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Philip Roth, il grande del Novecento Non scrive più, ma resta il più amato

L’autore è risultato primo nella classifica dei lettori durante la campagna social
Nel supplemento i contributi di Alessandra Sarchi, Alessandro Piperno e Marcos Chicot

Philip Roth (Newark, 1933)Philip Roth (Newark, 1933)

Personaggi fuori dagli schemi, caposcuola indiscussi, grandi vecchi che non smettono di insegnare ma anche di destare scalpore, e anzi riservano molte sorprese. Come Philip Roth, che apre il nuovo numero de «la Lettura» #301 (in edicola fino a sabato 9 settembre) con una densa e rara intervista a Livia Manera in cui spiega perché ha smesso di scrivere (e come ci si sente «dopo»), e ottiene il primo posto assoluto anche nella classifica dei lettori, ai quali abbiamo chiesto di segnalare sui social de «la Lettura» all’hashtag #ilpiùgrande qual è secondo loro il più grande scrittore del Novecento. Ebbene, proprio Roth vince con largo margine su tutti, seguito (a molti voti di distanza) da Marcel Proust. Sebbene il voto riguardasse gli autori del Novecento, i lettori si sono espressi liberamente inserendo autori di tutti i tempi: seguono (molto distanziati) al terzo posto, parimerito, cinque autori come Fëdor Dostoevskij, Jonathan Franzen, Stephen King e, primi tra gli italiani, Primo Levi e Luigi Pirandello. Inseguiti, sempre parimerito, da Elsa Morante, Milan Kundera, Italo Calvino e Stefano Benni. Ma il voto dei lettori continua online, ed è davvero impressionante la quantità di autori che incalza il podio dei vincitori: ci sono nomi come David Foster Wallace, Ian McEwan, Claudio Magris, ma anche Dante.

Ma si parla anche di altri grandi maestri del presente e del passato, in carne e ossa o evocati in racconti e articoli, nel nuovo numero così ricco di spunti inconsueti. Compare, ad esempio, fatto rivivere dal giallista spagnolo Marcos Chicot (1971), anche un Socrate (immaginario, ma molto realistico) piombato nel mondo d’oggi: trasformato in personaggio, il filosofo dell’antichità si confronta, nel racconto di Chicot, con la democrazia moderna, con i media e con il chiacchiericcio dei dibattiti in televisione. Nei quali tuttavia Socrate trionferebbe, vincendo perfino la guerra dell’audience, per via del suo profondo attaccamento alla vera conoscenza, in un mondo (parola di Chicot) pieno di demagoghi.

Altro grande che torna con una missione contemporanea, e cioè «l’Europa», è il personaggio di culto nato dalla penna di uno scrittore che sta per compiere 86 anni, John le Carrè: la spia George Smiley, immortale protagonista de La talpa e di Chiamata per il morto, torna nel nuovo romanzo dello scrittore britannico (A legacy of spies, da martedì in libreria nel Regno Unito e negli Stati Uniti) che è tutto fuorché una storia crepuscolare. Anzi, è un prequel in cui si anticipano molte delle atmosfere in cui il leggendario agente segreto si muoverà negli anni successivi, con in più il tiro «aggiustato» su temi attuali come la Brexit e lo spirito europeo («se mai ho avuto un sogno impossibile», afferma Smiley, «è stato quello di portare l’Europa fuori dall’oscurità»).

Accanto, ci sono le molte, celebri voci della scrittura contemporanea che saranno al Festivaletteratura di Mantova, e che intervengono sul nuovo numero nell’ampio speciale sulla rassegna: ad esempio l’americana Elizabeth Strout, lo spagnolo Arturo Pérez-Reverte, l’indonesiano Eka Kurniawan, che firmano su «la Lettura» racconti e memoir, mentre tra gli scrittori intervistati si contano la nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, il cinese Yu Hua, l’americana Marianne Leone, il francese Daniel Pennac. Nell’inserto segnaliamo anche vari incontri della kermesse mantovana, come gli itinerari virgiliani, i dialoghi con i giallisti, le letture teatrali, il programma parallelo di musica e poesia a Palazzo Te, i dibattiti sull’attualità.

A proposito di attualità: di una vicenda dei nostri giorni, ma con spunti di riflessione senza tempo, scrive anche Alessandra Sarchi, analizzando la figura di Oscar Pistorius: raccontando degli anni in cui il campione paralimpico è stato un «supereroe» con molte medaglie d’oro nel suo carnet, e di quando invece, dopo la sparatoria in cui è morta la fidanzata Reeva Steenkamp, è diventato un «eroe caduto», e non solo agli occhi dei media.

Il numero si chiude con le voci di alcuni grandi della letteratura, che risuonano nell’intervento di Alessandro Piperno dedicato agli incipit più importanti di tutti i tempi: anticipando il suo intervento al Festival della Comunicazione di Camogli, Piperno riflette sul modo migliore per iniziare una storia. Evocando a suon di citazioni, e con ironia, attacchi celebri come «Chiamatemi Ismaele» (Herman Melville, Moby Dick) oppure «Se davvero avete voglia di sentire questa storia…» (J. D. Salinger, Il giovane Holden). Per scoprire che Charles Dickens può permettersi un incipit «confidenziale», e pochissimi, come Joseph Conrad, possono osare l’attacco «sapienziale».

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IL TEXAS È UNO STATO MENTALE

Viaggio nell’opera di Joe Lansdale di Angela De Rubeis

Se penso alla libertà, se penso ad una via d’uscita, alla follia e alla calma insieme penso al Texas. Alle pianure di deserto e ai pistoleri, alla terra dei western, delle praterie di sabbia rossa, delle distese di nulla, degli uomini che si avviano in sella ai cavalli alla ricerca dell’oro e della fortuna, ai fuorilegge ai bordi delle strade pronti a derubarti in un attimo. Se immagino un luogo dove tutto è possibile, dove morire e ricominciare quello è il Texas.
Il Texas è terra e sangue è un dedalo di crepe. “Il Texas è uno stato mentale”. Lo dice Joe Richard Harold Lansdale, da molti definito il più grande degli scrittori di frontiera. Lo scrittore, texano ovviamente, non riesce a fuggire da questa terra di pistoleri che vivono all’avventura.
Joe Lansdale, nato nel 1951, è un grafomane e un eclettico. Scrive di tutto: la fantascienza, la narrativa per ragazzi, l’avventura, l’horror, il noir (la fortunata serie di Hap e Leonard è stata pubblicata da Einaudi, proprio nella collana Stile Libero Noir, fondata da Carlo Lucarelli e Luigi Bernardi) e ovviamente i racconti western. I suoi personaggi hanno coraggio e voglia d’andar via, spesso sognano un mondo migliore ma si trovano a scontrarsi con una realtà violenta fatta di cattivi e di approfittatori, nani e mostri. Alla fine delle loro avventura hanno occhi neri e una nuova consapevolezza di se stessi e del genere umano.
Ho incontrato Jon Lansdale a Rimini, durante il festival per ragazzi “Mare di Libri”. Giuro di essere andata per curiosità, perché non riuscivo a capire come un autore così “cattivo” potesse essere adeguato ad una platea di giovani lettori (età media 13–16 anni). Quell’anno, era il 2013, era appena uscito Acqua Buia, 331 pagine dure nelle quali Sue Ellen, Terry e Jinx dei ragazzi poco più che adolescenti decidono di portare le ceneri della loro amica Mary Linn — annegata con i piedi legati ad una macchina da cucire nel fiume Sabine — a Hollywood per onorare il suo sogno di diventare una stella del cinema. Arrivano, senza giri di parole, i temi della morte violenta, dei segreti (dal diario della ragazza morta si scopre dell’esistenza di un tesoro che Mary avrebbe accumulato non si sa come), degli adulti corrotti e cattivi che li inseguono bramando anch’essi il denaro sepolto. E arriva anche Skunk, un assassino che amputa le mani alle sue vittime. Fino a quel momento Skunk era solo una leggenda metropolitana; nella realtà, è sin troppo reale nel suo desiderio di uccidere e di firmare i suoi omicidi con tante manine appese.
Insomma, un libro che a prima vista non mi sembrava proprio una lettura da ragazzi, ma che — riflettendoci bene — non fa che rivolgersi agli amanti della libertà e della fuga per eccellenza: gli adolescenti. Certo le tematiche sono state un po’ portate all’estremo ma tutti a quindici anni abbiamo creduto così tanto nell’amicizia da buttarci in avventure che oggi ci sembrano folli e assurde; tutti abbiamo sognato la nostra Hollywood, abbiamo sognato di fuggire dalle regole imposte dai genitori di trovare un nostro personalissimo Ovest, verso la libertà. Perché l’Ovest è quella voglia di andarsene sempre via che non è altro che il desiderio di ricominciare, di farcela.
Nei ragazzi raccontati da Lansdale i grandi sono cattivi mentre mancano le rassicuranti figure genitoriali e familiari. I ragazzi possono contare solo su loro stessi e i loro coetanei. E poi ci sono quelli che crescono molto in fretta. È il caso di Jack, il protagonista di Cielo di sabbia, che nell’Oklahoma degli anni ’30 (attenzione il Texas c’è, anche se arriva solo a metà libro), due genitori morti e la casa spazzata via da una bufera di sabbia, vaga senza meta in uno scenario post apocalittico. A un certo punto si uniscono a lui due fratelli — Tony e Jane — che condividono con lui lo stesso destino. In tre, rubano un’auto e vanno verso il Texas in cerca della fortuna. Il libro è questo viaggio dall’Oklahoma al Texas ma è soprattutto quello che capita nel mezzo (giocando con la filosofia che il viaggio non è la meta ma la strada percorsa per arrivare alla meta); tutte le persone che incontrano (non solo ladri e rapinatori, com’è nello stile dello scrittore texano, ma anche una vedova) e il misto di relazioni che si instaurano tra i tre. Il tema della perdita dei genitori torna anche in uno degli ultimi libri scritti e usciti in Italia: La Foresta. Questa volta però l’orfano Jack (sempre Jack, sarà un caso?) il Texas lo lascia per andare in Kansas. Siamo sempre nell’America del primo ‘900 e anche in questo caso Jack deve superare una serie di prove/persone per liberare la sorella dalla banda che l’ha sequestrata e che ha precedentemente ucciso suo nonno. I personaggi che popolano l’avventura sono molti, diversi e sfaccettati come il pistolero nano triste, lo sceriffo pieno di cicatrici, l’uomo che di lavoro scava le fosse e tanti altri simpaticoni.

Parlare di tutti i libri di Lansdale è pressoché impossibile, ho contato 40 tra racconti e romanzi e ho lasciato indietro i fumetti (memorabile quello dedicato a Jack lo Squartatore) e le sceneggiature.

Ma, il libro che mi ha fatto conoscere Lansdale è Mucho Mojo. È subito stato amore. Da tempo non leggevo due personaggi così ben costruiti ma soprattutto così ben assortiti. Da una parte un bianco “normodotato” con tendenze democratiche e dall’altra un omone grande, grosso, nero e gay. I due non fanno altro che cacciarsi nei guai, prendere e dare botte e cimentarsi con i lavori più assurdi. Dicono parolacce, sono volgari e scurrili, hanno un’etica personalissima e un’altrettanta personalissima idea di quello che è giusto e di quanto, invece, è sbagliato. A loro modo sono impegnati, vogliono disegnare la retta via dell’umanità e alla fine pensi che il loro punto di vista sia quello giusto, nonostante tutto. Nonostante la violenza (che sono sempre, per qualche ragione costretti ad esercitare), il loro brutto carattere, le battutacce e le barzellette indicibili.
“Era metà aprile quando tornai dal mio lavoro in mare e scoprii che il mio buon amico Leonard Pine aveva perso il posto di buttafuori dell’Hot Cat Club, perché in un momento di rabbia, dopo aver cacciato un attaccabrighe fuori dal locale, mentre quello era ancora a terra, Leonard aveva tirato fuori l’uccello e gli aveva pisciato in testa. Poiché un gran numero di clienti del club era fuori a guardare quella testa di cazzo rimbalzare come una pallina da ping-pong tra le mani di Leonard, e poiché Leonard non era stato neppure abbastanza discreto da voltarsi di spalle, quando aveva deciso di annaffiare la testa del babbeo, la direzione del locale era stata incline a credere che avesse esagerato”. (Bad Chili, Einaudi, 1997). Ecco di cosa stiamo parlando.
I libri del ciclo di Hap Collins e Leonard Pine sono arrivati a nove (l’ultimo pubblicato da Einaudi è Honky Tonk Samurai, arrivato in Italia a fine 2015) e ognuno ha delle pagine, degli episodi che rimangono impressi, indimenticabili. Spesso, nelle serate con gli amici vengono fuori frasi del tipo: e “Bad Chili, invece, è quello con lo scoiattolo che ha la rabbia?”. “E quand’è che Brett e Hap si mettono insieme? Sì, perché nel libro dopo vanno a salvare la figlia di lei, la prostituta. Tillie si chiama, no?”. “Capitani oltraggiosi è quello della masturbazione delle galline?”.
Quest’ultimo, infatti, è uno dei tanti episodi assurdi nei quali sono coinvolti i due, insieme a: lavori assurdi, cattivoni assurdi, ed ore passate assurdamente. “Lavoravamo alla Deerstone’s Chicken Processing da circa sei mesi, e non era male. Ci toccava il turno dalle tre del pomeriggio a mezzanotte. Dovevamo solo andarcene in giro a controllare che non ci fossero buchi nella recinzione, che niente fosse fuori posto e che gli operai non riempissero il bagagliaio delle loro auto di polli congelati. Era molto meglio di uno stabilimento del genere dove avevo fatto domanda. Non volevano assumermi come guardiano ma come masturbatore. Avrei dovuto masturbare i galli e prendere loro lo sperma con il quale ingravidare le galline. Non era uno scherzo, mi dissero, ma un lavoro serio. Avevo anche cercato di immaginare se avrei dovuto svolgere il mio compito con guanti di gomma e pinzette, oppure a mani nude, con l’indice e il pollice. Forse ai galli il contatto diretto piaceva di più”. (Capitani Oltraggiosi, Einaudi, 2001).
Ma perché dire tutto questo? Perché portarvi dentro il mondo di Hap e Leonard? Perché leggerli fa pensare alla libertà. Libertà di esprimersi anche in modo scurrile, di cacciare un nemico, di vivere alla giornata, di fare lavori inutili, di fare esperienze forti e liberatorie.

Ma per quanto si caccino in avventure surreali e strambe, niente è più visionaria e inverosimile della cosiddetta trilogia del Drive-in (Il Drive-inIl giorno dei dinosauriLa notte del drive-in-3. La gita per turisti). Ingabbiare questa trilogia in un genere sarebbe assurdo oltre che impossibile. Io lo definirei pulp, mettendo nel termine pulp tutto: l’horror, la fantascienza, il fantasy, il surreale. I libri sono stati scritti nel 1988, 1989 e l’ultimo nel 2005 (Einaudi li ha pubblicati separatamente, e nel 2012 in un unico volume) e raccontano di un Drive-in del Texas, l’Orbit e di un tranquillo venerdì di paura. Sì, perché al venerdì all’Orbit c’è la Grande Nottata Horror. Dentro le loro auto sostano centinaia di ragazzi, altri sono in fila per prendere coca cola e pop corn ignari del fatto che il Re del Popcorn in persona trasformerà tutto in incubo. Un re burattinaio, annoiato e dispettoso che altro non vuole fare se non divertirsi con i destini degli abitanti di questo microcosmo.
I telespettatori, infatti, sono costretti a guardare ciclicamente horror come La notte dei morti viventi, mentre il panico dilaga. Molti cercano la fuga, tanti muoiono, alcuni si avventurano dentro un buio senza precedenti nella storia dell’umanità. Tutti si ritroveranno dentro quello che sembra un B-movie, con sottofondo di critica al consumismo e ai falsi miti televisivi. Ci sono tanti morti assurdi e altrettanti assurdi sopravvissuti che nei libri successivi si aggirano dentro mondi assurdi. L’unica cosa certa è che chi si avvicina all’Orbit, muore. Cercare un senso nella trilogia del Drive- in è stupido, è una serie di cose messe lì che si muovono senza logica. Orbit è in Texas, ovviamente.


Goliarda Sapienza. Profilo

Goliarda Sapienza nasce a Catania il 10 maggio del 1924 e muore a Gaeta il 30 agosto 1996. Figlia di Maria Giudice, figura storica della sinistra italiana e prima dirigente donna della Camera del lavoro di Torino, e Peppino Sapienza, militante antifascista iscritto al partito socialista, trascorre l’infanzia a Catania in un contesto familiare eccentrico, libero e anticonformista. Il suo talento multiforme e versatile trova espressione prima nel teatro e nel cinema e poi nella letteratura.

Goliarda bambina con Peppino Sapienza e Maria Giudice nella casa di via Pistone a Catania

La sua «(ri)nascita» come scrittrice avviene solo in età adulta, quando decide di rinunciare alla recitazione, che da bambina aveva vissuto come la vocazione prediletta attraverso cui esprimere il suo estro e la sua creatività. Lei stessa indica le coordinate all’interno delle quali si sviluppa la propria inclinazione attoriale:

Leggevo tutto il giorno, […] leggevo e imparavo a memoria tutti i lavori teatrali che trovavo per casa. La notte poi li recitavo da sola facendone tutte le parti, come i pupari. Il commendatore Insanguine mi aveva detto che, solo facendo tutte le parti come il puparo, si imparava a conoscere i personaggi diversi da noi. Imitando le loro voci, ora da uomo ora da donna, ora del vile ora del valoroso, si diventava attori veri.[1]

Amante del teatro, il padre Peppino la sostiene con grande fiducia, iscrivendola, a sua insaputa, all’esame di ammissione per entrare all’Accademia di Arte Drammatica di Roma diretta da Silvio D’Amico. Nell’autunno del 1941 Goliarda e la madre intraprendono il viaggio verso Roma. Con la gioia nel cuore e la paura di non esserne all’altezza, la scrittrice viene ammessa all’Accademia grazie all’enfasi della sua recitazione:

Gridai con la voce di quella pazza: «La mala Pasqua a te!» Mi dolevano le ginocchia sulle quali, nel grido, mi ero buttata e il torace come squarciato. Avevo gridato troppo forte? Le mani che mi rialzavano ora erano tante e calde, rassicuranti. Dicevano brava? O dicevano talento? «Certo la dizione spaventosa, l’accento pazzesco ma temperamento… temperamento». Con le ginocchia ed il torace rotto ero stata ammessa alla Regia Accademia D’Arte Drammatica con la borsa di studio.[2]

L’euforia di poter accedere alla scuola d’arte drammatica più illustre d’Italia si sostituisce presto alla sofferenza di essere stata ammessa con riserva: il talento c’è, ma prima della fine dell’anno, allo scadere di tre mesi, deve dimostrare di aver saputo correggere la sua disastrosa pronuncia siciliana. Quel che sembrava in apparenza impraticabile diviene possibile grazie alla sua incrollabile volontà:

Giorno e notte inseguivo quei suoni per la volta del palato […] Non potevo dormire. Dovevo fare di tre mesi diciassette anni.[3]

Il debutto a teatro avviene nel 1942 con l’interpretazione di Dina nella pièce Così è (se vi pare) di Pirandello. Un applauso «lungo» e «compatto» segna il suo trionfo. Finita la guerra, però, Goliarda decide di abbandonare l’Accademia per tentare la sua strada personale con il progetto T45, fondato insieme a Silverio Blasi, Mario Landi e Valeria Ravot. La compagnia mette in scena Gioventù malata di Ferndinand Bruckner ottenendo grande successo ma, dopo alcune repliche, la rappresentazione viene bloccata dalla polizia perché giudicata scandalosa e violenta.

La prospettiva di non poter realizzare un teatro nel modo in cui lei lo intende porta Goliarda a prendere la decisione di lasciare le tavole del palcoscenico e interessarsi sempre più al cinema, spinta probabilmente anche dal suo compagno Citto Maselli, esordiente regista del cinema italiano, che conosce in quegli stessi anni e con il quale istaura un rapporto di intenzioni, idee e insegnamenti che non si esaurisce neppure dopo la fine della loro relazione, durata ben diciotto anni:

Non recitai più: perché dovevo continuare ad appassire, schiacciata fra quelle battute e quei gesti polverosi e scoloriti come fiori di carta? Avevo Citto: mi portava stretta per le strade di Roma, e senza lasciarmi mai un attimo mi insegnava i colori i palazzi i visi inquadrati dalla macchina da presa.[4]

Goliarda fa il suo esordio di fronte alla macchina da presa nel 1946 con Alessandro Blasetti; il suo contributo attoriale però si esaurisce in pochi titoli, sette in tutto, attraverso l’interpretazione di piccoli ma folgoranti ruoli con i più grandi nomi del cinema neorealista: Un giorno della vita (A. Blasetti, 1946), Fabiola (A. Blasetti, 1948), Persiane chiuse (L. Comencini, 1950), Altri tempi, episodio La morsa (A. Blasetti, 1951), Senso (L. Visconti, 1954), Gli sbandati (C. Maselli, 1955), Lettera aperta a un giornale della sera (C. Maselli, 1970). Seguiranno ulteriori impegni cinematografici, televisivi e radiofonici, ma la partecipazione, come in numerose occasioni, non sarà accreditata.

Goliarda Sapienza nei panni di Letizia, in Fabiola (1948) di Alessandro BlasettiGoliarda Sapienza in Senso (1954) di Luchino ViscontiGoliarda Sapienza nei panni di Maria, in Gli sbandati (1955) di Citto MaselliGoliarda Sapienza in Lettera aperta a un giornale della sera (1970) di Citto Maselli

Si tratta di figure per lo più secondarie, ma che in alcuni casi rivestono un significato particolare alla luce dei successivi sviluppi della carriera artistica della scrittrice. Nel film di Blasetti, Fabiola, per esempio, come nota giustamente Lucia Cardona, Sapienza interpreta «un ruolo defilato ma niente affatto trascurabile e un certo senso “premonitore”: quello di Letizia, una donna vittima delle persecuzioni religiose, intenta a scrivere la storia dei cristiani, a partire dai racconti di Maestro Cassiano, che ascolta con partecipe attenzione. L’occhio del cinema, dunque, raffigura e pare visivamente presentire il destino di Goliarda scrittrice: scrittrice clandestina e catocombale nella finzione dello schermo e, nella vita, scrittrice clandestina e fuori dal canone dell’editoria e della cultura italiana».[5]

La sua presenza nei set cinematografici è confermata anche nelle funzioni di aiuto regista, sceneggiatrice, doppiatrice e assistente agli attori: con Zavattini e Visconti, ma soprattutto in tutti i film e documentari del compagno Maselli, Goliarda comincia ad operare come silenziosa «cinematografara» (così ama definirsi), un impegno intenso e gravoso, che nel tempo sarebbe rimasto sotto traccia, mai accreditato ufficialmente. Negli appunti segnati nei taccuini, in cui ha fissato molti dei suoi ricordi, pubblicati di recente (Il vizio di parlare a me stessa, Einaudi, 2011 e La mia parte di gioia, Einaudi, 2013) Sapienza sottolinea più volte la durezza e la fatica del mestiere di «cinematografara»:

Forse potrò essere libera. Neanche per duecentomila lire al giorno potrei sopportare quindici giorni di sala doppiaggio; ci ho passato troppi anni, e i ricordi e le sensazioni sono troppo frusti per rappresentare per me qualsiasi interesse. Come è stato per il teatro, anche qui tutto è rimasto uguale, congelato nel tempo: le persone che incontri, i tecnici magnifici, gli attori disperati appresso una fame di sfondare che fa venire i brividi, i produttori sciacalli, plebei e così brutti fisicamente (ma da dove vengono?) da allibire.[6]

Il lavoro di assistente le permette di qualificarsi anche come insegnante di recitazione, mettendosi in gioco, a partire dal 1991, nell’esperienza di insegnante al Centro Sperimentale di Cinematografia dove lavora negli ultimi anni della sua vita:

Anche oggi al Centro per la lezione. Mi alzo alle sette, dopo essermi svegliata almeno tre volte prima. È l’idea dell’appuntamento con il lavoro che mi sveglia, non capisco se per ansia brutta o bella: mi piace andare al Centro, ma Dev’essere il ricordo della poca scuola che ho fatto e dell’Accademia che mi ha rovinata – o rotta -, dato il mio «stato vocale» da terzo mondo che mi metteva in condizione di inferiorità. [7]

Il bisogno di esprimere se stessa attraverso la scrittura emerge per Goliarda in seguito all’evento tragico della morte della madre, avvenuta il 5 febbraio 1953. Il distacco da Maria segna profondamente Sapienza conducendola a una ricerca quasi ossessiva dell’immagine materna, in un processo di recupero memoriale che marca in modo costante il suo stile narrativo. L’esordio letterario di Goliarda, o come ben definisce Angelo Pellegrino l’«atto di nascita» della sua vocazione letteraria, risale alla stesura durante gli anni Cinquanta delle poesie poi confluite in Ancestrale (La Vita Felice, 2013), che comprende una sezione in dialetto dal titolo Siciliane (già pubblicata da Il Girasole, 2012)Nelle poesie c’è la volontà da parte di Sapienza di rievocare le figure della madre e del padre e di ritornare con il ricordo al vissuto familiare dell’infanzia. Nello stesso periodo Goliarda si mette alla prova anche con la prosa, con i racconti di Destino coatto(Empiria, 2002). Con queste opere l’autrice inizia ad addentrarsi nel campo della scrittura autobiografica, a cui fa seguito il progetto del ciclo memoriale dell’«autobiografia delle contraddizioni». Lettera aperta (1967), Il filo di mezzogiorno(1969), entrambi pubblicati da Garzanti, nascono nel tentativo del recupero dei ricordi a scopo terapeutico, a margine cioè dell’analisi intrapresa dopo le devastanti sedute di elettroshock a cui era stata sottoposta a causa del suicidio mancato.

Il periodo che va dal 1969 al 1976 è dedicato alla stesura del suo grande romanzo, L’arte della gioia. Goliarda si rinchiude nella casa di Gaeta per molti anni e trascorre le sue giornate nella creazione del suo unico personaggio di finzione, Modesta, una donna libera sessualmente, ideologicamente e politicamente. Dopo un’intricata vicenda editoriale e un’infinita serie di rifiuti, la prima parte de L’arte della gioia viene pubblicata nel 1994 presso Stampa Alternativa, che nel 1998 propone la versione integrale; ma il caso Goliarda Sapienza esplode in Italia dieci anni dopo a seguito della scoperta del capolavoro all’estero: la casa editrice francese Viviane Hamy pubblica infatti per prima l’edizione integrale tradotta de L’Art de la joie (2005); segue la pubblicazione tedesca In den Himmel stürzen (2006), quelle spagnole L’art de viure (2007) e El arte del placer (2007) fino ad arrivare all’edizione italiana di Einaudi nel 2008.

Dopo L’arte della gioia, Sapienza si dà alla composizione di altri capitoli dell’«autobiografia delle contradizioni»: Io, Jean Gabin, la cui stesura si colloca probabilmente alla fine degli anni Settanta, pubblicato postumo da Einaudi nel 2010 e i racconti dell’esperienza di Rebibbia. Dopo il breve periodo di reclusione in carcere, dovuto a un furto di gioielli, Goliarda decide di narrare la sua ‘avventura’ in prigione in L’università di Rebibbia (Rizzoli, 1983) e Le certezze del dubbio (Pellicanolibri, 1987). In entrambi i testi la parentesi carceraria viene rievocata come un momento di formazione, un’ulteriore occasione di apprendistato alla vita:

Sono come ripulita, il bagno di vita fatto a Rebibbia, mi ha come purificata: taglio netto col mondo dei salotti, dei discorsi sofisticati e tutto il resto.[8]

Negli ultimi anni sono stati pubblicati gli scritti teatrali, Tre pièces e soggetti cinematografici (2014), e il romanzo Appuntamento a Positano (2015). In queste opere, come già in Io, Jean Gabin, emerge con evidenza la centralità dell’esperienza cinematografica non soltanto come snodo centrale della sua biografia, ma anche come fonte di ispirazione che suggerisce alla sua scrittura immagini, temi, figure:

Scrivo sul trenino per tornare a casa. Sono stanchissima e con qualche malinconia data dal ricordo di tanto cinema fatto con Citto, in pieno entusiasmo e accordo: quaranta documentari e quattro o cinque film insieme, fino agli indifferenti. Ho fatto tutti i mestieri, e ho imparato più dal cinema che da cento università.[9]


1 G. Sapienza, Lettera aperta. Romanzo, Palermo, Sellerio, 2008, p. 151.

2 G. Sapienza, Il filo di mezzogiorno, Milano, Garzanti, 2015, p. 18.

3 Ivi, p. 20.

4 Ivi, p. 103.

5 L. Cardone, Goliarda attrice nel/del cinema italiano del secondo dopoguerra, in M. Farnetti (a cura di), Appassionata Sapienza, Milano, La Tartaruga, 2011, p. 47.

6 G. Sapienza, Il vizio di parlare a me stessaTaccuini 1976-1989, a cura di G. Rispoli, pref. di A. Pellegrino, Torino, Einaudi, 2011, p. 161

7 G. Sapienza, La mia parte di gioia. Taccuini 1989-1992, Torino, Einaudi, 2013, p. 155.

8 G. Sapienza, Il vizio di parlare a me stessa, p. 120.

9 G. Sapienza, La mia parte di gioia, pp. 103-104.

di 

Articolo originariamente pubblicato su arabeschi.it

http://www.arabeschi.it/goliarda-sapienza-profilo/


Martin Amis confidential, in una New York di mezza estate

Amis, 67 anni, nel 2012, nella biblioteca della vecchia casa si Brooklyn perduta recentemente in un incendio (Jennifer S. Altman/Conour by Getty Image) 

 

L’America, i libri in uscita, l’eutanasia, la famiglia… Chiacchierata a ruota libera con il polemico scrittore inglese nella sua nuova casa di Manhattan. L’altra gli è andata a fuoco…

dal nostro inviato Antonello Guerrera

NEW YORK. «What do you like to drink?». Con rara cortesia, Martin Amis chiede giorni prima che cosa bere insieme. E così la birra lager americana scelta è già in frigo, ghiacciata, pronta a rinfrescare questa collosa domenica di mezza estate newyorchese. È tardo pomeriggio, ma Amis pare sveglio e lindo da poco: maglia intima bianca, pantalone e scarpe neri, rasato e impomatato, stappa la birra, poi afferra la sua grossa Budweiser e una ciotolina di popcorn. Fuori dal soggiorno ligneo e colto dove ci sediamo, attraverso la finestra aperta del primo piano, la strada respira placida, tra i quartieri bohémien di Greenwich Village e Chelsea.

Molti scrittori di New York sono affezionati a questo trapezio trendy della città, tatuato di mattoncini rossi e industriali, già palcoscenico di Kerouac, Ginsberg, Burroughs, Capote e molti altri. Poco avanti casa Amis abitava l’eterno Oliver Sacks. A tre isolati c’è il lussuoso attico di Jay McInerney. Subito dopo casa del compianto drammaturgo Sam Shepard. Salman Rushdie ha ambientato qui il suo imminente romanzo The Golden House. Dylan Thomas ebbe il fatale malore al Chelsea Hotel, molto caro a Warhol, Bob Dylan e Leonard Cohen. Amis, 68 anni, uno dei massimi romanzieri inglesi viventi, figlio dell’altro gigante della letteratura britannica Kingsley,  vive in questo creativo seminterrato di Manhattan, solo all’apparenza ordinario, perché si arrampica su altri due piani, tra quadri à la Braque, librerie pingui, un caminetto. Per poi, come dopo un adagio, esplodere in un assai vivace studio-loft, luminoso, con una fragranza d’arte secolare. Eppure tutti sanno che Amis in realtà ha una bellissima casa a Brooklyn, il quartiere del sindaco De Blasio e oggi tra i più ambiti a New York.

O meglio, ce l’aveva. «È andata a fuoco la notte di Capodanno, il 31 dicembre 2016» rivela con la voce gonfia d’amarezza. «Eravamo io, mia figlia più piccola e mio fratello con sua moglie, tutti insieme per il cenone. A un certo punto citofonano i vicini, urlano: “Andate via, sta bruciando tutto!”. Non ce n’eravamo neanche accorti. Se non c’avessero chiamato…». Ma com’è successo? «Una canna fumaria. È stato l’ultimo calcio che mi ha dato il 2016, già tragico di suo a causa di Trump e Brexit. L’anno nuovo l’ho festeggiato parlando con i pompieri mentre gettavano ettolitri di acqua sulle cose di una vita: i miei libri, il computer, gli appunti. Sono riuscito a recuperare poca roba, purtroppo». E ora? «Ho fatto risistemare casa e l’ho venduta. Non ce la facevo a tornare a vivere lì. Mi veniva la depressione».

Così l’autore di romanzi mondiali come London Fields e L’informazione, in attesa di trasferirsi nel nuovo appartamento (sempre a Brooklyn), vive nell’abitazione della suocera Elizabeth Kaplan – madre della seconda moglie, la scrittrice Isabel Fonseca – oggi in casa di riposo. Anche il padre di Isabel era un personaggio non comune: Gonzalo Fonseca, celebre scultore uruguaiano. Questo babelico studio, un tempo appartenuto a Daniel Chester French (lo scultore della colossale statua di Abraham Lincoln al Memorial di Washington), venne comprato nel 1958 da Fonseca senior, che qui invitò a bere, come Amis, i più grandi artisti del XX secolo: da Danny Kaye a Warren Beatty, da Borges a Duchamp, che ha vissuto qui vicino.

Ma ad Amis, che intanto arrotola una sigaretta di tabacco e che vive a New York dal 2012 dopo l’addio alla perfida Albione, non piace più l’America: «Da piccolo mi sembrava il paradiso. Adesso mi sono reso conto di vivere in un paese irrazionale, insano. C’è una follia contagiosa, che mi inquieta». Di questo paese Amis – «ma io non sono antiamericano» – odia soprattutto il baricentro fondamentalista del denaro, come il titolo di uno dei suoi capolavori, Money: «Qui se non hai i soldi non puoi fare niente, né curarti, né difenderti in tribunale, persino schiattare costa troppo. Per questo ho deciso che morirò in Inghilterra. E, sì, accetterei l’eutanasia, senza dubbio. Non voglio finire come Iris Murdoch che guardava i Teletubbies». Amis esecra quello che lui chiama «l’individualismo della sanità» americana, che «spende più di tutte nel mondo e non riesce a curare i suoi cittadini. Una volta», racconta, «era il 1987, andai a trovare John Updike in ospedale in Massachusetts. Stava molto male, era in un ospedale digustoso. Allora glielo dissi in faccia: «John, tutto questo fa schifo. Come fai a fidarti di essere curato da questa sanità?». E Updike rispose: «Sì, lo so. Ma non possiamo cambiarla. Non sarebbe “americano”…».

Anche per questo, a ottobre, Amis pubblicherà negli Stati Uniti e in Inghilterra The Rub of Time, una raccolta di saggi e reportage giornalistici, da Nabokov a Trump (in Italia uscirà nel 2018 per Einaudi, come tutti gli altri suoi libri). Secondo Amis, tra le tante macerie che lascerà questo presidente «infimo ed egoista», la peggiore sarà l’erosione del concetto di verità: «L’ultima volta che le persone si sono ribellate contro la “ragione”, come adesso, è capitato a ridosso della Prima Guerra mondiale» ricorda Amis, «con l’irruzione di Freud, Einstein e Marx. Hitler e Lenin cavalcarono l’onda associando la ragione a codardia e pateticità. Oggi, dopo la rivoluzione di Internet, Trump la umilia allo stesso modo. Questo mi spaventa a morte. Le copertine di Time false e i libri senza pagine nei suoi resort dimostrano quanto sia pericoloso. Il suo consigliere Steve Bannon dovrebbe essere giustiziato».

Ma Amis sta lavorando anche a un’altra opera: un romanzo autobiografico illuminato dai suoi “fari” Philip Larkin, Saul Bellow e l’amico Christopher Hitchens: «Sono 15 anni che voglio scriverlo, ma mi sono sempre bloccato. Poi sono morti Bellow e Christopher, e ho riassaporato la libertà. Scrivere un romanzo sulla tua vita è molto diverso da uno “normale”. È come la differenza tra descrivere una scarpa elegante di una donna e il tuo piede deforme e brutale. Ecco, io sto cercando qualcosa nel mezzo. Per me è come scalare una montagna».

Non è la sola. Perché Amis, sin dall’inizio della sua carriera, ha sempre dovuto scalare un’altra vetta colossale, quella della celebrità del padre Kingsley, che lo ha agevolato ma anche oscurato. «Con papà ho avuto un rapporto meraviglioso ma a volte era molto severo e spietato coi miei scritti. Poi però ho capito che non amava lo stile di nessuno. Un giorno mi disse che non avrebbe mai più letto romanzi». E qual è la cosa che ha imparato di più da lui? «Essere indifferenti verso i giudizi e le recensioni altrui. Fregarmene. In letteratura non contano niente». Del resto Amis è uno dei pochi grandi scrittori contemporanei ad aver ricevuto una miseria di riconoscimenti o premi letterari. Soprattutto la sua Inghilterra non lo ha mai amato: due nomination al Booker Prize, e basta. «Perché nel mio Paese mi hanno sempre considerato il principe Carlo della letteratura: un baro, la brutta copia dei suoi genitori. Non sono mai riuscito a fargli cambiare idea. Ma oramai non m’importa più, lo accetto».

A parte i suoi amici come Zadie Smith e Will Self, Amis non legge per principio libri contemporanei: «Preferisco sia il tempo a fare da filtro, il resto è solo una perdita di tempo. Mio figlio tempo fa mi ha costretto a leggere 2666 di Roberto Bolaño: non ho cambiato idea». Amis adora il XIX secolo, Dickens su tutti, ma anche Jane Austen di cui in questi giorni si sono celebrati i due secoli della morte. Fu la matrigna e scrittrice Elizabeth Jane Howard (dalla quale Kingsley divorziò nel 1983 dopo aver fatto lo stesso con Hilary Ann Bardwell, madre di Martin, vent’anni prima) a far scoprire Austen e poi la letteratura inglese ad Amis, che fino ad allora leggeva solo fumetti: «Sì, sono cresciuto in una famiglia molto stimolante. Ma i miei genitori sono

stati la dimostrazione di come essere grandi scrittori non evita di commettere un sacco di stronzate. I loro matrimoni sono finiti per litigi ridicoli. E io ne ho sofferto molto. Saggi nella scrittura, stupidi nella vita. Questo è».

(18 agosto 2017)


Guido Ceronetti? Un tranello letterario. Leggete veri eccentrici come Dario ed Emilio Villa

Libri raccomandati e sconsigliati. Ceronetti è autore di romanzi scomparsi e poesie illeggibili. Dario ed Emilio Villa sono due irregolari autentici, in poesia e oltre la poesia

di Davide Brullo
1 Settembre 2017

Articolo originariamente pubblica da LinkiestaRaccomandato da

Il bastone. Secondo me Guido Ceronetti, 90 anni di lodi a lui, è il più spassoso tranello della letteratura italiana contemporanea. Riverito come un santone – gli ha pure telefonato il Presidente della Repubblica cantandogli, con i gendarmi in coro angelico, ‘tanti auguri a te…’ – omaggiato pressoché ogni anno dalla stampa patria, Ceronetti, conscio del fatto che il numero sovrabbondante di auguri è inversamente proporzionale alla genialità della sua opera (se tutti ti citano, sei finito, sei pop tanto quanto Fedez, Belen o la Coca), è il putto divino dei giornalisti ‘da terza pagina’. Costoro, poveretti, passano l’anno recensendo indigeste puttanate: una volta l’anno, almeno, parlano di Ceronetti, santificando la propria ignoranza in merito ai fatti letterari. Già, perché, al sugo degli auguri, avercene di Ceronetti, è un tipo simpatico e dionisiaco, un grano di pepe nella zuccheriera degli intellettuali italiani, solo che l’opera di Ceronetti, semplicemente, non c’è. E di un ‘paroliere’ disastrosamente poligrafo come è lui, conta l’opera, mica la vita. Beh, l’opera, ripeto, non c’è. La narrativa – ma avete mai letto Aquilegia D. D. Deliri Disarmati? Giusto, meglio leggere altro – fa acqua da tutte le parti, è la copia carbone di autori minori letti in una bottega d’Albione, trecento anni fa, Ceronetti pare il segretario allucinato di Thomas De Quincey, l’asinello di Villon, lo stalliere della principessa Sissi. La poesia, poi, è illeggibile, ha il livore di chi sa di non essere poeta ma pensa di essere un dio. Un paio di esempi? Eccoli. “Un cane umanamente cinocefalo/ Nel punto più sensibile ai suoni/ Della casa che vigila viva/ Dormiva”. Alla faccia. Quasi quasi reintegro J-Ax nel canone, dopo Mario Luzi e Milo De Angelis. L’incipit de L’appartamento, “Vite in letargo, dei vivi apparenti/ Strano e indesiderabile portento,/ Riempiono i sonni”, ha il merito di tramutare ogni strofa di Franco Battiato – un altro che ha il dono di voltare la banalità in somma sapienza per le masse – in un ‘classico’ da antologia, tra l’altro meno indigesto di Leopardi, si può cantare sotto la doccia. Certo, la quintessenza artistica di Ceronetti sta nel pensiero ondivago e corrosivo, da trapezista dei paradossi, dicono gli espertoni. Davvero? Il pessimismo icastico di facciata (“Quel che non bisogna assolutamente che i figli sappiano, è che li si è fatti nascere”), l’ovvietà in forma di icona (“Un vecchio che non prega è un puro e semplice rottame muto”), l’aforisma scemo (“Libera nos a Malo. Sarà il Tempo?”), non lasciano tracce nelle ossa dopo la lettura. Ceronetti non ha i fendenti di Emil Cioran, non è disperato come Albert Caraco, non possiede il ghigno di Witold Gombrowicz né la misura alchemica di Borges. Resta un minore tra i minori, più fortunato di tutti, per altro. L’unica cosa da salvare nel falò esegetico sono le traduzioni bibliche, di Giobbe e di Isaia, su tutti, depurate, però, dai commenti logorroici e solipsistici (tipo: “Soave acroamatismo di una Sapienza ipostatizzata!”) scritti, forse, per la comunità di ubriachi talmudisti che abita il cuore di Ceronetti. Pare che per i suoi primi 90 anni, Ceronetti voglia deliziarci di un ultimo, ennesimo libro. Ne faremo a meno. Ceronetti, passaporto da anticonformista per ogni stagione, per i giornalisti stagionati nel perbenismo, ha pubblicato con Einaudi, Rizzoli, Adelphi. Mica male per uno che fa l’eccentrico: macché, Guido Ceronetti è uno come tutti. Più vecchio di altri, semplicemente.

Guido Ceronetti, opera omnia (in attesa dell’ultimo libro)

La carota. Se volete un vero autore eccentrico, marginale, ignorato, bistrattato, geniale… ve ne impiatto due al prezzo di uno. Fate in fretta a ricordarli perché hanno lo stesso cognome, anche se non c’è un grammo di parentela che li leghi. Il primo è Dario Villa. Dario Villa è nato a Milano nel 1953, aveva i capelli lunghi, il viso intagliato nella cera e dei lungimiranti papillon. Morì troppo giovane, nel 1996, dando vita a placche dai titoli naif (L’ala dell’imbecillitàLa bambola gonfiabile e altre signorePeriplo delle perplessità), autore, dopo un esordio precoce – nel 1980, sull’almanacco Poesia Uno di Guanda – e un libro che fece scoccare applausi – Lapsus in fabula, nel 1984, per la Società di Poesia – di un volume di drastica bellezza, a un passo dalla fine, nel 1995, per Marsilio, Abiti insolubili. Adorato dal più influente poeta degli ultimi quarant’anni, Giovanni Raboni (credo che pochissimi poeti italiani, negli ultimi decenni del secolo appena trascorso, siano stato così costantemente, oserei dire così insistentemente frequentati dalla grazia”, scrisse di lui), Villa è l’incrocio tra un poeta surrealista e un presocratico, una strana congiura tra René Char ed Eraclito, dotato di verso apodittici (“siamo un’ombra del caso/ procediamo da cause sconosciute/ precipitiamo come nebulose/ in un fuoco di rose”) e apocalittici (“bestie stratificate urgono sotto,/ divorate da inutili secondi,/ braccate dalla coda, il muso muto/ e chiuso, somigliante ad altro, all’ombra/ di una parvenza, a un morso,/ a un lupo, al vuoto”), spesso indimenticabili. Ovviamente, dal momento che Dario Villa è un poeta vero, perciò ostile ai facili sofismi giornalistici, di lui, oggi, in libreria, c’è nulla: l’ultimo libro, quello che raduna Tutte le poesie, stampato quasi clandestinamente per Seniorservice Books, risale al 2002, un era bibliografica fa. Non troppo diverso il caso del longevo Emilio Villa (1914-2003), il quale, va detto, ben prima di Ceronetti – e con impeto ancor più incendiario, da creatore di linguaggi, di lignaggi grammaticali più che da filologo – s’è messo a tradurre la Bibbia (le versioni di Giobbe e del Cantico dei Cantici sono edite nel 1947, tutto il resto, cioè quasi tutto il testo sacro, è nell’oblio dell’Archivio Villa presso la Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia; in una delle sue mille vite, Villa è stato “consulente storico alla realizzazione del film La Bibbia, iniziato da John Huston nel 1964”). Villa ha fondato riviste (Habitat, in Brasile, ad esempio), scritto testi teorici necessari alla nascita della neoavanguardia e a dare impulso nuovo ad artisti come Alberto Burri, Claudio Parmiggiani, Mimmo Paladino (leggetevi il miracoloso Attributi dell’arte odierna) e dissipato il talento poetico – inteso come vendemmia della lingua, come eccidio della ‘comunicazione’ in favore del fervore glossolalico – in decine di plaquette per editori d’arte semisconosciuti. Di Emilio Villa, artista totale, che pagò tutto e non aveva paura di fare la fame, resta la traduzione dell’Odissea per Feltrinelli, L’opera poetica radunata da L’Orma nel 2014, un catalogo, ricchissimo, Emilio Villa poeta e scrittore, edito da Mazzotta nel 2008. Come sovrana leccornia per bibliomani, De Piante Editore sta pubblicando, in edizione di pregio, disegnata da Alessandro Busci, La danza dei cadaveri La fiera dei venduti, un inedito del 1978 commentato da Aldo Tagliaferri. Trattasi di “furibonda invettiva villiana” contro il sistema dell’‘intelligenza’ italidiota, contro “il regno delle mosche” dei “pisciatori di volumi, pisciavolumoni, raccoglitori d’archivi, cacatori di antologie posizionali posizionistiche edonistiche parastatalizzate paralitiche paraculari paraoculari”. Una boccata di rabbia buona. Altro che Ceronetti, il cerottino sull’ulcera dell’editoria italica.

Emilio Villa, La danza dei cadaveri La fiera dei venduti, Edizioni De Piante, pp.22, in 300 copie numerate più 20 con sovracoperta originale realizzata dall’artista, euro 30,00 (www.depianteditore.it)