Archivi categoria: Noir Désir

“La vera storia del bandito Giuliano”

Mauro Curati
Articolo pubblicato su SuccedeOggi che ringraziamo

Il bandito e le fake

La ripubblicazione dell’inchiesta di Tommaso Besozzi, che nel 1950 smascherò le bugie di Stato su quella storia, fa riflettere soprattutto sulla debolezza del giornalismo di oggi

La mattina del 5 luglio 1950 il Radio Giornale comunicò con enfasi agli italiani che il famoso bandito Salvatore Giuliano, la primula rossa del Movimento autonomista siciliano, il Robin Hood mafioso, era stato ucciso in un conflitto a fuoco dai carabinieri del Comando Forze Repressione Banditismo (Cfrb) diretto dal colonnello Ugo Luca. Il Giornale di Sicilia titolò a sette colonne: “Stanotte alle tre e trenta a Castelvetrano il bandito Giuliano ucciso in un conflitto con il Cfrb». Gli fece eco La Sicilia di Catania: «Ucciso Salvatore Giuliano dalla squadriglia del Cfrb. Accerchiato, ha invano tentato di aprirsi un varco, ma nel conflitto a fuoco, protrattosi a lungo, ha trovato la morte…». Seguirono a breve le edizioni straordinarie del Corriere della Sera, de l’Unità, dell’Avanti!, del Popolo, della Stampa.

Tutti riportarono la versione ufficiale fornita da Perenze (il capitano dei carabinieri incaricato dell’operazione militare) e cioè che all’alba a Castelvetrano in provincia di Trapani, il fuorilegge era stato intercettato ed eliminato. Tutti confermarono che il famoso brigante che piaceva alle donne, a molti mafiosi (ma non a tutti), ai giornalisti dei rotocalchi e agli autonomisti, era stato abbattuto con una raffica di mitra.

Sospetti, domande e perplessità iniziarono a circolare quasi subito (tra gli altri il pezzo di Maurizio Ferrara su l’Unità), ma un solo giornalista che praticava la diffidenza e respirava il dubbio prese un treno da Venezia a Roma e da qui un aereo per Palermo: Tommaso Besozzi. Allora lavorava per L’Europeo diretto da Arrigo Benedetti. Era un cronista di razza. Un segugio a-ideologico. Senza pregiudizi, si mise ad indagare. Interrogò gli abitanti, raccolse testimonianze, confrontò fotografie e incrociò i dati. Alla fine uscì con un articolo il cui titolo è tuttora un monumento, anzi il monumento per eccellenza, al giornalismo: Di sicuro c’è solo che è morto. Nel suo pezzo, Besozzi sosteneva che la versione ufficiale faceva acqua da tutte le parti, avanzando l’idea (rivelatasi vera) che Giuliano fosse stato ammazzato nel sonno da un suo compare traditore (che si saprà poi essere stato il cugino Salvatore Pisciotta, avvelenato quattro anni dopo all’Ucciardone con un caffè, il primo di tanti futuri e famosi caffè al cianuro).

A settant’anni di distanza, di quei fatti rimane poco o nulla: molti bei saggi, un film di successo, qualche brutta fiction e la scoperta politica che Salvatore Giuliano non era quel genio del ribellismo che si immaginava, ma un “picciotto” ignorante, arrogante e senza cultura che pensava di cavalcare – ma ne fu cavalcato – la tigre del successo e della fama, prestandosi ad ogni forma di ricatto e di porcheria. Tra tutte la strage di Portella della Ginestra. Ora le Edizioni Milieu hanno avuto l’idea di ripubblicare il libro nato da quell’inchiesta, scritto dallo stesso Besozzi, uscito nel ’59 da Vitagliano, esso stesso simbolo dei segreti che ancora si celano dietro a questa lontana vicenda (Tommaso Besozzi, La vera storia del bandito Giuliano, 206 pagine, 15,90 Euro).

Il curatore del volume è Enrico Mannucci, giornalista e biografo del Besozzi (I Giornali non sono scarpe, Dalai Editore), che – lavorando sul profilo di quel cronista “da manuale”, morto suicida nel ’64 – ha faticosamente recuperato dopo l’unica copia ritrovata. Sì, perché l’unica copia ufficiale segnalata, quella che, come ogni libro, si dovrebbe trovare alla Biblioteca Nazionale di Firenze, risulta misteriosamente rubata.

Grazie a una copia prestatagli dall’amico Mario Fossati, Mannucci ne ha dunque curato una riedizione, riportando a galla non tanto la cronaca di una vicenda che di per sé è già consegnata agli storici, quanto l’attualità e dunque la modernità di quel fare giornalismo. La vera storia del bandito Giuliano di Tommaso Besozzi è dunque, e senza dubbio alcuno, la prima inchiesta del dopoguerra italiano. L’Italia (o italietta) post bellica di allora era fortemente ideologizzata. Non assopita, perché la riscoperta della libertà eccitava gli animi di giornalisti, scrittori ed editori, ma faticava ad imporsi la curiosità per la verità vera. In questo senso il banditismo era un argomento delicato. Sulla sua repressione il governo aveva speso credibilità. Le opposizioni lo accusavano di connivenza. Una verità scomoda poteva mettere a rischio l’unità nazionale.

L’indagine di Besozzi fu un coltello rovente nel burro della retorica politica. Dimostrò senza remore che le bugie di Stato… esistevano; erano anzi una pratica diffusa. Mise in luce che lo Stato democratico, nato dalla Resistenza, si rifaceva ancora alle liturgie fasciste delle verità costruite a tavolino.

C’è una frase interessante di Michele Tito, il quale conobbe bene Pannunzio e Benedetti. Dice della pubblicazione dell’inchiesta di Besozzi: «Fu un atto di ardimento straordinario… un atto che sarebbe stato ignobile per gran parte dei giornalisti di allora, per Missiroli, tanto per fare un nome. Anche Benedetti ebbe dei dubbi [se pubblicarla, ndr] si trattava di scoprire la nudità dello Stato. E loro, il gruppo de L’Europeo, erano i democratici più avanzati in Italia e dello Stato avevano un senso fortissimo».

L’elemento che rende questo testo attuale è la sua modernità. L’inchiesta inaugurò il ciclo delle future grandi indagini giornalistiche contro la corruzione e contro le verità di comodo: vengono in mente lo scandalo Lockheed in cui finì in galera per tangenti l’allora ministro socialdemocratico Mario Tanassi e furono costretti alle dimissioni l’onorevole Gui e addirittura il Presidente della Repubblica Giovanni Leone, oppure lo splendido lavoro fatto da Andrea Purgatori del Corriere della Sera che contestò la versione ufficiale sulla caduta del DC-9 dell’Itavia con 81 passeggeri nel cielo di Ustica nel maggio del 1980 fino a far riaprire le indagini giudiziarie nonostante i depistaggi.

La domanda oggetto di mille e mille convegni, dibattiti televisivi e non, tavole rotonde e via elencando è: si può oggi rifare un’inchiesta del genere? Si può immaginare un’indagine terza (e non come quella di Tangentopoli che fu condotta dalle Procure) puntuale, arguta, razionale come quella? Si può immaginare una penna alla Simenon capace di incastrare dati ed elementi e smascherare corrotti e collusi? Risposta difficile. Il mondo non è più quello di Besozzi. Il potere è meno sprovveduto di un tempo. Sa nascondere e nascondersi. Sa celare e depistare. Per fare un esempio, non consentirebbe ad un pasticcione come il colonnello Ugo Luca dei Carabinieri del Cfrb di rivestire in fretta e furia – e dunque male – il corpo di Salvatore Giuliano non curandosi dei dettagli, portando via il cadavere del bandito dal luogo dell’assassinio, commettendo una serie tale e incredibile di errori che avrebbero prodotto dubbi anche in Paperino Detective.

Ma, pur salvaguardando la memoria e il valore di Besozzi (lui e solo lui seppe leggere per primo quelle incongruenze), è innegabile che indagare oggi sia complicato e disagevole. Non solo il denaro e dunque la corruzione viaggiano alla velocità della luce su Internet; non solo il sistema, molto ben oliato, sa difendersi dietro a legislazioni di comodo e a un garantismo peloso; ma, soprattutto, le nuove tecnologie (facebook, twitter e via elencando) sembrano concepite più per fare annegare la/le verità nel grande mare della confusione dove le fake news navigano con l’impudenza dei pirati, affondano ogni opinione, mescolano le cose, confondono le idee e alla fine annullano nell’impotenza qualsiasi grido urlato in nome della giustizia.

Non a caso oggi siamo nell’era della post verità, che non è la verità come ben sappiamo, ma una specifica categoria del falso, che però, nella confusione dei tempi, ha assunto un ruolo politicamente rispettabile; per cui dire che una cosa è vera, equivale legittimamente ad affermare il suo contrario. Per dirla alla Flaiano, nel mondo leggero di oggi la situazione è grave ma non seria. Che fare dunque? Gli strumenti che cittadini e lettori (o ascoltatori) possiedono sono pochi e purtroppo assai spuntati. Probabilmente ci si dovrebbe aggrappare come naufraghi alla solita corda della cultura, quasi questa avesse funzioni salvifiche nel lento naufragio che si sta vivendo. Ma cultura e conoscenza, da sole, contano poco. Potranno tornare ad essere un valore solo se riusciranno a risalire la china della credibilità. Probabilmente riscoprendo il valore del lavoro sul campo. Del metterci la faccia. Del ritrovare l’orgoglio del cittadino informato e del giornalista informatore. Forse, in un ipotetico domani, una corretta informazione sarà un segno di distinzione, come saper leggere e scrivere, avere buone letture, saper distinguere una notizia da un palo della luce. Forse nasceranno gruppi editoriali che forniranno i loro articoli di un pedigree certificato, come si fa adesso con le pere biologiche. O forse nasceranno scuole per giornalisti che invece di insegnargli come diventare professionisti nel più breve tempo possibile, gli insegneranno come si fanno le inchieste, come si coltiva il dubbio, come sia essenziale in questo mestiere guardare il potere sempre e solo col cannocchiale.

Nell’attesa… non resta che guardarsi intorno. Il terremoto dell’informazione ha creato solo macerie: poche inchieste spesso ripetitive, notizie basate sui social media, pagine e pagine di commento su un tizio assolutamente sconosciuto che ha postato il suo mal di pancia personale su facebook e s’è ritrovato, per dirla alla Warhol, col suo quarto d’ora di celebrità. Il ventre molle del Paese (ma non è un fenomeno solo italiano) è avvilito da scorribande di fabbricatori di falsi (partiti politici compresi) e nessuno, ripeto nessuno, che abbia una idea del che fare. Consoliamoci dunque leggendo questo bellissimo libro a ricordarci che il grande giornalismo non è una favola. C’è stato e ha lottato (per poco) insieme a noi.

—-

Abbiamo condiviso questo articolo con www.tessere.org, la nostra factory gemella.

Annunci

Don Winslow: la guerra è finita. Ha vinto la droga

Ha raccontato l’ascesa dei narcos messicani. Ora, nel nuovo romanzo, “Corruzione”, accende i riflettori sui poliziotti di New York. E svela un’America falciata da eroina e antidolorifici. Lo abbiamo intervistato

di Enrico Deaglio per Il Venerdì di Repubblica
SAN DIEGO. O quasi. Doveva essere San Diego, l’ultima città della California, quella del confine, della marina militare e del surf. Ma poi si è preferito fare l’intervista da un’altra parte: Don Winslow ha avuto «dei problemi» (telefonate, minacce), per cui si è spostato un po’ più in là. Il paesaggio è diventato immediatamente geologico e silenzioso, con rocce e grandi massi rotolati dalle montagne qualche milione di anni fa. Dietro una collina c’è il deserto che arriva fino in Arizona, dietro l’altra c’è il Messico. Due bambini giocano con un pallone in uno spiazzo davanti all’emporio. Dice Winslow: «Sono figli di illegali, naturalmente. D’altra parte, un tempo questo era Messico. Qui il settanta per cento ha votato Trump, i vecchi liberal come me sono pochi, ma se dovessero venire i federali a deportare quei due bambini, salterebbero fuori con i fucili per impedirlo». E infatti i due bambini non hanno paura. E il muro?, chiedo, dove dovrebbe passare? «Non si farà mai. È una buffonata, come tutto Trump».

Don Winslow ama l’Italia, c’è stato molte volte. Ha amici: Roberto Saviano, per esempio, che scrive sugli stessi, pericolosi argomenti. Sorride e mi indica le colline disseminate di casette. «Sai cosa sta facendo la gente, lassù? Sta guardando Gomorra su Netflix. Al bar non si parla d’altro. Ma io non so se riuscirei a fare la vita che fa Roberto. L’anno scorso, a Roma, eravamo insieme in un posto pubblico. Mia moglie ha aperto la borsa per prendere la sua bottiglietta di acqua minerale e le sono saltati addosso tre dei suoi “angeli”, con le pistole a un centimetro dal suo naso».

Sessantatré anni, fisico minuto e giovanile di chi pratica e insegna surf (un hobby professionale), viso molto mobile con due occhi chiari profondi, jeans e maglietta, un uomo che ha fatto i mestieri più curiosi nella vita, Don Winslow è considerato il miglior giallista americano del momento. E quello che vende di più. Ha cominciato vent’anni fa ad apprezzarlo una nicchia di lettori internazionali; fece colpo con L’inverno di Frankie Machine, dove un mafioso in pensione, appassionato di surf, veniva richiamato in servizio (e buon per lui che era un tipo meticoloso); poi è esploso con Il potere del cane e Il cartello, le due saghe iperrealiste sui narcos messicani che gli hanno dato il successo mondiale e, appunto, «qualche problema».

Ora, in contemporanea con l’edizione americana, intitolata The Force, esce in Italia Corruzione, Einaudi, tradotto da Alfredo Colitto. Comprato a scatola chiusa da Hollywood, per il ruolo di protagonista nel film i grandi attori stanno già facendo la fila. Ma non saremo più tra teste decapitate, giornalisti assassinati, il deserto da conquistare; siamo arrivati nel centro di New York, dove si aspetta la “settimana bianca”, l’invasione di eroina, e il migliore poliziotto sulla piazza, Denny Malone, si gioca la reputazione, la coscienza, l’anima di fronte a tutto lo sporco del mondo. Vincerà? Se siete un amante dei gialli, non perdetevelo. Di The Force, Stephen King ha twittato: «È come Il Padrino, ma con i poliziotti al posto dei mafiosi». Di certo non vincerà New York. Confessa Winslow: «Con tutto il bene che le voglio, purtroppo, è perduta». Nessuna città resiste alla “settimana bianca”.

Da dove partiamo?
«Se parliamo di cartelli, da quello di Sinaloa. È un punto all’orizzonte, a sud: lo stato di Sinaloa, Messico, nei poverissimi anni Quaranta. Il clima è buono per la coltivazione dell’oppio, i gringos ne hanno bisogno. Il consumo di massa di oppio, eroina, antidolorifici è nato qui, con la Prima guerra mondiale, le trincee, le amputazioni. Furono degli italiani intraprendenti a capire che si potevano fare un sacco di soldi curando dolore e infelicità. Lucky Luciano fu il più sveglio, aprì canali con l’industria farmaceutica in Germania, si spinse addirittura in Birmania per comprare la materia prima. Con la Seconda guerra mondiale questi canali si esaurirono: l’Atlantico era un “mare tedesco”, il Giappone dominava l’Asia, la merce non arrivava. Ma i soldati americani avevano bisogno della dose. E così furono proprio gli americani a proporre ai contadini di Sinaloa di produrre per loro. “Sì, d’accordo, ma come facciamo a portarvi la roba oltre le montagne?”. “Vi costruiamo noi la ferrovia” dissero i gringos, e infatti  fecero la Sinaloa-San Diego in un batter d’occhio, per i marinai delle portaerei, le decine di migliaia di feriti, di traumatizzati, di distrutti dalla guerra  che tornavano a casa».

Tra allora e oggi, per soddisfare i consumi americani c’è voluta la produzione intensiva in Colombia, Bolivia, Messico. Adesso è il Messico che ha preso il sopravvento: e la logica del Cartello del XXI secolo ha la stessa modernità delle catene di montaggio dei primi del Novecento.  

Winslow si alza e va alla staccionata. Prende una pietra. «Questo oggetto qui vale uno». Lo trasporta oltre il legno. «Arrivato di là, lo vendi a 50. Produrre è importante, ma molto di più è occupare lo spazio da quest’altra parte della staccionata. Questo vuol dire corrompere, decapitare, sterminare. Il cartello è questo: non è la cronaca di diversi assassinii, ma il flusso di una merce diventata regina del mercato americano. I narcos vogliono il monopolio. Chi si oppone muore. È il più grande conflitto in corso: centomila morti in dieci anni, e la cifra è in crescita. E centomila morti vogliono dire altrettanti orfani, altrettante vendette, altrettanti traumi psichici. Oggi la produzione di droga dei cartelli messicani vale tra l’8 e il 13 per cento del Pil del Paese: sono di fatto un secondo potere. Anni fa sono stati loro a comprare i bond emessi dal governo messicano e a salvarlo dal default. Dopo il crollo di Wall Street del 2008 è stato il denaro liquido di Las Vegas e Miami a far partire la ripresa».

Ma lei fa lo scrittore o il sociologo?
«Scrittore, assolutamente. La crime novel è fatta per intrattenere il lettore. Però ci tengo anche a fare qualcosa per cambiare la situazione».

Che cosa propone?
«Che si dichiari la fine della “guerra alla droga”. Bisogna legalizzare il più possibile, anche le droghe che danno dipendenza (quelle che noi chiamiamo pesanti, ndr) e intervenire sulle cause dell’infelicità che porta alla droga. Bisogna colpire i criminali. E per quanto riguarda le sostanze “ricreative”, io ovviamente capisco il fumo, ma vorrei che i ragazzi – che magari boicottano una marca di caffè perché non è equa e solidale  –  si rendessero conto che chi produce marijuana è quasi sempre uno schiavista».

Come lavora?
«Da solo, come un artigiano.  In questa stanza (una stanza spoglia, con un enorme iMac davanti al quale Winslow scrive in piedi; al soffitto è appeso un punchingball). I miei libri hanno bisogno di anni di documentazione. Per scrivere Il cartello ho passato un anno a collezionare documenti, fatti di cronaca, rapporti di polizia: 153 pagine di notizie scritte a spazio uno. Ne ho selezionate quindici, poi ho cominciato ad andare a trovare persone e a far loro domande, poi a immaginare dei personaggi, delle emozioni, dei sentimenti. Alla fine ne sono rimasti due, e il tema del loro rapporto era la vendetta. Sono uno scrittore realista, probabilmente iperrealista. Il mio editor ogni tanto mi ferma».

In Italia le hanno dato il premio intestato a Raymond Chandler, lo scrittore che ha inventato la figura dell’investigatore privato. Le piace l’idea?
«Certo che mi piace, ma non sono io. Il detective di Chandler è un uomo solo nella città, erede diretto del cowboy solitario che si spingeva a ovest fino all’oceano. È al di sopra delle cose, è oltre la morale corrente. I miei protagonisti sono invece dentro le cose, non danno giudizi: partecipano, vedono, molto spesso muoiono. È come quando insegni il surf: tutta l’azione non sta in superficie, sta dentro l’onda. Devi stare dentro. Poi, per mia natura, il mio protagonista è in genere un uomo o una donna semplice, che cerca di mantenersi onesto in un ambiente ostile. Questo lo rende eroe. Il narcotrafficante o il mafioso non sono eroi. Eroi sono i cento giornalisti ammazzati in Messico, le donne che sono state uccise a Ciudad Juarez, gli studenti uccisi perché manifestavano, i militanti che denunciano la corruzione».

C’è un lieto fine?
«Io lo cerco, ma… Quando devo trovare una fine, comincio ad ascoltare molto jazz, soprattutto il sax di Sonny Stitt. Il finale che cerco deve avere due caratteristiche: essere sorprendente e inevitabile. E questo Stitt me l’ha sempre suggerito. Note, silenzio, notturno, ritmo. Il jazz è il miglior amico dello scrittore di polizieschi».

In Italia si dibatte molto sul nuovo poliziesco iperrealista: è educativo? Non è controproducente presentare i “cattivi” come invincibili?
«Mostrare la realtà funziona sempre. Romanticizzare proprio no. Pensi a quello che ha fatto Sean Penn, peraltro bravissima persona, andando a intervistare “el Chapo” Guzmán, il capo dei narcos. Con la stimata rivista Rolling Stone che ha addirittura concesso al più grande criminale del secolo di rivedere l’intervista prima di dare il permesso di pubblicarla!».

Il suo Cartello è stato utile contro il vero Cartello?
«Io credo di sì. Ho presentato il libro in tutta l’America, non c’è stata una sola volta in cui dal pubblico qualcuno non abbia alzato la mano per raccontare una storia di droga. Storie di parenti morti, scomparsi, imprigionati. La droga sta dominando l’America. Stiamo vivendo una spaventosa epidemia da “assunzione di  oppiacei”, come la chiamano. Sessantamila morti per overdose nel solo 2016, più di tutti i soldati caduti in Vietnam. Sono bianchi poveri, disoccupati. Sa com’è cominciata? Con la liberalizzazione della marijuana in alcuni stati. Le coltivazioni in Messico, penalizzate, sono state subito riconvertite ad oppio. Negli Usa le farmacie vendono i painkiller dietro ricetta. Per strada una pillola di Oxicone si può comprare a 30 dollari. Poi arrivano i narcos che per dieci dollari ti danno una dose di metanfetamina o eroina dieci volte più forte. Oppure il Fentalyn, che serve per addormentare gli elefanti. Così sono morti Prince e Philip Seymour Hoffman. E allora? Non c’è guerra alla droga che possa riuscire. Bisogna finalmente ammettere che la guerra alla droga è stata il più grande fallimento».

E finalmente siamo arrivati nella metropoli. Con la grande saga della polizia corrotta. Chi comanda in città? Non siamo più ai tempi di Serpico, o di The Departed. A New York ci sono 38 mila poliziotti in servizio e la stragrande maggioranza di loro prende la stecca “per la famiglia”, per mandare al college i figli. Lotta impari contro il crimine, la sozzura che si impadronisce del corpo di polizia. Le gang si moltiplicano, gli informatori propongono affari sempre più sporchi, le tentazioni aumentano. Denny Malone, il protagonista di Corruzione, ha salvato una bambina sequestrata da uno spacciatore. Ma è un vero eroe? Tutti l’hanno sentito gridare al rapitore: «Uccidila! Sarà una bambina negra in meno». Lo pensava davvero?

Denny ha rotto con sua moglie, Sheila, e sta con Claudette, infermiera nera. Ecco un dialogo di intimità coniugale nella famiglia dell’eroe: «Almeno prima mi tradivi con puttane bianche» gli dice Sheila. «Quando eravamo sposati lo facevi lo stesso. Tu e i tuoi amici poliziotti vi sbattevate qualsiasi cosa avesse una fica. Ehi, loro lo sanno? Russo e Big Monty sanno che bagni il biscotto nel catrame?» (e qui sembra un romanzo di Tom Wolfe).

E ancora, ecco Malone che parla di politica con uno spacciatore: «C’è una cosa che non capisci. I giovani neri in passato raccoglievano il cotone nelle piantagioni. Ora voi neri siete il cotone. Siete il prodotto grezzo che finisce tra gli ingranaggi della macchina, migliaia di voi ogni giorno». «Il complesso industriale carcerario» aveva risposto il pusher. «In pratica sono io a pagare il tuo stipendio»  (e qui sembra che tutti e due abbiano letto Il capitale nel XXI secolo di Piketty). E la storia si avvita, tutti i migliori sono sommersi dallo sporco, la “settimana bianca” ha le sue leggi e Denny Malone precipiterà nel gorgo.
C’è un bel po’ di cose che non capisco: come fa Winslow a saperla così lunga? Nella sua biografia c’è scritto che ha vissuto un po’ dappertutto, che ha fatto il detective privato, l’organizzatore di tour culturali in Cina, l’istruttore di surf a San Diego. Dice a tutti che ama Puccini, Shakespeare e che ha visto Il Padrino con dei ragazzi di malavita, tutti contenti a vedersi dipinti come principi della città.

Per quanto ha fatto il detective?
«Una ventina d’anni. La mia famiglia – siamo italiani di origine –  aveva delle attività a New York, vicino a Times Square, e io ho cominciato facendo la sorveglianza sui borseggiatori nei cinema. Poi mi sono occupato di frodi, di incendi dolosi, di abusi sessuali sui bambini: – la peggiore esperienza della mia vita. Ho visto tante cose. E per esperienza posso dirle che l’uomo non è buono. La vita ti fa diventare più furbo, non migliore».

Ma chi erano quei ragazzi con cui ha visto Il Padrino?
«Oh, erano i miei amici. A quel tempo abitavamo a New Orleans, mia nonna Evelina gestiva una bisca… Ne aveva di storie! Diceva che il governatore Long, quello che si era messo in società con Lucky Luciano e Frank Costello e aveva riempito la Louisiana di slot machines,  sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti se Roosevelt non l’avesse fatto uccidere. E che Kennedy era stato eletto con i voti di Carlos Marcello. Io ero un ragazzino, ma quando giravo per la Little Palermo di New Orleans tutti mi rispettavano perché ero il nipote di Evelina».

E così ho capito che per scrivere il miglior poliziesco americano bisogna studiare molto, lavorare sodo. Ma anche che aver avuto una nonna biscazziera aiuta molto a capire come va il mondo. 

(16 giugno 2017)

http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2017/06/15/news/don_winslow_la_guerra_e_finita_ha_vinto_la_droga-168150066/


Yeruldelgger

Il romanzo di Ian Manook nel cuore della steppa

di Gabriele Santoro

Patrick Manoukian, classe 1949, è un figlio dell’emigrazione, della diaspora armena in Francia. Cresciuto a Meudon, sobborgo a sudovest di Parigi, in una famiglia operaia è stato uno scrittore prolifico fin dall’adolescenza, ma non aveva pubblicato nulla fino al 2013, quando la casa editrice Albin Michel ha puntato sul noir dall’ambientazione esotica Yeruldelgger (Fazi, 524 pagine, 16.50 euro, traduzione a cura di Maurizio Ferrara). Il primo volume di una trilogia che ha conquistato i lettori francesi: 200mila copie vendute, insignito di tutti i premi letterari dedicati al giallo ed è in corso di pubblicazione in dieci paesi.
Ian Manook, il nome d’arte, dopo una giovinezza da sessantottino, nel 1987 ha creato un’agenzia di pubblicità specializzata nella comunicazione per il turismo, che dirige col figlio Julien, e le Éditions de Tournon, a lungo leader del mercato editoriale francese dell’animazione e del fumetto. Yeruldelgger è strettamente legato al rapporto con la figlia Zoe, che prima ha sfidato l’autore a non lasciare finalmente incompiuto un romanzo, e poi nel 2007 l’ha portato in Mongolia per verificare da vicino il lavoro dell’associazione per l’adozione a distanza che finanziavano.
Con la qualità della propria scrittura Manook ci introduce con grande competenza e passione in un universo che poco conosciamo, la Mongolia sospesa tra le tradizioni ancestrali dei nomadi della steppa selvaggia e la modernità violenta della capitale Ulan Bator. Il libro propone di viaggiare dietro lo schermo della violenza per comprendere le contraddizioni di un paese schiacciato da appetiti neocolonialisti. Yeruldelgger, un commissario di polizia mongolo, è il nostro eroe che dalle prime pagine si trova a indagare sul ritrovamento in una fabbrica alla periferia della città dei cadaveri di tre cinesi.
E a poche ore da Ulan Bator, nel cuore della steppa, è alle prese col mistero dei resti di una bambina seppellita con il suo triciclo. Le inchieste sembrano del tutto disgiunte, ma sarà così? Yeruldelgger dovrà fronteggiare le minacce e gli ostacoli posti da politici e potenti locali, magnati stranieri in cerca di investimenti e divertimenti illeciti, poliziotti corrotti e delinquenti neonazisti.
Manook, che cosa ha rappresentato la diaspora nella sua vita?
«Esiste un dolore grande: non essere in grado o non avere il permesso di ricordare, l’essere schiacciati sulle contingenze attuali. Gli armeni sono sopravvissuti anche alla negazione della parola genocidio, dunque alla censura della memoria. La cultura della diaspora è speciale e ha costruito il mio sguardo composito sul mondo, il modo in cui ho vissuto, pensato e scritto».
Dal Bronx alla Mongolia, passando per la Woodstock mancata, ci disegna la mappa così particolare dei suoi viaggi?
«Avevo vent’anni quando viaggiare significava aprirsi al mondo ed essendo un figlio della diaspora, come tutti gli armeni o le persone costrette a fuggire, ho fatto del mondo la mia casa. A sedici anni sono partito per la prima volta destinazione New York, lavorando in un ristorante. Il viaggio che mi ha cambiato risale a quando ho finito i miei studi nel 1973: 27 mesi dall’Islanda all’Amazzonia. A scuola ero sempre il primo della classe, fiero di essere il proletario istruito. Poi ho capito che là fuori c’era un mondo da scoprire».
Perché del suo personaggio, Yeruldelgger, descrive fisicamente solo le mani?
«L’ho fatto per lasciare al lettore la propria immagine di Yeruldelgger. Mi colpisce la coincidenza delle descrizioni di chi ha letto il libro. Per me lui è l’incarnazione della Mongolia. Vuol dire che sembra un personaggio solido, capace di battersi contro tutti, nel contempo nella sua vastità è molto fragile. Yeruldelgger era nella mia penna da vent’anni. All’epoca era un poliziotto americano di Brooklyn, che si chiamava Donelli, dall’esistenza complessa. L’ho ripreso, calandolo nel contesto generale della Mongolia. Subito ho capito una cosa importantissima: la cultura sciamanica della Mongolia dà alle cose importanti di un giallo, la morte, la fedeltà, la vendetta una nozione diversa del nostro modo di pensare occidentale. Questa differenza garantiva ai miei personaggi una asperità maggiore».
La violenza nella sua fiction letteraria: lei si spinge molto in avanti.
«È un personaggio pienamente inscritto nella modernità. Col suo mestiere si misura con gli aspetti più tribolati e violenti della vita del suo paese, che dopo lo scontro con l’URSS, subisce altre influenze, in particolare cinesi e coreane. Manifesta la volontà di conservare le tradizioni millenarie mongole, legate all’educazione ricevuta in un monastero buddista. In un giallo si deve andare un po’ più lontano dell’ultima linea della violenza, oltrepassarla. Il mio personaggio a volte è troppo violento. Il mondo intorno lo spinge alla violenza alla quale lui non vorrebbe cedere. Nello sviluppo della trilogia, a ottobre uscirà in Francia il terzo volume, evolve con esiti inattesi il suo rapporto con la rabbia vendicativa che gli cresceva dentro a ogni delitto».
L’intrigo poliziesco si rivela anche nella complessità delle questioni geopolitiche, ai rapporti della Mongolia con gli interessi economici ingombranti di Russia e Cina con la scoperta di terre rare, ricche di minerali necessari ad alimentare l’industria tecnologica.
«La Mongolia sembra un paese indistruttibile, eterno, che in realtà potrebbe sparire nei prossimi venti anni, economicamente, politicamente e fisicamente. La Mongolia è come qualcosa che non sarebbe dovuto esistere. Un paese grande due volte e mezzo la Francia con solamente tre milioni di persone, di cui circa il 40% vive in una sola grande città. È una zona sismica terribile. Yeru l’ho scritto come un’incarnazione del suo paese. Spesso abbiamo coscienza dei luoghi come cartoline postali. Quando scrivo il giallo mi piace servirmi della conoscenza approfondita che ho del paese, della quotidianità quanto dei suoi problemi geopolitici. Questo genere letterario, meno soggetto a censure, è un ottimo strumento per occuparsi di sentimenti universali attraversando destini personali».
Qual è il compito della letteratura?
«L’immaginazione è la risorsa migliore del mondo. Serve a varcare le frontiere dell’immaginazione che è un’attivazione della curiosità. Senza di essa non vale la pena vivere. Se vivere è accettare un’idea che gli altri hanno imposto come indiscutibile non vale la pena. La curiosità è il motore di tutto. In quanti vivono senza mai chiedersi l’origine delle parole che pronunciano? Incuriosirsi cambia la vita».
I premi letterari valorizzano un libro?
«Ancora non mi è chiaro. Il riconoscimento ovviamente gratifica, ma non cambiano la vita, soprattutto a 65 anni».

di Gabriele Santoro pubblicato mercoledì, 31 agosto 2016 su Minima & Moralia

http://www.minimaetmoralia.it/wp/yeruldelgger-il-romanzo-di-ian-manook/

Gabriele Santoro
Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.


Pasolini

La macchinazione”: Pasolini e l’ipocrisia all’italiana

È nelle sale il film sulle ultime settimane del grande intellettuale, schiacciato da un mondo fatto di crimine e potere

“La macchinazione”: Pasolini e l’ipocrisia all’italiana

 

«Siamo italiani, siamo tutti figli di Don Abbondio: vigliacchi, anzi peggio, opportunisti». Basta questa frase, pronunciata in una scena centrale del film, per rendersi conto di quanto “La macchinazione” sia attuale. È un ottimo e credibilissimo Massimo Ranieri a prestare volto, corpo e gestualità a Pier Paolo Pasolini, nel secondo lungometraggio del regista napoletano David Grieco, amico e collaboratore per anni del grande artista. Grieco racconta la sua verità su una tragica fine (il 2 novembre del 1975), appoggiando la tesi del complotto malavitoso, di un Pasolini che ha pagato il prezzo più alto, nel tentativo di svelare la ragnatela che sin dagli anni Sessanta aveva cominciato a tessersi tra politica, industria e criminalità: «Pier Paolo è stato ammazzato da quelli che hanno fatto tutto quello che è stato fatto dal ’69 in poi in questo Paese – ha dichiarato il regista – le stragi, gli omicidi politici, le bombe sui treni, la strategia della tensione. L’organizzazione era molto vasta e quindi non parlo materialmente delle stesse persone. Ogni mezzo era lecito affinché il comunismo non prendesse piede in Europa occidentale».

pasolini-death-conspiracy-massimo-ranieri-movieIl testamento artistico di “Petrolio”La pellicola mostra con crudo e semplice realismo gli ultimi tre mesi dello scrittore friulano, disilluso dalla società borghese e consumistica e impaziente di smascherare, attraverso lo studio e le informazioni raccolte da un altro autore (che in realtà non è mai stato identificato) e poi censurate, il mondo sotterraneo e gli intrighi di potere intorno alla crescente industria petrolifera italiana, quella lotta tra Eni e Montedison ancora oggi piena di misteri e dubbi mai risolti. Un Pasolini “stanco di ripetere sempre le stesse cose, di essere ritenuto pazzo”, alla ricerca febbrile della verità e conscio del rischio che stava correndo. Ranieri, circondato da un cast ben affiatato, gesticola, riflette, osserva, si “pasolinizza” in tutto (eccetto forse l’accento napoletano che ogni tanto riaffiora), accennando con delicatezza anche alla dimensione privata dell’artista, quella parte più sensibile e fragile ben visibile nei momenti con la madre e durante gli incontri con il giovane amante Pelosi (che sarà poi incastrato ed erroneamente ritenuto l’unico responsabile della sua morte).

Senza filtri Accompagnato dagli accordi sonori dei Pink Floyd, “La macchinazione” accentua e ricerca un realismo attraverso dissolvenze tra bianco e nero e colore, una rappresentazione vivida della periferia romana e della sua perdizione, e spietate riprese in soggettiva durante l’agguato e il pestaggio a Pasolini: una violenza rude e quasi inconsapevole di un gruppo di borgatari criminali in balìa di un potere assai più grande di loro. “La macchinazione” prima ancora che un film ben fatto (a volte appare però un po’ troppo rudimentale, e si lascia andare a momenti “vuoti” o a poco convincenti flashforward nel futuro tecnologico e omologato della società), è un film che ci spinge a saperne di più, perfettamente calato negli anni Settanta e nelle contraddizioni che stavano emergendo nel nostro Paese, molte delle quali sono ancora terribilmente presenti nel mondo contemporaneo.

 


Le foto della polizia di L.A. commentate da Ellroy

In un libro ora tradotto in italiano, le immagini più truci scattate a Los nel 1953, un anno particolarmente “nero”. Commentate da uno che di fattacci se ne intende

204442009-fe0f6525-8ee2-405d-9c6a-a3303deece48Quante volte James Ellroy sia stato arrestato, prima di diventare il re del noir che conosciamo, non è accertato. L’autore della tetralogia nera su Los Angeles e della trilogia ancor più nera sull’America ha fornito numeri difformi: trenta, cinquanta, settanta. Alla fine, i cronisti sono andati a guardare i registri: 14 arresti ufficiali tra il ‘68 e il ‘74. Furono i suoi anni più debosciati, tra i 15 buttati via così: trangugiava vino Thunderbird, donava sangue a cinque dollari a botta, mangiava carne in scatola rubata al supermercato Mayfair, dormiva per strada in scatole di cartone, dentro le quali si masturbava sfogliando riviste porno sottratte con destrezza, si radeva nelle stazioni, si lavava con le manichette da giardino, forzava appartamenti per odorare biancheria femminile.

Ben dodici di quegli arresti ufficiali sono stati operati da agenti del Lapd, il Los Angeles Police Department. Ma siccome la vita è una giostra, dopo quarant’anni lo scrittore ricco e famoso di oggi ha firmato il volume Un anno al vetriolo. Los Angeles Police Department, 1953 (Contrasto), che raccoglie le foto ufficiali del Dipartimento di polizia in un anno particolarmente cruento, curato insieme a Glynn Martin del Los Angeles Police Museum. Ma come? Ellroy, arrestato dagli sbirri, scrive il libro ufficiale degli sbirri?

Ellroy non è Quentin Tarantino, il regista che, nel novembre del 2015, ha guidato a New York la marcia contro i soprusi della polizia. Nello stesso anno, ma dall’altra parte dell’America, in un coast to coast non solo geografico, Ellroy si intestava invece questo volume che, all’opposto, esalta la polizia di Los Angeles: «Questo è un libro di nostalgia reazionaria» arriva a scrivere.

L’incontro tra Ellroy e il Lapd era nel destino. Un anno al vetriolo non parla dei precedenti di un legame potente. Ma, scavando nella storia, salta fuori da solo. Nel 1958 la madre di Ellroy venne strangolata in circostanze misteriose. L’assassino non sarà rintracciato. Come noto, diventerà questo il cuore dell’ossessione del figlio. L’anno dopo, il piccolo orfano legge per caso «un agghiacciante resoconto» sulla Dalia Nera: una donna, Elisabeth Short, torturata, mutilata, fatta a pezzi. Anche in questo caso il serial killer non verrà beccato. Il giovane James resta folgorato da quella ricostruzione. E da quel momento, sovrapporrà il caso della Dalia Nera a quello della madre (28 anni dopo ci costruirà sopra il suo settimo libro e primo bestseller).

Ebbene, quell’ «agghiacciante resoconto» lo aveva scritto Jack Webb, attore, regista e sceneggiatore, in un libro, The Badge, dedicato proprio al Dipartimento di polizia di Los Angeles. Il legame tra il Dipartimento e quell’autore era tanto forte che il Lapd istituirà un Jack Webb Award in onore del suo cantore.

Passano gli anni. Ellroy, nel frattempo, ha coltivato la sua ossessione. È un lettore compulsivo. «La mia missione era leggere, il mio campo di studi il crimine». A quei tempi si trascinava ubriaco fino alla biblioteca pubblica di Hollywood e rubava volumi di Chandler e Ross Mcdonald alla libreria Pickwick. «Leggevo anche dentro la mia scatola. E leggevo esclusivamente nera».

Ma che tipo di nera? Ben presto i canoni tradizionali dell’hard boiledfiniscono per annoiarlo. Quelli, per intenderci, che hanno come architrave un detective privato, cavaliere senza macchia né paura. Una figura irreale, pensa Ellroy. Lui, che già si immagina scrittore, scalpita per qualcosa di meglio. Sarà anche un bugiardo ma ora ha fame di cose verosimili. Che presto, come un’illuminazione, gli appariranno davanti agli occhi. Ancora una volta con l’uniforme del Lapd.

Certi sbirri fanno anche miracoli, nella città degli angeli. Provate a frequentare all’imbrunire un bar all’aperto, in una traversa dell’Hollywood o del Sunset Boulevard, in un tranquillo fine settimana d’autunno. All’improvviso, alle spalle, sentirete un rombo crescere dalle viscere della città. Los Angeles si sta destando d’improvviso. «Gruppi di vagabondi adolescenti, marchettari, omosessuali disperati, truffatori, marinai, marines, spogliarelliste». Tutti si muovono nello stesso istante, come animati da un meccanismo ad orologeria. Era il 1973 ed «Ellroy il vagabondo», in un fine settimana come quello, stava leggendo su una rivista l’anticipazione di Il campo di cipolle di un certo Joseph Wambaugh. E, miracolo, quel Wambaugh aveva scritto esattamente quel che stava accadendo in quell’istante sotto gli occhi di Ellroy: il rombo, la folla, i movimenti. Cazzo, pensò James, questo tipo sente la città. Ma chi diavolo è?

Joseph Wambaugh, un ex marine, dal 1960 al 1974 era stato sergente operativo presso il Lapd. Nell’agosto del 1965 aveva fronteggiato i sei giorni della rivolta di Watts (34 morti, 1.032 feriti, quasi 4 mila arresti). Ne voglio ancora, si disse Ellroy, dopo aver letto l’anticipazione. Così si fionda all’abituale libreria, tira fuori la camicia dai pantaloni e nasconde una copia del volume. Poi corre a sdraiarsi dentro la sua scatola di cartone. È già arrivato a pagina 80, quando un manganello fa toc toc. Sono gli agenti Dukeshearer e McCabe, divisione Wilshire, manco a dirlo del Lapd. «Mi trattano con l’espansiva cortesia che i poliziotti riservano ai casi patetici» ricorda. Poi lo portano alla stazione. Durante le formalità di rito, il libro scompare. Un poliziotto l’ha rubato.

Da quel momento Ellroy si procurerà Il campo di cipolle altre tre volte:altrettante verrà fermato dagli agenti del Dipartimento, portato in cella e, alla fine, sempre derubato della copia. E sempre dai poliziotti del Lapd.Ma intanto Wambaugh gli ha cambiato la vita. Ne divorerà i libri ( I nuovi centurioni, Il cavaliere azzurro, I ragazzi del coro) e lo amerà come il nuovo Dashiell Hammett.

Lo sbirro-scrittore gli insegnerà che «il salario del peccato è la morte» e che anche «chi vince non prende nulla». E questa, dopo aver paragonato Wambaugh a Camus, diventa anche la sua filosofia. Così butta le metanfetamine nel cesso e si mette a scrivere per imitarlo. Tanti anni dopo, mentre sfoglierà le foto del Dipartimento, per preparare questo libro fotografico, lo colpirà l’analogia tra i fatti del 1953 e i casi reali di cui parecchi anni dopo si occupò Wambaugh da poliziotto: una coppia che litiga per la custodia del figlio, entrambe lo afferrano e tirano in direzioni opposte, fin quasi a smembrarlo; il ragazzo con il pene tranciato; il barbone senza gambe che si lamenta perché il suo batacchio tocca terra; il trans che massacra di graffi e pizzichi le cosce dei poliziotti e loro a litigare: ammazziamolo, no non ammazziamolo. Elabora una teoria sull’eternità del crimine. Il giro di giostra lo chiama. Altro che detective privati da romanzo giallo: nella giostra, a ballare con il male, ci sono solo sbirri, peccatori come noi, inviati al posto nostro nella giungla.

Le foto che Ellroy si avvia a commentare sono gli emblemi della giostra.Catturano un istante ma non hanno tempo. Quando, come documenta una delle immagini, nel fatidico anno 1953 trovano un impiccato vestito da donna, scopriranno che il suicida ha architettato, nel salone di casa, un complicatissimo sistema di carrucole, contrappesi e catene per strangolarsi. E per farsi vedere. Lo scrittore, nel commentare la scena, viviseziona la realtà senza empatia: «L’uomo sapeva che sarebbe stato studiato, analizzato, fotografato. Il suo intento era fare una dichiarazione che poteva essere: sono una donna nel corpo di un uomo. Alla fine ne è venuto fuori solo un “Guardami”».

A guardarlo, ci dice Ellroy, qualcuno effettivamente c’è: Donald Grant, 45 anni, «l’aria intelligente e cattiva, manda fortissime vibrazioni da film poliziesco. Potrebbe essere il poliziotto psicopatico con il tubo di gomma e una vendetta personale da compiere». E in effetti: nel ‘48 lo sbirro Grant si era occupato del caso del cosiddetto Bandito della luce rossa e quest’ultimo davvero lo aveva accusato di un brutale pestaggio dentro la stazione di polizia di Hollywood.

La scena del crimine ha una sua propria eternità. Guardate Miss Costumedabagno, all’anagrafe Raymond Gross. La morte lo ha fulminato (e la foto lo ritrae) riverso sul tavolino di casa, in accappatoio, con la cornetta del telefono ancora attaccata all’orecchio. Dietro c’è una storia.

In passato Gross era stato quasi ammazzato da un «bel marinaio» che si era portato a letto. Alla fine, però, Gross era sopravvissuto e così il «bel marinaio», dopo essere stato arrestato, era stato liberato. E invece il buon Raymond? Poco tempo dopo l’episodio, si era ingollato una dose da cavallo di Fenobarbital. Non l’aveva retta. Morale della favola? Il suo quasi killer l’aveva scampata e non era stato fritto sulla sedia elettrica. Invece lui, la vittima, era crepato. Ellroy se la ride del paradosso: «Ray Gross, R.I.P. Con chi parlavi al telefono?».

Più avanti, nella postfazione, Ellroy spiegherà, a proposito della preparazione del volume: «Un demoniaco senso dell’umorismo ha pervaso le nostre sessioni di lavoro. Ma perché moderare i termini, o moderarsi e basta?». Chi è buono diventa come un pezzo di formaggio, dirà Ellroy, destinato a essere mangiato.

Di questa nuova, particolare «catena alimentare» l’America si rese conto negli stessi anni in cui i fotografi del Dipartimento di L.A. immortalarono queste scene del crimine. Il Paese era appena uscito dalla guerra, e già nel decennio dal ‘46 al ‘55 il cinema noir viveva i suoi anni d’oro. Nel 1950 si era insediata la prima Commissione, presieduta dal senatore democratico Estes Kefauver, chiamata ad analizzare la diffusione del crimine organizzato. Le udienze, trasmesse in tv, con la loro sfilata di truci testimoni e luride storie, sembravano film come Il mistero del falco o Una pallottola per Roy. Ogni americano scoprì con sgomento che il crimine era dietro la porta di casa.

Solo la Guerra Fredda, il maccartismo, il Comitato sulle attività antiamericane faranno passare in secondo piano la paranoia per il crimine. Nessuno ne fu immune. Neppure Hollywood e i suoi divi. O almeno, il lato più oscuro di quel mondo. Chi non conosce John Holmes? La figura del più famoso attore porno del pianeta, diventato leggenda per via delle sue misure, serve a Ellroy per gettare un ponte tra il 1953 e la «contemporaneità»: Holmes sarà arrestato nell’81 dopo il ritrovamento di quattro corpi straziati sulle colline di Hollywood, per una storia di mafia e cocaina. È sempre, dice Ellroy, la stessa giostra che non cambia.

E oggi? Il Dipartimento conta 12 mila agenti, tremila dipendenti e vigila su quattro milioni di persone. Oltre alla rivolta di Watts del ‘65, la sua immagine venne sfregiata dal Natale di sangue del 1951, quando per il pestaggio di sette persone vennero incriminati otto agenti, 58 trasferiti e altri 39 sospesi (Ellroy ne ha scritto in L.A. Confidential).

A fare pulizia fu William H. Parker, leggendario capo del Dipartimento dal 1950 al 1966. Ellroy lo definisce un Gattopardo: come il principone del romanzo siciliano mal digeriva i tempi nuovi. Chissà come si sarebbe comportato nel ‘92: 54 morti e 2 mila feriti per l’uccisione da parte della

polizia del tassista nero Rodney King. Dopo, negli shop turistici di L.A., era in vendita una targa di dubbia provenienza, a imitazione di quelle del Lapd. La targa diceva: «Vi tratteremo come Re». Re, in inglese, si scrive King. Come Rodney.

(2 settembre 2016)

Articolo pubblicato originariamente u Il Venerdì di Repubblica che ringraziamo

fonte: http://www.repubblica.it/venerdi/articoli/2016/09/07/news/los_angeles_giungla_di_sangue-147358788/