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Don Winslow: la guerra è finita. Ha vinto la droga

Ha raccontato l’ascesa dei narcos messicani. Ora, nel nuovo romanzo, “Corruzione”, accende i riflettori sui poliziotti di New York. E svela un’America falciata da eroina e antidolorifici. Lo abbiamo intervistato

di Enrico Deaglio per Il Venerdì di Repubblica
SAN DIEGO. O quasi. Doveva essere San Diego, l’ultima città della California, quella del confine, della marina militare e del surf. Ma poi si è preferito fare l’intervista da un’altra parte: Don Winslow ha avuto «dei problemi» (telefonate, minacce), per cui si è spostato un po’ più in là. Il paesaggio è diventato immediatamente geologico e silenzioso, con rocce e grandi massi rotolati dalle montagne qualche milione di anni fa. Dietro una collina c’è il deserto che arriva fino in Arizona, dietro l’altra c’è il Messico. Due bambini giocano con un pallone in uno spiazzo davanti all’emporio. Dice Winslow: «Sono figli di illegali, naturalmente. D’altra parte, un tempo questo era Messico. Qui il settanta per cento ha votato Trump, i vecchi liberal come me sono pochi, ma se dovessero venire i federali a deportare quei due bambini, salterebbero fuori con i fucili per impedirlo». E infatti i due bambini non hanno paura. E il muro?, chiedo, dove dovrebbe passare? «Non si farà mai. È una buffonata, come tutto Trump».

Don Winslow ama l’Italia, c’è stato molte volte. Ha amici: Roberto Saviano, per esempio, che scrive sugli stessi, pericolosi argomenti. Sorride e mi indica le colline disseminate di casette. «Sai cosa sta facendo la gente, lassù? Sta guardando Gomorra su Netflix. Al bar non si parla d’altro. Ma io non so se riuscirei a fare la vita che fa Roberto. L’anno scorso, a Roma, eravamo insieme in un posto pubblico. Mia moglie ha aperto la borsa per prendere la sua bottiglietta di acqua minerale e le sono saltati addosso tre dei suoi “angeli”, con le pistole a un centimetro dal suo naso».

Sessantatré anni, fisico minuto e giovanile di chi pratica e insegna surf (un hobby professionale), viso molto mobile con due occhi chiari profondi, jeans e maglietta, un uomo che ha fatto i mestieri più curiosi nella vita, Don Winslow è considerato il miglior giallista americano del momento. E quello che vende di più. Ha cominciato vent’anni fa ad apprezzarlo una nicchia di lettori internazionali; fece colpo con L’inverno di Frankie Machine, dove un mafioso in pensione, appassionato di surf, veniva richiamato in servizio (e buon per lui che era un tipo meticoloso); poi è esploso con Il potere del cane e Il cartello, le due saghe iperrealiste sui narcos messicani che gli hanno dato il successo mondiale e, appunto, «qualche problema».

Ora, in contemporanea con l’edizione americana, intitolata The Force, esce in Italia Corruzione, Einaudi, tradotto da Alfredo Colitto. Comprato a scatola chiusa da Hollywood, per il ruolo di protagonista nel film i grandi attori stanno già facendo la fila. Ma non saremo più tra teste decapitate, giornalisti assassinati, il deserto da conquistare; siamo arrivati nel centro di New York, dove si aspetta la “settimana bianca”, l’invasione di eroina, e il migliore poliziotto sulla piazza, Denny Malone, si gioca la reputazione, la coscienza, l’anima di fronte a tutto lo sporco del mondo. Vincerà? Se siete un amante dei gialli, non perdetevelo. Di The Force, Stephen King ha twittato: «È come Il Padrino, ma con i poliziotti al posto dei mafiosi». Di certo non vincerà New York. Confessa Winslow: «Con tutto il bene che le voglio, purtroppo, è perduta». Nessuna città resiste alla “settimana bianca”.

Da dove partiamo?
«Se parliamo di cartelli, da quello di Sinaloa. È un punto all’orizzonte, a sud: lo stato di Sinaloa, Messico, nei poverissimi anni Quaranta. Il clima è buono per la coltivazione dell’oppio, i gringos ne hanno bisogno. Il consumo di massa di oppio, eroina, antidolorifici è nato qui, con la Prima guerra mondiale, le trincee, le amputazioni. Furono degli italiani intraprendenti a capire che si potevano fare un sacco di soldi curando dolore e infelicità. Lucky Luciano fu il più sveglio, aprì canali con l’industria farmaceutica in Germania, si spinse addirittura in Birmania per comprare la materia prima. Con la Seconda guerra mondiale questi canali si esaurirono: l’Atlantico era un “mare tedesco”, il Giappone dominava l’Asia, la merce non arrivava. Ma i soldati americani avevano bisogno della dose. E così furono proprio gli americani a proporre ai contadini di Sinaloa di produrre per loro. “Sì, d’accordo, ma come facciamo a portarvi la roba oltre le montagne?”. “Vi costruiamo noi la ferrovia” dissero i gringos, e infatti  fecero la Sinaloa-San Diego in un batter d’occhio, per i marinai delle portaerei, le decine di migliaia di feriti, di traumatizzati, di distrutti dalla guerra  che tornavano a casa».

Tra allora e oggi, per soddisfare i consumi americani c’è voluta la produzione intensiva in Colombia, Bolivia, Messico. Adesso è il Messico che ha preso il sopravvento: e la logica del Cartello del XXI secolo ha la stessa modernità delle catene di montaggio dei primi del Novecento.  

Winslow si alza e va alla staccionata. Prende una pietra. «Questo oggetto qui vale uno». Lo trasporta oltre il legno. «Arrivato di là, lo vendi a 50. Produrre è importante, ma molto di più è occupare lo spazio da quest’altra parte della staccionata. Questo vuol dire corrompere, decapitare, sterminare. Il cartello è questo: non è la cronaca di diversi assassinii, ma il flusso di una merce diventata regina del mercato americano. I narcos vogliono il monopolio. Chi si oppone muore. È il più grande conflitto in corso: centomila morti in dieci anni, e la cifra è in crescita. E centomila morti vogliono dire altrettanti orfani, altrettante vendette, altrettanti traumi psichici. Oggi la produzione di droga dei cartelli messicani vale tra l’8 e il 13 per cento del Pil del Paese: sono di fatto un secondo potere. Anni fa sono stati loro a comprare i bond emessi dal governo messicano e a salvarlo dal default. Dopo il crollo di Wall Street del 2008 è stato il denaro liquido di Las Vegas e Miami a far partire la ripresa».

Ma lei fa lo scrittore o il sociologo?
«Scrittore, assolutamente. La crime novel è fatta per intrattenere il lettore. Però ci tengo anche a fare qualcosa per cambiare la situazione».

Che cosa propone?
«Che si dichiari la fine della “guerra alla droga”. Bisogna legalizzare il più possibile, anche le droghe che danno dipendenza (quelle che noi chiamiamo pesanti, ndr) e intervenire sulle cause dell’infelicità che porta alla droga. Bisogna colpire i criminali. E per quanto riguarda le sostanze “ricreative”, io ovviamente capisco il fumo, ma vorrei che i ragazzi – che magari boicottano una marca di caffè perché non è equa e solidale  –  si rendessero conto che chi produce marijuana è quasi sempre uno schiavista».

Come lavora?
«Da solo, come un artigiano.  In questa stanza (una stanza spoglia, con un enorme iMac davanti al quale Winslow scrive in piedi; al soffitto è appeso un punchingball). I miei libri hanno bisogno di anni di documentazione. Per scrivere Il cartello ho passato un anno a collezionare documenti, fatti di cronaca, rapporti di polizia: 153 pagine di notizie scritte a spazio uno. Ne ho selezionate quindici, poi ho cominciato ad andare a trovare persone e a far loro domande, poi a immaginare dei personaggi, delle emozioni, dei sentimenti. Alla fine ne sono rimasti due, e il tema del loro rapporto era la vendetta. Sono uno scrittore realista, probabilmente iperrealista. Il mio editor ogni tanto mi ferma».

In Italia le hanno dato il premio intestato a Raymond Chandler, lo scrittore che ha inventato la figura dell’investigatore privato. Le piace l’idea?
«Certo che mi piace, ma non sono io. Il detective di Chandler è un uomo solo nella città, erede diretto del cowboy solitario che si spingeva a ovest fino all’oceano. È al di sopra delle cose, è oltre la morale corrente. I miei protagonisti sono invece dentro le cose, non danno giudizi: partecipano, vedono, molto spesso muoiono. È come quando insegni il surf: tutta l’azione non sta in superficie, sta dentro l’onda. Devi stare dentro. Poi, per mia natura, il mio protagonista è in genere un uomo o una donna semplice, che cerca di mantenersi onesto in un ambiente ostile. Questo lo rende eroe. Il narcotrafficante o il mafioso non sono eroi. Eroi sono i cento giornalisti ammazzati in Messico, le donne che sono state uccise a Ciudad Juarez, gli studenti uccisi perché manifestavano, i militanti che denunciano la corruzione».

C’è un lieto fine?
«Io lo cerco, ma… Quando devo trovare una fine, comincio ad ascoltare molto jazz, soprattutto il sax di Sonny Stitt. Il finale che cerco deve avere due caratteristiche: essere sorprendente e inevitabile. E questo Stitt me l’ha sempre suggerito. Note, silenzio, notturno, ritmo. Il jazz è il miglior amico dello scrittore di polizieschi».

In Italia si dibatte molto sul nuovo poliziesco iperrealista: è educativo? Non è controproducente presentare i “cattivi” come invincibili?
«Mostrare la realtà funziona sempre. Romanticizzare proprio no. Pensi a quello che ha fatto Sean Penn, peraltro bravissima persona, andando a intervistare “el Chapo” Guzmán, il capo dei narcos. Con la stimata rivista Rolling Stone che ha addirittura concesso al più grande criminale del secolo di rivedere l’intervista prima di dare il permesso di pubblicarla!».

Il suo Cartello è stato utile contro il vero Cartello?
«Io credo di sì. Ho presentato il libro in tutta l’America, non c’è stata una sola volta in cui dal pubblico qualcuno non abbia alzato la mano per raccontare una storia di droga. Storie di parenti morti, scomparsi, imprigionati. La droga sta dominando l’America. Stiamo vivendo una spaventosa epidemia da “assunzione di  oppiacei”, come la chiamano. Sessantamila morti per overdose nel solo 2016, più di tutti i soldati caduti in Vietnam. Sono bianchi poveri, disoccupati. Sa com’è cominciata? Con la liberalizzazione della marijuana in alcuni stati. Le coltivazioni in Messico, penalizzate, sono state subito riconvertite ad oppio. Negli Usa le farmacie vendono i painkiller dietro ricetta. Per strada una pillola di Oxicone si può comprare a 30 dollari. Poi arrivano i narcos che per dieci dollari ti danno una dose di metanfetamina o eroina dieci volte più forte. Oppure il Fentalyn, che serve per addormentare gli elefanti. Così sono morti Prince e Philip Seymour Hoffman. E allora? Non c’è guerra alla droga che possa riuscire. Bisogna finalmente ammettere che la guerra alla droga è stata il più grande fallimento».

E finalmente siamo arrivati nella metropoli. Con la grande saga della polizia corrotta. Chi comanda in città? Non siamo più ai tempi di Serpico, o di The Departed. A New York ci sono 38 mila poliziotti in servizio e la stragrande maggioranza di loro prende la stecca “per la famiglia”, per mandare al college i figli. Lotta impari contro il crimine, la sozzura che si impadronisce del corpo di polizia. Le gang si moltiplicano, gli informatori propongono affari sempre più sporchi, le tentazioni aumentano. Denny Malone, il protagonista di Corruzione, ha salvato una bambina sequestrata da uno spacciatore. Ma è un vero eroe? Tutti l’hanno sentito gridare al rapitore: «Uccidila! Sarà una bambina negra in meno». Lo pensava davvero?

Denny ha rotto con sua moglie, Sheila, e sta con Claudette, infermiera nera. Ecco un dialogo di intimità coniugale nella famiglia dell’eroe: «Almeno prima mi tradivi con puttane bianche» gli dice Sheila. «Quando eravamo sposati lo facevi lo stesso. Tu e i tuoi amici poliziotti vi sbattevate qualsiasi cosa avesse una fica. Ehi, loro lo sanno? Russo e Big Monty sanno che bagni il biscotto nel catrame?» (e qui sembra un romanzo di Tom Wolfe).

E ancora, ecco Malone che parla di politica con uno spacciatore: «C’è una cosa che non capisci. I giovani neri in passato raccoglievano il cotone nelle piantagioni. Ora voi neri siete il cotone. Siete il prodotto grezzo che finisce tra gli ingranaggi della macchina, migliaia di voi ogni giorno». «Il complesso industriale carcerario» aveva risposto il pusher. «In pratica sono io a pagare il tuo stipendio»  (e qui sembra che tutti e due abbiano letto Il capitale nel XXI secolo di Piketty). E la storia si avvita, tutti i migliori sono sommersi dallo sporco, la “settimana bianca” ha le sue leggi e Denny Malone precipiterà nel gorgo.
C’è un bel po’ di cose che non capisco: come fa Winslow a saperla così lunga? Nella sua biografia c’è scritto che ha vissuto un po’ dappertutto, che ha fatto il detective privato, l’organizzatore di tour culturali in Cina, l’istruttore di surf a San Diego. Dice a tutti che ama Puccini, Shakespeare e che ha visto Il Padrino con dei ragazzi di malavita, tutti contenti a vedersi dipinti come principi della città.

Per quanto ha fatto il detective?
«Una ventina d’anni. La mia famiglia – siamo italiani di origine –  aveva delle attività a New York, vicino a Times Square, e io ho cominciato facendo la sorveglianza sui borseggiatori nei cinema. Poi mi sono occupato di frodi, di incendi dolosi, di abusi sessuali sui bambini: – la peggiore esperienza della mia vita. Ho visto tante cose. E per esperienza posso dirle che l’uomo non è buono. La vita ti fa diventare più furbo, non migliore».

Ma chi erano quei ragazzi con cui ha visto Il Padrino?
«Oh, erano i miei amici. A quel tempo abitavamo a New Orleans, mia nonna Evelina gestiva una bisca… Ne aveva di storie! Diceva che il governatore Long, quello che si era messo in società con Lucky Luciano e Frank Costello e aveva riempito la Louisiana di slot machines,  sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti se Roosevelt non l’avesse fatto uccidere. E che Kennedy era stato eletto con i voti di Carlos Marcello. Io ero un ragazzino, ma quando giravo per la Little Palermo di New Orleans tutti mi rispettavano perché ero il nipote di Evelina».

E così ho capito che per scrivere il miglior poliziesco americano bisogna studiare molto, lavorare sodo. Ma anche che aver avuto una nonna biscazziera aiuta molto a capire come va il mondo. 

(16 giugno 2017)

http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2017/06/15/news/don_winslow_la_guerra_e_finita_ha_vinto_la_droga-168150066/


Yeruldelgger

Il romanzo di Ian Manook nel cuore della steppa

di Gabriele Santoro

Patrick Manoukian, classe 1949, è un figlio dell’emigrazione, della diaspora armena in Francia. Cresciuto a Meudon, sobborgo a sudovest di Parigi, in una famiglia operaia è stato uno scrittore prolifico fin dall’adolescenza, ma non aveva pubblicato nulla fino al 2013, quando la casa editrice Albin Michel ha puntato sul noir dall’ambientazione esotica Yeruldelgger (Fazi, 524 pagine, 16.50 euro, traduzione a cura di Maurizio Ferrara). Il primo volume di una trilogia che ha conquistato i lettori francesi: 200mila copie vendute, insignito di tutti i premi letterari dedicati al giallo ed è in corso di pubblicazione in dieci paesi.
Ian Manook, il nome d’arte, dopo una giovinezza da sessantottino, nel 1987 ha creato un’agenzia di pubblicità specializzata nella comunicazione per il turismo, che dirige col figlio Julien, e le Éditions de Tournon, a lungo leader del mercato editoriale francese dell’animazione e del fumetto. Yeruldelgger è strettamente legato al rapporto con la figlia Zoe, che prima ha sfidato l’autore a non lasciare finalmente incompiuto un romanzo, e poi nel 2007 l’ha portato in Mongolia per verificare da vicino il lavoro dell’associazione per l’adozione a distanza che finanziavano.
Con la qualità della propria scrittura Manook ci introduce con grande competenza e passione in un universo che poco conosciamo, la Mongolia sospesa tra le tradizioni ancestrali dei nomadi della steppa selvaggia e la modernità violenta della capitale Ulan Bator. Il libro propone di viaggiare dietro lo schermo della violenza per comprendere le contraddizioni di un paese schiacciato da appetiti neocolonialisti. Yeruldelgger, un commissario di polizia mongolo, è il nostro eroe che dalle prime pagine si trova a indagare sul ritrovamento in una fabbrica alla periferia della città dei cadaveri di tre cinesi.
E a poche ore da Ulan Bator, nel cuore della steppa, è alle prese col mistero dei resti di una bambina seppellita con il suo triciclo. Le inchieste sembrano del tutto disgiunte, ma sarà così? Yeruldelgger dovrà fronteggiare le minacce e gli ostacoli posti da politici e potenti locali, magnati stranieri in cerca di investimenti e divertimenti illeciti, poliziotti corrotti e delinquenti neonazisti.
Manook, che cosa ha rappresentato la diaspora nella sua vita?
«Esiste un dolore grande: non essere in grado o non avere il permesso di ricordare, l’essere schiacciati sulle contingenze attuali. Gli armeni sono sopravvissuti anche alla negazione della parola genocidio, dunque alla censura della memoria. La cultura della diaspora è speciale e ha costruito il mio sguardo composito sul mondo, il modo in cui ho vissuto, pensato e scritto».
Dal Bronx alla Mongolia, passando per la Woodstock mancata, ci disegna la mappa così particolare dei suoi viaggi?
«Avevo vent’anni quando viaggiare significava aprirsi al mondo ed essendo un figlio della diaspora, come tutti gli armeni o le persone costrette a fuggire, ho fatto del mondo la mia casa. A sedici anni sono partito per la prima volta destinazione New York, lavorando in un ristorante. Il viaggio che mi ha cambiato risale a quando ho finito i miei studi nel 1973: 27 mesi dall’Islanda all’Amazzonia. A scuola ero sempre il primo della classe, fiero di essere il proletario istruito. Poi ho capito che là fuori c’era un mondo da scoprire».
Perché del suo personaggio, Yeruldelgger, descrive fisicamente solo le mani?
«L’ho fatto per lasciare al lettore la propria immagine di Yeruldelgger. Mi colpisce la coincidenza delle descrizioni di chi ha letto il libro. Per me lui è l’incarnazione della Mongolia. Vuol dire che sembra un personaggio solido, capace di battersi contro tutti, nel contempo nella sua vastità è molto fragile. Yeruldelgger era nella mia penna da vent’anni. All’epoca era un poliziotto americano di Brooklyn, che si chiamava Donelli, dall’esistenza complessa. L’ho ripreso, calandolo nel contesto generale della Mongolia. Subito ho capito una cosa importantissima: la cultura sciamanica della Mongolia dà alle cose importanti di un giallo, la morte, la fedeltà, la vendetta una nozione diversa del nostro modo di pensare occidentale. Questa differenza garantiva ai miei personaggi una asperità maggiore».
La violenza nella sua fiction letteraria: lei si spinge molto in avanti.
«È un personaggio pienamente inscritto nella modernità. Col suo mestiere si misura con gli aspetti più tribolati e violenti della vita del suo paese, che dopo lo scontro con l’URSS, subisce altre influenze, in particolare cinesi e coreane. Manifesta la volontà di conservare le tradizioni millenarie mongole, legate all’educazione ricevuta in un monastero buddista. In un giallo si deve andare un po’ più lontano dell’ultima linea della violenza, oltrepassarla. Il mio personaggio a volte è troppo violento. Il mondo intorno lo spinge alla violenza alla quale lui non vorrebbe cedere. Nello sviluppo della trilogia, a ottobre uscirà in Francia il terzo volume, evolve con esiti inattesi il suo rapporto con la rabbia vendicativa che gli cresceva dentro a ogni delitto».
L’intrigo poliziesco si rivela anche nella complessità delle questioni geopolitiche, ai rapporti della Mongolia con gli interessi economici ingombranti di Russia e Cina con la scoperta di terre rare, ricche di minerali necessari ad alimentare l’industria tecnologica.
«La Mongolia sembra un paese indistruttibile, eterno, che in realtà potrebbe sparire nei prossimi venti anni, economicamente, politicamente e fisicamente. La Mongolia è come qualcosa che non sarebbe dovuto esistere. Un paese grande due volte e mezzo la Francia con solamente tre milioni di persone, di cui circa il 40% vive in una sola grande città. È una zona sismica terribile. Yeru l’ho scritto come un’incarnazione del suo paese. Spesso abbiamo coscienza dei luoghi come cartoline postali. Quando scrivo il giallo mi piace servirmi della conoscenza approfondita che ho del paese, della quotidianità quanto dei suoi problemi geopolitici. Questo genere letterario, meno soggetto a censure, è un ottimo strumento per occuparsi di sentimenti universali attraversando destini personali».
Qual è il compito della letteratura?
«L’immaginazione è la risorsa migliore del mondo. Serve a varcare le frontiere dell’immaginazione che è un’attivazione della curiosità. Senza di essa non vale la pena vivere. Se vivere è accettare un’idea che gli altri hanno imposto come indiscutibile non vale la pena. La curiosità è il motore di tutto. In quanti vivono senza mai chiedersi l’origine delle parole che pronunciano? Incuriosirsi cambia la vita».
I premi letterari valorizzano un libro?
«Ancora non mi è chiaro. Il riconoscimento ovviamente gratifica, ma non cambiano la vita, soprattutto a 65 anni».

di Gabriele Santoro pubblicato mercoledì, 31 agosto 2016 su Minima & Moralia

http://www.minimaetmoralia.it/wp/yeruldelgger-il-romanzo-di-ian-manook/

Gabriele Santoro
Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.


Pasolini

La macchinazione”: Pasolini e l’ipocrisia all’italiana

È nelle sale il film sulle ultime settimane del grande intellettuale, schiacciato da un mondo fatto di crimine e potere

“La macchinazione”: Pasolini e l’ipocrisia all’italiana

 

«Siamo italiani, siamo tutti figli di Don Abbondio: vigliacchi, anzi peggio, opportunisti». Basta questa frase, pronunciata in una scena centrale del film, per rendersi conto di quanto “La macchinazione” sia attuale. È un ottimo e credibilissimo Massimo Ranieri a prestare volto, corpo e gestualità a Pier Paolo Pasolini, nel secondo lungometraggio del regista napoletano David Grieco, amico e collaboratore per anni del grande artista. Grieco racconta la sua verità su una tragica fine (il 2 novembre del 1975), appoggiando la tesi del complotto malavitoso, di un Pasolini che ha pagato il prezzo più alto, nel tentativo di svelare la ragnatela che sin dagli anni Sessanta aveva cominciato a tessersi tra politica, industria e criminalità: «Pier Paolo è stato ammazzato da quelli che hanno fatto tutto quello che è stato fatto dal ’69 in poi in questo Paese – ha dichiarato il regista – le stragi, gli omicidi politici, le bombe sui treni, la strategia della tensione. L’organizzazione era molto vasta e quindi non parlo materialmente delle stesse persone. Ogni mezzo era lecito affinché il comunismo non prendesse piede in Europa occidentale».

pasolini-death-conspiracy-massimo-ranieri-movieIl testamento artistico di “Petrolio”La pellicola mostra con crudo e semplice realismo gli ultimi tre mesi dello scrittore friulano, disilluso dalla società borghese e consumistica e impaziente di smascherare, attraverso lo studio e le informazioni raccolte da un altro autore (che in realtà non è mai stato identificato) e poi censurate, il mondo sotterraneo e gli intrighi di potere intorno alla crescente industria petrolifera italiana, quella lotta tra Eni e Montedison ancora oggi piena di misteri e dubbi mai risolti. Un Pasolini “stanco di ripetere sempre le stesse cose, di essere ritenuto pazzo”, alla ricerca febbrile della verità e conscio del rischio che stava correndo. Ranieri, circondato da un cast ben affiatato, gesticola, riflette, osserva, si “pasolinizza” in tutto (eccetto forse l’accento napoletano che ogni tanto riaffiora), accennando con delicatezza anche alla dimensione privata dell’artista, quella parte più sensibile e fragile ben visibile nei momenti con la madre e durante gli incontri con il giovane amante Pelosi (che sarà poi incastrato ed erroneamente ritenuto l’unico responsabile della sua morte).

Senza filtri Accompagnato dagli accordi sonori dei Pink Floyd, “La macchinazione” accentua e ricerca un realismo attraverso dissolvenze tra bianco e nero e colore, una rappresentazione vivida della periferia romana e della sua perdizione, e spietate riprese in soggettiva durante l’agguato e il pestaggio a Pasolini: una violenza rude e quasi inconsapevole di un gruppo di borgatari criminali in balìa di un potere assai più grande di loro. “La macchinazione” prima ancora che un film ben fatto (a volte appare però un po’ troppo rudimentale, e si lascia andare a momenti “vuoti” o a poco convincenti flashforward nel futuro tecnologico e omologato della società), è un film che ci spinge a saperne di più, perfettamente calato negli anni Settanta e nelle contraddizioni che stavano emergendo nel nostro Paese, molte delle quali sono ancora terribilmente presenti nel mondo contemporaneo.

 


Le foto della polizia di L.A. commentate da Ellroy

In un libro ora tradotto in italiano, le immagini più truci scattate a Los nel 1953, un anno particolarmente “nero”. Commentate da uno che di fattacci se ne intende

204442009-fe0f6525-8ee2-405d-9c6a-a3303deece48Quante volte James Ellroy sia stato arrestato, prima di diventare il re del noir che conosciamo, non è accertato. L’autore della tetralogia nera su Los Angeles e della trilogia ancor più nera sull’America ha fornito numeri difformi: trenta, cinquanta, settanta. Alla fine, i cronisti sono andati a guardare i registri: 14 arresti ufficiali tra il ‘68 e il ‘74. Furono i suoi anni più debosciati, tra i 15 buttati via così: trangugiava vino Thunderbird, donava sangue a cinque dollari a botta, mangiava carne in scatola rubata al supermercato Mayfair, dormiva per strada in scatole di cartone, dentro le quali si masturbava sfogliando riviste porno sottratte con destrezza, si radeva nelle stazioni, si lavava con le manichette da giardino, forzava appartamenti per odorare biancheria femminile.

Ben dodici di quegli arresti ufficiali sono stati operati da agenti del Lapd, il Los Angeles Police Department. Ma siccome la vita è una giostra, dopo quarant’anni lo scrittore ricco e famoso di oggi ha firmato il volume Un anno al vetriolo. Los Angeles Police Department, 1953 (Contrasto), che raccoglie le foto ufficiali del Dipartimento di polizia in un anno particolarmente cruento, curato insieme a Glynn Martin del Los Angeles Police Museum. Ma come? Ellroy, arrestato dagli sbirri, scrive il libro ufficiale degli sbirri?

Ellroy non è Quentin Tarantino, il regista che, nel novembre del 2015, ha guidato a New York la marcia contro i soprusi della polizia. Nello stesso anno, ma dall’altra parte dell’America, in un coast to coast non solo geografico, Ellroy si intestava invece questo volume che, all’opposto, esalta la polizia di Los Angeles: «Questo è un libro di nostalgia reazionaria» arriva a scrivere.

L’incontro tra Ellroy e il Lapd era nel destino. Un anno al vetriolo non parla dei precedenti di un legame potente. Ma, scavando nella storia, salta fuori da solo. Nel 1958 la madre di Ellroy venne strangolata in circostanze misteriose. L’assassino non sarà rintracciato. Come noto, diventerà questo il cuore dell’ossessione del figlio. L’anno dopo, il piccolo orfano legge per caso «un agghiacciante resoconto» sulla Dalia Nera: una donna, Elisabeth Short, torturata, mutilata, fatta a pezzi. Anche in questo caso il serial killer non verrà beccato. Il giovane James resta folgorato da quella ricostruzione. E da quel momento, sovrapporrà il caso della Dalia Nera a quello della madre (28 anni dopo ci costruirà sopra il suo settimo libro e primo bestseller).

Ebbene, quell’ «agghiacciante resoconto» lo aveva scritto Jack Webb, attore, regista e sceneggiatore, in un libro, The Badge, dedicato proprio al Dipartimento di polizia di Los Angeles. Il legame tra il Dipartimento e quell’autore era tanto forte che il Lapd istituirà un Jack Webb Award in onore del suo cantore.

Passano gli anni. Ellroy, nel frattempo, ha coltivato la sua ossessione. È un lettore compulsivo. «La mia missione era leggere, il mio campo di studi il crimine». A quei tempi si trascinava ubriaco fino alla biblioteca pubblica di Hollywood e rubava volumi di Chandler e Ross Mcdonald alla libreria Pickwick. «Leggevo anche dentro la mia scatola. E leggevo esclusivamente nera».

Ma che tipo di nera? Ben presto i canoni tradizionali dell’hard boiledfiniscono per annoiarlo. Quelli, per intenderci, che hanno come architrave un detective privato, cavaliere senza macchia né paura. Una figura irreale, pensa Ellroy. Lui, che già si immagina scrittore, scalpita per qualcosa di meglio. Sarà anche un bugiardo ma ora ha fame di cose verosimili. Che presto, come un’illuminazione, gli appariranno davanti agli occhi. Ancora una volta con l’uniforme del Lapd.

Certi sbirri fanno anche miracoli, nella città degli angeli. Provate a frequentare all’imbrunire un bar all’aperto, in una traversa dell’Hollywood o del Sunset Boulevard, in un tranquillo fine settimana d’autunno. All’improvviso, alle spalle, sentirete un rombo crescere dalle viscere della città. Los Angeles si sta destando d’improvviso. «Gruppi di vagabondi adolescenti, marchettari, omosessuali disperati, truffatori, marinai, marines, spogliarelliste». Tutti si muovono nello stesso istante, come animati da un meccanismo ad orologeria. Era il 1973 ed «Ellroy il vagabondo», in un fine settimana come quello, stava leggendo su una rivista l’anticipazione di Il campo di cipolle di un certo Joseph Wambaugh. E, miracolo, quel Wambaugh aveva scritto esattamente quel che stava accadendo in quell’istante sotto gli occhi di Ellroy: il rombo, la folla, i movimenti. Cazzo, pensò James, questo tipo sente la città. Ma chi diavolo è?

Joseph Wambaugh, un ex marine, dal 1960 al 1974 era stato sergente operativo presso il Lapd. Nell’agosto del 1965 aveva fronteggiato i sei giorni della rivolta di Watts (34 morti, 1.032 feriti, quasi 4 mila arresti). Ne voglio ancora, si disse Ellroy, dopo aver letto l’anticipazione. Così si fionda all’abituale libreria, tira fuori la camicia dai pantaloni e nasconde una copia del volume. Poi corre a sdraiarsi dentro la sua scatola di cartone. È già arrivato a pagina 80, quando un manganello fa toc toc. Sono gli agenti Dukeshearer e McCabe, divisione Wilshire, manco a dirlo del Lapd. «Mi trattano con l’espansiva cortesia che i poliziotti riservano ai casi patetici» ricorda. Poi lo portano alla stazione. Durante le formalità di rito, il libro scompare. Un poliziotto l’ha rubato.

Da quel momento Ellroy si procurerà Il campo di cipolle altre tre volte:altrettante verrà fermato dagli agenti del Dipartimento, portato in cella e, alla fine, sempre derubato della copia. E sempre dai poliziotti del Lapd.Ma intanto Wambaugh gli ha cambiato la vita. Ne divorerà i libri ( I nuovi centurioni, Il cavaliere azzurro, I ragazzi del coro) e lo amerà come il nuovo Dashiell Hammett.

Lo sbirro-scrittore gli insegnerà che «il salario del peccato è la morte» e che anche «chi vince non prende nulla». E questa, dopo aver paragonato Wambaugh a Camus, diventa anche la sua filosofia. Così butta le metanfetamine nel cesso e si mette a scrivere per imitarlo. Tanti anni dopo, mentre sfoglierà le foto del Dipartimento, per preparare questo libro fotografico, lo colpirà l’analogia tra i fatti del 1953 e i casi reali di cui parecchi anni dopo si occupò Wambaugh da poliziotto: una coppia che litiga per la custodia del figlio, entrambe lo afferrano e tirano in direzioni opposte, fin quasi a smembrarlo; il ragazzo con il pene tranciato; il barbone senza gambe che si lamenta perché il suo batacchio tocca terra; il trans che massacra di graffi e pizzichi le cosce dei poliziotti e loro a litigare: ammazziamolo, no non ammazziamolo. Elabora una teoria sull’eternità del crimine. Il giro di giostra lo chiama. Altro che detective privati da romanzo giallo: nella giostra, a ballare con il male, ci sono solo sbirri, peccatori come noi, inviati al posto nostro nella giungla.

Le foto che Ellroy si avvia a commentare sono gli emblemi della giostra.Catturano un istante ma non hanno tempo. Quando, come documenta una delle immagini, nel fatidico anno 1953 trovano un impiccato vestito da donna, scopriranno che il suicida ha architettato, nel salone di casa, un complicatissimo sistema di carrucole, contrappesi e catene per strangolarsi. E per farsi vedere. Lo scrittore, nel commentare la scena, viviseziona la realtà senza empatia: «L’uomo sapeva che sarebbe stato studiato, analizzato, fotografato. Il suo intento era fare una dichiarazione che poteva essere: sono una donna nel corpo di un uomo. Alla fine ne è venuto fuori solo un “Guardami”».

A guardarlo, ci dice Ellroy, qualcuno effettivamente c’è: Donald Grant, 45 anni, «l’aria intelligente e cattiva, manda fortissime vibrazioni da film poliziesco. Potrebbe essere il poliziotto psicopatico con il tubo di gomma e una vendetta personale da compiere». E in effetti: nel ‘48 lo sbirro Grant si era occupato del caso del cosiddetto Bandito della luce rossa e quest’ultimo davvero lo aveva accusato di un brutale pestaggio dentro la stazione di polizia di Hollywood.

La scena del crimine ha una sua propria eternità. Guardate Miss Costumedabagno, all’anagrafe Raymond Gross. La morte lo ha fulminato (e la foto lo ritrae) riverso sul tavolino di casa, in accappatoio, con la cornetta del telefono ancora attaccata all’orecchio. Dietro c’è una storia.

In passato Gross era stato quasi ammazzato da un «bel marinaio» che si era portato a letto. Alla fine, però, Gross era sopravvissuto e così il «bel marinaio», dopo essere stato arrestato, era stato liberato. E invece il buon Raymond? Poco tempo dopo l’episodio, si era ingollato una dose da cavallo di Fenobarbital. Non l’aveva retta. Morale della favola? Il suo quasi killer l’aveva scampata e non era stato fritto sulla sedia elettrica. Invece lui, la vittima, era crepato. Ellroy se la ride del paradosso: «Ray Gross, R.I.P. Con chi parlavi al telefono?».

Più avanti, nella postfazione, Ellroy spiegherà, a proposito della preparazione del volume: «Un demoniaco senso dell’umorismo ha pervaso le nostre sessioni di lavoro. Ma perché moderare i termini, o moderarsi e basta?». Chi è buono diventa come un pezzo di formaggio, dirà Ellroy, destinato a essere mangiato.

Di questa nuova, particolare «catena alimentare» l’America si rese conto negli stessi anni in cui i fotografi del Dipartimento di L.A. immortalarono queste scene del crimine. Il Paese era appena uscito dalla guerra, e già nel decennio dal ‘46 al ‘55 il cinema noir viveva i suoi anni d’oro. Nel 1950 si era insediata la prima Commissione, presieduta dal senatore democratico Estes Kefauver, chiamata ad analizzare la diffusione del crimine organizzato. Le udienze, trasmesse in tv, con la loro sfilata di truci testimoni e luride storie, sembravano film come Il mistero del falco o Una pallottola per Roy. Ogni americano scoprì con sgomento che il crimine era dietro la porta di casa.

Solo la Guerra Fredda, il maccartismo, il Comitato sulle attività antiamericane faranno passare in secondo piano la paranoia per il crimine. Nessuno ne fu immune. Neppure Hollywood e i suoi divi. O almeno, il lato più oscuro di quel mondo. Chi non conosce John Holmes? La figura del più famoso attore porno del pianeta, diventato leggenda per via delle sue misure, serve a Ellroy per gettare un ponte tra il 1953 e la «contemporaneità»: Holmes sarà arrestato nell’81 dopo il ritrovamento di quattro corpi straziati sulle colline di Hollywood, per una storia di mafia e cocaina. È sempre, dice Ellroy, la stessa giostra che non cambia.

E oggi? Il Dipartimento conta 12 mila agenti, tremila dipendenti e vigila su quattro milioni di persone. Oltre alla rivolta di Watts del ‘65, la sua immagine venne sfregiata dal Natale di sangue del 1951, quando per il pestaggio di sette persone vennero incriminati otto agenti, 58 trasferiti e altri 39 sospesi (Ellroy ne ha scritto in L.A. Confidential).

A fare pulizia fu William H. Parker, leggendario capo del Dipartimento dal 1950 al 1966. Ellroy lo definisce un Gattopardo: come il principone del romanzo siciliano mal digeriva i tempi nuovi. Chissà come si sarebbe comportato nel ‘92: 54 morti e 2 mila feriti per l’uccisione da parte della

polizia del tassista nero Rodney King. Dopo, negli shop turistici di L.A., era in vendita una targa di dubbia provenienza, a imitazione di quelle del Lapd. La targa diceva: «Vi tratteremo come Re». Re, in inglese, si scrive King. Come Rodney.

(2 settembre 2016)

Articolo pubblicato originariamente u Il Venerdì di Repubblica che ringraziamo

fonte: http://www.repubblica.it/venerdi/articoli/2016/09/07/news/los_angeles_giungla_di_sangue-147358788/


PASOLINI, CERCANDO LA VERITÀ NASCOSTA

di Adriano Ercolani pubblicato giovedì, 8 settembre 2016 su Minima&MOralia che ringraziamo

A quarant’anni dalla sua morte, Pier Paolo Pasolini fa ancora paura. Ci sono però alcune figure che, con coraggio e tenacia, in diversi ambiti, stanno lottando per far riemergere le verità nascoste sulla sua morte.

Uno degli ultimi a cimentarsi con la questione è stato il resgista David Grieco, amico e collaboratore del grande intellettuale, vicino a lui anche negli ultimi giorni, con il suo film La Macchinazione.

Il film di Grieco, non impeccabile dal punto di vista estetico, è importante come testimonianza coraggiosa e controcorrente rispetto ad uno dei misteri, paradossalmente, più discussi e occultati della Prima Repubblica.

Sarebbe superficiale muovere critiche alla sceneggiatura o alla regia del film: lo scopo e la rilevanza dell’opera risiedono altrove, ovvero nella volontà di imporre all’attenzione pubblica le clamorose, sconcertanti contraddizioni e omissioni che hanno sancito le indagini sul caso Pasolini negli ultimi decenni.

Il film ha, infatti, rappresentato l’occasione per riaprire una Commissione d’inchiesta (voluta anni fa, invano, da Enrico Berlinguer) volta ad esplorare le zone d’ombra della ricostruzione ufficiale dell’omicidio, così da capovolgere i luoghi comuni infamanti e riabilitare completamente la figura del poeta.

Ecco la nostra conversazione con David Grieco.

Come è nata l’urgenza di realizzare La Macchinazione?

Devo dire grazie ad Abel Ferrara. Dovevo scrivere la sceneggiatura del suo Pasolini ma sono scappato a gambe levate perché a lui interessava soltanto la vita sessuale di Pasolini.

Io stavo per fare un altro film, a Praga, ma l’idea che Ferrara avrebbe fatto un film che temevo ignobile, e che questo film sarebbe stato il testamento cinematografico di Pier Paolo Pasolini, non mi faceva dormire. E così, ho finito per rinunciare a quel film a Praga per mettermi a scrivere con Guido Bulla “La Macchinazione”.

Il film che ha fatto Abel Ferrara non l’ho ancora visto per, diciamo così, onestà intellettuale. Lo vedrò quando sarò sereno e pronto a vederlo fino in fondo senza incazzarmi, senza indignarmi dopo cinque minuti. Prima o poi succederà.

Qual è stata la reazione di critica e pubblico?

Cominciamo col dire che la critica non esiste più. Negli Anni Settanta io ero uno dei critici cinematografici italiani che contavano di più perché scrivevo sul giornale della sinistra, l’Unita’, che era secondo per tiratura soltanto al Corriere della Sera. Noi critici avevamo il potere di mandare o non mandare il pubblico a vedere un film e stavamo attenti a non scrivere troppe cazzate perché eravamo consapevoli di questa responsabilità. Eravamo doverosamente anche tutti, chi più chi meno, degli storici del cinema.

Oggi ci sono migliaia di sfaccendati che scrivono recensioni sul web. Scrivono per farsi leggere dai genitori o dagli amici più stretti. Ma questi conoscono solo il cinema degli ultimi dieci o vent’anni. Del resto, non influenzano nessuno. Si limitano ad accodarsi a una moda del momento o a un successo già costruito in partenza.

Questo genere di recensioni sono state buone e cattive in egual misura. Elogi a volte imbarazzanti, attacchi a volte volgari e spesso personali.

Questo mi aspettavo e questo desideravo. Non ho voluto realizzare un film “figo”. Volevo fare un film che scatenasse una discussione, come succedeva negli Anni Cinquanta, Sessanta e Settanta.

Chi mi ha veramente commosso è stato Gian Luigi Rondi, che fu politicamente il “mio nemico” negli Anni Settanta. Rondi ha scritto una recensione estremamente positiva sul Tempo ed è voluto andare anche in TV, sulla sedia a rotelle, a perorare la causa del film. Rondi ha raccontato, in una trasmissione di grande ascolto, che Pasolini gli telefonò una settimana prima di morire per chiedergli un consiglio. Pier Paolo gli rivelò che il negativo di “Salo’ o le 120 giornate di Sodoma” ce l’avevano quelli della Magliana e intendevano restituirglielo gratis. Gian Luigi Rondi lo sconsigliò. Gli disse di stare attento, di non andare ad incontrarli. Dopo queste affermazioni, che hanno lasciato a bocca aperta anche il conduttore (Tiberio Timperi), ho chiamato Gian Luigi per ringraziarlo e gli ho chiesto come mai non avesse mai parlato di questa telefonata. “Ho avuto paura”, mi ha risposto.

Il pubblico, invece, l’ho sentito sempre dalla mia parte, senza eccezioni. Ho incontrato in giro per l’Italia circa 10.000 spettatori. Devo fare una distinzione, però. I miei coetanei o quelli più vecchi di me spesso mi ringraziano, mi abbracciano o vogliono stringermi la mano. Poi li vedo andare via a capo chino e ho la sensazione che rientreranno a casa per prendersi un bel sonnifero, dormirci sopra e dimenticare tutto. I giovani invece mi hanno impressionato. Parlo di ventenni, che sanno informarsi meglio dei trentenni e dei quarantenni che sono stati sottoposti a lavaggio del cervello dalla televisione fin da quando erano in fasce. I ventenni invece stanno su Internet e rifiutano la televisione. Questi ragazzi, quando non scappano all’estero, sono l’unica, forse l’ultima speranza del nostro paese.

Su che fonti ti sei basato per la ricostruzione della vicenda?

Di esempi come l’improvviso ricordo di Gian Luigi Rondi potrei citarne tanti. C’è parecchia gente, direi forse centinaia di persone, che conosce dettagli e passaggi di quella che io ho definito una macchinazione. A cominciare dalle 36 persone che vivevano nelle baracche sul luogo del delitto. Molti di loro hanno parlato: con me, con Sergio Citti, con Furio Colombo che si recò lì il 2 novembre per scrivere un articolo per La Stampa. Ci dissero che l’avevano massacrato in tanti ma non vollero mai andare a deporre perché erano stati intimiditi in mille modi, anche con la minaccia di demolire le loro casupole abusive.

La verità è che chi voleva indagare non ha voluto indagare. Non serviva che un testimone andasse spontaneamente a deporre. La magistratura procede sempre d’ufficio se qualcuno, intervistato da un giornalista, racconta come sono andate veramente le cose. Questa è la prova evidente che si è trattato di un Delitto di Stato.

Senza contare un testimone oculare russo, che si chiama Bessendorf, vive a New York e quella notte vide tutto. Nessun magistrato si è mai preso la briga di andarlo a trovare, o di mettere in moto l’Interpol, per chiedergli conferma delle sue affermazioni riportate da Paolo Brogi sul Corriere della Sera.

Quali difficoltà hai incontrato nella realizzazione del film?

Per realizzare il film è stato usato denaro privato e non finirò mai di ringraziare Marina Marzotto che ha avuto il coraggio di produrlo. A parte questo, nessun altro ostacolo. Ho avuto poco tempo per girarlo ma lo sapevo, e tutti i miei collaboratori hanno dato l’anima per questo film. I problemi sono venuti dopo. Quando lo ha visto la RAI, che ci ha espressamente chiesto di vederlo, sono cominciati i guai veri. Ci hanno fatto il vuoto intorno ed è stata veramente dura. Il Ministero dei Beni Culturali è arrivato persino a rifilarci un divieto ai minori di 14 anni alla vigilia dell’uscita del film per impedirci di portare il film nelle scuole. La motivazione del divieto è stata direi esemplare: si vieta questo film ai minori di 14 anni perché un ragazzo di età inferiore ai 14 anni non può capire la complessità storica e politica di questo film.

Una motivazione scopertamente politica, veramente fascista, a dir poco ingenua, che avrebbe fatto incazzare non poco uno come Andreotti. Ci siamo incazzati anche noi e gliela abbiamo fatta rimangiare. “La Macchinazione” nei prossimi mesi verrà proiettato nelle scuole e questo è un aspetto della faccenda che per me è molto importante.

Qual è il ricordo che hai di Pasolini che ritieni più significativo?

Di ricordi ne ho veramente tanti, persino troppi dopo tre anni di sforzi per ricordare tutto di quando ero bambino, adolescente, giovane giornalista. Il libro che si intitola  La Macchinazione è pieno di ricordi, ma potrei facilmente riempirne un altro. Ho tanti ricordi anche buffi, divertenti. Ma qui vorrei ricordare qualcosa che apparteneva alla banalità quotidiana di Pier Paolo Pasolini.

Con Paolo si andava spesso in giro la sera e si finiva sempre a mangiare una pizza in qualche ristorante popolare tipo “Al Biondo Tevere”, quello dove lui ha portato a cena Pelosi quella notte. Spesso, prima di entrare, capitava di notare un capannello di ragazzi che si facevano i conti in tasca per capire se avrebbero potuto permettersi una pizza e una birra. In quei casi, Paolo andava dritto dall’oste e gli diceva: “Ci sono una dozzina di ragazzi, qui fuori, che vorrebbero entrare a mangiare una pizza ma temo che non abbiano i soldi. Li inviti lei, per cortesia. Il conto poi passo a pagarlo io”.

Gliel’ho visto fare diverse volte. E ricordo anche questi gruppi di ragazzi, quando uscivamo, che parlavano tra loro chiedendosi chi diamine avesse offerto loro quella pizza.

A che punto sono le indagini della commissione sulla riapertura del Caso Pasolini?

Come si dice in gergo, la Commissione Pasolini (mono camerale, cioè soltanto alla Camera dei Deputati) è stata “incardinata” ormai da tre mesi ed è stata nominata relatrice Celeste Costantino di Sinistra Italiana. È una donna giovane, molto agguerrita, si è già occupata di Mafia, ha ricevuto minacce, non vuole la scorta. Mi ha fatto una gran bella impressione. Mi ricorda una Tina Anselmi (che fu a capo della Commissione per indagare sulla P2) giovane e meridionale. Ha esordito con queste parole: “Che il Delitto Pasolini sia stato un delitto politico credo non esistano ormai più dubbi”.

Ora, alla ripresa dei lavori della Camera dei Deputati, la Commissione Pasolini dovrà ricevere l’OK della Prima Commissione della Camera, poi dovranno essere scelti i componenti e i consulenti.

È evidente che oggi in Italia di questioni urgenti da risolvere ne abbiamo fin troppe. Ma il Caso Pasolini è molto importante perché il vero tema di cui stiamo parlando è il rapporto con la nostra Storia e la nostra Memoria che sono state sempre mistificate, depistate, occultate, ignorate. Quale futuro possiamo avere se non ci decidiamo mai ad aprire gli armadi e a fare pulizia pulizia innanzitutto dentro di noi?

La trattativa Stato-Mafia c’è stata, lo sappiamo tutti. Uomini dei servizi segreti si trovavano in via Fani durante il sequestro Moro e a Capaci quando è stato ammazzato Falcone, sappiamo anche questo. Se non hanno fermato i brigatisti e i mafiosi, questi signori erano evidentemente lì per proteggerli.

Per la strage di Brescia è stato condannato all’ergastolo un agente dei servizi segreti e il giudice ha scritto nella sentenza che gli uomini dei servizi, i terroristi neofascisti e non meglio specificati militari americani si riunivano periodicamente per organizzare attentati in Italia.

Eppure, si continua a cercare di ignorare, insabbiare, occultare.

Perché? Forse i nostri governanti sono ancora complici degli assassini di un tempo?

Pur essendo considerato un “complottista”, io credo di no. Credo piuttosto che noi italiani siamo “vigliacchi, opportunisti, tutti figli di Don Abbondio”, come dice il personaggio interpretato da Roberto Citran a Ranieri/Pasolini ne La Macchinazione. Purtroppo, siamo noi italiani che dobbiamo cambiare. Ma se ancora il coraggio “non ce lo possiamo dare”, come Don Abbondio, siamo veramente nei guai.

* * *

Se La Macchinazione ricostruisce gli ultimi giorni di Pasolini, e getta luce sui possibili mandanti degli omicidio, utilizzando un registro romanzesco, il libro Frocio e Basta (Edizioni Effigie) di Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti è una lunga, puntuale, spietata accusa alla classe politica e  intellettuale italiana, rigorosa nei riferimenti filologici quanto appassionata nelle argomentazioni rivendicate.

Gli interrogativi posti sono inquietanti: perché stato fatto sparire l’appunto Lampi sull’Eni daPetrolio? Perché si è atteso 17 anni prima di pubblicare un libro, da Pasolini stesso definito (in una lettera a Moravia) “una summa di tutte le mie esperienze, tutte le mie memorie”? Perché nelle edizioni non vengono mai inseriti i discorsi di Eugenio Cefis nei punti in cui esplicitamente Pasolini lo indicava?

Ne abbiamo parlato con gli autori Benedetti e Giovannetti.

Quali sono le principali novità e integrazioni di questa nuova edizione?

Anzitutto la pubblicazione commentata dei tre discorsi di Eugenio Cefis che Pasolini intendeva pubblicare integralmente in Petrolio, al centro del romanzo, così da dividerlo in due parti «in modo perfettamente simmetrico e esplicito», come ha scritto. Di fatto, questi discorsi sono un capitolo mancante del romanzo, inspiegabilmente ignorati dai curatori delle varie edizioni di “Petrolio”, dal 1992 a oggi. Se avessero rispettato la volontà dell’autore non sarebbe stata sostenibile la lettura a sfondo sessuale che si dette al momento dell’uscita del libro e che ancora oggi resiste. Nulla di più falso:Petrolio scava nella mutazione del potere, è un testo profondamente politico, da affiancare ai coeviScritti corsari.

Quale percorso di ricostruzione documentale avete intrapreso per realizzare la vostra indagine?

Ad eccezione di alcuni riscontri orali, le nostre fonti sono pubbliche: atti giudiziari e relazioni di commissioni parlamentari su servizi segreti, stragismo e malaffare… Se si vuole che una verità non emerga occorre parcellizzarla, noi invece abbiamo messo tutto in relazione, accostando i vari tasselli: se ne ricava la storia “altra” di un Paese, l’Italia, pervasivamente a democrazia limitata. Un doveroso riconoscimento spetta all’inchiesta di Vincenzo Calia sull’assassinio di Enrico Mattei. Indagando sulle trame petrolifere legate all’assassinio del presidente dell’Eni, il magistrato segnalò alcune fonti diPetrolio, in particolare Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente, uno strano libro su Eugenio Cefis, il presunto capo occulto della P2, uscito nel 1972 e subito fatto sparire. Da questo libro Pasolini copia interi passi, facendone la parafrasi in “Petrolio”.

Qual è secondo voi la principale verità negata sul caso Pasolini?

Che Pasolini negli ultimi tempi aveva preso di mira Cefis, tanto da farne un personaggio-chiave diPetrolio, accusandolo dell’omicidio di Mattei e di altri reati legati sia al suo ambiguo passato partigiano sia all’immenso impero privato, accumulato con capitale pubblico mentre era presidente dell’ Eni e poi di Montedison. Se avessero ucciso un magistrato o un giornalista che stava conducendo un’inchiesta sarebbe venuto a chiunque lo scrupolo di controllare se in ciò che stava preparando, e che gli è stato impedito di finire  e di divulgare, non ci fosse qualcosa che desse fastidio a qualcuno di molto potente. Invece nel caso di Pasolini questo nesso è stato addirittura occultato. Petrolio è stato pubblicato ben 17 anni dopo l’omicidio, quando ormai i processi si erano conclusi, e per di più mutilo dei discorsi di Cefis  e del capitolo “Lampi sull’Eni”.

Qual è stata per voi la principale responsabilità degli intellettuali italiani nel “gestire” l’eredità di Pasolini?

Molti degli intellettuali amici di Pasolini sapevano che stava indagando e scrivendo su Cefis, ma tacquero. Sapevano che Pelosi e Pasolini si frequentavano da tempo ma tacquero. Sapevano che Pasolini aveva subito un furto delle pellicole di Salò ma tacquero. Eppure avevano voci autorevoli che sarebbero state ascoltate se avessero fatto una dichiarazione pubblica, mentre tutti, giornali e tv, raccontavano la storiella dell’omosessuale ucciso in una rissa da un diciassettenne rimorchiato quella notte stessa. Poi c’è la responsabilità degli eredi e dei filologi che hanno acconsentito a pubblicarePetrolio senza i discorsi di Cefis, che pure erano tra le carte di Pasolini. Così, quando Petrolio uscì, molti poterono sostenere, e qualcuno ancora oggi lo fa,  che parlava della sessualità masochista del suo autore. C’è stato quindi anche un depistaggio filologico, oltre a quello sulle indagini. Ma la responsabilità più grande, che coinvolge tanti  intellettuali italiani, è di aver creduto, senza nessuno scrupolo, alla storiella dell’omicidio per sesso, e di averla anzi accreditata con tutti quei discorsi sulla “morte sacrificale” del poeta, sulla sua “bella morte omosessuale”. Questa estetizzazione dell’omicidio è stata come una pietra messa sopra alla verità.

Vi pongo la domanda in maniera diretta: Chi ha ucciso Pasolini? Per voi Cefis è tra i possibili mandanti?

Come per l’uccisione di Aldo Moro, la datata verità giudiziaria sul massacro di Pasolini appare sempre più lontana da quella storica. Oggi sappiamo che non fu Pelosi, pur presente, a ucciderlo, ma un branco di almeno sette persone composto da fascisti e criminali; conosciamo anche i nomi di alcuni di loro. Nulla però si sa dei mandanti, della sovrastante scala di comando che ordinò l’agguato. Pasolini, come Mino Pecorelli (altro giornalista assassinato), era ormai a conoscenza di verità scottanti su stragismo di Stato, su massoneria deviata (all’imberbe Pelosi la P2 fece promesse e mise gratuitamente a disposizione l’avvocato Rocco Mangia), su burattini fascisti, manovali della malavita, burattinai atlantici e filo-atlantici, e cioè sulla caratura criminale del potere, un “patto” già riscontrabile in alcune oscure pagine della lotta di liberazione, in Val d’Ossola così come in Friuli (il fascismo dell’antifascismo, direbbe Pasolini). Lo stesso mondo, le stesse persone che sempre più lo scrittore corsaro incalzava nei suoi sin troppo espliciti articoli sul Corriere della Sera nonché nell’affondo che si accingeva a pubblicare inPetrolio; e così l’hanno fermato.

Fonte: http://www.minimaetmoralia.it/wp/pasolini-cercando-la-verita-nascosta/