.
 «Sì, era una sua ossessione. Canetti era un magnifico e avidissimo lettore di etnologi e della grande antropologia, navigava felicemente nei miti australiani o africani, con una capacità rabdomantica di cogliere i nessi nascosti in quei racconti. Più si andava indietro nel tempo, più era conquistato dalle storie».

Una foto la ritrae con Canetti in un’officina. Che ci facevate lì dentro?
«C’era stato un festeggiamento in suo onore sulle rive del Lago di Starnberg, vicino a Monaco, organizzato dal suo editore. A quel tempo avevo una macchina oggi leggendaria, l’Alfa Romeo 2600, quella che aveva la polizia, era una meraviglia con un tremendo vizio: delicatissima come tutte le macchine molto potenti. Viaggiando c’era il rischio continuo di fermarsi e non trovare meccanici abituati a trattare con quell’auto. Comunque dopo quella festa partimmo per Monaco e a metà strada l’Alfa ci lasciò a piedi. Per fortuna, vicino c’era quell’officina che si vede nella foto. Canetti non fu minimamente irritato dall’incidente. Era un meraviglioso conversatore, poteva andare avanti per ore sui temi più vari. Così continuammo i nostri discorsi nel garage finché la macchina non fu riparata e Fleur Jaeggy scattò quella foto. Canetti aveva una impressionante vivezza nel parlare e nel guardare. Ricordo una volta a Zurigo. Dopo il nostro incontro doveva tornare a casa, pensavo prendesse un taxi, invece prese il tram. “Prendo il tram perché vedo le facce” mi disse. Aveva curiosità per qualsiasi cosa lo circondasse».

Calasso, dicono che lei non si sia arreso a scrivere al computer.
 «I libri continuo a scriverli tutti con la penna stilografica, lasciando un po’ di margine a sinistra sul foglio per eventuali note. Un tempo ribattevo tutto a macchina, su una Lettera 22. Poi sono arrivati i computer, grazie a Dio ho una santa assistente, Federica Ragni, alla quale ogni giorno passo le pagine manoscritte. Il computer lo uso per tutto il resto, ma non per scrivere i libri. Per scrivere ho ancora bisogno del rapporto con la carta e la penna».

Lavora a casa?
«Principalmente. Ma scrivo dovunque capita, anche in casa editrice, su taccuini come questo. Non posso dire di avere un metodo, un ordine regolare. Anche se ogni tanto mi piacerebbe».

Che tipo di lettore è, di quelli con la matita? 
«Sui libri faccio qualche segno. Conducendo questa doppia vita di scrittore ed editore passo ogni giorno attraverso le cose più diverse. Le due vite procedono in parallelo. Come le concilio? Non ho regole perché non ci possono essere limitazioni. Sono due attività che vanno avanti sempre, anche dormendo. Diciamo che tento di stare in ufficio il meno possibile, contando sulla flessibilità dei miei collaboratori. Questo è forse l’unico accorgimento».

Letture a parte, ha raccontato di essere stato un cinefilo.  Che peso hanno avuto i film nella sua formazione?
«Sono stato malato di cinema, ora molto meno. Mi piace sempre, però ho perso il gusto per le sale. Un tempo erano posti un po’ fumosi, talvolta loschi…  Il vero raptus fu da ragazzino, andavo al cinema anche due o tre volte al giorno… La passione è continuata fino a dopo i trent’anni».

Perché ha definito Marlon Brando un mutante? 
«Perché è così che lo percepivo. Lo dicevano in molti. Oggi non lo si guarda più in quel modo. Oggi sembra semplicemente un grande attore, ma ricordo perfettamente che quando apparve sembrava appartenere a una specie umana un po’ diversa. Quasi atterrato da un altro pianeta. Solo con lui si è dato quel fenomeno, trasmetteva una specie di sconcerto. Un fenomeno divergente da quello di James Dean, che era più fedele all’immagine del giovane bello e dannato. Brando invece appariva sullo schermo in forme molto diverse… Un tram che si chiama desiderioFronte del portoGiulio Cesare,Viva Zapata!… Aveva un modo di essere che non somigliava a quello di nessun altro. Ma lo mantenne solo in quei primi film, poi sarebbe diventato solo una star».

Il primo libro lei lo ha scritto a dodici anni. Era l’abbozzo di un libro di memorie.
«A quell’età è l’unico argomento di cui si può scrivere con cognizione di causa. Scrivere non è stata una scoperta priva di ostacoli, per me. Molto importante, in questo senso, è stato il mio incontro con Bazlen. Lui scriveva, ma non lo considerava la cosa essenziale. O non più che scoprire libri, come lui ha fatto per tutta la vita. Questo punto mi è rimasto, l’idea che non tutto debba convergere sullo scrivere. Di Bazlen alcuni hanno detto scioccamente, non conoscendolo, che pensava così perché era uno scrittore mancato. No, se c’era una persona che non aveva quel cruccio era lui. Sapeva eliminare quel senso coatto, quel peso per cui la cosa importante è alla fine mettere insieme un libro. Invece non è detto, si può anche semplicemente essere. Per questo ho scritto da qualche parte che il suo tratto principale era taoista. E i sapienti taoisti amavano lasciare il minimo di tracce. Questo mi è servito moltissimo. Ho cominciato a scrivere quasi con un senso di colpa. Quando pubblicai qualcosa per la prima volta, l’ho fatto sapendo che a Bazlen non sarebbe piaciuto».

Editore, mitografo, saggista… Ma per definirla non è forse più azzeccata la parola scrittore?
«È senz’altro la più adatta. Se c’è una parola che evito con cura è invece “intellettuale”. Mi ricordo sempre di quello che diceva l’adorabile Jules Renard: “Intellettuale è un aggettivo”».

Ora già pensa al libro successivo?
«Finora gli otto volumi totalizzano circa 3.600 pagine. Chi vorrà esercitarsi a scoprire che cosa le tiene insieme ha abbondante materia. Del prossimo libro, il nono, ho già scritto buona parte. Di cosa tratterà? Da scaramantico, evito sempre di parlare di quello che sto facendo. Comunque penso già al decimo».

A parte Le nozze di Cadmo e Armonia, 620 mila copie, il suo libro che è andato meglio è stato La Folie Baudelaire – 155 mila copie. Come se lo spiega?
«Credo dipenda dal grande fascino che esercita la materia. Non solo Baudelaire, anche la grande pittura francese, Manet, Degas, Ingres, Delacroix, e la Parigi di quell’epoca. È il libro che ho scritto con più scioltezza. Il più difficile è stato invece quello su Kafka. Dovevo superare l’impressione che, qualsiasi parola si dica su Kafka, sia sbagliata. Forse appunto per questo ho finito per scrivere K.. L’avevo in testa da sempre, però lo rimandavo ogni volta».

Sulla copertina del Cacciatore c’è l’immagine di una pittura rupestre. Sicuramente l’avrà scelta lei.
«È venuta fuori all’ultimo. Si trova in Sudafrica e ha una storia stranissima. Stava su un frammento di roccia che è stato staccato perché costruivano una ferrovia che avrebbe rovinato il luogo. L’hanno portato in un museo dove oggi si può vedere. È un’immagine misteriosa. Come quelle che ho visto da poco a Berlino, al Gropius Haus, in una delle mostre più rivelatrici degli ultimi tempi: si presentavano per la prima volta disegni e acquerelli trovati negli archivi dell’istituto Frobenius, il grande etnologo. Lui faceva le sue spedizioni in Africa portandosi dietro come assistenti signorine di buona famiglia che erano incaricate di copiare le pitture rupestri che venivano scoperte. Quelle riproduzioni erano realizzate con minuzia e talento notevoli, ma dopo l’avvento della tecnica fotografica furono considerate obsolete, messe in soffitta e dimenticate. Però sono di una bellezza che solo oggi riusciamo a capire, anche perché spesso corrispondono a luoghi

dove quelle immagini non si possono più vedere. Sono documenti unici… Visitando quella mostra, avevo l’impressione che fosse la cosa più nuova nella città. Ed erano immagini preistoriche». 

(15 luglio 2016)

fonte: http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2016/07/13/news/calasso_e_il_libro_infinito-143979417/


il Venerdì di Repubblica

Emmanuel Carrère e Philip Dick

Torna la biografia del grande scrittore americano di fantascienza firmata dal romanziere francese. Che qui spiega perché l’autore di “Blade Runner” è un classico. E per lui è stato decisivo

di Valentina Della Seta

(elaborazione di Stefano Savi Scarponi) 

Dato che parliamo di uomini che di crisi mistiche se ne sono fatte venire eccome, possiamo dire che per Emmanuel Carrère Io sono vivo, voi siete morti, il libro su Philip Dick da poco ripubblicato da Adelphi potrebbe aver rappresentato una specie di rito iniziatico, una porta magica oltre la quale ha trovato la voce che gli ha permesso di scrivere La settimana bianca, l’ultimo lavoro di pura fiction, e passare poi a L’avversario e a tutti i libri successivi: «A circa trent’anni avevo scritto un paio di romanzi ma mi sentivo finito» racconta Carrère al telefono da Parigi, dove è appena tornato dopo un viaggio in Giappone. «Non avevo idee per un nuovo libro, né il desiderio di scriverlo. Il mio agente mi ha detto: se non riesci a scrivere, una biografia può essere un’idea da prendere in considerazione. Potrebbe aiutarti a superare il blocco, e in ogni caso avrai comunque fatto qualcosa. Così ho pensato: una biografia, bene, ma di chi? La risposta è arrivata subito. Avrei scritto di Philip Dick. Non sapevo molto della sua vita, ma avevo letto tutti i suoi libri ed ero convinto, non so perché, che quei romanzi di fantascienza rappresentassero un’autobiografia mascherata».  

A pensarci bene, le donne dei romanzi di Philip Dick devono tutte qualcosa alle sue infelici cinque mogli (Carrère ha definito Dick «monogamo seriale», una forma di deriva sentimentale abbastanza comune tra i geni sessuomani nati nella prima metà del Novecento, ancora sotto il dominio di quel super-Io che comandava che per concedersi qualche bella giornata di sesso bisognasse mettere in gioco la vita intera). Per il resto, poiché le fondamenta del lavoro di Dick sono proprio nel dubbio e nella domanda su «cosa è reale?», a un certo punto passa pure la voglia di chiedersi cosa sia vero o meno di tutto quello che sappiamo di lui. Il viaggio nei molti universi dickiani («Secondo Baudelaire il vero genio consiste nel creare un cliché ed è quello che ha fatto Dick. La maggior parte dei luoghi comuni nella fantascienza di oggi arrivano da lui. È diventato un  aggettivo, e ha vinto», dice Carrère) vale comunque il prezzo del biglietto.

Per quanto riguarda Carrère, nel suo ultimo libro Il regno (Adelphi, 2015) ha raccontato la storia di Jamie Ottomanelli, ex-hippie strampalata e male in arnese che in quel periodo di crisi religiosa e creativa dei primi anni Novanta si presenta alla sua porta offrendosi come baby-sitter per i suoi due bambini. Carrère non ha alcuna intenzione di affidargli i figli, ma quando Jamie posa lo sguardo su un libro di Dick e dice di aver lavorato per lui come baby-sitter a Berkeley, Carrère non resiste. Anche se lei puzza come se non si lavasse da settimane ed è animata da un’inquietante allegria nervosa che gli ricorda Kathy Bates in Misery non deve morire. Il resto della storia merita di essere letto, l’unica cosa da aggiungere adesso è che Carrère ti lascia con il dubbio: è successo veramente o è stata un’allucinazione? Non importa. Per lavorare aIo sono vivo, voi siete morti (il titolo è una citazione da Ubik, uno dei romanzi più noti di Dick) Carrère se ne è infischiato di aderire totalmente alla realtà: «Esisteva già una biografia americana di Dick, Divine Invasioni di Lawrence Sutin (1989, qui edita da Fanucci, che detiene in Italia i diritti). Lì dentro c’erano i fatti di cui avevo bisogno e che non avrei potuto trovare da solo senza andare in California, dove Dick ha passato tutta la sua vita. Così ho usato l’eccellente lavoro di Sutin per prendere venti pagine di appunti con eventi principali e date. Poi, prima di iniziare a scrivere, ho posato il libro e non l’ho aperto mai più».

Philip Dick era nato nel 1928 a Chicago, insieme con una sorella gemella morta un mese dopo la nascita. Il padre se ne era andato di casa molto presto e la madre si era trasferita con lui a Berkeley, in California. Da ragazzo aveva sofferto di attacchi di panico e aveva lasciato gli studi per mettersi a lavorare in un negozio di dischi, dove nel 1948 aveva conosciuto la prima moglie Jeanette Marlin (un matrimonio durato pochi mesi), che lasciò per sposarsi, nel 1950, con Kleo Apostolides (unione che durò fino al 1959, quando Dick si trasferì in un sobborgo di San Francisco e si mise con Anne Williams, vedova con tre figlie e con la quale, nel 1960, fece la figlia Laura). Nei primi anni Cinquanta aveva cominciato a farsi un nome come autore di racconti di fantascienza.  Il primo romanzo, Solar Lottery (Lotteria dello spazio) è del 1954. Scrisse poi almeno otto romanzi non di fantascienza, ma vennero tutti rifiutati. Tra gli anni Sessanta e i primi Settanta pubblicò i suoi libri fondamentali come The man in the high castle (La svastica sul sole, 1962),  The Three Stigmata of Palmer Eldritch (Le tre stimmate di Palmer Eldritch, 1965) Do androids dream of electric ship (Blade Runner, 1968), Ubik (1969). Dal 1966 al 1972 si mise con Nancy Hackett, con cui ebbe la seconda figlia, e poi dal 1973 al 1977 fu sposato con la giovane Tessa, madre del suo terzo figlio. Anni conditi da largo uso di anfetamine, che probabilmente contribuirono ad alimentarne la leggendaria paranoia, i deliri mistici degli ultimi anni e favorirono l’infarto che lo uccise, a 54 anni, nel 1982. 

Nel novembre 1975 uscì su Rolling Stone un lungo ritratto di Dick firmato da Paul Williams. Williams racconta che, mentre negli Stati Uniti era noto solo nell’ambiente della fantascienza, in Europa (e in particolare in Francia) era vendutissimo e rispettato. Ma come è avvenuto nel mondo il passaggio dal «piano B» della fantascienza all’essere universalmente riconosciuto come autore di classici? «Dick era un visionario come Dostoevskij. Se vogliamo capire il Ventesimo secolo dobbiamo leggere I Demoni. Per tentare di comprendere il Ventunesimo dobbiamo leggere i romanzi di Philip Dick», afferma Carrère. «C’è un’altra cosa. Oltre a Dick anche Raymond Chandler o Dashiell Hammett, autori di noir, sono diventati dei classici. Per lo stesso identico motivo: erano dei grandi scrittori, dei veri e propri geni.

Dick ha influenzato l’immaginario dei nostri anni come pochi altri e ha ispirato moltissimi film. Alcuni apertamente, come Blade Runner o Minority Report. Altri no, come Matrix o  The Truman Show. Anni fa mi indignavo se la sua influenza non era riconosciuta, ora lo considero un segno della sua grandezza». E come capita spesso, la sua grandezza è stata riconosciuta solo dopo: «Quello che voglio sottolineare» scriveva Dick in Vita breve e felice di uno scrittore di fantascienza del 1976 «non è che io sarei lo scrittore di fantascienza più rispettato del mondo, o che il mio agente lo pensi o lo abbia detto, bensì il fatto che mi ritrovo qui, dopo venticinque anni di carriera, con la prospettiva di vedermi tagliare acqua, gas ed elettricità se non pago il dovuto entro tre giorni; allora mi domando: a cosa è servito?».
A Carrère si può quasi dire che abbia salvato la vita: «Per molti versi Dick era un uomo insopportabile», dice, «ma nei due anni che ho passato a scrivere la storia della sua vita non ho mai smesso di provare gratitudine nei suoi confronti. Siamo stati bene insieme». 

fonte: http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2016/07/14/news/io_carre_re_salvato_da_philip_dick-144045464/