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Se Darwin diventa un bersaglio

Potrebbe essere semplicemente un meccanismo con cui il nostro cervello affronta le complessità del reale. Un metodo di categorizzazione, non diverso da quello che usano api e formiche per classificare fiori e nemici, e che semplifica la vita a tutti. L’utilizzo di un personaggio per indicare qualcosa di più complesso e articolato, lontano nel tempo e frutto di tanti sforzi individuali. Jordan per il basket, per esempio, o Chuck Berry per il rock ‘n’ roll. Beethoven o Mozart per la musica classica e Verdi per la lirica. O Garcia Marques per la letteratura sudamericana. Metonimie sopportabili, anzi, utili. Con buona pace di Larry Bird, Beatles, Bach o Borges.

Per le scienze della vita però il distacco tra primi e secondi è ancora più netto: l’idea fondante della biologia è Darwin. È sua la teoria dell’evoluzione, l’idea della selezione naturale e di quella sessuale, e parecchi altri suggerimenti ancora oggi utili. Per questo sembra quasi naturale riferirsi all’intero edificio come alla “teoria darwiniana dell’evoluzione”, una specie di automatico embodiment che tutti bene o male accettano. Ma qualsiasi semplificazione della realtà non può che avere delle conseguenze, negative o positive.

Darwin, infatti, nei dibattiti attorno all’evoluzione – che spesso diventano vere e proprie lotte – è usato come arma. Arma propria nelle mani di evoluzionisti o comunicatori preparati, per attirare lettori nel raccontare la storia della teoria. Arma impropria quando brandita da oppositori della scienza e giornalisti affezionati al titolo strillato, che utilizzano invece Darwin come bersaglio ideologico, quello che in inglese chiameremmo straw-man (uomo di paglia). E basta così arrivare a dire “Darwin aveva torto” per far crollare tutta la teoria evoluzionistica.

Curioso, sento dire con frustrazione dai biologi, come questo non accada per l’altra figura simbolica della scienza, cioè Albert Einstein. Gli errori di Einstein sono ben noti, se di errori si può parlare. Come i suoi forti dubbi sull’”azione a distanza”, o l’aggiunta della costante cosmologica. Nessuno però si sogna di affermare che “Einstein ha torto” in maniera così decisa e violenta come avviene con Darwin.

Un problema di comunicazione
Biologi e filosofi evoluzionisti sanno benissimo che parlare di teoria darwiniana o addirittura di darwinismo è un eccesso di semplificazione; anche se nei discorsi di tutti i giorni e nei loro articoli l’espressione è usata. La scienza del cambiamento delle forme di vita è infatti un edificio complesso, costruito su fondamenta solidissime ma non limitato a queste. Che, se vogliamo, non risalgono neppure a Darwin ma alle primissime osservazioni naturalistiche dei greci (per esempio Anassimandro ed Empedocle), per tornare in superficie nel Sette-Ottocento e trovare una compiuta descrizione con Darwin. Nel 1859 il naturalista inglese non spiegò l’evoluzione (il cambiamento in sé e per sé era accettato, anche se un po’ obtorto collo) ma il meccanismo principe che la guida: la selezione naturale. A cui aggiunse qualche anno dopo un altro tassello, quella della selezione sessuale (contrastato e contestato e secondo alcuni ancora poco compreso).

Ascrivere a Darwin l’intera responsabilità della complessa teoria dell’evoluzione è un messaggio incompleto e fuorviante che può poi trasformarsi in qualcosa di più pericoloso.

Dopo un periodo di eclisse all’inizio del Ventesimo secolo, dovuto anche alla (ri)scoperta delle leggi di Mendel, negli anni Trenta-Quaranta del secolo scorso una serie di studiosi poco noti al pubblico ma molto conosciuti dai biologi aggiunse al quadro darwiniano particolari fondamentali, come la deriva genetica, la genetica di popolazione, molta matematica, il punto di vista della paleontologia e dell’embriologia, i meccanismi di nascita delle specie. A questi più tardi si aggiunsero anche gli studi degli etologi e (in parte) degli ecologi. Altri punti, come il dibattito egoismo/altruismo, e quindi il concetto dei “geni egoisti”, la teoria neutrale dell’evoluzione, l’integrazione natura/cultura e l’ipotesi degli equilibri punteggiati, si aggiunsero man mano. L’edificio dell’evoluzione divenne ancora più complesso verso la fine del secolo con la costruzione di dependances interessanti, come la costruzione di nicchia, l’epigenetica, l’evolvabilitye la selezione multilivello. Come si vede da questo brevissimo riassunto, l’intera teoria è sfaccettata e multiforme, forse ancora da completare, ma ciononostante abbastanza potente da poter spiegare molti dei fenomeni del mondo vivente. È altrettanto chiaro che il contributo di Darwin è stato essenziale ma non unico, e che solo studiando bene l’intero percorso della teoria se ne può parlare con cognizione di causa.

Eppure (per tornare al nostro tema), sono rare le occasioni in cui – dentro e fuori dal mondo scientifico – non si usi l’espressione “evoluzione darwiniana”, oppure “teoria di Darwin”. Come ogni scorciatoia terminologica, anche questa ha i suoi aspetti utili e altri dannosi. Va usata dove e quando serve. Giornalisti e insegnanti, per esempio, hanno spesso bisogno di colpire l’attenzione del lettore o del ragazzo nel giro di pochissimo tempo. E parlare di una persona, di un personaggio anzi, invece che di una teoria, può essere il metodo migliore per fermare i pensieri dei lettori o dei ragazzi. Scrivere di Darwin può introdurre al clima culturale dell’epoca, alla rivoluzione scientifica che ha scatenato; fornire in breve un punto fermo attorno al quale costruire altre lezioni. Usarlo, insomma, senza dimenticarlo ma senza fermarsi al suo tempo e alle sue idee. Anche iniziare un articolo scientifico con un ricordo di quanto disse Darwin sull’argomento potrebbe essere un corretto metodo comunicativo. In un caso e nell’altro, Darwin viene usato come blocco di partenza da cui avviare la propria personale corsa. È per questa ragione che molti evoluzionisti cercano, anche quando litigano furiosamente com’è accaduto per esempio tra Gould e Dawkin, di appropriarsi dell’”eredità di Darwin”, non dell’evoluzione. Anche qui, molto è comunicazione, poco è scienza.

L’uso strumentale del personaggio Darwin per introdurre l’intero mondo dell’evoluzione è, da certi punti di vista, sopportabile. Ma anche il migliore degli strumenti può essere usato male. Fermarsi a citare Darwin, infatti, e ascrivere al naturalista inglese l’intera responsabilità della complessa teoria, è un messaggio incompleto e fuorviante che può poi trasformarsi in qualcosa di ben più pericoloso.

Contro Darwin
Il trucco di attirare il lettore col nome di Darwin per molti giornalisti si ferma lì, rimane un giochino superficiale. Sarebbe estremamente complicato, al di là delle mie possibilità e della lunghezza sopportabile per un articolo, condurre fino in fondo un’analisi che abbia un qualche valore del perché l’evoluzione (e spesso tutta la scienza) siano trattate in modo così trasandato sui mezzi di comunicazione.

Il problema principale, però, è che questo utilizzo approssimativo è diventato un’arma nella mani di coloro considerano l’evoluzione come un edificio sul punto di crollare, a cui serve solo qualche colpetto per trasformarsi in polvere. Le ragioni per cui vogliono far scomparire uno dei più importanti “mezzi di conoscenza” della realtà sono tante e complesse, e non sempre hanno a che fare con la religione.

L’intera teoria è sfaccettata e multiforme, forse ancora da completare, ma ciononostante abbastanza potente da spiegare molti dei fenomeni del mondo vivente.

Gli antidarwinisti e/o antievoluzionisti (la loro tassonomia è lunga e complessa e si trasforma nel tempo) usano le citazioni di Darwin come figura cardine della complessa spiegazione del processo evolutivo, dimenticando (volutamente ?) tutto ciò che è venuto dopo. In parte, ovviamente, per attirare l’attenzione della stampa, in parte perché Darwin è, psicologicamente, un facile bersaglio su cui costruire la critica alla teoria. Un esempio tipico del doppio binario tra l’approccio scientifico e quello comunicativo all’evoluzione, e dell’utilizzo del nome di Darwin, è l’ultima “teoria” che lo smentisce, opera di un giovane fisico, Achille Damasco.

L’articolo originale è stato pubblicato su una rivista di fisica, Physica A, con un Impact Factor piuttosto basso. In maniera piuttosto confusa, a detta di alcuni evoluzionisti, dovrebbe costruire un modello di evoluzione che spiega l’origine delle specie come risultato dell’interazione tra oscillazioni delle condizioni ambientali e genoma medio di una specie, o di una popolazione. L’analisi del paper è complessa non perché la matematica e il modello su cui si basa siano articolati e profondi, ma perché la conoscenza della biologia e della storia della teoria da parte degli autori è piuttosto carente e l’elaborazione difficile da districare. Ancora una volta, non è questo che conta, ma la differenza di trattamento e la diversità nella comunicazione. Nel paper originale il nome Darwin non compare mai, e si parla casomai di evoluzione. Nei rilanci su decine di siti web e quotidiani la teoria è definita non-darwiniana (perché “non si fonda su cambiamenti dei caratteri filtrati dalla selezione naturale”). E nelle interviste e presentazioni su molti organi di stampa il giovane fisico è sempre presentato come colui che “supera il darwinismo”. Nell’ambito scientifico Darwin non appare, nella comunicazione invece “Darwin ha sbagliato tutto”. Lo stesso approccio si ritrova praticamente in tutti libri/articoli/interviste/interventi in cui il malcapitato oppositore della teoria evolutiva è presentato come “il genio che supera/smentisce/sbugiarda Darwin”.

Questo è solo uno degli ultimi esempi. Si va dalle alte gerarchie ecclesiastiche come il cardinale Schönborn, sostenitore del progetto intelligente, a studiosi di vaglia, come Piattelli Palmarini e Fodor (il loro libro si intitola Gli errori di Darwin), passando per il campione mediatico degli antievoluzionisti italiani, Antonino Zichichi, che dice di voler leggere l’“equazione dell’evoluzione” prima di poter credere a Darwin, fino a personaggi più divertenti, come Tom Wolfe (famosissimo scrittore di romanzi, autore di un volume in cui Darwin e Chomsky sono attaccati per il loro contributo alla teoria del linguaggio). Un ultimo esempio, che servirà a chiarire un altro punto, è un libro appena uscito, di A.N. Wilson. Il titolo è Charles Darwin: Victorian Mythmaker, ed è una lunga tirata contro Darwin come persona e scienziato. In brevissimo, prendo a prestito il sommario di un tabloid inglese, The London Evening Standard: “Two of his theories about evolution are wrong — and one resulting ‘science’ inspired the Nazis” (Due delle sue teorie dell’evoluzione sono sbagliate, e una “scienza” che ne nacque ispirò i nazisti”).

Cambiare narrazione
Usare Darwin come persona è utile agli antievoluzionisti anche e soprattutto per accuse “di rimbalzo”. Sul mite scienziato si sono costruite le peggiori ipotesi calunniose. Che fosse un ateo convinto ma che si fosse convertito sul letto di morte, che suo cugino ‒ e di conseguenza lui ‒ fosse un razzista, che proponesse di sterilizzare i poveri. Scoprire gli errori sociali e scientifici in un gentiluomo dell’Ottocento è un giochino molto facile. Anche se per Darwin significa inventarsi la maggior parte delle affermazioni o trovare frasi fuori dal contesto che ne evidenziano la natura razzista, aristocratica, gelida e sdegnosa verso i poveri, le “razze” umane inferiori e le persone poco intelligenti. Il libro Darwin’s Sacred Cause: Race, Slavery and the Quest for Human Origins, di Desmond e James Moore ha smontato molte di queste accuse, ma anche fossero vere ciò non significherebbe che la teoria stessa è sbagliata.

Il passaggio da “Darwin è un pessimo soggetto” a “la sua teoria è falsa”, è brevissimo. Si evita in questo modo di entrare nelle pieghe della teoria dell’evoluzione.

Si arriva persino alla reductio ad Hitlerum, per cui la teoria dell’evoluzione avrebbe ispirato i nazisti (“come Gesù ispirò l’Inquisizione e le stragi in Sud America”, risposi d’impulso a un professore di filosofia che accusava Darwin di ogni nefandezza). Il passaggio da “Darwin è un pessimo soggetto” a “La sua teoria è falsa”, è brevissimo. Si evita in questo modo di entrare nelle pieghe della teoria dell’evoluzione, che peraltro pochi degli oppositori conoscono con sufficiente profondità.

Si può ovviare alla situazione, e usare lo strumento Darwin come personaggio senza scadere nel pedissequo? O addirittura parlare di evoluzione senza usare il nume tutelare nelle prime righe? O ancora, difendere l’intera struttura della teoria evolutiva senza accennare al naturalista inglese del tutto? Per gli appassionati e i comunicatori che ritengono la scienza una cosa seria potrebbe essere il metodo migliore. Alcuni consigliano invece di continuare a comunicare come se niente fosse, e ignorare totalmente le distorsioni degli antievoluzionisti. In fondo una figura retorica non ha mai fatto male a nessuno, e chi capisce ciò di cui si parla non si fa sviare. E poi, come mi dice un vecchio collega a proposito degli impostori (come Wilson e altri): “Essere citato aumenta la sua fama”.

Forse nel giro di qualche anno l’intera comunicazione dell’evoluzione riuscirà a liberarsi di questi equivoci, i termini usati saranno appropriati al contesto e al tono e Darwin non sarà più la fonte di tutti i mali del mondo: rimarrà un nume tutelare, un iniziatore, un genio scientifico e se ne potrà parlare come e quando si vuole.

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Cannabis, una panoramica sulla pianta della discordia

Cannabis, una panoramica sulla pianta della discordia


DI DAVIDE LAZZINI| DueRighe.com

Che cos’è la cannabis? Quali sono gli effetti sull’organismo? Qual è l’atteggiamento – a livello globale, poi nazionale – assunto dai governi nei confronti del simpatico arbusto?

Cos’è la cannabis

La prima questione da affrontare – probabilmente anche la meno avvincente – riguarda la classificazione scientifica della cannabis, una pianta che si adatta facilmente a diverse tipologie di clima e terreno e si divide in 3 varietà principali; Cannabis sativa, indica e ruderalis. La canapa è una pianta erbacea a ciclo annuale la cui altezza varia tra il mezzo metro (ruderalis) fino a oltre i 2 metri. Ha una radice a fittone mentre le foglie, a margine seghettato, sono picciolate e provviste di stipole. Eccetto alcuni casi di ermafroditismo, le piante di canapa sono dioiche e si possono perciò trovare sia individui maschi che femmine. I fiori maschili (staminiferi) sono riuniti in pannocchie e ognuno presenta 5 tepali fusi alla base e 5 stami. I fiori femminili (pistilliferi) sono invece riuniti in gruppi di 2-6 alle ascelle di brattee formano corte spighe. La pianta germina in primavera e fiorisce in estate inoltrata. L’impollinazione avviene tramite trasporto da parte del vento. In autunno compaiono i frutti.

Cannabis, gli effetti sull’organismo

La principale sostanza chimica psicoattiva presente nella marijuana (cioè nel fiore femminile essiccato e – in misura minore – sulle foglie, nel fusto e negli individui maschili), è il delta-9-tetraidro-cannabinolo (THC). La sostanza in questione si presenta sotto forma di resina e ricopre le cosiddette pannocchie. Oltre al THC, la cannabis contiene più di 500 sostanze chimiche, delle quali circa un centinaio rientrano nell’insieme dei ‘cannabinoidi’, chimicamente correlati al THC. Attraverso l’esperienza empirica degli antichi e grazie a più accurati e recenti studi scientifici, è stato possibile studiare e catalogare gli effetti indotti dall’assunzione di THC, effetti che – è bene precisare – variano da soggetto a soggetto (corporatura, peso, età, sesso) e risentono dell’influenza del set (situazione emotiva e personale) e del setting (caratteristiche dell’ambiente in cui si trova chi ha assunto THC).

Tra i principali effetti (alcuni in contrasto tra di loro, a riprova di quanto appena detto) troviamo la diminuzione della pressione oculare (effetto occhi arrossati), temporaneo abbassamento o innalzamento della pressione sanguigna, amplificazione della percezione sensoriale, nausea, aumento dell’appetito (la cosiddetta ‘fame chimica’), sonnolenza, euforia, analgesia (effetto anestetizzante), ansia e tachicardia. L’individuazione di alcuni effetti/proprietà derivanti dalla cannabis, ha spinto gli scienziati a compiere studi approfonditi in merito all’uso terapeutico della marijuana, arrivando a risultati soddisfacenti per quanto riguarda alcune patologie (malattie neurodegenerative, disturbi psichici, epilessia, ansia, nausea e dolori cronici, inappetenza dovuta a cicli chemioterapici, cachessia o anoressia). Ulteriori studi stanno prendendo in esame la possibilità di adoperare la cannabis in veste di agente antitumorale ma al momento non è ancora possibile confermare o smentire con assoluta certezza la sua effettiva valenza in questo ambito.

Per quanto riguarda l’assunzione prolungata di cannabis, i diversi studi condotti finora hanno generato risultati contrastanti; se alcuni arrivano alla conclusione che un uso continuativo possa in qualche modo correlarsi all’insorgere di patologie come la schizofrenia, altri smentiscono in toto questa correlazione, lasciando – anche in questo caso – il dibattito aperto. Tuttavia, uno studio della durata di 35 anni pubblicato nel 2012 dalla National Academy of Sciences, ha fornito prove di danni irreversibili sull’apprendimento nei consumatori cronici adolescenti. La ricerca ha inoltre evidenziato danni persistenti all’intelligenza, alla capacità cognitiva e di memoria in soggetti minori di 18 anni, danni invece non riscontrati in soggetti che hanno cominciato a fumare marijuana in età adulta. Anche in questo caso, comunque, non mancano pareri di segno opposto; l’oncologo ed ex ministro della Salute Umberto Veronesi, infatti, ha dichiarato nel 2014 che i danni dovuti al consumo di marijuana sono trascurabili e pertanto è “infondata anche la credenza che la marijuana dia dipendenza e apra la strada all’uso delle droghe pesanti, come cocaina e morfina. Liberalizzare lo spinello non è malinteso permissivismo, ma una posizione realistica che punta alla riduzione del danno. Risulta che metà dei nostri giovani e molti adulti fanno uso di marijuana. Ha senso criminalizzarli?”.

L’atteggiamento dei governi nei confronti della cannabis

In questi ultimi anni si nota a livello globale una lenta apertura per quanto riguarda l’uso della cannabis, sia a scopo terapeutico che ricreativo. Se in alcuni Stati permane la completa illegalità, in altri si è innescato un meccanismo volto a rendere legale il possesso, la coltivazione e l’uso di marijuana. L’esempio più nitido di questo processo è rappresentato dal caso americano, in cui è stato sia possibile assistere al totale fallimento del proibizionismo (negli anni ’20 del secolo scorso e durante la presidenza Nixon) sia all’avvio dell’iter di legalizzazione, che consente – oggi – in alcuni Stati, di acquistare e/o coltivare marijuana senza pericoli di essere perseguiti dalla legge. Negli USA si è passati dalla demonizzazione – con conseguente ingresso della malavita organizzata nel mercato – a politiche più permissive, che portano numerosi vantaggi sia allo Stato (che toglie ossigeno alla criminalità e si garantisce un maggior gettito da poter reinvestire in servizi per la collettività) che ai cittadini stessi, liberi di acquistare legalmente un prodotto controllato e senza rischio alcuno di avere guai con la giustizia.

In Europa è l’Olanda il Paese più all’avanguardia per quanto riguarda la legalizzazione ma altri Stati, come la Spagna, il Portogallo e il Belgio hanno avviato processi di depenalizzazione e regolamentazione del possesso e coltivazione della cannabis. Per quanto riguarda l’Italia, sorprenderà forse sapere che fino al cosiddetto ‘boom economico’ la coltivazione di canapa era talmente diffusa da rendere il nostro Paese il secondo maggior produttore mondiale, dietro soltanto all’Unione Sovietica. Beninteso, non si coltivava cannabis esclusivamente per assumere THC ma soprattutto per ricavare materiali come fibre tessili, cordame, carta, olio combustibile (dai semi) e prodotti farmaceutici. Con l’avvento dei prodotti sintetici d’importazione e la firma di alcuni trattati sulle sostanze stupefacenti, la coltivazione di canapa diminuì drasticamente, sino a ridursi alla sola sperimentazione – sotto lo stretto controllo delle forze dell’ordine – presso l’ENEA (Ente per le Nuove tecnologie, l’Energia e l’Ambiente).

Le severe restrizioni introdotte e implementate più recentemente dalla scellerata legge Fini-Giovanardi, avevano di fatto consegnato alla malavita organizzata il controllo della cannabis, provocando – peraltro – un netto incremento della popolazione carceraria. Con buona pace di Giovanardi, la Consulta ha però deciso per l’incostituzionalità della legge che equiparava la marijuana all’eroina e – allo stesso tempo – sia a livello di società civile che in Parlamento, si è tornati a parlare della possibilità di legalizzare la cannabis, togliendo alla malavita il monopolio su un traffico che vale milioni. Ad oggi è presente una proposta di legge a riguardo e a settembre si entrerà nel vivo del lavoro; l’aula dovrà affrontare una lunga battaglia, visto che sono già stati presentati 1.700 emendamenti (in buona parte da Ap e Ncd) e si sono già formati fronti trasversali in Parlamento. Tuttavia il processo di legalizzazione sembra ormai una tappa irrinunciabile, scandita anche dall’avvio di produzione legale di marijuana a scopo terapeutico in Toscana, che taglia di netto i lunghissimi tempi di attesa per i malati che hanno l’autorizzazione a curarsi con marijuana e/o farmaci contenenti THC.

Sulla legalizzazione in Italia si è espresso anche Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, che – meglio di altri – rappresenta il cambio di prospettiva che sta avvenendo in questo periodo. Nelle scorse ore Cantone ha infatti precisato che “Fino a poco tempo fa ero assolutamente contrario all’idea della legalizzazione perché non mi convincevano gran parte degli argomenti, che servisse cioè per sconfiggere la criminalità organizzata, perché le droghe leggere sono una parte insignificante degli utili della criminalità organizzata, o che servisse per evitare una serie di problemi di salute dei ragazzi. Adesso ho un po’ cambiato posizione. Credo soprattutto che una legalizzazione intelligente possa evitare il danno peggiore per i ragazzi, cioè entrare in contatto con ambienti della criminalità. Questo mi porta ad essere molto più laico. Occorre – ha precisato – evitare contatti di giovani con ambienti della criminalità organizzata” e che droghe leggere siano controllate, fornite cioè senza additivi che portano “all’assuefazione o al vizio”.

 


Alois Alzheimer, morto cent’anni fa

Era un medico tedesco e nel 1906 diagnosticò il primo caso della malattia che da allora porta il suo nome (che non è Helmut)

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Auguste Deter, la prima paziente a cui fu diagnosticato l’Alzheimer (Konrad Maurer/picture-alliance/dpa/AP Images)

Dopo la morte della donna, Alzheimer – con l’aiuto di altri medici tra cui l’italiano Gaetano Perusini – condusse l’autopsia e scoprì che il cervello manifestava una serie di anomalie che indicavano che la malattia aveva una causa “fisica”. Dopo una serie di studi su altri casi, Alzheimer presentò nel 1907 i suoi risultati a un convegno, ma le sue convinzioni vennero accolte con scetticismo. Lentamente, la teoria cominciò a diffondersi e nel 1910, quando uno degli assistenti battezzò la malattia con il suo nome, il termine si diffuse in tutta la comunità medica.

Cento anni dopo non conosciamo ancora le cause precise dell’Alzheimer, anche se è divenuto sempre più chiaro che le placche amiloidi – delle formazioni cellulari che comprendono anche detriti di neuroni – hanno un ruolo nella morte delle cellule cerebrali e nella riduzione dello spessore della corteccia cerebrale che si riscontra nei pazienti affetti dalla malattia. Non esiste una cura, anche se esistono diverse terapie per alleviarne i sintomi. Si calcola che al mondo circa 47 milioni di persone soffrano della malattia di Alzheimer.

http://www.ilpost.it/2015/12/19/alois-alzheimer/

il post


COSA ACCADE DURANTE L’ANESTESIA, A PARTE NIENTE

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Cosa accade durante l’anestesia, a parte niente. Un testo lisergico (forse)

Riporto un testo breve e inedito, letto ieri sera in occasione del ritorno alla vita (letteraria) mondana (pare). Siccome sembra che a qualcuno tra il pubblico sia piaciuto molto, lo rendo disponibile e spiego: fa parte di un nuovo progetto di scrittura che si ambienta in luoghi ospedalieri.

Qui la voce narrante in prima persona tenta di descrivere in absentia l’esperienza di un’anestesia totale. 

Cosa accade al tuo corpo durante l’anestesia, a parte niente?

L’anestesia richiama, appena iniettata, tutta una serie di stati intermedi.

Il tuo corpo s’affloscia su lettino, mani armeggiano attorno a spalle, cosce, pube, cavità, con bisturi, cannule, altri alambicchi, armi. Sei campo di battaglia. Mentre una ad una si spengono, sotto le tue palpebre, le finestre del piano dove ti trovi, in circolo, i finestroni dei corridoi dell’ospedale, a domino, i semafori, le auto sul cavalcavia si spengono, gli Appennini, tetri là fuori si afflosciano, si spengono. Tu affondi come una barchetta in mezzo alla stanza. Esteriormente sei corpo disponibile al taglio.

Il sangue sanguina, l’elettricità elettrizza, i nervi s’assentano, liberi di non dare conto. L’unica tua forma d’esistenza è il dolore come sorveglianza alla vita. Solo che non c’è più quello.

Così cominciano ad arrivare in fila, i tuoi creditori, i tuoi debitori.

– Buonasera, signore. Finalmente.

Sei corpo vulnerabile al passato.

Arrivano prima quelli a cui hai salvato la pelle.

Arriva il bagnante di uno scoglio bagnato.

– Buonasera, signore. Ricorda?

Arriva il bimbo davanti allo scaffale troppo impilato.

– Che spavento, signore, la montagna di biscotti.

Arriva la nonna sotto al pino del parco in un giorno particolarmente ventoso.

– I giovani come lei andrebbero premiati con una medaglia al valore.

Hai teso la mano, hai alzato il telefono, hai detto il loro nome, hai fatto una sterzata, hai disostruito uno sterno, hai anche solo strizzato le guance sul bus, occhiolino e via, verso una che era già pronta alla rupe. Nella riconoscenza, si aggrappano al tuo corpo-barchetta, lo cullano, offrono paroline dolci.

La fila di debitori è esigua: il loro canto condannato alla smemoratezza. Dietro, a valanga, spintonano già i creditori, gli avversari, amanti, ex, giocatori di tennis, portieri, cicloamatori, omosessuali, spermatozoi presi a spallate come colleghi per una promozione: l’agonismo crea memoria.

– Lurido narcisista figlio di buona donna incallito baro e egoista fedifrago lenone puttano e piazzista e cagazzista e ti ripiglio e ora si ride e ora ti faccio piangere, ed ora vediamo come fa il cavallino arrì arrò… – gnaulano, con il mal di testa dovuto ai denti nel morso rigido.

Prendono la tua barchetta. La vorrebbero affondare ancor più.

Nel frattempo di questa processione come di natanti, i dottori aprono quello che devono aprire come cassetti, questo qui, questo là, succhiano il sangue con le cannule come Fanta, giocherellano con il grasso che esce dalla ferita, che è anche un gran sorrisone ludico.

Conversano come alla guida di un tir, parlando alla radio cb.

– Secondo voi, che tipo è?

– Io, per esempio, gli umanisti, li riconosco dal baffo arricciato, da veri segaioli.

– Dio ce ne scampi e…

– Sua moglie, l’avete vista? Scopabile? Sì-no-boh? Voto? Sette e mezzo, secco per me.

– I corpi anestetizzati mi deconcentrano proprio. La loro espressione severa, mai un sollievo. Cazzo ti credi che te lo facciamo fare a vuoto questo viaggetto, ciccio? – e sventola sotto il tuo naso freddo un bisturi affilatissimo.

Tagliano e cianciano e infamano i dottori, alcuni con il desiderio forse di una gomma o un capezzolo tra i denti, il tempo dei creditori e dei debitori presto passa, passa velocemente come il tempo della gioia, della rabbia, impressioni sulla memoria dei tuoi neuroni. Benché: a te ora si celino, imperatore disarcionato, disconnesso.

Il tempo si fa più lasso: il bisturi prende il suo corso, manovrato da un direttore d’orchestra in una cacofonia studiata.

Il tuo corpo barca è sprofondato giù, molto di più sotto il tavolo operatorio. Buca a prua ecografie e risonanze e referti come pelli che si tagliano e fanno il rumore di una busta di plastica che si tagli. È uno strano tempo di compassione. Di quelli che escono con i risultati in mano e franano sulle scale, di chi ha appena avuto una sentenza di morte dall’oncologo al 3° piano, il regno delle TAC, delle biopsie del 2°, di chi ha visto spuntare suo figlio dalle cosce della compagna assieme a fiotti di sangue e grida, da chi ha visto spirare l’eterno padre invincibile in una smorfia tipo peto sulle labbra. È un tempo che va a rotoli.

Il tuo corpo prende a viaggiare a tutta velocità, navigare nei sotterranei oltre l’ospedale, tra le rapide di un fiume, tra le nazioni e le formazioni. Sbatte barbaro dove ha toccato, cagato, mangiato, succhiato, aggrappato, sfiorato, colpito, morso: ricorda ogni sensazione di amaro, sapore metallico, vomiticcio, lattiginoso, succoso, terroso che ha toccato. Ma, ancora: se le tiene per sé, caro mio.

– Ahi ahi, questo è proprio un baffaccio da segaiolo, caro mio – fa là fuori un dottore.

– Guardategli i polsi, le dita. Ha le stesse rughe dei pianisti – è un altro.

– Io agli umanisti, gli scrittori, gli insegnanti, ecco: gli sparerei alle gambe.

– E se gli stroncassimo un ad una le dita?

– Gli iniettiamo quest’anestesia potentissima sulle mani. Che duri giorni. Poi, dopo due giorni, finito l’effetto, le mani cominciano a dolergli fortemente, fitte lancinanti, da ossa rotte perbenino. Che dite?

I dottori tra le grida e i lazzi e la caccole appiccicate dietro alla tua nuca, farebbero comunque quel che c’è da fare. Piano piano, poi, uno riaccende i tuoi riflettori, un altro ripone i bisturi dopo averli ben sciacquati. Si sbrina il vetro, si riattiva la mente, si spiccica la bocca, si scorge la porta da metà campo. Sei parcheggiato là fuori in un androne, ti manca il respiro. Vedi tua moglie, i tuoi genitori, come se loro ti vedessero dentro a un vaso pieno d’acqua. Tu un pescetto rosso che li guarda. Ti dicono “tutto è andato bene”.

– Tutto è andato bene. Ha visto? È stata una passeggiata! – ti dicono i dottori, assai cordiali, cordiali davvero. – Provi ora a muovere le mani, prima di tutto.

https://colossale.wordpress.com/2015/11/05/cosa-accade-durante-lanestesia-a-parte-niente-un-testo-lisergico-forse/

 


Marijuana: pregi e difetti

Jerome Groopman

da ”The New York Review of Books”

ALYSON MARTIN, NUSHIN RASHIDIAN, A New Leaf: The End of Cannabis Prohibition,New Press, pp.264 , $ 17,95

ANTROPOLOGIA E SOCIOLOGIA – SCIENZA: La vittoria dei referendum in Colorado e nello stato di Washington che consentono l’utilizzo della marijuana per scopo ricreativo potrebbe aprire la strada alla legalizzazione della cannabis anche in altri stati americani. Ma quali sono realmente i pregi e i difetti della marijuana?

451 via della letteratura della scienza e dell'arte

Nell’estate del 2006, un giovane scienziato israeliano arrivò nel mio laboratorio. Venne per imparare come i virus attaccano le cellule, uno degli obbiettivi principali del mio programma di ricerca. Cercavo di portare avanti questa ricerca indirizzando la sua competenza in un ‘area emergente della scienza che mi intrigava: gli effetti biologici dei cannabinoidi, le componenti chimiche attive nella pianta di marijuana. Il ricercatore israeliano aveva studiato all’Università Ebraica di Gerusalemme con il Professore Raphael Mechoulam, un chimico accreditato della scoperta nel 1964 del delta-9-tetraidrocannabinolo (THC), la principale sostanza psicoattiva della marijuana. Mechoulam più tardi descrisse il cannabinolo (CBD), una sostanza collegata presente in abbondanza nella pianta, come una cosa diversa dal THC per il fatto che non aveva effetti visibili sullo stato d’animo, sulla percezione, sull’insonnia o sull’appetito. 1

Laboratorio per la ricerca sull'utilizzo della cannabis per uso medico

Laboratorio per la ricerca sull’utilizzo della cannabis per uso medico

Il lavoro del giovane scienziato si dimostrò produttivo. In breve, verificò gli effetti di diversi cannabinoidi su un virus dell’herpes che favorisce lo sviluppo del sarcoma di Karposi, un tumore deturpante e qualche volta mortale per le persone con un sistema immunitario danneggiato, come i malati di AIDS. Venne fuori che il CBD, l’abbondante sostanza non psicoattiva, poteva spegnere gli effetti maligni del virus.2 Gli scienziati del mio dipartimento scoprirono anche che i cannabinoidi potevano alterare il modo in cui i globuli bianchi migravano in risposta agli stimoli psicologici, un aspetto chiave della difesa immunitaria; altri ricercatori del team scoprirono che il THC inibiva la crescita del cancro al polmone e il CBD del cancro al seno in modelli da laboratorio3. Era chiaro che gli agenti chimici della pianta potevano avere diversi e potenti effetti sulle cellule normali e maligne.

Ma ciò che trovai più affascinante era che noi abbiamo un sistema cannabinoide naturale o “endogeno”. Nel 1988, ricercatori identificarono uno specifico punto di attracco, o recettore, sulla superficie delle cellule nel cervello che lo collegano al THC. Questo primo recettore venne definito recettore cannabinoide 1, o CB14. Cinque anni dopo, fu scoperto un secondo recettore per i cannabinoidi, il CB25. Questa ultima proteina docking era meno presente nel sistema nervoso centrale ma molto presente nei globuli bianchi. Di nuovo, fu Raphael Mechoulam che scoprì il primo cannabinoide endogeno, un acido grasso nel cervello, che egli definì “anandamide” (il nome deriva dalla parola sanscrita nanda, che significa “beatitudine”). Quando l’anandamide si attacca al CB1 sprigiona una cascata di cambiamenti biochimici nei nostri neuroni6.

Altri cannabinoidi endogeni vennero scoperti in seguito. Ciò ha un senso evolutivo, poiché i recettori CB1 e CB2 non sarebbero presenti nelle nostre cellule se noi non le facessimo attraccare. Le ramificazioni fisiologiche dei cannabinoidi endogeni appaiono molto ampie; i loro effetti più impressionanti sono collegati alla percezione del dolore e alla risposta ad esso.

La cannabis è una delle droghe psicotrope di uso continuo più antiche. Archeologi l’hanno scoperta in scavi in Asia che risalgono al periodo neolitico, intorno al 4.000 a.C. La specie più comune di pianta è la Cannabis sativa, trovata sia in climi tropicali che miti. Marijuana è un termine messicano che precedentemente si riferiva al tabacco più economico, e che ora denota le foglie secche e i fiori della pianta della canapa. L’hashish è il termine arabo per indicare la canapa indiana e si riferisce alla sua resina viscosa. Un imperatore della Cina, Shen Nung, scopritore anche del tè e dell’efedrina, è ritenuto essere la prima persona ad aver riferito degli usi terapeutici della cannabis in un compendio medico datato 2.737 a.C. Nel 1839, William O’Shaughnessy, un medico inglese che lavorava in India, pubblicò un libello sulla cannabis come anestetico e stimolante dell’appetito che faceva anche diminuire la nausea, rilassare i muscoli e che poteva migliorare le crisi epilettiche. Le sue osservazioni condussero a un ampio uso in Inghilterra della cannabis in campo medico; fu prescritta alla Regina Vittoria per darle sollievo dai dolori mestruali7.

La pianta della cannabis contiene circa 460 componenti, inclusi più di 60 cannabinoidi. Il THC, la sostanza psicoattiva chiave nella marijuana, è aumentato nelle piante coltivate dagli anni ’60 da circa 1-5 per cento a oltre il 10-15 per cento. Quando la pianta di cannabis viene fumata, dal 20 al 50 per cento circa del THC viene assorbito tramite i polmoni. Quando la pianta di cannabis viene mangiata, meno THC raggiunge il cervello perché viene metabolizzato passando attraverso il fegato e l’intestino. Il THC si accumula nei tessuti adiposi, da cui viene rilasciato lentamente, e agisce primariamente sui recettori CB1 nel sistema dopaminergico mesolimbico del cervello, che si crede contribuisca a rinforzare gli effetti positivi e gratificanti della droga8.

Quando si fuma o si mangia la cannabis, di solito l’utilizzatore ha la sensazione di essere “fatto”, con la sensazione di rilassatezza e di euforia e con la diminuzione dell’ansia e dell’attenzione. Alcuni utilizzatori che la usano per la prima volta, così come gli individui con problemi psicologici, possono sperimentare disforia, paura e panico. Di solito, quando si è sotto l’effetto di marijuana, si ha una sensazione accresciuta di socievolezza, benché tra coloro che hanno una reazione disforica, ci possa essere un acuto isolamento sociale. La percezione del tempo è alterata, in genere con la percezione del tempo più accelerata rispetto al tempo dell’orologio; la percezione dello spazio può cambiare, i colori possono sembrare più luminosi e la musica più riecheggiante. Alte dosi di cannabis possono portare ad allucinazioni, il che può spiegare il suo utilizzo religioso in alcune culture. Tuttavia a differenza degli oppiacei, non ci sono casi riportati di morti dovute ad una overdose di THC, probabilmente perché i cannabinoidi non inibiscono il nostro impulso respiratorio, e quindi non conducono all’asfissia. Tra i consumatori abituali, l’astinenza da marijuana può causare sindrome da astinenza non piacevole e angosciante.

Nel 2008 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato un’Indagine sulla Salute Mentale condotta sua 54.068 persone dai sedici anni in su in diciassette nazioni. In base a questa indagine, si è scoperto che la cannabis è stata usata almeno una volta da 160 milioni di persone tra i quindici e i sessantacinque anni; l’uso riportato più basso è stato nella Repubblica Popolare Cinese, 0,3 per cento, e il più alto negli Stati Uniti, 42,4 per cento, con la Nuova Zelanda appena dietro9.

A dispetto di questo ampio uso, la cannabis è illegale nella maggior parte dei paesi. Harry J. Anslinger, un famoso proibizionista, condusse con successo nel 1937 un’attività di propaganda sul Congresso, per far passare il Marihuana Tax Act, rendendo costoso l’accesso alla pianta. Anslinger era il capo del Federal Bureau of Narcotics e presentò l’uso della cannabis al pubblico come un pericolo vero e proprio, che conduceva ad una «follia da spinello». L’American Medical Association allora si oppose al Marihuana Tax Act, temendo che avrebbe limitato la ricerca medica per i potenziali utilizzi della pianta. Dopo aver fatto parte a lungo del United States Pharmacopeia, il compendio che stabilisce gli standard per le medicine e il cibo, la cannabis fu rimossa nel 1942.

Nel 1970 il Congresso attuava il Congress Substances Act, classificando la marijuana insieme all’eroina come droga di livello I. Le droghe di questa categoria hanno una pericolosità provata per l’abuso e non hanno un valore medico (l’oppio, la fonte della morfina, e le anfetamine, si trovano nelle droghe di livello II, classificate come meno pericolose a dispetto della loro potente capacità di creare assuefazione). Di lì a poco, il Presidente Nixon lanciò la sua “guerra alle droghe” e nel 1986, il Presidente Reagan firmò l’Anti-Drug Abuse Act, che spediva in galera senza condizionale i trasgressori condannati per vendita e possesso di tutte le droghe illegali, inclusa la marijuana.

Lo studio dei cannabinoidi, sia di quelli derivati dalle fonti vegetali che degli endocannabinoidi, che esistono cioè naturalmente all’interno del nostro corpo, è ora un’attività diffusa che attraversa il globo e connette numerosi scienziati sia dei centri accademici che delle case farmaceutiche.

Mitch Earleywine, un importante ricercatore sulle droghe e sulla dipendenza del SUNY di Albany, osservava come i risultati degli attuali studi sulla marijuana siano simili alle reazioni alle macchie di Rorschach. «La gente presumibilmente vede queste figure ambigue in un modo che rivela più su di loro che sulle macchie». Molti di coloro che fanno politica pubblica o che sono associati a gruppi di interesse, egli afferma, rispondono alla ricerca sulla marijuana in base ai punti di vista dei loro gruppi di riferimento: le loro interpretazioni dicono di più dei loro pregiudizi di quanto dicano dei dati reali. Per esempio, i proibizionisti affermano che il THC spesso compare nel sangue delle persone coinvolte in incidenti automobilistici; però omettono il fatto che la maggior parte di queste persone avevano anche bevuto alcool. Gli antiproibizionisti invece citano la ricerca che mostra che non ci sono problemi di memoria nei fumatori abituali di marijuana; ma non dicono che i test cognitivi erano così facili che persino una persona disabile avrebbe potuto superarli.

Due recenti studi evitano questi pregiudizi ed esaminano criticamente i dati di più di un centinaio di studi clinici randomizzati-controllati con placebo che hanno coinvolto circa 6.100 pazienti con diverse condizioni mediche10. La marijuana appare utile nel trattare l’anoressia, la nausea, il vomito, il glaucoma, il disturbo del colon irritabile, la spasticità muscolare, la sclerosi multipla, i sintomi della sclerosi laterale amiotrofica (il morbo di Lou Gehrig), l’epilessia e la sindrome di Tourette (recenti trattati clinici confermano molte delle affermazioni dell’Imperatore Shen Nung e del Dr. O’Shaughnessy). Nonostante le scoperte fatte dagli esperimenti nel mio e in altri laboratori, gli effetti anticancro della marijuana nei pazienti sono meno certi e né il THC né il CBD sono agenti antineoplastici provati, cioè, efficaci cioè nel trattamento della crescita anormale di tessuto.
Judy Foreman, un’acclamata giornalista specializzata in medicina, ha dedicato un capitolo alla marijuana nel suo recente libro A Nation in Pain: Healing Our Biggest Health Problem11. Lei esamina giudiziosamente i dati sui rischi e i benefici della marijuana come terapia per le condizioni mediche contrassegnate dal dolore, sottolineando dove appare migliorativa, dove fallisce e dove c’è mancanza di chiarezza sui suoi effetti. Foreman scrive:

Per dirlo senza giri di parole, la marijuana funziona. Non in maniera strabiliante, ma quasi come gli oppiacei. Cioè, può ridurre il dolore cronico di più del 30 per cento. E con pochi effetti collaterali seri. Sicuramente, alcuni ricercatori pensano che sia troppo presto per dichiarare che la marijuana e i cannabinoidi sintetici debbano essere in prima fila per il trattamento del dolore, sostenendo che altre droghe dovrebbero essere sperimentate prima. Ma questo potrebbe essere un punto di vista troppo cauto.

In definitiva, la marijuana può essere usata in unione con gli oppiacei come la morfina per consentire dosi più basse e minori effetti collaterali degli analgesici della famiglia degli oppiacei stessi. Mentre il dolore cronico sembra essere suscettibile di miglioramento grazie alla marijuana, il suo impatto nel ridurre il dolore acuto, come quello dopo un intervento chirurgico, è minimo.

Ma come i cannabinoidi riducono il dolore? Qualche beneficio sembra derivare dalla dissociazione cognitiva: realizzi che il dolore è presente, ma non gli rispondi in maniera emotiva. Se sei in grado di distaccare te stesso dal dolore in questo modo, c’è meno sofferenza.

Ogni terapia, che sia una droga o una procedura, implica un compromesso tra benefici e rischi. Forse la preoccupazione più controversa e importante riguardante i cannabinoidi è se essi aumentino il rischio di psicosi come la schizofrenia. Questa materia è di maggior rilievo per gli adolescenti e per i giovani adulti. Molti studi hanno esaminato in Svezia, Nuova Zelanda e Olanda i dati sulla salute di giovani che hanno fatto uso di cannabis, e li hanno comparati con quelli di coloro che non ne hanno fatto uso. Una combinazione o metaanalisi dei risultati provenienti da circa tre dozzine di questi studi, ha collegato l’uso della cannabis allo sviluppo successivo di schizofrenia e di altre psicosi12.

Il limite di questi studi di osservazione è che possono suggerire un’associazione, ma in nessun modo possono provare un legame causale. In realtà, la letteratura medica è contaminata da studi di osservazione presi come significativi che in seguito sono stati capovolti quando sono stati condotti studi clinici controllati randomizzati con placebo. Qui viene in mente il Women’s Health Initiative. Questo era uno studio randomizzato, che usava i placebo come controllori, che ha ribaltato circa quattro decadi di pensiero sui presunti benefici per prevenire la demenza e la cardiopatia della terapia ormonale sostitutiva tra le donne che avevano superato la menopausa. Nessuno è in grado di condurre uno studio controllato randomizzato su migliaia di adolescenti, imponendo a un gruppo di fumare o di ingerire cannabis e a un altro gruppo di prendere un placebo. La questione se la marijuana sia un cofattore nello sviluppo della schizofrenia e di altre psicosi rimarrà quindi irrisolta.

Ciò che è chiaro è che la cannabis compromette l’attività cognitiva e le risposte psicomotorie. Numerosi studi dimostrano che essa allunga il tempo di reazione di una persona e ne compromette attenzione, concentrazione, memoria a breve termine e valutazione dei rischi. Questi cambiamenti nella performance psicomotoria possono durare più a lungo della sensazione di essere sballati. Esperimenti con piloti professionisti hanno dimostrato che la marijuana influenza le performance su un simulatore di volo per più di ventiquattro ore13. In oltre, la maggior dei piloti non era consapevole che la loro performance era ancora compromessa il giorno dopo. Diversi studi dimostrano l’associazione fra cannabis e incidenti automobilistici: per i guidatori che ne fanno uso è stimato che sia da due a sette volte più probabile che siano responsabili di incidenti rispetto ai guidatori che non fanno uso di droghe o di alcol14.

L’ American Psychiatric Association, nel nuovo DSM-515,ha definito una diagnosi di «disordine da uso di cannabis». Coloro che ne soffrono hanno una modalità ripetuta di uso con conseguenze dannose come l’incapacità di svolgere responsabilità importanti sul lavoro e persistenti problemi sociali a casa. Sia il DSM-5 che l’InternationalClassification of Diseases 10th edition (ICD-10) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, includono anche una lista di possibili sintomi di astinenza dall’uso di cannabis: fatica significativa, sonnolenza, ritardo psicomotorio, ansia e depressione16. Ciò nonostante c’è un forte dibattito sul fatto se la marijuana dia dipendenza. I difensori della cannabis dubitano che possa causare vera assuefazione, che è una condizione psicologica caratterizzata da desiderio compulsivo e uso a dispetto del danno; argomentano che ogni dipendenza sia meno significativa di quella che vedono dall’alcol. Gli oppositori dell’uso della cannabis, particolarmente i membri dell’Istituto Nazionale della Sanità, affermano che sia la dipendenza che l’assuefazione siano rischi reali, sebbene a una percentuale più bassa di quella rilevata per l’uso di cocaina o di eroina17.

A New Leaf è un racconto dettagliato della storia della regolamentazione della cannabis, che presenta in ogni dettaglio le battaglie legali e politiche sulla proibizione. Si apre con una nota celebrativa, dedicata alla legalizzazione della marijuana per scopo ricreativo in due stati:

Un’altra proibizione è finita. Il 6 novembre 2012, gli elettori in Colorado e a Washington sono stati i primi nel mondo a sfidare con successo quasi un secolo di cattiva politica e di pregiudizi sulla cannabis.

Nel centro di Seattle, l’ Hotel Ändra è stato addobbato di bianco e blu, i colori della campagna per la legalizzazione della marijuana nello Stato di Washington.

Il conduttore Steve DeAngelo

Il conduttore Steve DeAngelo

Intorno alle 7 del pomeriggio, è arrivato il proprietario di uno dei più grandi e più di successo dispensari del paese di cannabis per uso medico. Steve DeAngelo era inconfondibile persino in una folla, con la sua caratteristica lunga treccia e il suo cappello di feltro nero…All’inizio di quell’anno, era la star del suo show su Discovery Channel, Weed Wars. I suoi due Harborside Health Centers si trovano nell’area della baia, ma egli aveva un debole per Seattle. Solo pochi mesi prima, aveva parlato al ben noto Henpfest di Seattle, a cui partecipano decine di migliaia di persone ogni anno. «Sto lavorando su questa questione da tutta la mia vita…E so che stanotte…ci sono un sacco di angeli che ballano in paradiso». Disse DeAngelo, con gli occhi bagnati.

Gli autori descrivono una scena simile a Denver:

Brian Vincente, un avvocato che ha sostenuto la cannabis per uso medico in Colorado per quasi un decennio,…salì sul palco. «Questa sera abbiamo fatto la storia. Questo è qualcosa che racconterete ai vostri figli», disse Vincente. «La proibizione della marijuana è iniziata nel 1937. La prima persona fu arrestata in Colorado». La folla fischiò. «Il Colorado ha ribaltato questa fottuta cosa stanotte». E con la parola con la f arrivò la gioia.

Questi successi derivavano da un unico sforzo di unire gruppi provenienti da punti estremi dello spettro  politico

1 gennaio 2014, la prima persona ad acquistare legalmente cannabis a scopo ricreativo in Colorado

1 gennaio 2014, la prima persona ad acquistare  legalmente cannabis a scopo ricreativo in Colorado

Articoli recenti su ‘The New Yorker’20 e su ‘The Nation’21 descrivono in modo succinto e mirato il terreno politico riguardante l’uso della cannabis per scopi medici o ricreativi negli Stati Uniti. L’articolo del ‘New Yorker’ presenta il Professor Mark Kleiman, un esperto di politica delle droghe dell’Università della California, Los Angeles, che vede la legalizzazione dalla prospettiva di uno scienziato, che la considera come un tipo di esperimento continuo. La legalizzazione metterà alla prova un gruppo di ipotesi di politica pubblica, ed egli sospende le conclusioni su di essa fino a che non saranno disponibili più dati.sostegno dei repubblicani conservatori e dei libertari fu tanto importante per la campagna del Colorado…come quello dei democratici e dei liberal…Lo stato in bilico del Colorado, luogo di nascita del partito libertario, è assolutamente viola18. Il partito libertario del Colorado appoggiò con enfasi l’Emendamento 64 a maggio per esempio, mentre il partito democratico del Colorado offrì sostegno, ma si fermò prima di un vero e proprio appoggio. Anche il Republican Liberty Caucus19 del Colorado appoggiò l’emendamento perché il proibizionismo «non è in linea con i valori repubblicani», che vogliono più «responsabilità personale» e meno «supervisione federale».

Come per ogni iniziativa sociale, ci potrebbero essere effetti negativi e Kleiman raccomanda uno stretto monitoraggio dell’uso eccessivo tra gli adolescenti e di coloro che guidano sotto l’influenza della cannabis quando questa diventerà legale per uso ricreativo. Egli «sembra», secondo l’articolo del ‘New Yorker’, «trarre un sinistro piacere nell’informare i politici che hanno sottostimato la complessità del problema». Una delle preoccupazioni principali è che quando la marijuana legale sarà in vendita nello Stato di Washington questa primavera, l’attuale mercato nero non scomparirà, anzi, la marijuana legale che non richiede una prescrizione medica sarà in competizione con le fonti illecite. Kleiman dice che per sostenere il mercato legale, ci dovrebbe anche essere un maggior indurimento della pressione della legge su coloro che non rispettano le regole. A Washington, pochi nel governo volevano sentire tale proposta.

Ugualmente, Kleiman non è sicuro che l’alcol diventerà meno attraente quando la marijuana verrà resa disponibile. Mentre riconosce che l’alcol rappresenta il pericolo più grande fra i due, egli paventa che la cannabis possa essere usata come complemento al bere. In definitiva, dice che nel «mondo manicheo della politica», il pendolo può oscillare dal rendere la marijuana illegale – con vendita e uso che causano l’incarcerazione – a «andiamo fino in fondo “dovremmo venderla come i cornflakes”».

Barack Obama ai tempi del liceo con la sua 'Choom Gang'

Barack Obama ai tempi del liceo con la sua ‘Choom Gang’

Diversamente dal cauto pezzo del ‘New Yorker’, gli articoli di ‘The Nation’ danno un forte appoggio alla legalizzazione. La copertina della rivista mostra la foto di un giovane Barack Obama che mostra il segno della vittoria con gli amici del liceo raggruppati intorno al logo “Choom Gang”22. Un editoriale di Katrina vanden Heuvel fa notare che i recenti presidenti, inclusi Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama, hanno «tutti più o meno violato le leggi americane sulle droghe» con il possesso o uso di cannabis; se fossero stati controllati dalla polizia, avrebbero potuto essere incarcerati, senza alcuna speranza di una carriera che conducesse alla Casa Bianca. A New Leaf enfatizza i rischi dell’arresto per possesso. La discriminazione razziale, con un numero sproporzionato di afroamericani in prigione, è una delle brutte realtà del proibizionismo:

Mentre i consumatori di cannabis che sono fermati spesso non vengono mandati in prigione, ci sono ancora più di ventimila persone incarcerate per il semplice possesso. Secondo un’esaustiva relazione del 2013 pubblicata dalla ACLU, tra il 2001 e il 2010 negli Stati Uniti sono stati eseguiti più di 8 milioni di arresti per cannabis (l’88 per cento per possesso), e da solo il costo degli arresti per possesso è stato di più di 3,6 milioni di dollari nel 2010.

In tutto il paese, la probabilità di essere arrestati per possesso di cannabis per i neri è di quasi quattro volte più alta rispetto ai bianchi, a dispetto dei rapporti comparativi riguardanti la percentuale di uso; in alcune contee questo numero sale da quattro a trenta volte. Infine, il 62 per cento di coloro che vengono arrestati hanno ventiquattro anni o meno, il che significa che la fedina penale sporca li seguirà per tutta la loro vita adulta.

Tutto questo spreco di ore, dollari e arresti è una distrazione dal contrasto all’uso e al traffico di droghe pesanti:

Inoltre, quando la cannabis – che costituisce l’80 per cento di tutte le sostanze illegali usate negli Stati Uniti – sarà rimossa dal quadro della guerra alla droga, il paese potrà discutere più efficacemente e favorire un nuovo e più soddisfacente approccio della sanità pubblica contro le rimanenti droghe pesanti.

Diversi anni fa, prestai una consulenza sul caso di una giovane donna affetta da anemia. Il suo internista aveva eseguito una diagnosi esaustiva della sua condizione, ma non ne aveva trovato la causa. La paziente aveva attraversato un lungo periodo di stress nel lavoro, e quando le chiesi come l’aveva affrontato, mi rispose che aveva fumato marijuana ogni sera. Un esame del midollo osseo aveva mostrato un numero di cellule ridotto, ma non così grave da essere classificato come anemia aplastica, però certamente anormale in una donna di vent’anni. I numerosi componenti della cannabis non sono riconosciuti come tossici per le cellule ematiche; non è stato dimostrato che fumare marijuana sia una causa dell’anemia. Però mi venne in mente che alcune piantagioni illegali erano state irrorate con tossine che potevano aver avuto degli effetti deleteri sullo sviluppo delle cellule ematiche.

Così decidemmo insieme che smettesse di fumare, e dopo alcuni mesi la sua anemia fu risolta. Un successivo esame del midollo osseo mostrò il pieno recupero del normale numero di cellule ematiche. Non era una prova definitiva, ma certamente suggeriva che qualcosa nell’erba che aveva preso da uno spacciatore era il potenziale colpevole. Senza un adeguato controllo della marijuana in vendita, coloro che vanno alla ricerca della marijuana in strada potrebbero essere esposti ad agenti contaminanti pericolosi.

Marjiuana venduta per uso medico

Marjiuana venduta per uso medico

In un libro in uscita, Weed Land, Peter Hecht, un giornalista del ‘Sacramento Bee’, traccia l’evoluzione della legge sull’uso medico della marijuana in California, la prima approvata negli USA23. Molta della spinta dietro la sua approvazione venne dall’unione delle forze tra gli attivisti delle campagne contro l’AIDS e i medici accademici come Donald Abrams del San Francisco General Hospital, che ha dimostrato i benefici clinici dell’aumento dell’appetito e del sollievo dal dolore con pazienti affetti da cachessia da HIV. La marijuana medica, ora legale in venti stati e nel Distretto di Columbia, è regolata come un integratore più che come una droga. Non c’è una standardizzazione delle quantità ottimali di THC psicoattivo e di CBD non psicoattivo, comunque devono essere prive di tossine (una società inglese, GW Pharmaceuticals, ha realizzato il Sativex, uno spray orale che contiene degli estratti di due ceppi della cannabis standardizzata che sono mescolati per dare esatte dosi di THC e di CBD. Il Sativex è stato approvato in diversi paesi, ma non negli Stati Uniti).

Per un medico come me che prescrive una terapia, è una situazione spiacevole, perché una prescrizione dovrebbe essere esatta nello specificare quanta droga viene somministrata. Inoltre possono esserci effetti collaterali per pazienti che prendono altre medicine, dovuti alle così dette «interazioni di droga su droga». Queste interazioni con il THC e il CBD non sono state studiate bene, e ciò in parte a causa della restrizione all’accesso alla pianta per la comunità di ricercatori clinici. Gli scienziati del mio laboratorio hanno studiato i puri elementi chimici, THC e CBD, sotto lo stretto controllo federale; acquistavamo i cannabinoidi da industrie chimiche che praticavano il controllo qualità. Ma come fanno notare Martin e Rashidian, gli studi clinici della pianta stessa, con le sue molte sostanze chimiche attive è un’altra questione:

Il governo federale ha imposto restrizioni aggiuntive eccezionali per la ricerca sulla cannabis, con pochi fondamenti logici – a parte le ragioni politiche. Il governo federale ha abilitato solo un’istituzione, l’Università del Mississippi, a coltivare legalmente la cannabis per la ricerca, benché sia libero di assegnare contratti supplementari e alternativi. E la cannabis è la sola sostanza di ricerca per cui il governo sia il solo fornitore. Per uno scienziato ricevere la cannabis dalla fattoria federale all’Università del Mississippi, diviene un incubo di approvazioni…che devono essere ottenute dalla FDA, dalla DEA e dall’apposito Comitato della Sanità Pubblica.

Forse, dal momento che gli stati legalizzano la marijuana, questo ostacolo alla ricerca verrà abbassato, come fu per la ricerca sulle cellule staminali, che una volta era limitata dalla legge federale. E poiché più studi vengono condotti sulla marijuana per usi medici o ricreativi, sia gli oppositori che i favorevoli potrebbero entrambi scoprire di non essere del tutto nel giusto o nel torto.

 

  1. Mohamed Ben Amar, Cannabinoids in Medicine: A Review of Their Therapeutic Potential, ‘Journal of Ethno-pharmacology’, Vol. 105 (2006); Arno Hazekamp e Franjo Grotenhermen, Review on Clinical Studies with Cannabis and Cannabinoids 2005-2009, ‘Cannabinoids’, Vol. 5 (2010).
  2. Y. Maor, J. Yu, P.M. Kuzontkoski, B.J. Dezube, X. Zhang e J.E. Groopman, Cannabidiol Inhibits Growth and Induces Programmed Cell Death in Kaposi Sarcoma-Associated Herpesvirus-Infected Endothelium, ‘Genes & Cancer’, Vol. 3, N. 7-8 (2012); X. Zhang, J.F. Wang, G. Kunos e J.E. Groopman, Cannabinoid Modulation of Kaposi’s Sarcoma-Associated Herpesvirus Infection and Transformation, ‘Cancer Research’, Vol. 67, N. 15 (1 agosto 2007).
  3. S. Ghosh, A. Preet, J.E. Groopman e R.K. Gaju, Cannabinoid Receptor CB 2 Modulates the CXCL 12/ CXCR 4-Mediated Chemotaxis of T Lymphocytes, ‘Molecular Immunology’, Vol. 43 (2006); A. Preet, R.K. Ganju e J.E. Groopman, ∆ 9 -Tetrahydrocannabinol Inhibits Epithelial Growth Factor-Induced Lung Cancer Cell Migration in Vitro as Well as Its Growth and Metastasis in Vivo, ‘Oncogene’, Vol. 27 (2008); X. Zhang, Y. Maor, J.F. Wang, G. Kunos e J.E. Groopman, Endocannabinoid-like N-arachidonoyl Serine Is a Novel Pro-angiogenic Mediator, ‘British Journal of Pharmacology’, Vol. 160 (2010); A. Preet, Z. Qamri, M. Nasser, A. Prasad, K. Shilo, X. Zou, J.E. Groopman e R. Ganju, Cannabinoid Receptors, CB 1 and CB 2, as Novel Targets for Inhibition of Non-Small Cell Lung Cancer Growth and Metastasis, ‘Cancer Prevention Research’, Vol. 4 (2011); A. Shrivastava, P.M. Kuzontkoski, J.E. Groopman e A. Prasad,Cannabidiol Induces Programmed Cell Death in Breast Cancer Cells by Coordinating the Cross-Talk Between Apoptosis and Autophagy, ‘Molecular Cancer Therapeutics’, Vol. 10 (2011).
  4. W.A. Devane, F.A. Dysarz III, M.R. Johnson, L.S. Melvin e A.C. Howlett, Determination and Characterization of a Cannabinoid Receptor in Rat Brain, ‘Molecular Pharmacology’, Vol. 34 (1 novembre 1988).
  5. S. Munro, K.L. Thomas e M. Abu-Shaar, Molecular Characterization of a Peripheral Receptor for Cannabinoids, ‘Nature’, Vol. 365 (1993).
  6. W.A. Devane, L. Hanus, A. Breuer, R.G. Pertwee, L.A. Stevenson e G. Griffin, Isolation and Structure of a Brain Constituent That Binds to the Cannabinoid Receptor, ‘Science’, Vol. 258 (18 dicembre 1992).
  7. D. Baker, G. Pryce, G. Giovannoni e A.J. Thompson, The Therapeutic Potential of Cannabis, ‘Lancet Neurology’, Vol. 2 (maggio 2003).
  8. Mitch Earleywine, Understanding Marijuana: A New Look at the Scientific Evidence (Oxford University Press, 2002).
  9. L. Degenhardt, W.T. Chiu, N. Sampson e altri, Toward a Global View of Alcohol, Tobacco, Cannabis, and Cocaine Use: Findings from the WHO World Mental Health Surveys, ‘PLoS Medicine’, Vol. 5 (luglio 2008).
  10. Si veda Amar, Cannabinoids in Medicine: A Review of Their Therapeutic Potential, e Hazekamp e Grotenhermen, Review on Clinical Studies with Cannabis and Cannabinoids 2005-2009.
  11. Oxford University Press, 2014.
  12. M. Large, S. Sharma, M.T. Compton, T. Slade, O. Nielssen, Cannabis Use and Earlier Onset of Psychosis, ‘Archives of General Psychiatry’, Vol. 68, N. 6 (2011).
  13. V.O. Leirer, J.A. Yesavage e D.G. Morrow, Marijuana Carry-Over Effects on Aircraft Pilot Performance, ‘Aviation, Space, and Environmental Medicine,’ Vol. 62, N. 3 (1991); D.G. Newman (Australian Government, Australian Transport Safety Bureau), Cannabis and Its Effects on Pilot Performance and Flight Safety: A Review (2004).
  14. M. Asbridge, J.A. Hayden, e J.L. Cartwright, Acute Cannabis Consumption and Motor Vehicle Collision Risk: Systematic Review of Observational Studies, ‘BMJ,’ Vol. 344, N. 14 (2012).
  15. Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, noto anche con la sigla DSM , è uno dei sistemi nosografici per i disturbi mentali o psicopatologici più utilizzato da medici, psichiatri e psicologi di tutto il mondo, sia nella pratica clinica che nell’ambito della ricerca. N.d.R.
  16. D.S. Hasin, K.M. Keyes, D. Alderson et al., Cannabis Withdrawal in the United States: Results from NESARC, ‘Journal of Clinical Psychiatry’, Vol. 69, N. 9 (2008).
  17. Si veda Baker e altri, The Therapeutic Potential of Cannabis, e Foreman, A Nation in Pain.
  18. Nel sistema politico degli Stati Uniti d’America, uno swing state (stato in bilico), anche dettobattleground state (stato-terreno di battaglia) o purple state (stato viola) è uno stato nel quale nessun candidato o partito ha un sostegno predominante e tale da assicurare i voti dello stato stesso nel Collegio Elettorale. N.d.R.
  19. Il Republican Liberty Caucus (RLC) è un’organizzazione politica libertariana che promuove l’ideale dei diritti personali, la limitazione del potere dello Stato e la libera iniziativa economica all’interno del Partito Repubblicano. N.d.R.
  20. Patrick Radden Keefe, Buzzkill, The New Yorker’, 18 novembre, 2013.
  21. Katrina vanden Heuvel, Why It’s Always Been Time to Legalize Pot, e altri articoli sulla speciale della rivista ‘The Nation’, Marijuana Wars, 18 novembre 2013.
  22. Nelle Hawaii (luogo in cui Barack Obama è cresciuto) l’espressione “Choom Gang” indica un gruppo di amici che per divertirsi fumano della pakalolo, espressione hawaiana che indica la marijuana. N.d.R.
  23. Peter Hecht, Weed Land: Inside America’s Marijuana Epicenter and How Pot Went Legit  University of California Press, maggio 2014.

 

JEROME GROOPMAN, è titolare della cattedra Dina e Raphael Recanati di medicina presso la Harvard Medical School. Autore di cinque libri, ha pubblicato circa centocinquanta articoli scientifici e ha scritto diversi contributi sulla medicina per ‘The New York Times’, ‘The Washington Post’ e ‘The New Republic’. Il suo libro più recente, scritto insieme a Pamela Hartzband, è Your Medical Mind: How to Decide What Is Right for You (Penguin, 2011).