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Bernardo Bertolucci: e ora vi racconto il mio Pasolini

Il maestro Bernardo Bertolucci

L’ultimo giorno di maggio del 2017, Bernardo Bertolucci ha accettato gentilmente e generosamente di ricevermi nella sua casa romana, nonostante la malattia che lo obbliga su una sedia a rotelle, per parlare di Pier Paolo Pasolini, di cui è stato amico e collaboratore. Un gesto non scontato. Gliene sono molto grata (CB)

Sulla poesia e il cinema

BENEDETTI Pasolini, che era amico di suo padre Attilio, le dedicò una poesia quando lei era ancora giovanissimo. “A un ragazzo”, s’intitola.

BERTOLUCCI Sì, io dovevo avere quindici o sedici anni. E’ lì ci sono due versi dove “giovinetto” fa rima con “non detto”.

 “Ah, ciò che tu vuoi sapere, giovinetto,/ finirà non chiesto, si perderà non detto”.Sono i versi finali.

Quando andavo a trovare Pasolini nel suo studio, vidi che aveva un rimario. Ne fui colpito, e pensai: chissà se c’è un rimario anche per il cinema.

Pasolini le ha mai parlato del fratello Guido?

Nella poesia, mai a voce. Forse io gli ho chiesto di parlarmene, perché avevo saputo da mio padre che suo fratello era stato ucciso. Credo di avergli detto: “raccontami”. Per questo alla fine della poesia dice “ciò che tu vuoi sapere … si perderà non detto”

L’uccisione del fratello deve essere stato per lui una ferita tacita, sempre aperta, forse anche per il senso di colpa che a volte ha chi sopravvive. Quando scrive di voler gettare il suo corpo nella lotta c’è forse un’eco di chi davvero si è gettato nella lotta partigiana…

… ed è partito con una rivoltella “dentro a un libro di Montale”.

Lo dice proprio nella poesia dedicata a lei.

Sì, stavo citando quella

Un rimario per il cinema. Che idea interessante! Anche le immagini possono rimare tra loro?

Ma vengono considerate in altro modo, non come rime.

Mi viene in mente il film La rabbia – secondo me un piccolo capolavoro, e sono molto grata a suo fratello …

a Giuseppe…

…sì, per averlo rieditato e ricostruito nella parte mancante. In quel film Pasolini sembra montare le immagini di repertorio in modo da creare come delle rime: fa tornare più volte lo stesso soggetto o persino lo stesso fotogramma in una sequenza, per ritmarla. La parte su Marilyn è aperta e chiusa dal fungo atomico.

Vidi La rabbia per la prima volta all’Istituto Luce, mentre Pasolini stava verificando le copie. E mi aveva folgorato: proprio perché c’erano le immagini e c’era il suo testo. E aveva usato delle voci …

... le voci di Giorgio Bassani e Renato Guttuso ..

… sì, Bassani leggeva in modo lievemente retorico, ma bene, molto bene, in modo alto. E il film mi aveva folgorato perché mi sembrava un film dove la letteratura e il cinema si amalgamavano.

E dei suoi film, quale considera più poetico?

Mah… E’ strano, vede, perché “poetico” è una parola che usavamo tanto in quegli anni e che non viene più usata. E addirittura oggi, se la dici, ti guardano un po’…

… storto.

E’ vero, no?

Sì. Anche della Rabbia hanno detto che è troppo ‘poetico’, in senso negativo. Nel 2008, quando il film è circolato di nuovo grazie a Giuseppe Bertolucci, qualche critico, mi pare Alfonso Berardinelli, ha scritto in una recensione che vi si sentiva troppo l’apparato retorico di Pasolini.

Si riferiva al testo?

Si

Ma come! Quando parla del papa … dal testone di tartaruga. Quando lo vidi ero folgorato. Mi colpì come parlava del papa e di Marilyn. Straordinario!

E’ un film incredibile. Da un lato molto sperimentale – usa la stessa tecnica del collage film che useranno più tardi Guy Debord e Godard. Dall’altro ha questo commento altamente poetico. Secondo me Pasolini è riuscito con i mezzi del cinema a ricreare l’antica tragedia greca, come ho scritto in un saggio. Le voci fuori campo sono come un coro tragico.

Sicuramente in questo film c’è tutto il cinema di Pasolini. In tutto il suo cinema c’è questa dimensione tragica, ma tragica anche [nel senso] della tragedia greca – mai però rivelata, la cosa.

E nel suo cinema, in che modo è entrata la poesia, la letteratura?

Non c’è un modo. E’ avvenuto molto naturalmente. Il desiderio di fare cinema era in me presente già dai quattordici, quindici anni. Poi feci i miei primi filmini a 16 mm. Poi abbandonai quello che avevo fatto, come se non fosse esistito. Ho buttato via tutto. E verso i diciannove anni scrissi un po’ di una sceneggiatura che si svolgeva dalle mie parti, sul Po. Non se ne fece nulla. Era anche, me ne resi conto, imbarazzantemente autobiografica. Buttai anche quella. Poi venne Pier Paolo, venne La comare secca… La letteratura c’è sempre stata. Il fatto di vivere in una casa con tanti libri, dove i libri facevano parte della decorazione, ci ha sempre dato una familiarità… Però la conoscenza non è la familiarità. C’era da lavorare un po’. In questo era molto più bravo mio fratello Giuseppe, che era un vero pensatore. Andavo sempre da lui quando avevo bisogno di capire, anche politicamente. Lo chiamavo “il mio commissario politico”. E lui mi aiutava, mi chiariva. Non sono mai stato un campione del capire certe cose. Spesso mi sono affidato all’intuizione.

Lei ha tratto film da romanzi, da Dostoevskij a Ammaniti. Come li sceglie?

Leggo tante cose perché ho tempo. Ma mi devo innamorare della storia. Il libro di Ammaniti, l’ultimo film che ho fatto, l’ho letto di corsa – perché si legge in un attimo – e mi sono innamorato della storia.

Ha qualche altro progetto in mente?

Ci penserò. Adesso ho avuto un problema fisico grosso. Una cosa in fondo alla lingua, un tumore, ho fatto trentacinque radiazioni ed è sparito. Però è stato un altro momento … E’ successo altre volte. Devo dire che non ho nessun tipo di emozioni quando mi dicono: ”guardi che lei ha… ma con le radiazioni quasi sicuramente sparirà”. E infatti è andato via. Ecco, per dirle che anche la possibilità di restare secco è prevista. E non mi dà emozione. Strano. Forse sono riuscito a rimuovere tutto… Non so perché le ho detto questo.

Perché io le ho chiesto dei suoi progetti.

Il mio progetto è stato di guarire da questa cosa. Avevo paura di non poter parlare.

La morte di Pasolini

[Bertolucci prende in mano il libro di Giovanni Giovannetti e mio, Frocio e basta. Pasolini, Cefis, Petrolio, che gli ho portato]

Ma guarda! Chi è Giovannetti?

E’ un fotografo e un giornalista d’inchiesta. Ha fotografato anche lei. E suo padre Attilio. C’è una foto dove si vedono le mani di Attilio che reggono un libro aperto sulla poesia “Verso Casarola”…

Ah, l’aveva fatta lui?

Sì. Io invece non faccio inchieste. Mi interesso di letteratura e insegno letteratura…

A Pisa.

Sì. E se sono arrivata a occuparmi della morte di Pasolini è perché non ne ho potuto fare a meno. Ci sono incappata studiando Petrolio, l’opera che lui non ha fatto in tempo a pubblicare perché lo hanno fermato prima. Un romanzo sul potere, dove compare anche Eugenio Cefis, indicato come responsabile dell’omicidio di Enrico Mattei. E dove c’è un capitolo, “Lampi sull’Eni”, di cui resta solo il titolo e una pagina bianca… Nel 2011 Dell’Utri disse di averlo ritrovato, promise di esporlo alla fiera del libro antico di Milano, ma così non fu.

Dell’Utri, era una sòla, come dicono a Roma.

[ridono]

Vorrei chiederle se ha mai sentito parlare di questo capitolo di Petrolio, da suo padre.

No, Attilio non me ne ha mai parlato… Il libro lo avevano Vincenzo [Cerami] e Graziella [Chiarcossi]?

Sì, gli eredi.

E il capitolo “Lampi sull’Eni” è stato sottratto prima della morte di Pier Paolo o dopo?

Probabilmente dopo, ma non ci sono prove. C’è anche chi sostiene che Pasolini non lo ha mai scritto

Ma hanno trovato appunti o tracce di questo capitolo?

In Petrolio, a un certo punto, Pasolini si rivolge al lettore dicendo che se vuole rinfrescarsi la memoria sul periodo partigiano di Cefis vada a rileggere il capitolo “Lampi sull’ENI”…. Però questa è solo una delle cose strane. Nell’edizione a stampa di Petrolio manca un altro pezzo importante. Giovannetti e io lo abbiamo pubblicato – lo trova in questo libro che le ho portato- perché questo non è andato perso come l’altro. Sta tra le carte di Petrolio, al Gabinetto Vieusseux. Sono tre discorsi di Eugenio Cefis. Pasolini li aveva raccolti per inserirli a metà di Petrolio, nel centro esatto, perché secondo lui raccontavano in modo chiaro quel che stava accadendo in Italia. Ma gli editori non li hanno inseriti. Perché? …. Nel 2003 lessi l’inchiesta sul caso Mattei svolta dal procuratore Vincenzo Calia. Oggi è pubblicata da Chiare lettere, ma allora la ebbi da Calia stesso, incontrato a un convegno. Secondo il magistrato, Pasolini aveva visto giusto: Cefis reggeva le fila dell’attentato a Mattei – e probabilmente anche dell’omicidio di Pasolini. Da allora tante domande hanno cominciato a girarmi in testa. Perché quel libro è stato tenuto nei cassetti per ben diciassette anni? E perché se viene ucciso un giornalista o un magistrato si va subito a vedere cosa stesse facendo la vittima –un’ inchiesta o un’indagine – ma nessun inquirente andò a cercare in Petrolio?

Già, Petrolio… Io temevo che mi facesse piangere e per molto tempo non lo lessi. Poi ne ho letto un po’. E’ un libro che ho tenuto sempre lì, ma ho paura di leggerlo.

Non è un libro facile. Per di più quando finalmente fu pubblicato, nel ’92, ebbe una ricezione piuttosto ostile. Molti dissero che non lo si doveva pubblicare, perché era informe e pieno di sconcezze. Lo fecero passare per un libro quasi pornografico, di violenza e di sesso. Incredibile! Eppure molti sapevano di che materia era fatto. Qualche giorno fa “Repubblica” ha riportato le parole del proprietario del ristorante Pommidoro, frequentato da Pasolini. Gli diceva: “Pier Paolo, lascia perdere il petrolio che quelli ti fanno fuori”. E Laura Betti – come racconta David Grieco – era preoccupata per la vita di Pasolini proprio perché in Petrolio prendeva di mira Cefis.

Io ricordo che in quel momento, quando arrivò mio fratello una domenica mattina – era il 2 novembre, io avevo dormito fino a tardi e andai ad aprire mezzo addormentato – e mi disse “sembra che abbiano trovato Pier Paolo morto a Fiumicino”, io pensai che era stato un gruppo di fascisti, o di papponi, oppure anche di papponi fascisti, che comunque erano stati guidati in qualche modo. Non pensai né a Petrolio né a Cefis… Non sapevo nulla di Petrolio, perché allora non frequentavo Pier Paolo. Erano anni in cui ci eravamo un po’ staccati. Io ero andato a fare il film, Novecento… E avevo pensato, appunto, a un delitto di stato, come lo erano stati altri delitti, negli anni dopo Piazza Fontana. Chi l’aveva ucciso era stato guidato in qualche modo anche dalla persecuzione che Pier Paolo aveva subito per anni e anni. Non so se si ricorda, ogni anno aveva un processo. C’era persino un ragazzo che lo accusò di averlo minacciato con una pistola, con le pallottole d’oro.

Sì, era il 1962. Lo accusarono di rapina a mano armata a un distributore di benzina. Il tentativo di delegittimarlo era già iniziato allora.

Io lo vedevo come un linciaggio, proprio come un linciaggio, ormai regolare. Poi Pasolini cominciò a essere così ammirato per le cose belle che faceva al cinema, che un pochino si placò quel tipo di [linciaggio], che era di livello un po’ basso. Poi vennero altre cose … Lei suggerisce, appunto, che in qualche modo Cefis o l’Eni…

Non abbiamo prove. Sappiamo però con certezza, che la versione ufficiale, la rissa omosessuale, fu una sceneggiata messa su per coprire un altro tipo di delitto.

Sì, la storia di Pelosi…

E anche la storia che Pasolini lo abbia rimorchiato quella sera, per caso, alla stazione Termini … I due si frequentavano da mesi.

Sì, certo. Pelosi lo conosceva già. E anche quello che dice Pommidoro lo sapevo già, perché a volte sono andato a cena lì, e ogni volta Pommidoro mi raccontava.

Eppure tanti ci hanno creduto. Si è persino parlato della bella morte omosessuale di Pasolini. Quale bella morte! Una morte infamante. Non solo massacrato in quel modo atroce – e già questo è da piangere – ma fatto passare per uno che tenta di sodomizzare un minorenne …

… che si difende e lo uccide. Era chiaro che non poteva essere. Io lo dissi alla televisione, non so se lei l’ha visto.

Sì. Ho visto il Tg di allora, dove lei viene intervistato subito dopo l’omicidio, è molto scosso e parla di un delitto di stato.

Dissi che Pier Paolo non era stato ammazzato da quel ragazzo, ma da un gruppo di persone che in quel modo volevano come ripulire l’Italia, spinti da motivazioni di tipo fascista. Non sopportavano più che esistesse questa persona. E dissi che era chiaro che non poteva essere stato un ragazzotto a massacrarlo. Pier Paolo era forte, faceva la lotta. Non esiste che un ragazzo l’abbia ammazzato a quel modo. Era un gruppo di gente.

Oggi è accertato.

Ah!

C’erano almeno altre cinque persone oltre a Pelosi e Pasolini, come ha rilevato l’ultima perizia sulle tracce di DNA presenti sui loro abiti….

Io dissi quella cosa, che era un delitto di stato. Tre giorni dopo Enzo Biagi, sulla “Stampa” credo, in una rubrica, mi attaccò dicendo: “Bertolucci va a tirare fuori i crimini di stato! Questa è una storia di froci.” Enzo Biagi!

Sì. E’ incredibile. Gran parte dell’intellighenzia del paese accreditò la sceneggiata, persino attaccando quei pochi che, come lei, osarono metterla in dubbio. E altri tacquero. Lo stesso Nico Naldini… Si dice che fu lui a presentare Pelosi a Pasolini. Questo dettaglio, se rivelato allora, avrebbe potuto gettare dei dubbi sulla versione ufficiale.

E’ lui che ha presentato Pelosi a Pier Paolo?

Così sostiene Dario Bellezza, e mi pare anche qualcun altro

Non ho letto il suo libro. Ma forse al povero Nico è successo quello che successe a me. Io abito qui da allora, dal 1973, e mi ricordo che per qualche mese quando tornavo a casa la notte uscivo di macchina e mi guardavo intorno.

Sì, forse avevano paura. O sono stati minacciati.

Non credo. Io dico che avevo paura e non so perché. Avevo paura che mi ammazzassero, a me che non c’entravo nulla. Ma erano i sensi di colpa. In quei giorni i sensi di colpa mi divoravano.

Perché si sentiva in colpa, se posso chiederglielo?

Perché non ero vicino a lui. Gli ero stato così vicino in un certo punto della vita. E poi dopo sono venute quelle cose che ti fanno diventare adulto, ma che ti allontanano molto… da quel periodo eroico, quando feci il suo assistente, quando facevamo i sopralluoghi…

Lei portò la bara

Sì. Ma ebbi per mesi dolore a questa spalla. Pesava, la bara. C’erano i fratelli Citti e altri, ma erano tutti più bassi di me. Chi è più alto…

[ridono]

Il primo film

La cosa commovente è che quando lei ha fatto da aiuto regista a Pasolini, per Accattone, tutti e due eravate al primo film.

L incontro sulla porta un giorno – abitavamo nella stessa casa, in via Carini – e mi dice: “Ah, tu vuoi fare il cinema? Sarai il mio aiuto regista”. “Perché? Vuoi fare un film?” “Sì, faccio un film”. E allora io gli ho detto: “ Ma Pier Paolo, io non ho mai fatto un film, non sono capace”. “Neanch’io ho mai fatto un film”, disse.

E fu una grande esperienza?

Ma sì, perché ebbi modo di assistere al momento in cui Pier Paolo imparava a fare i film, o inventava una sua scrittura cinematografica, che era l’opposto di quella che avrei usata io se avessi fatto il film. Infatti, anche nella Comare secca si vede, non ho questi primi piani tragici… di quei papponi – come diceva lui, “primi piani di papponi veri” – che io come aiuto dovevo tenere, soprattutto la notte. E poi, alle tre del mattino [mi dicevano]: “famme annà! Devo andare a casa prima io, se no quella mi fa nero se non le preparo la pasta”. E’ quello che chiamo il periodo eroico dell’amicizia. Era bellissimo, vedevo che Pier Paolo inventava una scrittura che non c’era mai stata, ed era la sua scrittura. E di quello non gli sarò mai abbastanza grato.

Perché scelse lei? Se ne è fatto un’idea?

Lui mi aveva fatto pubblicare le poesie. Io gliele facevo vedere. Scrivevo e andavo da lui – stavo al quinto piano e lui al primo – a fargliele leggere. “Ah, le faccio pubblicare”- disse. E fu la fine del mio essere poeta, perché io volevo fare il cinema. Fu una decisione infantile ma decisiva. Non ho mai scritto più una poesia.

Pasolini non ha fatto in tempo a vedere il suo film Novecento. Probabilmente gli sarebbe piaciuto…

Ultimo tango non gli piacque. “E poi – mi disse – quell’attore! Super-virile!”. Si riferiva a Marlon a Brando. Poi prima di fare Salò, mi telefonò. Mi chiese se ero ancor in contatto con Marlon Brando. Io gli ho detto di no. “Peccato!”. Voleva fare San Paolo

Con Marlon Brando?

Sì. Dopo avermi detto quello. Cambiava. E questo è bello. Ma Ultimo tango non gli piacque per niente. Io c’ero rimasto male. E infatti questa storia ci aveva un po’ allontanati.

Fu anche una crisi di crescita, come tra padri e figli?

Sì. Lo capisco più desso che allora… Mentre lui girava Salò e io Novecento – eravamo io a Parma e lui a Mantova – il giorno del mio compleanno, nel ’75, venne a Parma, perché ci fu la partita di calcio. Pier Paolo uscì dal campo mezzora prima della fine, dicendo alla sua squadra “Siete tutti dei narcisetti, non mi passate mai la palla”. E stavamo lì, seduti, a vedere la fine della partita. Ed era anche venuto a trovarmi, a un certo punto, perché giravo anche nel mantovano. “So che stai preparando Novecento, lì ci sono i tuoi contadini, sono sicuro che mi piacerà”.

Qual è il film di Pasolini che le piace di più oltre alla Rabbia ?

Accattone e Medea. Medea mi sembra sublime: questo girare l’angolo e trovarsi là, a Pisa. Dalle rovine in Medio Oriente al campo dei miracoli. Giasone.

Petrolio e i film su Pasolini

Lei ha girato un documentario sulla via del petrolio, quando era molto giovane.

La via del petrolio, sì. E’ un documentario girato nel ’66 …Era molto prima di Cefis. Mio padre era direttore del giornale aziendale dell’Eni – si chiamava “Il gatto selvatico” – e mi portava qualche volta con sé. Io avevo sedici o diciassette anni. E lì incontrai Enrico Mattei, che mi disse: “So che tu ami pescare la trota con la mosca come me, e ti porterò in Scozia con il mio aereo”. Io da allora ho sognato questa cosa, mai successa. Anni dopo, mio padre non era più lì, mi chiamarono all’Eni per fare un film sul petrolio, da passare alla Tv. Nove anni fa, Marco Müller, che era direttore della mostra del cinema, mi invitò a Venezia e fece tutta una cosa, durante la mostra, attorno a questo film.

Fu nel 2007, quando ricevette il Leone d’oro

Sì. E Feltrinelli pubblicò il film. Sono tre episodi. Le origini, che si svolge tutto in un Iran ancora medievale; poi Il viaggio, dal golfo Persico fino a Genova, passando per il canale di Suez e poi sul Mediterraneo, stando su una grande petroliera. Il terzo , Attraverso l’Europa, è un oleodotto che parte da Genova e va verso la Germania. Il film è questo. Abbastanza divertente. Non lo avevo rivisto per 50 anni. Lo rividi allora.

Che impressione le fece più tardi sapere che Pasolini stava scrivendo un romanzo intitolato Petrolio?

Non lo sapevo, lo seppi solo dopo la sua morte.

Non pensò di averlo suggestionato in qualche modo, con il suo documentario?

No.

Anche in Petrolio c’è un viaggio in oriente. Il protagonista, che lavora all’ENI, va in Irak, e Pasolini lo narra sullo sfondo mitico del viaggio degli argonauti.

[A questo punto è Bertolucci a farmi domande]

Dei film che hanno dato intorno a Pier Paolo, nessuno mi sembra brutto. Lei li ha visti tutti?

Ha visto anche La macchinazione di David Grieco? E’ molto interessante.

Sì, è un bel filmEd è anche un’ottima e documentata ricostruzione dell’omicidio.

Lui me l’ha mandato. Conosco benissimo David, ma poi per anni sparisce. Mi ha mandato La macchinazione attraverso un’amica comune, ma non l’ho mai più sentito. Non so dove sia. Si farà vivo, a un certo punto… Film molto interessante. Lo hanno distribuito?

In Italia mi pare che lo abbiano un po’ boicottato. A Milano, dove i film stanno in programmazione per mesi, è rimasto meno di una settimana. Però ha avuto molto successo, soprattutto all’estero. Lo invitano spesso.

Ha visto anche il film di Abel Ferrara?

Sì, ma l’ho apprezzato di meno. Gli attori però sono bravi.

Sì, lui ha cercato di fare un film un po’ in poesia, senza dargli una struttura, un’ossatura vera. Forse la cosa più pensata è quella di David.

I tempi del cinema
Pasolini disse che facendo il cinema era uscito dall’Italia. Con l’ambiente italiano, anche intellettuale – a parte quelli che gli erano vicini – ha avuto spesso rapporti difficili. Forse questo ambiente, molto ambivalente verso di lui, lo avrebbe stritolato se non avesse fatto film.

Il cinema lo ha fatto respirare, sì.

E lei?

Io me ne andai proprio. Quando andai a fare L’ultimo imperatore mi sembrava che qui proprio non sarei riuscito a fare più nulla. Era il momento di Craxi, c’era odore di corruzione. Ebbi questa chance di poter andare in Cina. Meraviglioso, prima di tutto perché era come andare su un tappeto volante via dall’Italia. E poi perché mi sono talmente innamorato del Paese, della sua cultura, della gente.

So che lei ama le serie televisive

Molto. Hanno un fascino, sono il vero feuilleton dei nostri giorni.

C’è in effetti una temporalità diversa, che permette di seguire il personaggio…

C’è proprio il ritorno al cinema, il ritorno del cinema. I tempi che rendono le serie sono i tempi che aveva il cinema fino a quando, dopo la guerra, negli anni ‘50 e di più nei ‘60, è cominciato questo montaggio tac- tac- tac, che è diventato una specie di must. Devo dire, anch’io forse mi sono trovato in certi momenti a farlo, per conformismo… Nelle serie invece, se un personaggio si innamora di quello che vede davanti a sé, che sia un paesaggio o un interno, può restare a lungo a guardare. E tu capisci quello che si vuole raccontare con questo guardare. Capisci tanto il personaggio. Le serie sono piene di tutto ciò che era il grande cinema del passato.

http://cronachelaiche.globalist.it/cinema/articolo/2010900/bernardo-bertolucci-e-ora-vi-racconto-il-mio-pasolini.html

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Locarno 2017: conoscete “il Boyhood sloveno”?

 


Copyright: @ Locarno Festival

Si intitola Družina ed è stato girato in 10 anni, con meno di 350.000 euro, da Rok Biček, già distintosi a Venezia nel 2013 con “Class Enemy”

Rok Biček ha solo 32 anni ma già parecchia storia alle sue spalle. Nel 2013 il suo Class Enemy si fa notare alla Settimana Internazionale della Critica a Venezia e trova poi distribuzione in sala (non solo in Italia ma anche in Francia, Svizzera, Austria e nella sua Slovenia), ma sarebbe sbagliato chiamare il suo ultimo lavoro, appena presentato a Locarno, come l’opera successiva al suo esordio. Per girare Družina infatti — non a caso (furbescamente) presentato come il Boyhood sloveno — Biček si è messo al lavoro più di dieci anni fa, accendendo la cinepresa sulla famiglia Rajk nel settembre 2006 (Družina significa proprio famiglia, in sloveno) e spegnendola solo nel 2016 (il film è stato completato a meno di un mese dalla proiezione locarnese, dopo aver ridotto le 120 ore di girato a solo 106 minuti). «Al tempo — racconta il regista — dovevo ancora completare la scuola di cinema e l’idea era quella di presentare un mini documentario che avesse al centro della storia Mitja, il figlio maggiore» (portatore di un handicap mentale, al pari dei suoi genitori). Non aveva fatto i conti con la personalità magnetica di Matej, il fratello più piccolo, allora solo 14enne, «ritrovandomi immerso nella storia — ammette lo stesso regista — fino quasi a perderne il giusto distacco».

Copyright: @ Locarno Festival
Già dalla scena iniziale Družina — girato con un budget di soli 346.000 euro — vuole lasciare il segno: la cinepresa filma nel dettaglio il parto di Barbara e la nascita di Nia, primogenita di un ventenne Matej, una scena fondamentale visto che poi proprio Nia diventa il fil rouge del documentario stesso, che infatti si conclude con la scelta del protagonista di rinunciare ai suoi diritti paterni verso la prima figlia per dedicarsi alla nuova compagna (Eli) e alla seconda figlia, da lei avuta. Nel mezzo Matej fa quasi di tutto per cercare di farsi amare il meno possibile dal pubblico, tra odiose minacce a Barbara e tentativi di vasectomia. «Probabilmente sarebbe più facile accettare il comportamento di Matej se Družina fosse un lavoro di fiction», osserva Biček, ma è il protagonista stesso il primo a non preoccuparsene: «Ho un carattere forte — afferma in sala — non mi interessa cosa pensano di me gli spettatori».
È così che tra i due si sviluppa un’amicizia davvero forte, col primo che ammette di rivedersi in qualche modo nel secondo: «Me lo ha fatto notare Yulia, la mia compagna [a cui è toccato l’ingrato compito di editing del girato, ndr]: “Stai facendo un film su di te, Matej sei tu; la sua sensazione di essere ai margini è la tua”. Aveva ragione». Družina non ha una sceneggiatura scritta — «la sceneggiatura è semplicemente la vita di Matej», afferma il regista — non arruola attori professionisti («così i sentimenti sono reali») e non ha neppure una conclusione studiata: «La parola fine è arrivata naturalmente, quando dopo dieci anni di riprese ho sentito che le mie batterie si stavano scaricando», dichiara Biček. A continuare invece è la vita di Matej, ora però lontano dai riflettori: «Ma se Rok vuole girare un seguito — dice lui nel suo stentato inglese — io sono a disposizione».

di Mauro Bevacqua
IL 94 08.08.2017

http://24ilmagazine.ilsole24ore.com/2017/08/locarno-2017-conoscete-boyhood-sloveno/


PASOLINI, CERCANDO LA VERITÀ NASCOSTA

di Adriano Ercolani pubblicato giovedì, 8 settembre 2016 su Minima&MOralia che ringraziamo

A quarant’anni dalla sua morte, Pier Paolo Pasolini fa ancora paura. Ci sono però alcune figure che, con coraggio e tenacia, in diversi ambiti, stanno lottando per far riemergere le verità nascoste sulla sua morte.

Uno degli ultimi a cimentarsi con la questione è stato il resgista David Grieco, amico e collaboratore del grande intellettuale, vicino a lui anche negli ultimi giorni, con il suo film La Macchinazione.

Il film di Grieco, non impeccabile dal punto di vista estetico, è importante come testimonianza coraggiosa e controcorrente rispetto ad uno dei misteri, paradossalmente, più discussi e occultati della Prima Repubblica.

Sarebbe superficiale muovere critiche alla sceneggiatura o alla regia del film: lo scopo e la rilevanza dell’opera risiedono altrove, ovvero nella volontà di imporre all’attenzione pubblica le clamorose, sconcertanti contraddizioni e omissioni che hanno sancito le indagini sul caso Pasolini negli ultimi decenni.

Il film ha, infatti, rappresentato l’occasione per riaprire una Commissione d’inchiesta (voluta anni fa, invano, da Enrico Berlinguer) volta ad esplorare le zone d’ombra della ricostruzione ufficiale dell’omicidio, così da capovolgere i luoghi comuni infamanti e riabilitare completamente la figura del poeta.

Ecco la nostra conversazione con David Grieco.

Come è nata l’urgenza di realizzare La Macchinazione?

Devo dire grazie ad Abel Ferrara. Dovevo scrivere la sceneggiatura del suo Pasolini ma sono scappato a gambe levate perché a lui interessava soltanto la vita sessuale di Pasolini.

Io stavo per fare un altro film, a Praga, ma l’idea che Ferrara avrebbe fatto un film che temevo ignobile, e che questo film sarebbe stato il testamento cinematografico di Pier Paolo Pasolini, non mi faceva dormire. E così, ho finito per rinunciare a quel film a Praga per mettermi a scrivere con Guido Bulla “La Macchinazione”.

Il film che ha fatto Abel Ferrara non l’ho ancora visto per, diciamo così, onestà intellettuale. Lo vedrò quando sarò sereno e pronto a vederlo fino in fondo senza incazzarmi, senza indignarmi dopo cinque minuti. Prima o poi succederà.

Qual è stata la reazione di critica e pubblico?

Cominciamo col dire che la critica non esiste più. Negli Anni Settanta io ero uno dei critici cinematografici italiani che contavano di più perché scrivevo sul giornale della sinistra, l’Unita’, che era secondo per tiratura soltanto al Corriere della Sera. Noi critici avevamo il potere di mandare o non mandare il pubblico a vedere un film e stavamo attenti a non scrivere troppe cazzate perché eravamo consapevoli di questa responsabilità. Eravamo doverosamente anche tutti, chi più chi meno, degli storici del cinema.

Oggi ci sono migliaia di sfaccendati che scrivono recensioni sul web. Scrivono per farsi leggere dai genitori o dagli amici più stretti. Ma questi conoscono solo il cinema degli ultimi dieci o vent’anni. Del resto, non influenzano nessuno. Si limitano ad accodarsi a una moda del momento o a un successo già costruito in partenza.

Questo genere di recensioni sono state buone e cattive in egual misura. Elogi a volte imbarazzanti, attacchi a volte volgari e spesso personali.

Questo mi aspettavo e questo desideravo. Non ho voluto realizzare un film “figo”. Volevo fare un film che scatenasse una discussione, come succedeva negli Anni Cinquanta, Sessanta e Settanta.

Chi mi ha veramente commosso è stato Gian Luigi Rondi, che fu politicamente il “mio nemico” negli Anni Settanta. Rondi ha scritto una recensione estremamente positiva sul Tempo ed è voluto andare anche in TV, sulla sedia a rotelle, a perorare la causa del film. Rondi ha raccontato, in una trasmissione di grande ascolto, che Pasolini gli telefonò una settimana prima di morire per chiedergli un consiglio. Pier Paolo gli rivelò che il negativo di “Salo’ o le 120 giornate di Sodoma” ce l’avevano quelli della Magliana e intendevano restituirglielo gratis. Gian Luigi Rondi lo sconsigliò. Gli disse di stare attento, di non andare ad incontrarli. Dopo queste affermazioni, che hanno lasciato a bocca aperta anche il conduttore (Tiberio Timperi), ho chiamato Gian Luigi per ringraziarlo e gli ho chiesto come mai non avesse mai parlato di questa telefonata. “Ho avuto paura”, mi ha risposto.

Il pubblico, invece, l’ho sentito sempre dalla mia parte, senza eccezioni. Ho incontrato in giro per l’Italia circa 10.000 spettatori. Devo fare una distinzione, però. I miei coetanei o quelli più vecchi di me spesso mi ringraziano, mi abbracciano o vogliono stringermi la mano. Poi li vedo andare via a capo chino e ho la sensazione che rientreranno a casa per prendersi un bel sonnifero, dormirci sopra e dimenticare tutto. I giovani invece mi hanno impressionato. Parlo di ventenni, che sanno informarsi meglio dei trentenni e dei quarantenni che sono stati sottoposti a lavaggio del cervello dalla televisione fin da quando erano in fasce. I ventenni invece stanno su Internet e rifiutano la televisione. Questi ragazzi, quando non scappano all’estero, sono l’unica, forse l’ultima speranza del nostro paese.

Su che fonti ti sei basato per la ricostruzione della vicenda?

Di esempi come l’improvviso ricordo di Gian Luigi Rondi potrei citarne tanti. C’è parecchia gente, direi forse centinaia di persone, che conosce dettagli e passaggi di quella che io ho definito una macchinazione. A cominciare dalle 36 persone che vivevano nelle baracche sul luogo del delitto. Molti di loro hanno parlato: con me, con Sergio Citti, con Furio Colombo che si recò lì il 2 novembre per scrivere un articolo per La Stampa. Ci dissero che l’avevano massacrato in tanti ma non vollero mai andare a deporre perché erano stati intimiditi in mille modi, anche con la minaccia di demolire le loro casupole abusive.

La verità è che chi voleva indagare non ha voluto indagare. Non serviva che un testimone andasse spontaneamente a deporre. La magistratura procede sempre d’ufficio se qualcuno, intervistato da un giornalista, racconta come sono andate veramente le cose. Questa è la prova evidente che si è trattato di un Delitto di Stato.

Senza contare un testimone oculare russo, che si chiama Bessendorf, vive a New York e quella notte vide tutto. Nessun magistrato si è mai preso la briga di andarlo a trovare, o di mettere in moto l’Interpol, per chiedergli conferma delle sue affermazioni riportate da Paolo Brogi sul Corriere della Sera.

Quali difficoltà hai incontrato nella realizzazione del film?

Per realizzare il film è stato usato denaro privato e non finirò mai di ringraziare Marina Marzotto che ha avuto il coraggio di produrlo. A parte questo, nessun altro ostacolo. Ho avuto poco tempo per girarlo ma lo sapevo, e tutti i miei collaboratori hanno dato l’anima per questo film. I problemi sono venuti dopo. Quando lo ha visto la RAI, che ci ha espressamente chiesto di vederlo, sono cominciati i guai veri. Ci hanno fatto il vuoto intorno ed è stata veramente dura. Il Ministero dei Beni Culturali è arrivato persino a rifilarci un divieto ai minori di 14 anni alla vigilia dell’uscita del film per impedirci di portare il film nelle scuole. La motivazione del divieto è stata direi esemplare: si vieta questo film ai minori di 14 anni perché un ragazzo di età inferiore ai 14 anni non può capire la complessità storica e politica di questo film.

Una motivazione scopertamente politica, veramente fascista, a dir poco ingenua, che avrebbe fatto incazzare non poco uno come Andreotti. Ci siamo incazzati anche noi e gliela abbiamo fatta rimangiare. “La Macchinazione” nei prossimi mesi verrà proiettato nelle scuole e questo è un aspetto della faccenda che per me è molto importante.

Qual è il ricordo che hai di Pasolini che ritieni più significativo?

Di ricordi ne ho veramente tanti, persino troppi dopo tre anni di sforzi per ricordare tutto di quando ero bambino, adolescente, giovane giornalista. Il libro che si intitola  La Macchinazione è pieno di ricordi, ma potrei facilmente riempirne un altro. Ho tanti ricordi anche buffi, divertenti. Ma qui vorrei ricordare qualcosa che apparteneva alla banalità quotidiana di Pier Paolo Pasolini.

Con Paolo si andava spesso in giro la sera e si finiva sempre a mangiare una pizza in qualche ristorante popolare tipo “Al Biondo Tevere”, quello dove lui ha portato a cena Pelosi quella notte. Spesso, prima di entrare, capitava di notare un capannello di ragazzi che si facevano i conti in tasca per capire se avrebbero potuto permettersi una pizza e una birra. In quei casi, Paolo andava dritto dall’oste e gli diceva: “Ci sono una dozzina di ragazzi, qui fuori, che vorrebbero entrare a mangiare una pizza ma temo che non abbiano i soldi. Li inviti lei, per cortesia. Il conto poi passo a pagarlo io”.

Gliel’ho visto fare diverse volte. E ricordo anche questi gruppi di ragazzi, quando uscivamo, che parlavano tra loro chiedendosi chi diamine avesse offerto loro quella pizza.

A che punto sono le indagini della commissione sulla riapertura del Caso Pasolini?

Come si dice in gergo, la Commissione Pasolini (mono camerale, cioè soltanto alla Camera dei Deputati) è stata “incardinata” ormai da tre mesi ed è stata nominata relatrice Celeste Costantino di Sinistra Italiana. È una donna giovane, molto agguerrita, si è già occupata di Mafia, ha ricevuto minacce, non vuole la scorta. Mi ha fatto una gran bella impressione. Mi ricorda una Tina Anselmi (che fu a capo della Commissione per indagare sulla P2) giovane e meridionale. Ha esordito con queste parole: “Che il Delitto Pasolini sia stato un delitto politico credo non esistano ormai più dubbi”.

Ora, alla ripresa dei lavori della Camera dei Deputati, la Commissione Pasolini dovrà ricevere l’OK della Prima Commissione della Camera, poi dovranno essere scelti i componenti e i consulenti.

È evidente che oggi in Italia di questioni urgenti da risolvere ne abbiamo fin troppe. Ma il Caso Pasolini è molto importante perché il vero tema di cui stiamo parlando è il rapporto con la nostra Storia e la nostra Memoria che sono state sempre mistificate, depistate, occultate, ignorate. Quale futuro possiamo avere se non ci decidiamo mai ad aprire gli armadi e a fare pulizia pulizia innanzitutto dentro di noi?

La trattativa Stato-Mafia c’è stata, lo sappiamo tutti. Uomini dei servizi segreti si trovavano in via Fani durante il sequestro Moro e a Capaci quando è stato ammazzato Falcone, sappiamo anche questo. Se non hanno fermato i brigatisti e i mafiosi, questi signori erano evidentemente lì per proteggerli.

Per la strage di Brescia è stato condannato all’ergastolo un agente dei servizi segreti e il giudice ha scritto nella sentenza che gli uomini dei servizi, i terroristi neofascisti e non meglio specificati militari americani si riunivano periodicamente per organizzare attentati in Italia.

Eppure, si continua a cercare di ignorare, insabbiare, occultare.

Perché? Forse i nostri governanti sono ancora complici degli assassini di un tempo?

Pur essendo considerato un “complottista”, io credo di no. Credo piuttosto che noi italiani siamo “vigliacchi, opportunisti, tutti figli di Don Abbondio”, come dice il personaggio interpretato da Roberto Citran a Ranieri/Pasolini ne La Macchinazione. Purtroppo, siamo noi italiani che dobbiamo cambiare. Ma se ancora il coraggio “non ce lo possiamo dare”, come Don Abbondio, siamo veramente nei guai.

* * *

Se La Macchinazione ricostruisce gli ultimi giorni di Pasolini, e getta luce sui possibili mandanti degli omicidio, utilizzando un registro romanzesco, il libro Frocio e Basta (Edizioni Effigie) di Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti è una lunga, puntuale, spietata accusa alla classe politica e  intellettuale italiana, rigorosa nei riferimenti filologici quanto appassionata nelle argomentazioni rivendicate.

Gli interrogativi posti sono inquietanti: perché stato fatto sparire l’appunto Lampi sull’Eni daPetrolio? Perché si è atteso 17 anni prima di pubblicare un libro, da Pasolini stesso definito (in una lettera a Moravia) “una summa di tutte le mie esperienze, tutte le mie memorie”? Perché nelle edizioni non vengono mai inseriti i discorsi di Eugenio Cefis nei punti in cui esplicitamente Pasolini lo indicava?

Ne abbiamo parlato con gli autori Benedetti e Giovannetti.

Quali sono le principali novità e integrazioni di questa nuova edizione?

Anzitutto la pubblicazione commentata dei tre discorsi di Eugenio Cefis che Pasolini intendeva pubblicare integralmente in Petrolio, al centro del romanzo, così da dividerlo in due parti «in modo perfettamente simmetrico e esplicito», come ha scritto. Di fatto, questi discorsi sono un capitolo mancante del romanzo, inspiegabilmente ignorati dai curatori delle varie edizioni di “Petrolio”, dal 1992 a oggi. Se avessero rispettato la volontà dell’autore non sarebbe stata sostenibile la lettura a sfondo sessuale che si dette al momento dell’uscita del libro e che ancora oggi resiste. Nulla di più falso:Petrolio scava nella mutazione del potere, è un testo profondamente politico, da affiancare ai coeviScritti corsari.

Quale percorso di ricostruzione documentale avete intrapreso per realizzare la vostra indagine?

Ad eccezione di alcuni riscontri orali, le nostre fonti sono pubbliche: atti giudiziari e relazioni di commissioni parlamentari su servizi segreti, stragismo e malaffare… Se si vuole che una verità non emerga occorre parcellizzarla, noi invece abbiamo messo tutto in relazione, accostando i vari tasselli: se ne ricava la storia “altra” di un Paese, l’Italia, pervasivamente a democrazia limitata. Un doveroso riconoscimento spetta all’inchiesta di Vincenzo Calia sull’assassinio di Enrico Mattei. Indagando sulle trame petrolifere legate all’assassinio del presidente dell’Eni, il magistrato segnalò alcune fonti diPetrolio, in particolare Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente, uno strano libro su Eugenio Cefis, il presunto capo occulto della P2, uscito nel 1972 e subito fatto sparire. Da questo libro Pasolini copia interi passi, facendone la parafrasi in “Petrolio”.

Qual è secondo voi la principale verità negata sul caso Pasolini?

Che Pasolini negli ultimi tempi aveva preso di mira Cefis, tanto da farne un personaggio-chiave diPetrolio, accusandolo dell’omicidio di Mattei e di altri reati legati sia al suo ambiguo passato partigiano sia all’immenso impero privato, accumulato con capitale pubblico mentre era presidente dell’ Eni e poi di Montedison. Se avessero ucciso un magistrato o un giornalista che stava conducendo un’inchiesta sarebbe venuto a chiunque lo scrupolo di controllare se in ciò che stava preparando, e che gli è stato impedito di finire  e di divulgare, non ci fosse qualcosa che desse fastidio a qualcuno di molto potente. Invece nel caso di Pasolini questo nesso è stato addirittura occultato. Petrolio è stato pubblicato ben 17 anni dopo l’omicidio, quando ormai i processi si erano conclusi, e per di più mutilo dei discorsi di Cefis  e del capitolo “Lampi sull’Eni”.

Qual è stata per voi la principale responsabilità degli intellettuali italiani nel “gestire” l’eredità di Pasolini?

Molti degli intellettuali amici di Pasolini sapevano che stava indagando e scrivendo su Cefis, ma tacquero. Sapevano che Pelosi e Pasolini si frequentavano da tempo ma tacquero. Sapevano che Pasolini aveva subito un furto delle pellicole di Salò ma tacquero. Eppure avevano voci autorevoli che sarebbero state ascoltate se avessero fatto una dichiarazione pubblica, mentre tutti, giornali e tv, raccontavano la storiella dell’omosessuale ucciso in una rissa da un diciassettenne rimorchiato quella notte stessa. Poi c’è la responsabilità degli eredi e dei filologi che hanno acconsentito a pubblicarePetrolio senza i discorsi di Cefis, che pure erano tra le carte di Pasolini. Così, quando Petrolio uscì, molti poterono sostenere, e qualcuno ancora oggi lo fa,  che parlava della sessualità masochista del suo autore. C’è stato quindi anche un depistaggio filologico, oltre a quello sulle indagini. Ma la responsabilità più grande, che coinvolge tanti  intellettuali italiani, è di aver creduto, senza nessuno scrupolo, alla storiella dell’omicidio per sesso, e di averla anzi accreditata con tutti quei discorsi sulla “morte sacrificale” del poeta, sulla sua “bella morte omosessuale”. Questa estetizzazione dell’omicidio è stata come una pietra messa sopra alla verità.

Vi pongo la domanda in maniera diretta: Chi ha ucciso Pasolini? Per voi Cefis è tra i possibili mandanti?

Come per l’uccisione di Aldo Moro, la datata verità giudiziaria sul massacro di Pasolini appare sempre più lontana da quella storica. Oggi sappiamo che non fu Pelosi, pur presente, a ucciderlo, ma un branco di almeno sette persone composto da fascisti e criminali; conosciamo anche i nomi di alcuni di loro. Nulla però si sa dei mandanti, della sovrastante scala di comando che ordinò l’agguato. Pasolini, come Mino Pecorelli (altro giornalista assassinato), era ormai a conoscenza di verità scottanti su stragismo di Stato, su massoneria deviata (all’imberbe Pelosi la P2 fece promesse e mise gratuitamente a disposizione l’avvocato Rocco Mangia), su burattini fascisti, manovali della malavita, burattinai atlantici e filo-atlantici, e cioè sulla caratura criminale del potere, un “patto” già riscontrabile in alcune oscure pagine della lotta di liberazione, in Val d’Ossola così come in Friuli (il fascismo dell’antifascismo, direbbe Pasolini). Lo stesso mondo, le stesse persone che sempre più lo scrittore corsaro incalzava nei suoi sin troppo espliciti articoli sul Corriere della Sera nonché nell’affondo che si accingeva a pubblicare inPetrolio; e così l’hanno fermato.

Fonte: http://www.minimaetmoralia.it/wp/pasolini-cercando-la-verita-nascosta/


Cromwell road 153, citofonare Hitchcock

Nella casa del grande regista: borghese e rassicurante, ma percorsa da brividi…

di Geminello Alvi

Articolo apparso originariamente su Il Venerdì di Repubblica che ringraziamo.

142120966-8d2fde7d-62aa-445e-8b78-cb7a88ba35b7Chi vagando per il quartiere di Kensington, a Londra, arrivi al 153 di Cromwell Road, vi scopre sulla parete tra le edere una placca tonda e azzurra, con scritto che proprio lì, in quella casa Sir Alfred Hitchcock, film director, visse dal 1926 al ‘39. E, malgrado il sussiego del titolo, dal luogo ancora emana l’aria di decoro, consono allora a quella classe di modesta borghesia che  il nostro prediligeva e inoltre alla calma che egli ricercò solennemente dall’infanzia. E pare del resto ovvio il dire che siamo condizionati dalla nostra infanzia. Invece si dovrebbe dire diversamente: che siamo già da piccoli quello che saremo da grandi. Da piccoli noi reagiamo agli eventi in modi che, identici, si ripetono da grandi. Siamo in un identico nostro sempre reiterato destino. Il rigonfiarsi dei corpi adulti è accessorio, non essenziale; come non ci cambia mai neppure il mestiere, prosecuzione sempre di qualche gioco, che appunto l’anticipava. E soprattutto siamo senza riscatto coraggiosi o vili, esito dei due attributi generati dalla nostra paura, sempre  rivelatrice dei destini.

E così la fredda entità plasmò anche Alfred Hitchcock ed il suo mestiere. Era nato a Londra il 13 agosto 1899 da una cattolica famigliola della classe minuta, cockney. E la madre, peraltro ottima cuoca, si vestiva con ogni pignoleria; emanava una calma, del genere molto solenne, in ogni occasione. Da bambino, Hitchcock, forse perciò gradiva di sedere immobile accanto al padre, alimentarista, sul carretto trainato dai cavalli, negli appassionanti giri delle consegne. Rimirava flemmatico il tutto. Era più che altro già allora uno spettatore, e non gradiva dei compagni di giochi, «mi divertivo tutto solo, guardavo, osservavo molto». Per la verità si compiacque di fare cogli altri il chierichetto. «Sono sempre stato interessato ai cerimoniali». Ma sbagliava il seguito delle battute. Pertanto ebbe lo stravagante privilegio di entrare nel grande film della vita, in immobilità silente, anche se agli altri odiosa. Prudentissimo, evitò con cura i giochi dei ragazzini rissosi di Leytonstone. «Faccio esercizio solo dal collo in su».

Divenne piuttosto avido di orari ferroviari da sfogliare, e di passeggiate contemplative. S’accorse presto che si poteva ridere anche muovendo solo la fronte. Suo padre lo comprese da subito, e intimamente. Il che non gli piacque. Anche perché lo stravagante, quando doveva punire il figlioletto, per l’indolenza o le scomparse di costosi dolciumi, si era abituato ad un molto strano rituale. Gli metteva in mano un biglietto da portare al poliziotto suo amico, che prontamente lo rinchiudeva in una cella, dieci minuti, biasimandolo. Il fatto gli consigliò da subito pertanto di non dare fiducia alle istituzioni. La sua percezione del crimine già allora non era astratta; sapeva che da qualunque parte stesse, in indifferenza alla sua vera colpa, v’era sempre  qualche minaccia per la sua incolumità statica. Nel 1905 lo impressionò molto la luce verde che accompagnava l’ingresso in scena del malvagio, in una commedia. Venne iscritto poi dai gesuiti, al St. Ignatius College, ma restò indietro d’un anno. I colpevoli vi erano percossi con la verga, metodo altamente drammatico, lo sentì come un andare al patibolo, seppure in tono minore. Le prediche quotidiane contro pigrizia, con esplicazione gesuitica dei suoi esiti nefasti, e il biasimo di ogni frivolezza che invece lo rasserenava, gli confermarono la grande efficacia dell’ipocrisia.

Divenne noto ladro di uova, che rubava nel pollaio dei preti, tirandole contro le finestre, ma ostentando innocenza. Così solamente quando visitò il Black Museum di Scotland Yard intuì la natura del peccato: c’erano esposte le scarpe delle prostitute dai tempi della luce a gas. Il loro colore dipendeva dalla loro specialità, se le avevano rosse facevano una certa cosa, con le blu un’altra. L’immaginazione lussuriosa diede un ordine ai suoi primi turbamenti, ma furtivo. Venne quindi iscritto a dei corsi di navigazione e ingegneria. Carte e mappe erano del resto il suo hobby. E si prevedeva una guerra. Morì il padre e necessitò un lavoro. Nel 1915 si ritrovò a calcolare misure e voltaggi dei cavi elettrici, presso la Henley Telegraph & Cable Company, a 15 scellini la settimana. Fu quello anche il periodo  in cui vide il film di Griffith: Intolerance. Predilesse la lettura di Emma Bovary, che lo commoveva sempre fino alle lacrime, ma senza spremere gli occhi, poco prima d’essere esonerato dal servizio militare per eccesso di obesità. «Ero un giovane insolitamente brutto e non ero mai uscito con una ragazza in tutta la mia vita». Aveva comunque ventun’anni, quando la Famous Players-Lasky della Paramount aprì uno stabilimento a Islington. Lo assunsero come disegnatore per quei titoli che illustravano allora il cinema muto. Poteva far dire davvero quanto voleva al personaggio, alterare le sceneggiature mutando i titoli.

Divenne in breve il capo della sezione titoli, quindi dal 1923 scrisse sceneggiature, disegnò costumi, fu secondo assistente di regia e direttore di produzione. Sfogava la sua energia riproduttiva mangiando molto. Viaggiò pure in Europa per le riprese di The Prude’s Fall, il peccato della puritana. Fu molto ossessionato dalla fobia insulare, di essere incarcerato a qualche frontiera europea. Il che accadde ma in un altro senso, visto che ne ritornò fidanzato: con Alma Reville, montatrice a Islington, nata un giorno dopo di lui e di famiglia proletaria. La colpì, mentre girava per gli studi del tutto impassibile. Lei era gracile, ma di caparbietà indomabile. Sovente alle donne gli uomini fanno all’inizio un po’ di pena. Lei s’intenerì per quel triste soprabito grigio, che copriva la pancia di lui come un chimono. Lui però attese di avere una posizione superiore alla sua, aiuto regista, per dichiararsi: sulla nave che li riportava  in Inghilterra. Alma aveva il mal di mare. La casta proposta di matrimonio, resa formale e fredda dalla paura li lui d’esserne respinto, le parve la recita d’una sceneggiatura. Lui dovette, penosamente, ripeterla. Lei sadica e mite, disse di sì, il che concluse l’infanzia di Hitchcock, o meglio così credono dei mariti le donne. Ma per poco.

E comunque nel dicembre del 1926, dopo essersi sposati Alma e Alfred arrivarono al numero 153 di Cromwell Road, Kensington. Dove la figlia Patricia nel centenario della nascita del padre fece posare la placca. Secondo gli archivi la casa sarebbe stata costruita nel 1880, solida, disegnata secondo la tradizione, qui Alfred Hitchcock visse felice fino alla partenza nel 1939 per gli Stati Uniti. E, anche se già a metà degli anni ’30 cominciò a fare i soldi, tuttavia non volle trasferirsi in un quartiere più fashionable come Mayfair.

«Non ho mai sentito alcun desiderio di uscire dalla mia propria classe sociale». E questa casa modesta, solida, in vecchio stile conservatore era del resto il luogo migliore, di noiosa prevedibile calma, dove premeditare col suo team, e sua moglie, dei film sempre più inquietanti. La metropolitana che vi scorreva proprio dietro v’aggiungeva i necessari sussulti di tutte le porcellane di casa, tali da indurre tuffi di spavento, ma prevedibili, nei presenti. In conclusione i piccoli imbarazzi della sua infanzia, e questa casa, basterebbero ampliamente a scriverne la biografia: dicono della sua esistenza quanto è necessario. A capire il resto bastano forse i suoi film.

fonte: http://www.repubblica.it/venerdi/2016/08/16/news/hitchcock-146082624/

 


Suicide Squad, quando i supercriminali sono dalla parte del bene

Psicopatici, killer, dark lady: cattivi che lottano per i buoni (ci sono anche il Joker e la sua fidanzata Harley Quinn) nel nuovo cinefumetto

di Stefano Priarone

articolo pubblicato originariamente su IL FOGLIO

R600x__suicidesquadC’erano una volta i buoni e i cattivi. Si scontravano fra di loro, in una sorta di gioco di ruolo. I cattivi agivano (in genere facevano rapine), i buoni reagivano. E spesso i cattivi erano più affascinanti dei buoni, anzi un protagonista era definito dagli antagonisti che aveva. Era evidente nei fumetti, e anche nelle pellicole che ispiravano. Nei film di Batman iniziati nel 1989 (l’epocale pellicola di Tim Burton, fra i primi blockbuster sull’onda dei comics) più che l’Uomo Pipistrello contava la sua nemesi: epocali il Joker di Jack Nicholson o la Catwoman (non del tutto malvagia) di Michelle Pfeiffer. Ancora nei primi anni Duemila i primi Spider-Man erano celebri per i villain, come il Goblin di Willem Dafoe.

Poi, quando la Marvel, acquistata dalla Disney comincia a produrre direttamente i film con i suoi personaggi, tutto cambia: chi ricorda gli antagonisti di Iron Man? I riflettori sono sull’eroe, Tony Stark, reso indimenticabile da Robert Downey Jr., che con il supereroe in armatura rilancia la propria carriera: playboy, alcolista, egocentrico, simpaticissimo. Come, a partire dagli anni Sessanta la Marvel nei fumetti aveva lanciato i suoi “supereroi con superproblemi” (celebre motto di Stan Lee), adesso il buono non è più così buono, ed è più affascinante del cattivo. I Guardiani della Galassia sono un gruppo di simpatici sfigati, così come Ant-Man è un quarantenne divorziato senz’arte né parte che fa pure il ladro. La nuova tendenza culmina in “Captain America: Civil War” nel quale gli eroi si dividono in fazioni e combattono l’uno contro l’altro: sono manovrati, si scoprirà poi, da un villain (ben poco carismatico, fra l’altro), ma il loro dissidio è anche ideologico: c’è il libertario Capitan America e l’uomo d’ordine è Iron Man (proprio lui, così disordinato per antonomasia).

Però, adesso i cattivi stanno per tornare, per opera della DC Comics (e della Warner, che la possiede), storica rivale della Marvel, che sta cercando, con anni di ritardo rispetto alla concorrente, di portare il suo universo fumettistico al cinema. “Suicide Squad”, in uscita in Italia il 13 agosto, è il terzo film DC dopo i non particolarmente riusciti “Man of Steel” e “Batman v Superman: Dawn of Justice”. I protagonisti sono infatti dei supercriminali, impiegati in missioni suicide, obbligati a lottare per salvare il mondo in cambio della grazia. Sono dei cattivi che devono comportarsi da buoni: ma alla fin fine restano dei ragazzacci. Come da tradizione, ci sono attori celebri come Will Smith che interpreta l’espertissimo killer (e anche padre di famiglia) Deadshot, ma su tutti spicca la coppia Joker (Jared Leto) – Harley Quinn (Margot Robbie).

Joker%20&%20Harley%20Quinn%202Leto è il quinto attore a misurarsi con la folle nemesi di Batman, una sorta di perverso clown: e tutti ne hanno dato una versione diversa, ispirandosi ai multiformi Joker dei fumetti. Cesar Romero, nella serie tv degli anni Sessanta, è quello dei fumetti ingenui del periodo: un villain giocherellone. Più pericoloso ma sempre fumettisticamente sopra le righe, è il Joker di Jack Nicholson, simile a quello anni Settanta di Neil Adams. E invece l’australiano Heath Ledger (che con il personaggio vinse un Oscar postumo) in “Il Cavaliere Oscuro” ne interpreta una versione psyco killer: un agente del Caos, memore del Joker di capolavori fumettistici di fine Ottanta come “The Killing Joke” di Alan Moore e Brian Bolland.

Psicopatici, dark lady, killer: per quanto i protagonisti Marvel, con i loro problemi siano affascinanti, sentivamo la mancanza di seri, autentici mascalzoni, che rimangono tali anche se nominalmente dalla parte del bene. E ne hanno bisogno anche i buoni, che senza veri avversari corrono il rischio di trasformarsi in cattivi.

http://www.ilfoglio.it/cultura/2016/08/02/suicide-squad-supercriminali-buoni___1-v-145351-rubriche_c108.htm