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Turchia

Turchia, ciò che non si dice

golpe-in-turchiadi Vincenzo Maddaloni su altrenotizie.org che ringraziamo

In questi giorni molto s’è letto sulle repressioni in Turchia, ma poco o nulla sul perché del vasto consenso che sostiene il suo presidente e la sua “rivoluzione”. Poco si è scritto sulla “ secolarizzazione kemalista” che dal 2002 Erdogan assieme al suo partito, l’ Akp, combatte, e che l’Occidente invece amò e continua ad amare, sebbene il regime che Mustafa Kemal Atatürk impose alla Turchia si ispirava al fascismo degli anni Trenta, con modalità forse peggiori.

Per il momento non se ne parla. Intanto, sulle prime pagine dei mainstream si è iniziata la discesa della Turchia, a meno che un nuovo, tremendo ukaze di Recep Tayyip Erdo?an non ne risvegli l’interesse. Certamente rimane la domanda cruciale: il presidente continuerà con le purghe, oppure inizierà a ricucire quelle lacerazioni che il fallito golpe ha approfondito nella società turca?

Finora prevale la purga. Le ultime notizie dalla Turchia informano che la polizia ha arrestato a Erzurum, in Anatolia orientale – e lo ha trasferito nella capitale per interrogarlo – Muhammet Sait Gulen, nipote di Fethullah Gulen, il religioso e miliardario che dal 1999  vive in esilio negli Stati Uniti, e che è accusato di essere il principale ispiratore del tentato colpo di Stato del 15 luglio. Intanto sulla Gazzetta ufficiale è stato pubblicato il primo decreto dopo lo stato di emergenza, con il quale viene stabilito che potrà durare fino a trenta giorni il fermo di polizia senza la convalida del giudice.

Quello che i mainstream non dicono, o si “dimenticano” di ricordare, è che il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha potuto scatenare la sua repressione bestiale perché gode di un grande sostegno popolare, raggiunto con il successo di un’economia che, viaggiando con ritmi cinesi, gli ha permesso di vincere tre elezioni di fila. E così, forte del consenso delle masse, egli ha potuto – negli anni – devitalizzare di molto il potere della vecchia guardia dei militari filo atlantici e laici. Il colpo di Stato nella notte tra venerdì 15 e sabato 16 luglio gli ha offerto un inatteso pretesto per sgomberarsi forse definitivamente il campo incarcerando decine di migliaia di oppositori. Sicché tutto lascia pensare che alla fine di queste purghe anche l’assetto degli equilibri politici sul Bosforo ne usciranno modificati.

Infatti, fino a venerdì 14 luglio esistevano due Turchie, una contro l’altra e di peso uguale. Da una parte c’era la Turchia culturalmente europea, moderna, radicata nel ventunesimo secolo e composta dalla borghesia urbana, dai ricchi e dai giovani studenti con il loro fermento politico e sociale. Dall’altra parte la  Turchia dei conservatori islamici del Partito della giustizia e dello sviluppo – l’Akp – e del presidente Recep Tayyip Erdo?an. Quest’equilibrio – fallito il golpe – si è rotto, lo scenario s’è capovolto.

Agli occhi delle masse turche l’Akp, il partito fondato nel 2002 da Erdogan, è diventato la forza che ha lottato e lotta contro il laicismo radicale del fondatore della Turchia moderna, Kemal Atatürk, cioè  “contro l’ancien régime”. Infatti l’Akp, questo partito di conservatori islamici i quali non  hanno alcuna aspirazione jihadista, si dichiarano i fautori di una “lotta di classe” che, dopo la vittoria elettorale del 2002, ha strappato i bambini dalla fame e dalla miseria. Lo ha spiegato Hurichan Islamoglu, dell’Università del Bosforo: “In tredici anni Erdogan ha rivoluzionato il Paese. Ha creato una nuova classe media di ex contadini urbanizzati che lo adora. Il nostro reddito pro-capite medio è passato con lui da 2 mila dollari annuali a 11 mila. Se non si comprende questo non si capisce come mai egli è sopravvissuto al golpe”.

Dopotutto, la “rivoluzione” di Kemal Atatürk (1881-1938) non rispecchiava un ampio movimento popolare, bensì era stata imposta da una ristretta élite urbana – militare e intellettuale – su una società tradizionalista e per lo più rurale. Il Kemalismo impose non soltanto l’alfabeto latino al turco ufficiale, ma vietò pure l’uso di molti capi dell’abbigliamento tradizionali come il Fez, i pantaloni larghi per gli uomini, il velo per le donne, sostituendoli con quelli all’ europea e obbligando tutta la popolazione ad indossarli. Persino i cognomi arabo-musulmani dovettero essere cambiati o rimodulati sulla sonorità turca.

Nessuna società europea ha mai sperimentato una  rivoluzione culturale così lacerante, come non fu nemmeno nella  Cina del “Libretto rosso” di Lin Biao. In Occidente, la secolarizzazione era andata di pari passo con il progetto illuminista di democratizzazione e di liberalizzazione, con tempi e modalità diversi da paese a paese, e in alcuni dei quali non s’è completata ancora.

In Turchia la “trasformazione” proseguì con ritmo incalzante sotto un regime del tutto simile al fascismo europeo degli anni Trenta. Con tanto di partito unico di ispirazione nazionalista e con tanto di culto della personalità rappresentato dal presidente e fondatore della “nuova” Turchia, Mustafa Kemal Atatürk. Soltanto nel 1950 il regime cominciò ad allentarsi, ma certamente non per le pressioni dell’ Occidente al quale il secolarismo kemalista è sempre piaciuto. E continua a piacere.

E’ dal 2002, con il susseguirsi delle vittorie elettorali dell’AKP che  il kemalismo finalmente si liberalizza politicamente (anche se non culturalmente) con un sistema pluripartitico liberamente eletto che apre anche ai conservatori tradizionali, ai quali era stato per lunghi anni negato l’accesso al Parlamento.

Così la Turchia culturalmente europea, moderna, radicata nel ventunesimo secolo e composta – come detto – dalla borghesia urbana, dai ricchi e dai giovani studenti, la Turchia dell’“l’ancien régime” è  stata stoppata. Il fallimento  del golpe sigla la sua sconfitta. Agli occhi delle masse – udite,udite – è l’Akp il partito islamista conservatore che  rappresenta la vera  forza progressista.

A ben guardare siamo di fronte un marxismo in salsa islamista, non molto dissimile dal khomeinismo degli albori che abbatté il regime dello Scià Reza Pahlavi. A guidare la guerriglia in Iran furono all’inizio i fedayyin-e khalgh (volontari del popolo) d’ispirazione marxista, che presto decisero di unirsi ai mujaheddin islamici per coinvolgere nella lotta sempre più ampi strati della popolazione ed allargare così le basi della protesta. Come in Turchia, anche in Iran il governo può contare da sempre sul sostegno della classe operaia, dei mostazafin, uno strato sociale per di più rurale che comprende tutte le famiglie redditi delle quali lambiscono la soglia di povertà.

Erdogan ha potuto accaparrarsi il consenso con maggiore velocità, facendo leva sul  boom economico della Turchia che ha effettivamente avvantaggiato i figli delle famiglie più povere, più religiose e più conservatrici. Nel contempo ha accelerato la conversione del paese al liberismo e il suo inserimento nel mondo globalizzato, senza perdere di vista il clero, anzi colmandolo di attenzioni e incassandone la riconoscenza.

Beninteso la Turchia accusa i colpi della recessione, un rallentamento dell’economia c’è stato, ma il Paese non è affatto prossimo al collasso, poiché il tasso di crescita che oscilla tra il 3 e il 4 per cento resta ancora abbastanza alto rispetto agli standard europei. Così  il settore privato turco può ancora ampiamente fare affidamento sui prestiti di istituti di credito occidentali: 56 per cento da quelli europei e 12 da quelli statunitensi, per un totale di 188 miliardi di dollari in 13 anni.

Ecco perché il sostegno ad Erdogan dalla gran parte dei turchi non viene meno, anzi è aumentato. Naturalmente l’economia per via del golpe è adesso sotto pressione, con Standard & Poor’s che ha tagliato il rating turco a BB e la lira precipitata di quasi il 10 per cento nel cambio con il dollaro. Ma tutto lascia prevedere che questa situazione di incertezza finanziaria non durerà a lungo.

Se questa convinzione non fosse ben radicata nel popolo che lo sostiene, nella notte del golpe non ci sarebbe stata risposta all’appello di Erdogan. La gente non sarebbe scesa in piazza, sventolando la bandiera nazionale decorata con «un riflesso della luna che occulta una stella», a ricordare che quel riflesso di luna apparve nelle pozze di sangue dei cristiani sconfitti dopo la battaglia di Kosovo nel 1448, che segnò pure l’inizio dell’Impero ottomano.

Anche questo sventolio di vessilli aiuta a capire che nella Turchia di Erdogan, diversamente da quella di Atatürk, c’è una coesione e una sintonia tra Stato e società civile come mai era accaduto nella storia del Paese. Esse si fondano sulla certezza che questi conservatori islamisti dell’Akp non hanno alcuna intenzione di sostituire le insegne della “lotta di classe” con quelle dell’Islam, di trasformare la Turchia in una ierocrazia, in un governo di preti come in Iran.

Così si spiega perché la Turchia non ha alleati nel mondo arabo, e adesso che è ai ferri corti con gli Stati Uniti e con l’Europa rischia di rimanere isolata davvero. Ma non lo sarà per molto, perché essa ha ottantacinque milioni di abitanti a schiacciante maggioranza islamica, è il secondo paese Nato per potenza militare e ha un forte orgoglio nazionale, memore della storia imperiale ottomana. Insomma ha un “curriculum” degno di una nazione che aspira a consolidare un ruolo di leader in un’area delicata com’è il Medio Oriente. Ecco perché diventa cruciale la domanda sulle purghe, se cesseranno oppure no.

fonte: http://www.altrenotizie.org/articoli/cultura.html

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L’EPOPEA DELL’ASIA CENTRALE:

Le origini e i grandi imperi persiani

Umberto Guzzardi  per eastjournal.net che ringraziamo

Via della Seta

 

 

 

 

L’Asia centrale è una macro regione politico-geografica, composta oggigiorno da cinque stati:Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan e Kirghizistan. Questi Paesi sono spesso percepiti come remoti e poco importanti, e per questo sono generalmente trascurati, tanto a livello mediatico quanto storico. In realtà, invece, la storia di quest’area è costellata da epiche imprese, floride città e grandi conquistatori, che hanno fortemente contribuito a scrivere la storia del nostro mondo.

L’Asia centrale entra per la prima volta nella storia nel VI secolo A.C., quando l’area corrispondente agli attuali Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan, e Kirghizistan meridionali venne inglobata nell’impero persiano da parte di Ciro il Grande. All’epoca della conquista, la zona era abitata da una serie di popolazioni nomadi di stirpe iranica. Nei secoli seguenti la regione, seppur largamente indipendente, continuò a far parte dell’impero persiano e successivamente dei suoi Stati successori, ovvero l’impero seleucide, sorto in seguito alle conquiste di Alessandro Magno, l’impero dei Parti, ed infine quello dei sasanidi. Quest’ultimo, fondato nel 224 DC, espanse ulteriormente i propri possedimenti in Asia centrale, e diede per la prima volta alla regione un’organizzazione stabile. I Sasanidi infatti divisero l’area in tre province: la Margiana (corrispondente all’attuale Turkmenistan, con capitale Merv), laSogdiana (Uzbekistan orientale, Tagikistan e Kirghizistan, che inglobava anche le città diBukhara e Samarcanda) e la Corasmia (Uzbekistan occidentale e Karakalpakstan, con la scomparsa città di Urgench).

La storia della parte settentrionale dell’Asia centrale è invece molto meno documentata, così come molto più scarne sono le notizie al riguardo dei popoli che la abitavano. Il primo a parlarne è Erodoto, il primo storico greco, il quale riporta che la regione dell’odierno Kazakistan fosse all’epoca occupata da una serie di popoli nomadi, tra i quali egli individua iMassageti ed i Dahai, che a loro volta appartenevano al popolo degli Sciti. Questi ultimi erano un popolo di origine iranica, ed erano molto famosi per le loro capacità equestri e belliche. Questi popoli nomadi, oltre che alla pastorizia, vivevano grazie al bottino ricavato dalle continue incursioni che compivano all’interno dell’impero persiano, alcune delle quali ebbero tale successo da rovesciare la dinastia regnante. Fu questo il caso dei Parti, un popolo nomade facente parte dei Dahai, che riuscì a sconfiggere i sovrani seleucidi e ad istituire un potente impero, che sarebbe diventato l’arci-nemico dei romani.

In questi secoli inoltre, in particolare nel periodo tra il I secolo A.C. ed il I secolo D.C., si delineò quell’importantissima arteria commerciale che ebbe una profonda influenza sulla storia dell’Asia centrale, ovvero la Via della Seta. La Via della Seta, che prese questo nome solamente nel XX secolo, era composta da una serie di percorsi e stazioni di sosta che mettevano in collegamento l’Impero cinese con la Persia e successivamente con l’Europa. Lungo questa Via passò un enorme quantità di merci diverse, tra le quali ovviamente la seta, oltre ad idee,religioni, e tecnologie. La Via della Seta favorì la fioritura di numerose città, che da meri caravanserragli si trasformarono in fiorenti città commerciali. Tra queste le più importanti furono Kokand, Bukhara, Samarcanda, il cui nome ha assunto in Italiano il significato di posto semi-mitico e lontanissimo, e Merv.

La stabilità dell’area venne definitivamente scossa nel VII secolo dopo Cristo, quando l’impero sasanide venne rapidamente travolto dalle invasioni arabe. I conquistatori istituirono un vastissimo impero, retto da un califfo con sede prima a Damasco e successivamente aBaghdad, che si estendeva dalla Spagna fino all’Afghanistan, e copriva gran parte dell’attuale Asia centrale. In quegli anni, gli abitanti dell’Asia centrale iniziarono la loro conversione alla religione dei suoi padroni, l’Islam. L’invasione araba ruppe il periodo di pace e collaborazione con l’elemento cinese che aveva permesso lo sviluppo della Via della Seta, che per questo motivo subì un periodo di relativa crisi. Nonostante ciò, l’età del califfato costituì un periodo di pace e sviluppo economico e culturale per l’Asia centrale, periodo che tuttavia terminò rapidamente a causa dell’arrivo di una nuova ondata di conquistatori, i Turchi.

fonte: http://www.eastjournal.net/archives/72654


Il Manifesto

LOTTE ARMATE

Pensionati a mano armata

Sebastiano Canetta, il manifesto Ago 2016

BERLINO Introvabili, imprendibili, impossibili da arrestare. Di più: scomparsi nelle viscere della terra come spiega, ufficialmente, la polizia tedesca. l’ultima de-generazione della Rote Armee Fraktion: tre «pensionati» armati fino ai denti sopravvissuti all’Autunno in Germania, al crollo del Muro e ai sei governi di Kohl, Schröder e Merkel. Da giovani terroristi all’attacco del Capitale a vecchi rapinatori all’assalto dei portavalori, senza che nessuno riesca neppure a fermarli. Mentre i colpi della banda si susseguono più e peggio di prima. Gli ultimi risalgono a fine giugno. E come sempre sono stati condotti a suon di «bazooka».

Il trio

nach-burkhard-garweg-ernst-volker-staub-und-daniela-klette-von-links-wird-seit-jahrzehnten-gefahndet- 

 

 

 

 

 

 

Ernst-Volker Staub, Burkhard Garweg e Daniela Klette in una foto d’epoca

 Due uomini e una donna. Si chiamano Ernst-Volker Staub, 61 anni, Burkhard Garweg, 47, e Daniela Klette, 57. Dal 1993 sono in testa alla lista dei ricercati della polizia federale: pesano i reati legati al terrorismo della Terza generazione Raf e le otto rapine a mano armata dell’ultimo lustro.

Per anni le autorità tedesche hanno creduto che si fossero rifugiati in Sudamerica. Su ciascuno dei tre pende una taglia pari a 80 mila euro, insieme a un «numero verde» per le segnalazioni attivo giorno e notte. Finora le 60 chiamate registrate non hanno prodotto neppure un indizio – e all’Ufficio criminale della Bassa Sassonia (Lka) regna lo sconforto assoluto.

Staub, Garweg e Klette «sembrano essere stati inghiottiti dalla terra» è l’ipotesi, nero su bianco, nell’avviso di ricerca datato 7 giugno 2016. Soprattutto il Lka non si capacita di come i tre riescano ancora a galleggiare nella clandestinità. «Se fossero i miei vicini di casa li riconoscerei di sicuro» è il ragionamento, sempre stampato sul rapporto ufficiale, di un anonimo detective della polizia del Land. Difficile dargli torto: il Lka ha diffuso i clip della videosorveglianza con la foto aggiornata di Staub e Garweg. Senza contare che il trio ha un curriculum davvero storico.

Staub nasce ad Amburgo nel 1954. Studia linguistica e fonetica poi legge all’università fino al 1982. Due anni dopo viene arrestato per cospirazione, possesso di armi e concorso in attività terroristiche. Nel 1986 viene condannato a 4 anni di carcere. Quando esce di galera torna ad Amburgo dove rimane fino al 1991, prima di far perdere di nuovo le tracce. È tra i sospettati della bomba al penitenziario di Weiterstadt a Essen negli anni Novanta, ultimo atto della Raf prima del comunicato del 1998 che ne annuncia lo scioglimento.

Garweg invece è originario di Bonn ma cresce e studia ad Amburgo. Nel 1987 entra nell’orbita della sinistra extraparlamentare, dopo tre anni è già nella galassia Raf. Anche lui è accusato dell’assalto alla prigione nella Ruhr.

Klette, infine, è cresciuta a Karlsruhe, ha fatto parte del Rote Hilfe (Soccorso rosso) fino al 1978 ed è stata attiva soprattutto sul fronte della lotta contro le basi Usa in Germania. Come gli altri è stata «formata» da Wolfgang Grams e Birgit Hogefeld, tra i leader della Terza generazione Raf.

Bazooka

L’ultimo colpo del trio risale al 24 giugno. Alle 15.30 nella zona industriale di Cremlingen (comune di 12.700 abitanti nella Bassa Sassonia) Staub, Garweg e Klette, a bordo di una Opel Corsa blu con targa falsa, seguono un furgone portavalori all’ingresso del mobilificio Dänisches Bettenlager. Quando si ferma escono dall’auto mascherati, Staub e Garwig sparano una raffica di Kalashnikov sugli sportelli anteriori mentre Klette punta contro la fiancata del blindato un Panzerfaust: un’arma in grado di bucare un carro armato.

I due vigilante scendono con le mani alzate, aprono il forziere e assistono al trasbordo del bottino nell’auto e poi alla fuga della banda. Secondo le testimonianze delle cassiere del vicino supermercato Lidl, tutto dura «al massimo due minuti». Mentre l’assalto frutta 600 mila euro in contanti.

I tre ex Raf sono ben equipaggiati, coordinati e sufficientemente determinati.

Ma non sempre basta, come dimostrano gli assalti falliti utilizzando la stessa tecnica. In totale dal 2011 il conto della banda ammonta a 8 rapine. Le uniche tracce a disposizione degli investigatori, per ora, sono solo il Dna di Klette e Staub, raccolto dopo l’assalto di una banca a Duisburg nel 1999, e la berlina Ford e il furgone VW utilizzati per gli altri colpi a giugno 2016.

Colpi falliti

A Brema due mesi fa il trio ha sparato di nuovo con armi automatiche contro un portavalori che conteneva circa un milione di dollari. Ha riempito di buchi la blindatura, frantumato il parabrezza, ma non è riuscito ad aprire gli sportelli.

Ci ha riprovato qualche giorno dopo nel cortile di un supermercato a Nordsteimke vicino a Wolfsburg, ma anche qui ha mancato l’obiettivo perché l’autista ha accelerato ed è fuggito. Secondo il Lka la sequenza temporale delle ultime tre rapine porta a pensare che «gli ex militanti della Raf potrebbero essere a corto di denaro: devono far quadrare i conti, probabilmente garantirsi una specie di pensione che permetta loro di continuare a vivere in clandestinità». Per adesso è l’unica (quasi) certezza della polizia della Bassa Sassonia.


Quelle carceri brasiliane senza guardie da cui l’Italia dovrebbe imparare

Una mostra e un incontro al Meeting di Rimini sull’esperienza delle Apac, strutture carcerarie senza polizia né armi in cui i prigionieri sono chiamati per nome e trattati come persone. E da cui nessuno vuole scappare

di Piero Vietti | 23 Agosto 2016 Articolo apparso originariamente su ilfoglio.it che ringraziamo.

 
Le foto della mostra al Meeting presenti in questo articolo sono di Cesare Simioni

Rimini. “Qui entra l’uomo, il delitto resta fuori”. La scritta – a mano, nera su sfondo azzurro – accoglie i visitatori di una delle mostre presenti al Meeting. Si intitola “Dall’amore nessuno fugge”, non parla di buoni sentimenti ma di carcerati in Brasile che scontano la loro pena nelle strutture Apac (dal nome dell’associazione che le gestisce, Associazione di protezione e assistenza ai condannati). Ladri, stupratori e assassini che vivono un’esperienza impensabile nel paese con la quarta popolazione carceraria al mondo, circa 600 mila detenuti dei quali quasi 250 mila in attesa di giudizio. Impensabile perché si tratta di prigioni in cui non ci sono né guardie né poliziotti, le chiavi delle celle sono custodite dai detenuti stessi (chiamati “recuperandi”), gli spazi hanno misure umane, ai prigionieri vengono insegnati dei mestieri e da cui praticamente nessuno scappa. Il Brasile è uno dei paesi in cui si contano più rivolte carcerarie, e in cui il tasso di recidiva di chi è stato in galera e poi esce sfiora l’80 per cento. Chi esce dalle strutture Apac torna a delinquere solo nel 20 per cento dei casi.

Oggi in Brasile sono circa 50 le prigioni di questo tipo, e diversi paesi stanno cominciando a importarne la metodologia. Con una differenza, però, che rimane sostanziale. La spiega al Foglio Fabrizio Pellicelli, responsabile in Brasile di Avsi, la ong internazionale partner di Apac: “Qui non è lo stato che decide di aprire un carcere Apac, ma la società civile”. E’ una esigenza che nasce “dal basso”, e ha lo scopo di rieducare i condannati, non soltanto di punirli con la reclusione. In un sistema fallito come quello carcerario, persone legate al territorio decentralizzano la costruzione di carceri in presìdi di piccole dimensioni (le Apac non ospitano più di 200 persone), permettendo alle comunità di assumere direttamente la responsabilità del recupero dei detenuti stessi (e facendo risparmiare i contribuenti). “Nello stato brasiliano del Minas Gerais le istituzioni hanno riconosciuto il valore dell’opera”, continua Pellicelli, aiutando la costruzione dei centri e – negli ultimi anni – pagando il personale amministrativo. La gran parte del lavoro è però sulle spalle dei volontari e dei recuperandi.

 

ARTICOLI CORRELATI “Carceri meno affollate, ma occorre un diverso modello di detenzione” Fine dell’illusione. Le carceri italiane tornano a sovraffollarsi (e cresce l’emergenza jihadista) L’uomo è il vero dato da conoscere per capire il senso della tecnologia “Prima di vendere le carceri ripensiamo al modello di pena che vogliamo”. Parla Mauro Palma Amore incondizionato, disciplina e fiducia sono i tre elementi fondamentali su cui si basa il metodo Apac, che punta su coinvolgimento della famiglia, partecipazione della comunità, attenzione alla salute, aiuto mutuo tra i carcerati e religiosità. L’origine di quest’opera è nell’esperienza di fede cristiana del fondatore, Mario Ottoboni, avvocato che nel 1972 comincia a mettersi al servizio dei condannati come volontario nelle carceri brasiliane. Lo scopo è “offrire al   condannato   le   condizioni per  pagare  il  suo  debito  con  la  giustizia  e  insieme  recuparare  se  stesso”. “Qui siamo trattati come persone e non come animali, chiamati per nome e non con un numero”, dicono le testimonianze dei carcerati che la mostra del Meeting racconta, e di cui si parlerà oggi in Fiera alle 19 in un incontro.

Negli anni Novanta un amico e “discepolo” di Ottoboni, Valdeci Antonio Ferreira, rimane colpito dal metodo, lo impara e comincia a lavorare alla sua diffusione. All’inizio politici e giudici non si fidano, Valdeci fa loro mettere alla prova la prima Apac, cominciando a lavorare con i carcerati in regime aperti, poi con quelli in regime semi aperto e infine con quelli in regime chiuso. L’esperimento funziona, si allarga, e quando nel 2006 la Fondazione Avsi conosce le Apac decide di diventarne partner. Anche grazie ad alcuni fondi europei per progetti sui carcerati le strutture Apac cominciano a essere “esportate” negli stati vicini. Il metodo arriva anche in altri continenti, Europa compresa, anche se in carceri nelle quali i poliziotti sono presenti.

Daniel, ex detenuto e ora collaboratore delle APAC

L’Italia, multata dall’Unione europea per la condizione delle proprie carceri, sarebbe un terreno fertile, dal punto di vista della società civile, per iniziare un tipo di esperienza del genere. Che dà frutti imprevedibili, come testimonia la storia – raccontata nella mostra – di Walter, un pluriomicida giudicato irrecuperabile e mandato in un carcere Apac da un giudice, scettico sul metodo. Arrivato, come tanti, con l’idea di scappare al più presto, Walter dopo qualche tempo cambia. Un giorno nello stesso carcere arriva uno stupratore, il corpo segnato dalle violenze subite nelle prigioni in cui era stato in precedenza. Il primo che lo accoglie, lavandogli le ferite, è Walter. “Nessuno è irrecuperabile”, conclude Pellicelli, se guardato in modo umano.

http://www.ilfoglio.it/cultura/2016/08/23/apac-avsi-carceri-brasiliane-senza-guardie-italia-dovrebbe-imparare___1-v-146267-rubriche_c345.htm


Olimpiadi e diritti umani a Rio La repressione che fa sparire i bambini

Articolo apparso originariamente su RESET.it che volentieri ringraziamo.

Olimpiadi e diritti umani a Rio
La repressione che fa sparire i bambini

Da Reset-Dialogues on Civilizationsrio-de-janeiro-Già nel 2007 e nel 2010, quando il Brasile si preparava a ospitare la Coppa del Mondo, le forze armate avevano invaso, rispettivamente, le favelas Santa Marta e Complexo do Alemão, controllate da gang della droga. Questi “sforzi di pacificazione” e di occupazione delle favelas, quindi, non sono una novità per gli abitanti, ma, negli ultimi anni, la situazione è drasticamente peggiorata. Come Amnesty International ha riportato, nel solo Stato di Rio de Janeiro, tra il 2013 e il 2014 (anno in cui si sono svolti i Mondiali) il numero delle persone uccise per mano della polizia è aumentato del 39,4% ed è cresciuto ancora nel 2015 passando da 580 a 645 uccisioni. Inoltre l’analisi fa vedere come la quasi totalità delle vittime sono stati uomini, 79% neri e 3/4 avevano tra i 15 e i 29 anni. Nei primi mesi del 2016, ci sono stati 2470 omicidi e numerosi di questi “incidenti” hanno avuto come vittime bambini.

L’esistenza stessa delle favelas è testimonianza della brutale disuguaglianza presente in Brasile. E Rio, come altre città, ha sempre vissuto durante i grandi eventi un aumento della violenza da parte delle forze di sicurezza e di polizia. Queste Olimpiadi lo confermano. L’incremento della violenza non è che uno dei problemi che il governo brasiliano ha dovuto affrontare nell’ultimo periodo: dal virus Zika alla crisi economica, estesa a tutto il Brasile, perfino nello Stato di Rio che ha sfiorato la bancarotta. Cantieri infiniti, sprechi e appalti dubbiosi con un sistema di trasporti che invece di essere uno dei fiori all’occhiello della rinascita della città è ancora uno dei suoi punti più dolenti. La confusa situazione politica non aiuta, con ben due presidenti: Michel Temer e Dilma Rouseff. Il primo è in carica tutt’ora come sostituto della presidente eletta, sospesa dall’incarico il 12 maggio e a cui verrà letto il rapporto di impeachment proprio il 5 agosto.

Lo stato di Rio de Janeiro è uno dei più violenti del Brasile, con una scia di morti da Paese in guerra. Eppure, solo adesso, con migliaia di turisti “olimpici” per le strade, anche le altre nazioni cominciano a preoccuparsi, forse per paura che i loro connazionali vengano coinvolti nelle violenze. In questo momento, si contano 85.000 uomini tra militari e corpi speciali della polizia, il doppio di quanto visto ai mondiali del 2014 e alle Olimpiadi di Londra del 2012.

Impressionante è l’accusa mossa dal Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’Infanzia, in un rapporto pubblicato nel 2015, in cui si dice “seriamente preoccupato per la violenza diffusa per mano della polizia militare — l’Unidade de Policia Pacificadora e il Batalhão de Operações Policiais Especiais —, in particolare contro i bambini che vivono in strada o nelle favelas” di Rio de Janeiro, citando anche torture e sparizioni. La vicepresidente del Comitato dell’Onu Renate Winter, intervistata dal quotidiano Estadão di San Paolo, ha aggiunto che c’è stata a Rio una vera e propria ondata di pulizia per i Giochi olimpici, con l’obbiettivo di mostrare al mondo una città senza problemi. In Brasile si muore giovani: il rapporto sottolinea che ha uno dei tassi più alti di omicidi di giovani al mondo, vittime della polizia, del crimine organizzato e dei gruppi paramilitari.

Nelle aree di Copacabana e Maracanã, due dei quartieri dove si terranno le Olimpiadi, moltissimi adolescenti e bambini dormono per strada facendo l’elemosina. I maschi solitamente si uniscono alle gang locali e vendono droga per sopravvivere e le femmine diventano prostitute. Questo è il “lato oscuro” del Brasile che il governo sta cercando in tutti i modi di nascondere attraverso detenzioni arbitrarie o, addirittura, facendoli semplicemente sparire. A febbraio 25 associazioni per la tutela dei diritti umani hanno firmato una lettera denunciando le retate compiute nei confronti di questi bambini e dubitando delle giustificazioni date dal governo. Inoltre il Brasile ha il secondo tasso di omicidi di bambini del mondo, secondo solo alla Nigeria. Secondo un report di Unicef, il numero di bambini uccisi in Brasile si è duplicato negli ultimi 20 anni. Nel 2013, il numero di omicidi nel paese ha raggiunto i 10.500 per anno. E Amnesty International sottolinea che circa il 16% delle uccisioni a Rio sono state attuate dalla polizia. “Il numero di omicidi di adolescenti è molto alto, la situazione è davvero drammatica”, ha detto Fabiana Gorenstein, responsabile della protezione di Unicef.

Uccidere i bambini, purtroppo, non è considerato aberrante. Molti brasiliani lo giustificano – denunciano le organizzazioni non governative locali – perché vedono i meninos de rua come criminali e non come bambini che si sono ritrovati per strada perché obbligati a scappare da situazioni familiari di abusi, violenza sessuale e estrema povertà.

È un antico problema. Uno degli episodi più eclatanti è stato quello ricordato come il massacro di Candelária, nel 1993. Numerose associazioni sostengono che questo non fu assolutamente un fenomeno isolato, anzi, dal 1988 al 1991 circa 6.000 bambini di strada sono stati uccisi in Brasile.

I diritti umani possono aspettare, il business no. La clausola approvata dal Comitato Olimpico Internazionale che chiede al paese ospitante come prerequisito per avere i Giochi Olimpici la tutela dei diritti umani entrerà in vigore solo nel 2022. Per ottenere questo risultato c’è voluta una mobilitazione internazionale cresciuta dopo i giochi di Pechino e Sochi.

Ospitare le olimpiadi, quindi, potrebbe richiamare l’attenzione sui diritti umani violati, ma l’esperienza ci dice che fin ora si è fatto il contrario, si è fatto di tutto per nasconderli.

Vai a www.resetdoc.org