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La condivisione diPhilippe Denis

Traduzioni a cura di Jean-Charles Vegliante.

Da Quaderno d’ombre, Mercure de France, 1974.

La condivisione

Per questa conca di memoria,
io vengo,
spunto sotto la mia morte…

Sull’orlo dei sangui
filtrati da tutti gli spaesamenti,
la mia parola
sostiene nell’orrore
questa mancanza di segno.

E per sempre,
figlio, sono
orfano di questa memoria.

*

Così vicino, adesso,
nell’oblio,
a rovescio dell’età…

Dove il dolore,
solo, mi crea –
incedo…
annoto grida,

mi separo
da ciò che mi separa,

– adeguato al mio spavento
vengo dal fondo del mio respiro.

*

Cerchio,
cencio di questa lampada a mezzanotte,
il lucignolo del cuore abbassato.

(il piatto
è un buco sul tavolo

Nel vento,
fuori –
il rovo si dilata

(pietra da taglio del respiro

*

Vivo senza oggetto –

sul mio sangue
il guscio
d’un sogno coniuga lo spazio…

Tarda immagine
di una coppia –
incarno il dolore
di non esser mai nato.

*

All’andatura di un fuoco
siamo venuti,
– il sangue tesseva le vene allora,
il dolore
imbastiva –

a rovescio dell’uomo
l’infanzia
tornava viva
nella sua carne –

(ampio cencio
d’un’abbagliante miseria

*

Ciò che il sangue ostruisce:
la memoria dell’immagine, o al di là
della lingua:
questo lavoro.

Fedele
all’incrocio delle strade
– l’infanzia
viene interrogata,

una coppia
breve
mette in pericolo
il desiderio che essa sposa.

Immagine: Opera di Leon Polk Smith.

13/08/2017
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L’«intimismo» e la lezione di Machado

  1. 27 [CXXIII]

Una noche de verano
—estaba abierto el balcón
y la puerta de mi casa—
la muerte en mi casa entró.
Se fue acercando a su lecho
—ni siquiera me miró—,
con unos dedos muy finos,
algo muy tenue rompió.
Silenciosa y sin mirarme,
la muerte otra vez pasó
delante de mí. ¿Qué has hecho?
La muerte no respondió.
Mi niña quedó tranquila,
dolido mi corazón,
¡Ay, lo que la muerte ha roto
era un hilo entre los dos!

 

Era una notte d’estate.
Il balcone era aperto;
anche la porta di casa;
in casa la morte entrò.
Al suo letto s’avvicina;
passando non mi guardò;
poi con dita delicate
qualcosa di tenue ruppe.
Taciturna, senza sguardo,
la morte passò di nuovo
davanti a me. Che hai fatto?
La morte non mi rispose.
La mia bambina tranquilla,
restò dolente il mio cuore.
Ahi, quel che ha rotto la morte
era un filo tra noi due!

 

Quello che sappiamo di António Machado (1875-1939), in Italia, è molto meno di quanto meriterebbe, e, se non è facile ancora oggi trovare edizioni economiche delle Soledades (1907) e dei Campos de Castilla (1917), le più famose raccolte di poesia, ancor meno è facile trovare l’edizione delle Poesías completas, per cui però possiamo usufruire dell’ottimo Meridiano curato da Giovanni Caravaggi (Mondadori, Milano 2010), con le storiche traduzioni di Oreste Macrì, che raccoglie, insieme al corpus poetico sopra menzionato (comprese le Poesías Sueltas), anche una scelta di prose critiche che illustrano il percorso poetico di Machado, e si prestano come un importante momento di riflessione per chiunque voglia scoprire o riscoprire il grande poeta spagnolo. È proprio in quest’ottica che desidero proporre la lettura di Una noche de verano (nella versione di Macrì, il quale riesce, con impareggiabile finezza, a mantenere l’assonanza ossitona in ó che marca il pedale timbrico della romance), scritta da Machado all’indomani della scomparsa della giovane moglie, Leonor, e inclusa nella seconda edizione di Campos de Castilla.

Diversamente dalla tensione paesistica che caratterizza la raccolta (si pensi A un olmo seco, che chiudeva la prima edizione), e si può dire di tutto il primo Machado, Noche de verano sembra sondare una nuova possibilità di «desoggetivazione» del lutto che angoscia il poeta, al fine di eliminare ogni rischio narcisistico di un dolore egocentrico, trasformando l’“evento” della morte in un “incontro” con la Morte. Come un fantasma che attraversa, «silenciosa», lo spazio privato degli affetti familiari, la morte prova la nostra marginalità («Se fue acercando a su lecho / – ni siquiera me miró – […] Silenciosa y sin mirarme… […] ¿Qué has hecho? / La muerte no respondió…») nel mondo, la nostra presenza accidentale: se è vero che il centro dell’universo non risiede nell’uomo, neanche la poesia, che avverte il rischio di decrittare i complicati geroglifici della coscienza in termini simbolici e astratti, eludendo l’indagine intimistica con un solipsismo illusorio votato all’incomunicabilità, può pretendere di mettere il “cuore” del poeta al centro del discorso, ove non rinunciasse a parlarne. Il passo leggero della morte, i suoi gesti semplici e delicati («con unos dedos muy finos, / algo muy tenue rompió»), sembrano non lasciare tracce di dolore, se non nel cuore del poeta, mentre lasciano affatto «tránquila», nel suo letto, la donna che ha lasciato questa vita. Come la Parca dell’antichità, la morte ha reciso solo un «hilo»: quello che legava un essere umano alla vita, e quindi una donna a un uomo.

È qui il senso intimo della vita, la «linfa cordiale» della parola, quell’«intimismo» che fa luce – parole di Machado – sulla «calda zona della nostra psiche che costituisce la nostra intimità, l’umido angolino dei nostri sogni umani, troppo umani, in cui ogni uomo pensa di trovare se stesso al margine della vita cosmica e universale». In che modo poteva essere sciolto il mistero di un dolore così profondo come la morte, se non con un movimento sobrio e leggero d’immagini che toccano gli «universali del sentimento»? Scrive ancora Machado: «Il mio sentimento non è, insomma, esclusivamente mio, ma piuttosto nostro. Senza dover uscire da me stesso, mi accorgo che nel mio sentire vibrano altri sentire, e che il mio cuore canta sempre in coro, anche se per me la sua voce è quella più intonata. Che lo sia anche per gli altri, questo è il problema dell’espressione lirica». Ed è qui che comincia la poesia.

di  –22 agosto 2017

Articolo originariamente pubblicata dalla testata on-line alleo.it

http://www.alleo.it/2017/08/22/lintimismo-e-la-lezione-di-machado/


Guido Ceronetti? Un tranello letterario. Leggete veri eccentrici come Dario ed Emilio Villa

Libri raccomandati e sconsigliati. Ceronetti è autore di romanzi scomparsi e poesie illeggibili. Dario ed Emilio Villa sono due irregolari autentici, in poesia e oltre la poesia

di Davide Brullo
1 Settembre 2017

Articolo originariamente pubblica da LinkiestaRaccomandato da

Il bastone. Secondo me Guido Ceronetti, 90 anni di lodi a lui, è il più spassoso tranello della letteratura italiana contemporanea. Riverito come un santone – gli ha pure telefonato il Presidente della Repubblica cantandogli, con i gendarmi in coro angelico, ‘tanti auguri a te…’ – omaggiato pressoché ogni anno dalla stampa patria, Ceronetti, conscio del fatto che il numero sovrabbondante di auguri è inversamente proporzionale alla genialità della sua opera (se tutti ti citano, sei finito, sei pop tanto quanto Fedez, Belen o la Coca), è il putto divino dei giornalisti ‘da terza pagina’. Costoro, poveretti, passano l’anno recensendo indigeste puttanate: una volta l’anno, almeno, parlano di Ceronetti, santificando la propria ignoranza in merito ai fatti letterari. Già, perché, al sugo degli auguri, avercene di Ceronetti, è un tipo simpatico e dionisiaco, un grano di pepe nella zuccheriera degli intellettuali italiani, solo che l’opera di Ceronetti, semplicemente, non c’è. E di un ‘paroliere’ disastrosamente poligrafo come è lui, conta l’opera, mica la vita. Beh, l’opera, ripeto, non c’è. La narrativa – ma avete mai letto Aquilegia D. D. Deliri Disarmati? Giusto, meglio leggere altro – fa acqua da tutte le parti, è la copia carbone di autori minori letti in una bottega d’Albione, trecento anni fa, Ceronetti pare il segretario allucinato di Thomas De Quincey, l’asinello di Villon, lo stalliere della principessa Sissi. La poesia, poi, è illeggibile, ha il livore di chi sa di non essere poeta ma pensa di essere un dio. Un paio di esempi? Eccoli. “Un cane umanamente cinocefalo/ Nel punto più sensibile ai suoni/ Della casa che vigila viva/ Dormiva”. Alla faccia. Quasi quasi reintegro J-Ax nel canone, dopo Mario Luzi e Milo De Angelis. L’incipit de L’appartamento, “Vite in letargo, dei vivi apparenti/ Strano e indesiderabile portento,/ Riempiono i sonni”, ha il merito di tramutare ogni strofa di Franco Battiato – un altro che ha il dono di voltare la banalità in somma sapienza per le masse – in un ‘classico’ da antologia, tra l’altro meno indigesto di Leopardi, si può cantare sotto la doccia. Certo, la quintessenza artistica di Ceronetti sta nel pensiero ondivago e corrosivo, da trapezista dei paradossi, dicono gli espertoni. Davvero? Il pessimismo icastico di facciata (“Quel che non bisogna assolutamente che i figli sappiano, è che li si è fatti nascere”), l’ovvietà in forma di icona (“Un vecchio che non prega è un puro e semplice rottame muto”), l’aforisma scemo (“Libera nos a Malo. Sarà il Tempo?”), non lasciano tracce nelle ossa dopo la lettura. Ceronetti non ha i fendenti di Emil Cioran, non è disperato come Albert Caraco, non possiede il ghigno di Witold Gombrowicz né la misura alchemica di Borges. Resta un minore tra i minori, più fortunato di tutti, per altro. L’unica cosa da salvare nel falò esegetico sono le traduzioni bibliche, di Giobbe e di Isaia, su tutti, depurate, però, dai commenti logorroici e solipsistici (tipo: “Soave acroamatismo di una Sapienza ipostatizzata!”) scritti, forse, per la comunità di ubriachi talmudisti che abita il cuore di Ceronetti. Pare che per i suoi primi 90 anni, Ceronetti voglia deliziarci di un ultimo, ennesimo libro. Ne faremo a meno. Ceronetti, passaporto da anticonformista per ogni stagione, per i giornalisti stagionati nel perbenismo, ha pubblicato con Einaudi, Rizzoli, Adelphi. Mica male per uno che fa l’eccentrico: macché, Guido Ceronetti è uno come tutti. Più vecchio di altri, semplicemente.

Guido Ceronetti, opera omnia (in attesa dell’ultimo libro)

La carota. Se volete un vero autore eccentrico, marginale, ignorato, bistrattato, geniale… ve ne impiatto due al prezzo di uno. Fate in fretta a ricordarli perché hanno lo stesso cognome, anche se non c’è un grammo di parentela che li leghi. Il primo è Dario Villa. Dario Villa è nato a Milano nel 1953, aveva i capelli lunghi, il viso intagliato nella cera e dei lungimiranti papillon. Morì troppo giovane, nel 1996, dando vita a placche dai titoli naif (L’ala dell’imbecillitàLa bambola gonfiabile e altre signorePeriplo delle perplessità), autore, dopo un esordio precoce – nel 1980, sull’almanacco Poesia Uno di Guanda – e un libro che fece scoccare applausi – Lapsus in fabula, nel 1984, per la Società di Poesia – di un volume di drastica bellezza, a un passo dalla fine, nel 1995, per Marsilio, Abiti insolubili. Adorato dal più influente poeta degli ultimi quarant’anni, Giovanni Raboni (credo che pochissimi poeti italiani, negli ultimi decenni del secolo appena trascorso, siano stato così costantemente, oserei dire così insistentemente frequentati dalla grazia”, scrisse di lui), Villa è l’incrocio tra un poeta surrealista e un presocratico, una strana congiura tra René Char ed Eraclito, dotato di verso apodittici (“siamo un’ombra del caso/ procediamo da cause sconosciute/ precipitiamo come nebulose/ in un fuoco di rose”) e apocalittici (“bestie stratificate urgono sotto,/ divorate da inutili secondi,/ braccate dalla coda, il muso muto/ e chiuso, somigliante ad altro, all’ombra/ di una parvenza, a un morso,/ a un lupo, al vuoto”), spesso indimenticabili. Ovviamente, dal momento che Dario Villa è un poeta vero, perciò ostile ai facili sofismi giornalistici, di lui, oggi, in libreria, c’è nulla: l’ultimo libro, quello che raduna Tutte le poesie, stampato quasi clandestinamente per Seniorservice Books, risale al 2002, un era bibliografica fa. Non troppo diverso il caso del longevo Emilio Villa (1914-2003), il quale, va detto, ben prima di Ceronetti – e con impeto ancor più incendiario, da creatore di linguaggi, di lignaggi grammaticali più che da filologo – s’è messo a tradurre la Bibbia (le versioni di Giobbe e del Cantico dei Cantici sono edite nel 1947, tutto il resto, cioè quasi tutto il testo sacro, è nell’oblio dell’Archivio Villa presso la Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia; in una delle sue mille vite, Villa è stato “consulente storico alla realizzazione del film La Bibbia, iniziato da John Huston nel 1964”). Villa ha fondato riviste (Habitat, in Brasile, ad esempio), scritto testi teorici necessari alla nascita della neoavanguardia e a dare impulso nuovo ad artisti come Alberto Burri, Claudio Parmiggiani, Mimmo Paladino (leggetevi il miracoloso Attributi dell’arte odierna) e dissipato il talento poetico – inteso come vendemmia della lingua, come eccidio della ‘comunicazione’ in favore del fervore glossolalico – in decine di plaquette per editori d’arte semisconosciuti. Di Emilio Villa, artista totale, che pagò tutto e non aveva paura di fare la fame, resta la traduzione dell’Odissea per Feltrinelli, L’opera poetica radunata da L’Orma nel 2014, un catalogo, ricchissimo, Emilio Villa poeta e scrittore, edito da Mazzotta nel 2008. Come sovrana leccornia per bibliomani, De Piante Editore sta pubblicando, in edizione di pregio, disegnata da Alessandro Busci, La danza dei cadaveri La fiera dei venduti, un inedito del 1978 commentato da Aldo Tagliaferri. Trattasi di “furibonda invettiva villiana” contro il sistema dell’‘intelligenza’ italidiota, contro “il regno delle mosche” dei “pisciatori di volumi, pisciavolumoni, raccoglitori d’archivi, cacatori di antologie posizionali posizionistiche edonistiche parastatalizzate paralitiche paraculari paraoculari”. Una boccata di rabbia buona. Altro che Ceronetti, il cerottino sull’ulcera dell’editoria italica.

Emilio Villa, La danza dei cadaveri La fiera dei venduti, Edizioni De Piante, pp.22, in 300 copie numerate più 20 con sovracoperta originale realizzata dall’artista, euro 30,00 (www.depianteditore.it)


a Andrea Zanzotto

Pollicino quater

Lasciamo alle parole dell’autore, estrapolate da una recente intervista, il compito di presentare la preziosa cartella d’artista: «Ho avuto la fortuna di tenere un ciclo di conferenze negli Stati Uniti, soggiornandovi per un mese e mezzo. Visitando New York, mi sono imbattuto nel grattacielo che sorge al posto delle Torri Gemelle che non mi ha affatto impressionato, a differenza delle due fontane che sorgono al posto delle Twin Towers. Ai loro bordi sono riportati i nomi delle oltre tremila vittime di quel fatidico 11 settembre. Ebbene, scorrendoli mi sono imbattuto in quello di Stephen Pollicino. Sono rimasto di sasso. Quelle lettere mi hanno aperto una serie di inaspettate prospettive: il cortocircuito tra mondo fiabesco e realtà atroce. Avendo già scritto tre testi su questo eroe favoloso (sulla scia del famoso sonetto di Zanzotto), insieme al pittore genovese Massimo Dagnino si è pensato di lavorare a un progetto editoriale che possa raccoglierli tutti». A quei testi si è aggiunta la prosa che conclude questo libro insolitamente XL (31x42cm). Tutti i testi sono immersi graficamente nei disegni rigorosamente a matita di Massimo Dagnino che, anche come poeta, risponde con segno partecipato (Edizioni EDB, 2017).

a Andrea Zanzotto

I.

Queste note nei giorni
sono briciole
per ritrovare il sentiero
lungo il bosco degli anni.
Ma verranno i fringuelli
a cancellare le tracce,
a beccare molliche,
a seguire la pista,
a mangiare la strada,
a divorarti.

*

Appendice

Una prosa

Epopea dei palloni perduti. Sono le briciole di Pollicino che dovrei ritrovare, per risalire il sentiero di casa. Quanti palloni! E ovunque. Nei fiumi, innanzitutto, che appena toccata l’acqua, scappano via veloci. Nei laghi, più pacifici, ma non meno insidiosi. Qualcuno al mare, molti sopra gli alberi, incastrati sui rami più alti a formare un groviglio inestricabile, una specie di simbolo araldico. E quanti finiti bucati! Quelli di plastica leggera, che volavano via alla prima brezza (“a vento”, si diceva, guardando le inverosimili parabole tracciate quando li si colpiva con violenza), ma anche gli altri, via via divorati dai cespugli, dai vetri, dalle spine. In definitiva, non c’è pallone che non si sia perso o forato. E forse tutto questo vorrà dire qualcosa.

31/07/2017
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Presagi d’Istria

Pasquale Di Palmo
La voce del poeta: Mauro Sambi
La lezione dei maestri, «uno stupefatto senso del passato», la prossimità con le persone amate, la contiguità con la natura, con Pola, sua città natale. E con le sue radici Sambi medita un confronto e regala a Succedeoggi la sua prima poesia in dialetto

La poesia di Mauro Sambi, nato a Pola ma residente a Padova («A lungo, forse troppo a lungo sono / stato chiuso in una lingua tra due / mondi»), si caratterizza per una dizione elegante e raffinata e per il recupero di forme chiuse come quelle del sonetto o della sestina. Sambi, figura schiva e appartata, ha pubblicato le raccolte L’alloro di Pound (2010) e Diario d’inverno (2015). Nell’anno corrente è uscita la rilevante plaquette Una scoperta del pensiero e altre fedeltà (26 pagine, 6 euro), secondo titolo di una nuova collana poetica diretta da Matteo Vercesi per Ronzani Editore, «Qui e altrove», che ha la caratteristica di proporre un manifesto numerato contenente un testo estratto dalla stessa plaquette. Osserva Bruno Nacci nella sua accurata introduzione: «Poesia raffinata, colta, che si depone sulla pagina come il prodotto di una decantazione, frutto di una segreta alchimia, eppure capace di abbandonarsi al piacere di un cromatismo impressionista grazie all’uso, parco, della metafora, con accensioni generose, con nostalgie e uno stupefatto senso del passato».

Può parlarci della sua ultima plaquette, Una scoperta del pensiero e altre fedeltà?
La plaquette porta il titolo dell’unica lirica non scritta da me che contiene una mia traduzione di uno dei testi postumi di Wallace Stevens (A discovery of thought): per mettermi in secondo piano, per essere coerente nei fatti con una delle piccole dichiarazioni di poetica che aprono la raccoltina (La lezione dei maestri / studiarla a fondo, non temere quel di meno / di finta libertà), infine perché, come sempre nello Stevens maturo e maggiore, un linguaggio fatto di parole piane, ma sintatticamente molto elaborato, è messo al servizio di un movimento quasi astratto, per immagini e colori, dal buio alla luce, dall’inverno alla primavera, da tutto ciò che si oppone alla poesia, dalla disperazione alla speranza, dal ripiegamento alla posizione verticale, dal peso alla leggerezza, e in questo modo sembra condensare e concentrare i diversi temi toccati negli altri testi. Pensiero poetante, disperata speranza e verità, declinata innanzitutto come fedeltà nel tempo, innanzitutto alle persone amate (sette dei dieci testi sono dedicati ai miei interlocutori di una vita), sono, insieme, strumenti e temi di queste come delle mie precedenti cose.

Lei è docente di Chimica a Padova. Come riesce a conciliare tale attività con la scrittura poetica?
Ci riesco molto male, in particolare negli ultimi anni. La ricerca scientifica tende di per sé a essere un’attività totalizzante. Se a questo si aggiungono l’insegnamento, gli impegni istituzionali via via crescenti che la carriera comporta e soprattutto la rapida deriva aziendalista della neo-università plasmata dalla cosiddetta legge Gelmini, in vigore da qualche anno, il tempo – ma soprattutto le occasioni, le energie mentali – da dedicare alla scrittura si riducono drasticamente.

Qual è la situazione della poesia in Istria?
Premetto che non conosco lo stato della poesia istriana e fiumana in lingua croata (e slovena limitatamente all’Istria nordoccidentale). La poesia in lingua italiana ha delle peculiarità molto definite che derivano dal fatto di nascere in un ambiente sociale, linguistico e culturale da lungo tempo non più italiano. Accanto ai nomi dei grandi dialettali in lingua istroromanza (ieri Ligio Zanini, oggi Loredana Bogliun), gli esiti più convincenti tra i nati dopo l’esodo dei giuliano-dalmati sono quelli di Ugo Vesselizza (Pola), Vlada Acquavita (Buie), Alessandro Salvi (Rovigno), Laura Marchig (Fiume). Per qualche tempo, finché il lavoro me lo ha consentito, ho curato una rubrica su queste Voci Oltrenordest per il sito Cartesensibili di Fernanda Ferraresso. Il lettore interessato ad approfondire trova ora i miei contributi archiviati qui: https://analfabetiere.wordpress.com/tag/voci-oltrenordest/

Quali sono gli autori che hanno contribuito alla sua formazione?
Direi quelli che torno a leggere e rileggere con maggiore insistenza e regolarità. Per limitarmi ai poeti del Novecento Saba, Marin, Montale, Bertolucci, Sereni, Fortini, Zanzotto, Ripellino, Giudici, Raboni e, tra gli stranieri, Rilke, Stevens, Eliot, Walcott e, soprattutto, Auden. Una scoperta per me sorprendentemente recente ma imprescindibile è stato Virgilio Giotti. Tra i viventi cito solo un nome di un mio più o meno coetaneo: Pierluigi Cappello.

Nella sua ultima plaquette sono molto presenti gli elementi naturali.
Non solo in questa, ma forse ancor più nei libri precedenti. Sono nato a Pola, letteralmente in riva al mare: solo una breve striscia di pineta divide la casa della mia infanzia e adolescenza dagli scogli che inquadrano un orizzonte aperto, celeste e marino. Questa contiguità con la natura è una delle cose che mi mancano più acutamente nella mia ormai trentennale trasferta nella cosiddetta “area metropolitana” veneta. Ma c’è un aspetto che travalica la nostalgia del migrante. Per noi italiani “rimasti” o nati in Istria dopo il secondo conflitto mondiale, per decenni “tollerati” purché stessimo rigorosamente entro il perimetro che ci era stato assegnato (e che comprendeva anche il ruolo, tanto scomodo quanto mistificatorio, di discendenti ed eredi degli oppressori di ieri) il rapporto col paesaggio ha sempre avuto un’intensità e una forza che deriva in misura essenziale dal suo essere un contrappeso al grigiore plumbeo e asfissiante dell’ideologia e della politica. Così scrivevo tempo fa a proposito di Laura Marchig: «In Istria e nel Quarnero si possono ancora relativizzare i morsi della cronaca, delle ideologie, dei nazionalismi, della Storia e delle storie semplicemente uscendo di casa e allargando lo sguardo, cercando come lenimento l’illustre mariniano “non tempo del mare”, grossomodo lo stesso non tempo negli stessi luoghi su cui si aprivano i sensi degli avi, che vivevano in un paesaggio umano radicalmente diverso da quello attuale. Nella Natura più che nella società è possibile riannodare i fili, rintracciare i segni di una labile ma persistente continuità, relativizzare gli assoluti mortiferi della retorica politica, trovare la propria plausibilità e “giustificazione”. Con consapevolezza e con il giusto disincanto». Si pensi anche a Ligio Zanini, al suo cantun de paradéisu, al suo angolo di paradiso, la costa tra Pola e Rovigno vista e vissuta dalla sua barca di pescatore dopo il trauma del campo di concentramento di Goli Otok.

Cosa sta preparando attualmente?
Aspetto di portare a termine, a fine settembre, un compito istituzionale in ambito professionale che mi ha impegnato molto negli ultimi quattro anni e ha fatto di me – e non sempre, e molto poco – un “compositore estivo”. Vorrei poi iniziare a lavorare in modo più diretto di quanto non abbia fatto finora sulle mie radici istriane (qualche presagio affiora già nella plaquette Ronzani), un progetto tanto ambizioso quanto vago. Vedremo.

Può commentare la poesia inedita presentata?
Si tratta delle prime e per ora uniche parole che sono riuscito a rivolgere a mio padre a un anno dalla sua prematura scomparsa. Non sono riuscito a farlo altrimenti che usando il nostro dialetto istroveneto, nella variante polese, che abbiamo sempre usato in famiglia. È la mia lingua materna, la lingua in cui ancora mi capita di pensare e di sognare. È la prima poesia in dialetto che oso rendere pubblica. Ne conservo pochissime altre. Ne seguiranno? Per ora non so dirlo.

***

Setembre

A sta luce ormai fiapa de setembre

che stonda ogni canton co la sua polvere

de oro vecio, vecia siora che ancora

se indovina de mula esser sta bela,

 

mi no podarò mai volerghe mal

per gaverte portà a morir con sè

ne l’inverno, nele sue prime piove,

nei primi fredi, nel scuro che cressi;

 

perchè la me disi che tuto quanto

sto mio bazilar per niente xe niente

co la me porta un poco via de qua

 

dove che ti ti son xa, ’ndo’ che semo

come che jèrimo una volta, insieme

per sempre ti e mama e Bruno e mi.

Settembre A questa luce ormai fioca di settembre / che stonda ogni angolo con la sua polvere / d’oro vecchio, vecchia signora che ancora / s’indovina da ragazza essere stata bella, // io non potrò mai voler male / per averti portato a morire con sé / nell’inverno, nelle sue prime piogge, / nei primi freddi, nel buio che cresce; // perché mi dice che tutto questo / mio affannarmi per niente è niente / quando mi porta un poco via da qua // dove tu sei già, dove siamo / come eravamo una volta, insieme / per sempre tu e mamma e Bruno ed io.
Mauro Sambi

http://www.succedeoggi.it/2017/08/presagi-distria/