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Viaggio al termine della notte

Incipit
È cominciata così. Io, avevo mai detto niente. Niente. È Arthur Ganate che mi ha fatto parlare. Arthur, uno studente, un fagiolo anche lui, un compagno. Ci troviamo dunque a Place Clichy. Era dopo pranzo. Vuol parlarmi. Lo ascolto. “Non restiamo fuori! mi dice lui. Torniamo dentro!”. Rientro con lui. Ecco. “‘Sta terrazza, attacca lui, va bene per le uova alla coque! Vieni di qua”. Allora, ci accorgiamo anche che non c’era nessuno per le strade, a causa del caldo; niente vetture, nulla. Quando fa molto freddo, lo stesso, non c’è nessuno per le strade; è lui, a quel che ricordo, che mi aveva detto in proposito: “Quelli di Parigi hanno sempre l’aria occupata, ma di fatto, vanno a passeggio da mattino a sera; prova ne è che quando non va bene per passeggiare, troppo freddo o troppo caldo, non li si vede più; son tutti dentro a prendersi il caffè con la crema e boccali di birra. È così! Il secolo della velocità! dicono loro. Dove mai? Grandi cambiamenti! ti raccontano loro. Che roba è? È cambiato niente, in verità. Continuano a stupirsi e basta. E nemmeno questo è nuovo per niente. Parole, e nemmeno tante, anche le parole che son cambiate! Due o tre di qui, di là, di quelle piccole…” Tutti fieri allora d’aver fatto risuonare queste utili verità, siamo rimasti là seduti, incantati, a guardare le dame del caffè.

Louis-Ferdinand Céline -Viaggio al termine della notte

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100/2016: Viet Thanh Nguyen, Il simpatizzante, trad. Luca Briasco, Neri Pozza 2016, pag. 511

thViet Thanh Nguyen, com’è arduo tradire l’amico in nome del comunismo

Un infiltrato vietcong negli Usa dopo la caduta di Saigon diviso tra la fedeltà all’ideologia e gli affetti personali

Sudvietnamiti in fuga dopo la caduta di Saigon nel 1975

Pubblicato il 27/11/2016
domenico quirico

Per favore! Fate leggere questo romanzo, Il simpatizzante, vincitore del Pulitzer, a Salvini e ai suoi leghisti. Imponetelo come premessa elettorale a madame Le Pen, alla svelta protervia di tutti gli xenofobi, indigeni e da esportazione. Soprattutto: accertatevi che questi avvelenatori dei pozzi della psicologia collettiva scorrano la biografia dell’autore, Viet Thanh Nguyen, figlio di migranti vietnamiti negli anni settanta, rifugiato di seconda generazione diventato professore di inglese e studi americani alla Ucla, la prestigiosa università della California, autore di saggi sulla memoria e l’oblio e ora anche potente romanziere: il romanziere AMERICANO dell’anno. Che ha scelto come tema per il suo esordio letterario gli anni «americani» del Vietnam che furono proprio quelli che fecero tremare Popoli, Terre, Spiriti in tutte le loro fondamenta.

E’ compito bello e amabile presentare l’opera di un grande scrittore e Thanh Nguyen lo è. Bello chiosare la singolarità di una delle sue pagine: ad esempio, nel racconto delle ultime notti di Saigon ormai accucciata, esausta, nella morsa salda dei «liberatori», la scena in cui descrive le strade che portano all’ultima via di fuga, l’aeroporto, sui marciapiedi le divise abbandonate dai disertori prima di travestirsi da civili, scena classica di ogni débacle anche nostrana. Ma qui le divise non son gettate qua e là alla rinfusa, ma ben ripiegate, elmetto giubba pantaloni scarpe, in ordine rigoroso dall’alto al basso, quasi fossero esposte in vendita «… ma nessuno in una città in cui niente andava sprecato, nessuno osava toccarle…».

E’ bello additare al lettore indaffarato o insensibile, la frase, il personaggio, la battuta, certe bellezze ingegnose di una ispirazione mai incauta o incolta… «Era un uomo sincero che credeva in tutto quello che diceva anche quando mentiva…». Che storia è la sua: tragica terrificante bizzarra! Libro perfetto dunque come sono quelli dove ogni orrore e dolore, verità e menzogna, odio e morte diventano destino e struttura.

Tutto questo è vero: ma scopro che la vita dell’autore, la sua condizione umana, di persona e non di personaggio, mi folgora e mi attrae quanto e forse più della sua opera. Perché dimostra, con pertinenza didascalica, cosa sono e possono diventare i migranti, «invasori» descritti come devoti al saccheggio, impermeabili a ogni integrazione, che sia anche accettazione di ciò che siamo. Possono diventare ad esempio maestri in grado di darci lezioni nei nostri idiomi. Oppure di vincere il premio letterario più prestigioso. Tra dieci, venti anni avremo anche noi, in Italia, un vincitore del Campiello o dello Strega arrivato, bambino, sul molo di Lampedusa su una slabbrata caravella, o alla deriva per torridi deserti incalzato dalla paura: che è stato insomma Migrante.

Il libro è, a ridurlo a trama di vertiginosa proliferazione, la storia di un uomo, il Capitano, l’apprezzato braccio destro del capo della polizia di Saigon ma anche rivoluzionario vietcong, marxista, abilissimo infiltrato a cui i nordvietnamiti chiedono di seguire il generale fuggiasco in America per sorvegliare possibili «revanche» degli sconfitti. Nguyen ne coglie magistralmente la seduzione, il torbido fuoco, quanto basta a consentirci l’affaccio sul pozzo senza fondo della vita e vederci confusi, in ambigui intrecci, il bene e il male.

Un tempo ci avvertivano che non si debbono leggere libri per sapere come vanno a finire, né voltare le pagine per sapere cosa accade dopo. Che errore! Confesso di leggere per sapere, appunto, ciò che accadrà, quello che ci porterà la pagina dispari dopo quella pari.

Ma non nel caso de Il simpatizzante. Ogni parola scritta con magistrale perizia dal migrante Nguyen è, automaticamente, per una sorta di traslazione biografica, anche una pietra scagliata contro il pregiudizio, l’ottusità degli xenofobi, la meschinità di tutti gli egoismi, razziali ed economici. Sì. Il simpatizzante è un libro che nasce dal coraggio dell’uomo, è impastato dalla sua mirabile capacità di adattarsi e di crescere, della generosità del sopportare il dolore e il distacco da ciò che eravamo e non possiamo più essere. Che ci dice come gli uomini siano più saldi e buoni di quello che credono. Anche se talvolta lo sono meno di quello che dicono.

http://www.lastampa.it/2016/11/27/cultura/tuttolibri/viet-thanh-nguyen-com-arduo-tradire-lamico-in-nome-del-comunismo-dW1xf2KEiMUqyrs3rD64uN/pagina.html


mandei, yazidi, drusi, zoroastriani, samaritani, copti e kalasha

Religioni minacciate del Medio Oriente

Michela Dall’Aglio per doppiozero.com che ringraziamo

Pochi avranno sentito parlare degli yazidi prima di leggere sui giornali che le milizie dello Stato islamico entrate a Mosul, l’antica Ninive, nel nord dell’Iraq, avevano massacrato cinquecento yazidi, compresi vecchi, donne e bambini, forse seppellendoli vivi, e rapito più di trecento donne yazide per schiavizzarle come “spose” dei soldati del califfato, bruciandone vive in una gabbia alcune che si erano rifiutate di accettare le nozze. Degli yazidi e di altre sei religioni dimenticate dagli Occidentali e minacciate di scomparire dall’integralismo islamico di oggi, parla Gerard Russel nel saggio Regni dimenticatipubblicato recentemente dalla casa editrice Adelphi.

Come chiarisce il sottotitolo, si tratta di un viaggio nelle religioni minacciate del Medio Oriente. L’autore, un ex diplomatico anglo americano, ha trascorso quattordici anni viaggiando e lavorando in diversi Paesi del Medio Oriente, come Egitto, Israele, Arabia Saudita, Iraq, Libano, Afghanistan e Persia. Grande appassionato ed esperto del mondo antico mediorientale – ha studiato lingue e filosofie antiche a Oxford – Russell conosce perfettamente l’arabo e il farsi, cosa che gli ha permesso di entrare in contatto diretto e personale con diversi rappresentanti delle religioni antiche e ormai quasi scomparse le cui storie e credenze racconta nel suo libro.

Innamoratosi a prima vista del Medio Oriente, Russell ammette che «può essere un luogo difficile da amare» soprattutto oggi che «i suoi volti più affascinanti – ed elenca l’amore per la storia, per la lingua e per Dio – sono stati infangati da odio e pregiudizi» al punto che, ormai, il patrimonio culturale e religioso dei molti popoli che in tempi diversi hanno abitato quelle regioni è andato quasi completamente distrutto. Gerard Russell vuole mantenerne viva la memoria, e il suo obiettivo è particolarmente urgente perché viviamo in un’epoca in cui sprezzo, violenza e intolleranza reciproca sembrano farsi sempre più forti. L’Isis, infatti, «l’ultima e più odiosa manifestazione di intolleranza della regione», sta cercando d’imporre una nuova versione dell’Islam che ben poco ha a che fare con la sua versione originaria e autentica; l’odio ignorante e bestiale di cui l’Isis è portatrice, sta cancellando non solo la cultura e la religione cristiana in Oriente, ma anche «il ricordo dei molti califfi islamici che legittimarono e protessero le comunità non islamiche nei loro domini, e dei religiosi islamici che si mostrarono tolleranti verso quanti restavano fedeli alle religioni antiche o le fondevano con l’islam dando vita a sincretismi eterodossi» (p. 22).

Ph Jan Grarup.

I regni dimenticati di cui racconta Russell, corrispondono a sette gruppi religiosi, di radice ebraica, cristiana, islamica e pagana; sono mandei, yazidi, drusi, zoroastriani, samaritani, copti e kalasha. I mandei, circa centomila persone nel 2003, vivono nelle paludi del sud dell’Iraq, in un’area che nell’antichità si pensava corrispondesse al paradiso terrestre biblico, ora devastata dalla guerra e dalla stoltezza umana. La loro è una religione misterica, come quella degli yazidi e dei drusi, per cui solo pochi ne conoscono le verità fondamentali; sono sicuramente monoteisti, si dichiarano seguaci di Giovanni Battista e probabilmente rappresentano ciò che resta degli antichi babilonesi.

Nel nord dell’Iraq, nella regione del Sinjar, vicino alla leggendaria Ninive, l’odierna devastata Mosul, vivono gli yazidi, una comunità ancora abbastanza numerosa, alcune centinaia di migliaia di individui sparsi tra Iraq settentrionale, Siria, Georgia, Armenia e Iran nord occidentale. La loro religione è esoterica, «assomiglia esteriormente all’islam ma in realtà ne differisce molto»: come gli islamici, ritengono Dio l’assolutamente trascendente del quale è possibile dire soltanto che esiste, ma ne differiscono credendo nella reincarnazione invece che nella risurrezione. Siccome sacrificano ritualmente il toro, è possibile che vi sia un nesso tra loro e l’antico culto di Mitra, giunto fino a Roma dal Medio Oriente e di cui rendono memoria diversi mitrei sui quali poi sono state erette chiese e basiliche cristiane, come santa Prisca e san Clemente. La religione yazida non si basa su testi scritti per cui, nota Russell, ogni yazida ne dà una versione leggermente diversa.

In Persia, loro terra d’origine, nonostante la massiccia islamizzazione sono ancora presenti degli zoroastriani, seguaci di Zarathustra che venerano Aura Mazda, signore del bene sempre in lotta contro Angra Mainyu, signore e principio del male; secondo la tradizione i re magi erano tre persiani zoroastriani. Nel mondo sono circa centomila, dei quali diecimila vivono nella città iraniana di Yazd. 

I drusi, un milione d’individui sparsi tra Libano e Siria (e in parte minore Israele), potrebbero essere i seguaci odierni di un’antica setta pitagorica. Dei contenuti della loro fede non parlano e, verosimilmente, ne sanno poco loro stessi, ad eccezione del numero ristretto d’iniziati e guide spirituali. Lo stesso Walid Jumblatt, il druso più noto in Occidente, intervistato da Russell in proposito, gli disse di non saperne niente.

I samaritani dell’antica Sichem (ora Nablus) adorano lo stesso Dio degli ebrei ma sul monte Garizim; sono gli stessi di cui parla ripetutamente il Vangelo e oggi rappresentano una sorta di possibile ammortizzatore delle frizioni tra cristiani ed ebrei. Russel si sofferma molto su di loro, come anche sui copti d’Egitto, nati nel V sec. d.C. da uno scisma attorno alla natura di Cristo (sono monofisiti); essi hanno vissuto a lungo pacificamente con i musulmani ma, oggi, proprio degli ultimi giorni è la notizia che le loro chiese sono di nuovo nel mirino degli integralisti islamici. 

Infine, il libro di Russell si chiude con i misteriosi Kalasha, una piccola popolazione che vive in una parte di quello che è oggi il Nuristan, una regione dell’Afghanistan ai confini con il Pakistan; la conformazione del loro territorio, una valle tra montagne altissime e impervie, li ha protetti da tutti gli aggressori: nessuno è riuscito a conquistarli, né inglesi, né russi, né americani, così hanno conservato la loro religione pagana, sopravvissuta anche alla conversione forzata all’Islam subita dalle popolazioni che ora appartengono al Nuristan. Siccome molti di loro hanno capelli biondi e occhi chiari, si dice siano i discendenti di tribù elleniche smarrite in queste zone o venute al seguito di Alessandro Magno. Per questo motivo, la comunità dei kalasha ha ricevuto aiuti economici da parte di benefattori greci per costruire scuole e portare l’elettricità.

La ricerca di Russell, molto ben documentata e accompagnata da una straordinaria bibliografia, è il reportage di un viaggio non solo attraverso un ampio spazio geografico ma anche nel tempo, fino alle radici antiche dei conflitti, agli usi tribali più forti delle religioni e più importanti, alla fine, di Dio stesso. La marginalità, se così si può dire, di Dio rispetto al fine prioritario di mantenere coeso il clan emerge ovunque con evidenza. Non è senza significato il fatto che gli aderenti a molte delle religioni descritte non conoscano, se non in linea di massima, i contenuti della fede cui aderiscono ma seguano con scrupolo gli usi tramandati dagli avi, e rispettino più di ogni cosa il divieto di contrarre matrimonio al di fuori della loro religione. È stata, ed è ancora, la trasgressione a questo vero e proprio tabù a provocare faide e massacri incomprensibili per un occidentale contemporaneo, come quello che nel 2007 ha causato la morte di ottocento yazidi! Come dire che non ci sono popoli innocenti né religioni che non abbiano profanato col sangue degli “altri” il volto di un Dio che, a detta di tutti, è unico. Solo la storia, non la fede, determina chi di volta in volta si trova tra gli uccisi o tra gli uccisori.

Regni dimenticati è un saggio che parla di attualità in modo opposto a quanto farebbe un instant book. All’inizio c’è una carta geografica che riproduce i paesi in cui sono praticate le religioni di cui si tratta nel libro; guardandola, si nota subito che si tratta di luoghi legati alla storia più antica della nostra cultura e che sono, nello stesso tempo, quelli in cui si stanno svolgendo i conflitti più aspri e minacciosi degli ultimi anni. È chiaro, allora, che questo saggio parla di cose attuali le cui radici affondano nel passato. Capirlo e conoscere queste radici è vitale per chi non voglia farsi trascinare inconsapevolmente a pensare per luoghi comuni o con le semplificazioni rudimentali, non di rado manipolatorie, diffuse da un’informazione superficiale e, va detto, irresponsabile. Ignoranza e superficialità, in tempi di forte tensione e contrapposizione come quelli che stiamo vivendo, spingono all’odio e siccome molte persone che appartengono ad altre culture hanno cercato rifugio in Occidente, l’incomprensione e l’avversione possono facilmente tradursi nel detestare e aggredire il proprio vicino di casa. La sfida oggi, afferma Russell chiudendo il libro con un capitolo dedicato ai mediorientali di varia religione che vivono a Detroit, è convivere rispettandosi, lasciando aperti i valichi tra le culture ma anche permettendo a chi vuole di conservare la propria. Nella speranza che un giorno il nostro clan, la nostra tribù arrivi a identificarsi almeno con l’umanità. 

Fonte: http://www.doppiozero.com/materiali/religioni-minacciate-del-medio-oriente


L’eterna questione dei neri

15 anni dopo. Sono passati 15 anni dall’attacco alle Torri Gemelle messo in atto dal commando di al-Qaida. Oggi a Ground Zero le due enormi vasche con l’acqua che fluisce perenne ricordano i nomi delle vittime, impressi sui bordi in bronzo. Il complesso disegnato da Daniel Libeskind, con la Freedom Tower e il museo alla Memoria dedicato ai morti dell’attentato animano lo spazio del New World Trade Center, dove non si può mangiare per strada e non si può ascoltare musica: c’è un’atmosfera di pace e raccoglimento

di Vittorio Emanuele Parsi per il Sole24ore che ringraziamo

15 anni dopo. Sono passati 15 anni dall’attacco alle Torri Gemelle messo in atto dal commando di al-Qaida. Oggi a Ground Zero le due enormi vasche con l’acqua che fluisce perenne ricordano i nomi delle vittime, impressi sui bordi in bronzo. Il complesso disegnato da Daniel Libeskind, con la Freedom Tower e il museo alla Memoria dedicato ai morti dell’attentato animano lo spazio del New World Trade Center, dove non si può mangiare per strada e non si può ascoltare musica: c’è un’atmosfera di pace e raccoglimento

Non è facile scrivere una storia degli Stati Uniti d’America e riuscire ad essere originali. Con l’eccezione di quelle di cui si alimentano i cultori del gossip e della fantastoria, di cui la rete è bulimica, grandi novità sulla storia americana non se ne conoscono. In termini più complessivi, peraltro, l’oggetto è stato arato in lungo e in largo per decenni da migliaia di storici di tutte le nazionalità, per cui, anche procedere verso la produzione di interpretazioni particolarmente inedite appare alquanto complicato. Per uno storico “americanista”, quindi, la sfida consiste nella realizzazione di un volume che descriva, spieghi e interpreti il “grande Paese” senza costruire solo l’ennesimo manuale universitario. Ebbene, il volume di Stefano Luconi è senz’altro un eccellente manuale universitario, scritto molto bene, accuratamente documentato, con una bibliografia ricca e aggiornata, ma risulterà di sicuro interesse anche per chi voglia approfondire la conoscenza degli Stati Uniti nell’anno delle elezioni presidenziali.

Due sono le metafore che aprono e chiudono il libro. La prima, la “nazione indispensabile” cui fa riferimento il titolo, è espressione resa celebre dal segretario di Stato Madeleine Albright (prima donna a ricoprire il prestigioso incarico) ai tempi della guerra di Bosnia, coniata per sottolineare «i meriti acquisiti da Washington nella pacificazione della Bosnia a fronte dei precedenti fallimenti degli europei». In questo senso, tutto il libro ci fornisce una chiave di lettura quasi introspettiva sul formarsi del comune sentire statunitense rispetto alla specificità americana. È il “particolarismo” la cifra più autentica della lezione americana: un particolarismo che si traduce alternativamente – ma mai in maniera esclusiva o definitiva – ora in isolazionismo ora in interventismo nelle altrui vicende. L’autore ha ben presente questa caratteristica e ci fornisce i materiali originali con cui essa è stata forgiata fin dalle scaturigini del processo di insediamento europeo sulle coste del New England.

Questo dualismo è implicito e costitutivo della stessa costruzione degli Stati Uniti, che «rappresentano sia la nazione di immigrati per antonomasia, sia un modello di società che mira a diffondersi nel mondo, universalizzando il proprio sistema di valori. Entrambi questi elementi distintivi iniziarono a profilarsi fin dal periodo coloniale, cioè prima che una porzione dell’America Settentrionale proclamasse l’indipendenza dall’Impero britannico e si costituisse in nazione sovrana».

La seconda la ritroviamo a mo’ di epitaffio nelle conclusioni: «L’iperpotenza dai piedi d’argilla», dove sono accostate due immagini entrambe fortemente critiche rispetto agli Stati Uniti del nuovo millennio. Da un lato quella più evidente del “gigante dai piedi d’argilla” del famoso sogno attribuito a Nabucodonosor dalla Bibbia (Daniele, II, 31-35), allusivo delle contraddizioni strutturali che (non da oggi) minano la forza e la stabilità degli Stati Uniti. Dall’altro quella della “iperpotenza”, reso popolare dal ministro degli Esteri francese Hubert Védrine alla fine degli anni 90, e poi di fatto associata alla hybris con cui gli Stati Uniti esercitarono il proprio ruolo di superpotenza solitaria a cavallo degli anni Duemila.

La chiave di lettura a mio avviso principale del volume è quella delle contraddizioni irrisolte nella storia degli Stati Uniti che, ben più dell’azione minacciosa di altre nazioni rivali, ne hanno prodotto una crescita “peculiare”. Utilizzo non a caso tale espressione perché proprio «l’istituzione peculiare» era il nome con cui, nei documenti ufficiali della Federazione, si faceva ipocritamente riferimento all’istituzione della schiavitù. Ed è proprio su questa tragica e lampante contraddizione tra «impero della libertà» (per dirla con Thomas Jefferson) e schiavitù e poi segregazione della popolazione di colore che Luconi riflette lungo l’intero arco del volume. Non che questa sia la sola questione che attraversa la storia americana: ma di sicuro è quella più eclatante, a tutt’oggi irrisolta e ancora particolarmente esplosiva. Il tema dell’integrazione razziale negli Stati Uniti non venne certo risolto neppure dalla Guerra Civile. Negli anni successivi alla cosiddetta “Ricostruzione del Sud” (il suo sostanziale commissariamento da parte del Nord vincitore) esso verrà accantonato, al punto che dall’ultimo quarto del XIX secolo fino agli anni 60 del XX (grazie alle riforme fortemente volute dal presidente Lyndon B. Johnson) la condizione dei neri negli Stati del Sud peggiorò sostanzialmente. La popolazione di colore sarà tenuta in posizione periferica anche durante il grande sforzo del New Deal roosevoltiano. Se quest’ultimo ridarà fiato e speranza alla working class bianca modificherà solo marginalmente le condizioni di vita dei neri.

Il lettore meno avvezzo alla storia degli Stati Uniti incontrerà in questo volume più di uno spunto, uno stimolo, una spiegazione delle radici profonde delle ondate di tensione razziale che ciclicamente scuotono gli Stati Uniti, com’è accaduto in quest’anno di elezioni presidenziali. E riguardo a queste ultime, troverà più di un’illuminazione sul fatto di come sia potuto succedere che la lotta per la somma carica elettiva della più antica democrazia si sia ridotta a quella tra la moglie di un ex presidente e un miliardario a dir poco bizzarro.

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fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2016-09-10/l-eterna-questione-neri-145231.shtml?uuid=ADt3AhDB


C’è bisogno di eroi anche nei sogni

Articolo apparso originariamente su RivistaSTudio.com che ringraziamo.

Cosa resta degli eroi

Dall’undici settembre passando per terremoti e disastri naturali, è il pompiere l’unica figura capace oggi di incarnare ancora i tratti dell’eroismo?

C’è bisogno di eroi anche nei sogni, non solo nelle catastrofi. Dopo l’11 settembre 2001 pareva fossero aumentate le presenze di azioni dei pompieri anche nei sogni notturni, perché la coscienza collettiva ha bisogno di protezione anche a occhi chiusi e i pompieri, nel corso di quella tragedia americana, hanno lavorato nell’immaginario globale arrivando a fissarsi come la sintesi tra eroi comuni e supereroi.

Anche in Italia, come in occasione del terremoto del 24 agosto ad Amatrice, la figura del pompiere identifica sempre di più la quintessenza della protezione, lo spirito sano del sistema dei soccorsi: la presenza dei vigili del fuoco in un luogo colpito da una calamità rappresenta l’interminabile speranza di salvezza. Senza armi, con l’istinto, libero dagli impulsi emotivi, reso mansueto dal senso pratico, il pompiere è un eroe non perché combatta un nemico, né perché sia abile nell’arte della sopraffazione, né ­– come gli eroi della mitologia – per particolari doti di forza o violenza. Infatti, a differenza dell’esercito, delle forze militari armate e della polizia, l’azione silenziosa dei pompieri nelle tragedie svolge il compito di un sostegno che non si fa contaminare da ciò che contrasta: in guerra, anche i giusti o i buoni sono costretti ad abbassarsi al livello del nemico e, per quanto si possa tornare dalle battaglie, con la testa alta dei vincitori, il sangue che si è sparso rende inevitabilmente non trasparente l’identità di chi torna.a.

terremoto amatrice vigili del fuoco

Davanti al male invece il pompiere mantiene una forza ideale, pura, cristallina, non adulterata né dal dovere di compiere a sua volta infrazioni all’etica, né da ombre di patriottismi. Il pompiere pare sempre pronto a dare la vita senza mai toglierla a nessuno. Alla fine del Ventesimo secolo, in cui l’antimilitarismo, il pacifismo e il rispetto sacro per le vittime e per gli innocenti ha negato la possibilità che si possa essere santi, o eroi, compiendo il male, il pompiere sta diventando l’unica figura capace di incarnare ancora i tratti dell’eroismo. La sua immediata capacità di assistere e di tutelare davanti a disagi tragici ed epocali – se non biblici – si riflette sulla schiera di persone al suo fianco, che va dai volontari agli infermieri, dai medici ai soccorritori, tutti trainati da quella equilibrata miscela di compassione e freddezza. Per i crolli ad Amatrice e Accumuli e nelle altre località colpite dal sisma, i pompieri sono entrati in funzione subito, con mini ruspe (Gos) per rimuovere le macerie dopo i crolli e squadre Usar (Urban Search & Rescue) specializzate nel soccorso di persone che restano sepolte dalle macerie, per ricercare e recuperare i superstiti intrappolati. Nei paesi distrutti i pompieri scavano, estraggono i corpi, ascoltano le voci dei feriti, l’unica cosa che chiedono è un po’ di silenzio.

Quando è arrivato sul posto il presidente del consiglio Matteo Renzi ha dato un abbraccio forte e caloroso a un pompiere, segno non solo di stima ufficiale ma dell’affetto umano che suscitano quando li si incontra (Renzi aveva già recentemente ceduto allo stesso slancio fisico arrivando in Puglia, dopo l’incidente ferroviario).

Nell’albo Marvel in cui l’Uomo Ragno, l’11 settembre, si avvicina al fumo delle Torri Gemelle appena crollate, la prima frase che si sente rivolgere da un passante è: «Voi dov’eravate?». E poi: «Come avete potuto permetterlo?» (domande che dopo la Shoah erano rivolte a Dio). Davanti al dolore non è più tempo per i supereroi di carta. Quando l’Uomo Ragno raggiunge finalmente il luogo del disastro trova già all’opera i pompieri del dipartimento di New York che scavano con le mani tra le macerie. I supereroi ammettono la loro impotenza: «Con tutti i nostri costumi e i nostri poteri, impallidiamo al confronto con i veri eroi. Quelli che sfidano il fuoco senza paure né armature». Nell’illustrazione che accompagna questa didascalia un gruppo di pompieri in divisa, insieme ai poliziotti, è al lavoro sommerso da polvere e cenere, sullo sfondo di grattacieli cadenti. Ecco il passaggio di testimone tra vecchi e nuovi eroi, sigillato dai supereroi stessi: con le loro tutine aderenti e sgargianti impallidiscono davanti ai nuovi “veri eroi”.

amatrice vigili del fuoco

Poco prima della fine dell’albo, dal titolo Amazing Spider-Man 36 (di Straczynski e Romita Jr.), si trova un’altra frase esplicita e ammantata di retorica: «È in giorni come questi che nascono gli eroi. Non gli eroi come noi. I veri eroi del ventunesimo secolo». Il Ventunesimo secolo si è aperto con un trauma più grande delle catastrofi che la finzione aveva potuto immaginare e per l’impatto che la cultura americana ha ancora nel mondo si è disegnato forse allora il volto di un nuovo eroe, vicino all’uomo comune. Di cui il poliziotto mantiene il volto, sebbene lo superi in efficacia e coraggio, diventando contemporaneamente l’anello di congiunzione tra il cittadino e l’austera difesa istituzionale.

Nelle immagini delle macerie del terremoto nel centro Italia filtra dunque la luce e l’esperienza con cui ormai si guarda operare i pompieri, l’unica traccia di una forza in grado di contrastare la minaccia del terrore politico (nel caso americano) e della natura (nel caso italiano). Non è tanto l’ingegneria né la modestia dei sismologi ad attirare lo sguardo, quando la disarmata assistenza dei vigili del fuoco. Sono bravi non solo a salvare ma anche a nascondere il loro dolore. Nel film La 25ª ora di Spike Lee, nel celebre monologo allo specchio, il protagonista accenna al padre, ex pompiere che dopo l’11 settembre lavora dietro al bancone di un bar, e serve whisky «con il suo insanabile dolore». Soffre, ma tiene dentro.

La speranza sembra finire solo quando anche i pompieri si ritirano, quando vengono sepolti anche loro, quando muoiono per salvare le persone in difficoltà estreme. Fa impressione pensare che fino a poco tempo fa il termine pompiere fosse associato a qualcuno che tentava di spegnere gli animi, moderare i conflitti, soffiare sugli entusiasmi. Dopo l’11 settembre forse tutto è cambiato, anche troppo, esagerando nel procedere nella direzione opposta: «I pompieri oggi sono come i cowboy del passato», scrivevano allora i giornali, riportando uno psicoterapeuta di New York. Bush amava farsi fotografare con i pompieri. I vigili del fuoco venivano raffigurati con la esse di Superman sul petto e si sosteneva che fossero i nuovi miti delle donne americane. Quando negli Stati Uniti la passione culturale per i pompieri si stava trasformando in fanatismo, un reporter delToronto Sun si stupì scoprendo che «nessuno dei Vigili del Fuoco riteneva di essere l’Uomo del Nuovo Millennio. Alcuni non erano impressionati dalla definizione e mi hanno rimproverato – scrisse il giornalista – perché farli passare come oggetto del desiderio o di qualsiasi altra cosa avviliva la loro impegnata e spesso pericolosa professione».

Sono eroi anche i pompieri che stanno giorno e notte sugli Appennini, ma di certo non amano essere star.

Immagini: Fillippo Monteforte (Getty Images).

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