Archivi categoria: With A Little Help From My Friends

Una di quelle coincidenze che sono un segno dei tempi

Una di quelle coincidenze che sono un segno dei tempi ha fatto arrivare insieme la decisione di Jeff Sessions, cioè di Donald Trump, di mettere a repentaglio i “Dreamers”, e l’annuncio sull’abbandono (solo probabile?) del voto sul cosiddetto ius soli in Italia. A quanto pare i Dreamers, figli di immigrati irregolari portati negli Stati Uniti da bambini, sono circa 800 mila, e circa 800 mila sarebbero i candidati alla cittadinanza italiana, minori nati in Italia da genitori non europei e immigrati che abbiano, almeno un genitore, un permesso di soggiorno e una residenza superiore ai 5 anni. Sia in America che in Italia vengono avanzati argomenti di carattere economico, sociale e politico a dimostrare come siano miopi e controproducenti le chiusure ai Dreamers americani e ai ragazzi italiani non riconosciuti come tali. Poi, come ha commentato Obama, quelle chiusure sono “crudeli”. E’ la cosa più vera e importante: 800 mila giovani sognatori americani su cui incombe la deportazione e 800 mila minori italiani non riconosciuti come cittadini fanno un milione e seicentomila persone su cui si esercita, sotto false spoglie, la cattiveria.

Adriano Sofri, 07/09/2017

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Si è fatto tardi…

Come per tutte le minacce che incombono sulla terra, per la Corea si è fatto “troppo tardi”. Troppo tardi per la soluzione militare. Il fuoco e la furia sono la fanfaronata di un vecchio bullo che gioca al rialzo con le parole ed è fin qui ostaggio di un giovane bullo che gioca al rialzo con i fatti. Tutti riconoscono che la potenza di fuoco che Pyongyang è comunque in grado di rivolgere contro Seul e altri obiettivi civili, anche se subisse il più devastante primo colpo americano, è enorme. Dunque se Trump non cedesse a una pazzia il ricorso alla forza delle armi da parte degli Stati Uniti sarebbe inevitabile solo nel caso di un attacco mosso da Kim, che peraltro non è impensabile, dato che la pazzia è ben distribuita. Dunque il negoziato è l’unica via, benché a negoziare bisogni essere (almeno) in due. E si direbbe che anche per alcuni degli eventuali obiettivi del negoziato si sia fatto troppo tardi: per esempio, la rinuncia della Corea del Nord all’armamento nucleare. Qualunque significato si dia alla parola negoziato, si negozierebbe ormai con una Corea del Nord che è una potenza atomica, e che non recederebbe più da questo risultato. D’altra parte Kim Jong-un non accetterebbe mai una normalizzazione dei rapporti fra il suo paese e il resto del mondo, Cina e Russia comprese, che segnasse la sua fine: anche per una sua personale normalizzazione si è fatto di gran lunga troppo tardi. Dunque anche un qualunque negoziato non potrebbe che implicare una sua detronizzazione: scommessa azzardatissima, che impone soprattutto di prendere tempo. Kim Jong-un ha mostrato, quanto a lui, di saper stringere i tempi. E’ così o sbaglio? Ci sono idee migliori? (Ha idee migliori una comunità internazionale che ha lasciato imperversare un Califfato per tre anni, e una guerra incivile in una piccola porzione di medio oriente per sei anni e 500 mila morti?)

05/09/2017


Ancora sul referendum curdo di Adriano Sofri

Torniamo sul referendum curdo-iracheno, cui ormai mancano solo 25 giorni, e di fatto molto meno, perché giovedì comincia la festa del pellegrinaggio, l’Eid al-Adha, che si protrarrà fino al 4 settembre (peraltro con date variabili, perché nemmeno in questo sunniti e sciiti intendono concordare). Ieri si è compiuto un passo formale importantissimo, perché a Kirkuk, il più vasto e ricco dei territori “contesi”, il consiglio provinciale ha votato a larga maggioranza l’adesione al referendum. Per ritorsione, le fazioni sciite fanno dichiarare illegittimo dal parlamento di Bagdad il governatore di Kirkuk e l’intero consiglio. Secondo gli sciiti di Hashd al-Shabi i confini curdi devono essere riportati al 2003. Dall’offensiva dell’Isis del giugno 2014 la resistenza curda ne ha allargato il territorio di oltre un terzo, annettendogli del resto per lo più città e villaggi tradizionalmente a maggioranza curda. Anche i cristiani della provincia di Ninive chiedono di partecipare al referendum curdo, dopo che voci prepotenti di nuovi padroni sciiti hanno proclamato di voler loro applicare la Jizya, la tassa di compensazione imposta ai dhimmi, le minoranze monoteiste non musulmane. La questione cristiana, per chiamarla così, è esasperata dalle rivelazioni su falsificazioni di documenti che hanno sottratto alla comunità cristiana in tutto l’Iraq oltre il 60 per cento delle sue proprietà mettendole in vendita, mentre i legittimi titolari abbandonavano il paese.
E’ difficile dire quanti saranno i votanti al referendum del 25 settembre perché non esiste un censimento aggiornato e affidabile. Si valuta che gli aventi diritto saranno 5 milioni e mezzo, per una popolazione complessiva vicina ai 9 milioni. Ogni giorno che passa rende più difficile una revoca del referendum indetto. Il suo principale fautore, Ma’sud Barzani, presidente prorogato e controverso del Governo Regionale Curdo, mentre il parlamento è da tempo sospeso, ha dichiarato di non volersi più candidare, e di voler essere “soltanto un peshmerga, ciò che non può essere rifiutato a nessuno”: mossa saggia, perché il referendum riuscito e il suo adempimento farebbe in realtà di lui un padre della patria che qualunque carica formale impicciolirebbe. Ancora più sorprendentemente Barzani ha detto che non saranno candidati nemmeno i suoi “più vicini”, che occupano i posti di maggior rilievo nel governo curdo e nel PDK, per far posto a una classe dirigente rinnovata: promessa più difficile da mantenere. C’è, gravissimo, il problema sunnita. L’Iraq senza Kurdistan e con la minoranza sunnita divisa e frustrata largamente dalla vendetta sciita, sarebbe infeudato al prepotere iraniano. I sunniti sono privi per ora di una rappresentanza autorevole, che abbia magari la forza di proporre anche per loro un referendum sull’autonomia e l’assetto federale, associandolo all’iniziativa curda. E’ un fatto che l’inimicizia fra sunniti e sciiti, vecchia di 1400 anni, non è mai stata così feroce e irriducibile, e sunniti e sciiti iracheni, arabi entrambi, sono molto più divisi dall’opposizione settaria di quanto siano uniti dalla comunanza etnica; e gli Hashd al-Shaabi iracheni, arabi, sono sempre più un’appendice dei pasdaran, iraniani. Gli attentati con le autobombe continuano a colpire Bagdad, ce ne sono stati tre negli ultimi due giorni, e una donna si è fatta esplodere uccidendo un peshmerga a Tall Afar; ma l’eredità più angosciosa della sconfitta dell’Isis a Mosul sta nei bambini rapiti e addestrati alla scuola islamista. Ci sono a Mosul circa trenta minori orfani di foreign fighters ceceni, contesi fa le cure dell’Unicef e quelle, più urgenti, della Russia. Ci sono bambine yazide diventate adolescenti dentro famiglie dell’Isis che non sanno più quale sia la loro famiglia e il loro mondo. Ci sono bambini yazidi rapiti piccolissimi e che tre anni dopo non sanno parlare né capire la loro lingua materna, né riconoscere le loro madri.

30/08/2017


Domenica d’agosto

Sono rimasto senza occhiali, quelli da vicino, li ho persi in un bosco. Non è una buona idea perdere gli occhiali in agosto. Si può sempre guardare la televisione, con gli occhiali da lontano. Ieri mattina c’era un famoso film di Luciano Emmer, Domenica d’agosto, uscito all’inizio del 1950, in bianco e nero, all’origine, in bianco e grigio oggi. Bel ripasso. C’è Franco Interlenghi diciottenne, ne mostra quindici. Va e torna da Ostia in bicicletta, con un fratellino sulla canna, mentre accanto sfrecciano le Vespe. C’è una Anna Baldini al suo unico film, a quindici anni, ne mostra sedici. C’è una rapina fallita al mattatoio di Testaccio, muggiti e sparatorie. C’è la spiaggia di Ostia, i bagni per i ricchi, coi pattìni, e quelli per i poveri, e un tratto inaccessibile perché non è stato ancora sminato. C’è Marcello Mastroianni, in divisa da pizzardone, ma è doppiato da Alberto Sordi. C’è il produttore viscido che vuole farsi una bella cassiera, triste per amore. C’è una domestica licenziata e incinta di Mastroianni, forse si sposeranno, non è detto. Ci sono le bambine della colonia con le suore. Donne in costume, piuttosto in carne. Uomini grassi in canottiera, magri in camicia bianca, coi capelli lisci e i baffetti. Ci sono molti costumi di lana pesante, per uomini e donne, che l’acqua del mare rende ancora più pesanti e grondanti. Ci sono i millantatori, quasi tutti, le signore ricche non più giovani e già avare, i mantenuti dalla capigliatura a onda, gli aristocratici cretini e cinici, che lo sanno. E pensare che Emmer fu stigmatizzato per aver tradito la drammaticità neorealista e inaugurato la leggerezza della commedia all’italiana. La volgarità c’era già tutta, era una volgarità rudimentale se non innocente, era in agguato il miracolo economico. Un paese che poteva mettere la voce di Sordi sulla faccia di Mastroianni: un patrimonio colossale che aspettava solo di essere diviso, investito e messo a frutto. Dietro chiunque facesse una telefonata a gettone c’era qualcuno che aspettava impaziente che finisse, per telefonare lui.

Martedì, 29 agosto 2017


Adriano Sofri, due nostalgie

Due nostalgie

sofriC’è una categoria essenziale per chi voglia capire la radicalizzazione xenofoba dell’Europa e, reciprocamente, la radicalizzazione identitaria di migranti extraeuropei in Europa. E’ la nostalgia. E’ fin troppo scontato che la nostalgia sia un sentimento fondamentale della destra politica, e specialmente dell’estrema destra, caratterizzata da un lutto antimoderno e dalla paura che persone straniere ed estranee profanino, deridano e devastino l’eredità del passato. Questa nostalgia ha un rapporto stretto con la devozione alla natura, alla sua lunga durata e alla sua vagheggiata purezza, e attraversa così il ruralismo reazionario come una vasta corrente ecologista. Si sa che lo stesso neologismo di “nostalgia” fece ingresso nel 1688 a nominare la vera e propria malattia che colpiva e faceva cantare i soldati svizzeri troppo a lungo lontani dalla propria casa e dai propri posti. Prima di allora, nella guerra dei Trent’anni una malinconica patologia analoga dei soldati spagnoli venica chiamata “el mal de corazòn”. In Italia l’età immediatamente successiva al fascismo regalò a chi gli restava legato l’epiteto di “nostalgici”, ridotto a un’accezione miseramente politica. E non è un caso che nelle formazioni demagogiche di estrema destra che si vanno gonfiando in Europa l’ingrediente della nostalgia politica più ottusa e scandalosa, fino all’esplicito neonazismo e al culto di uniformi e gesti, sia così vistoso. Tuttavia il problema con la nostalgia è molto più grosso e coinvolgente che non la sua relegazione a sinonimo di neofascismo. La nostalgia è un sentimento nobile e universale. Oggi, riempire quel sentimento col richiamo a un passato politicamente compromesso e spesso infame è un errore consolante e velleitario. La nostalgia tiene il campo non per il rimpianto di un mondo perduto, reale o immaginario, ma per la paura incombente di un presente minacciato di perdersi. E’ questo a spiegare il successo della cristallizzazione elettorale della nostalgia in luoghi simbolici della tradizione e insieme radi di stranieri: una proiezione dell’antisemitismo senza ebrei, che riesce a essere così fremente. Oggi si ha nostalgia non del mondo di ieri perduto e illusoriamente richiamato ma del mondo presente che si sente insidiato e minacciato e comunque votato alla fine. I migranti, in carne e ossa o nel fantasma, incarnano il nemico che la globalizzazione altrimenti dissolve in una nuvola losca e anonima. Paradossale se non ridicolo com’è, il migrante più disgraziato e spogliato passa per un emissario della finanza sovranazionale. Per questo i protocolli antisemiti servono ancora così bene alla bisogna. La nostalgia, l’attaccamento ai luoghi e alla storia, alle date incise sui monumenti e sui portoni delle case, sa anche sfuggire al ricatto della xenofobia e della chiusura, ma fa fatica. Sente che la minaccia è vera, sceglie di non cederle anteponendole il valore prevalente della fraternità umana e dell’accoglienza, non di rado tenta di anestetizzare la propria ferita persuadendosi della colpa antica e attuale della propria parte di mondo e del proprio modo di vivere nella tragedia delle vittime di oggi. Si rassegna a passare sopra, se non a vergognarsi delle date scolpite sulle proprie cattedrali e sui portoni delle proprie case. Oppure sente il cuore spezzato fra l’attaccamento alla lunga eredità di cose e di affetti e il ripudio inumano del prossimo che gli ingombra la strada. Una sottile frontiera psicologica separa le avanguardie della nostalgia mutata in cattiveria e aggressione, che supera il 21 per cento elettorale nel Meclemburgo, e sfiora o prende la maggioranza altrove, da un vasto e vario centro renitente all’aggressività e all’odio, ma sensibile alla paura e al dolore per la perdita, alla nostalgia grata agli antenati e premurosa coi figli.
Questa è solo una faccia del dilemma. La nostalgia colora infatti anche il destino dei nuovi arrivati. Siamo abituati alla distinzione, spesso un rovesciamento, fra le prime generazioni e le successive. Impegnate, le prime, a farsi accettare e dunque ad accettare con docilità se non con entusiasmo il nuovo mondo cui sono arrivate. Inclini, le seconde e le terze, a ripudiare la mezza integrazione ricevuta in concessione e a cercarsi radici alternative, secondo l’offerta del mercato delle identità dei bigottismi e del senso della vita. Anche i più convinti fautori e collaboratori dell’integrazione, anche quelli che confidano nella ricchezza promossa dall’incontro e dalla mescolanza, non possono aspettarsi che siano i nuovi arrivati a difendere un retaggio di memorie e tradizioni che la velocità prepotente del mondo globale distrattamente spazza via. L’amore per Amatrice che fa dire a tanti svaligiati di non voler abbandonare quelle pietre, magari contro la ragionevolezza; mentre un uomo afghano è venuto a piangere su quelle pietre in cui è sepolto il suo giovane fratello, che non aveva più il suo paese, e non ne aveva ancora un altro, morto in una terra di nessuno, morto nessuno in terra d’altri. Anche i nuovi arrivati delle guerre, delle persecuzioni e delle carestie che oggi fanno saltare i nervi d’Europa saranno disposti, nonostanti i muri, i fili spinati, gli sgambetti, le botte, le minacce, le derisioni, le umiliazioni, anche questi nuovi arrivati si affanneranno a mostrarsi grati, a imparare a somigliare ai loro ospiti, a cantare con più fervore gli inni nazionali. Molti l’hanno già fatto quando ancora erano a casa e avevano una casa, indossando magliette delle squadre di Barcellona e di Monaco, e continueranno a farlo una volta arrivati davvero a Monaco o Barcellona. Si può diventare presto romanisti o ferraristi, altra cosa è visitar chiese come chi vi ha camminato da bambino come a casa propria, leggere la storia sulle mura di un palazzo comunale, avvertire un’eco dantesca nella loquela di un venditore ambulante. I nuovi arrivati, alla seconda e alla terza generazione –già alla generazione dei bambini che partoriscono nelle stive dei barconi, che si portano in braccio dalla Macedonia alla Serbia all’Ungheria al Brennero- saranno invasi dalla nostalgia di luoghi e case e lingue e costumi che hanno perduto violentemente, da cui sono stati espulsi e braccati, che erano la terra promessa loro prima del massacro e della cacciata. Impareranno forse la storia del rinascimento fiorentino e dell’illuminismo parigino e delle libertà degli svizzeri, ma conosceranno certo nei dettagli il rifiuto e la paura che l’Europa oppose al loro rifugio, i partiti che se ne impadronirono e ne dissolsero l’unione, i dirigenti provvisori che vollero comprare in soldi la loro estromissione. Avranno nostalgia del proprio mondo perduto, non solo per dare un fondamento e un mito alla propria rivalsa, ma perché negli umani, come negli altri animali, resta una memoria dei luoghi, del vento che vi soffia, dell’aria che vi si respira, di suoni e canzoni. Due nostalgie crescono e si fanno prepotenti nell’Europa di oggi, e si contrappongono fino ad aggredirsi ed escludersi, confiscando e svuotando la nostalgia comune per la terra cui tutti apparteniamo e che da tutti e per tutti è minacciata. Divisi dalle nostre nostalgie, le stiamo rendendo opposte e nemiche, e ci ammazzeremo a vicenda in loro nome. Se sapessimo fraternizzare in nome della nostalgia comune per la terra minacciata, per la nostalgia del futuro che è la vera terra promessa e rubata delle generazioni cui affidiamo il senso del nostro passaggio, diventeremmo un buon partito.

Adriano Sofri, 6 settembre 2016