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Adriano Sofri, due nostalgie

Due nostalgie

sofriC’è una categoria essenziale per chi voglia capire la radicalizzazione xenofoba dell’Europa e, reciprocamente, la radicalizzazione identitaria di migranti extraeuropei in Europa. E’ la nostalgia. E’ fin troppo scontato che la nostalgia sia un sentimento fondamentale della destra politica, e specialmente dell’estrema destra, caratterizzata da un lutto antimoderno e dalla paura che persone straniere ed estranee profanino, deridano e devastino l’eredità del passato. Questa nostalgia ha un rapporto stretto con la devozione alla natura, alla sua lunga durata e alla sua vagheggiata purezza, e attraversa così il ruralismo reazionario come una vasta corrente ecologista. Si sa che lo stesso neologismo di “nostalgia” fece ingresso nel 1688 a nominare la vera e propria malattia che colpiva e faceva cantare i soldati svizzeri troppo a lungo lontani dalla propria casa e dai propri posti. Prima di allora, nella guerra dei Trent’anni una malinconica patologia analoga dei soldati spagnoli venica chiamata “el mal de corazòn”. In Italia l’età immediatamente successiva al fascismo regalò a chi gli restava legato l’epiteto di “nostalgici”, ridotto a un’accezione miseramente politica. E non è un caso che nelle formazioni demagogiche di estrema destra che si vanno gonfiando in Europa l’ingrediente della nostalgia politica più ottusa e scandalosa, fino all’esplicito neonazismo e al culto di uniformi e gesti, sia così vistoso. Tuttavia il problema con la nostalgia è molto più grosso e coinvolgente che non la sua relegazione a sinonimo di neofascismo. La nostalgia è un sentimento nobile e universale. Oggi, riempire quel sentimento col richiamo a un passato politicamente compromesso e spesso infame è un errore consolante e velleitario. La nostalgia tiene il campo non per il rimpianto di un mondo perduto, reale o immaginario, ma per la paura incombente di un presente minacciato di perdersi. E’ questo a spiegare il successo della cristallizzazione elettorale della nostalgia in luoghi simbolici della tradizione e insieme radi di stranieri: una proiezione dell’antisemitismo senza ebrei, che riesce a essere così fremente. Oggi si ha nostalgia non del mondo di ieri perduto e illusoriamente richiamato ma del mondo presente che si sente insidiato e minacciato e comunque votato alla fine. I migranti, in carne e ossa o nel fantasma, incarnano il nemico che la globalizzazione altrimenti dissolve in una nuvola losca e anonima. Paradossale se non ridicolo com’è, il migrante più disgraziato e spogliato passa per un emissario della finanza sovranazionale. Per questo i protocolli antisemiti servono ancora così bene alla bisogna. La nostalgia, l’attaccamento ai luoghi e alla storia, alle date incise sui monumenti e sui portoni delle case, sa anche sfuggire al ricatto della xenofobia e della chiusura, ma fa fatica. Sente che la minaccia è vera, sceglie di non cederle anteponendole il valore prevalente della fraternità umana e dell’accoglienza, non di rado tenta di anestetizzare la propria ferita persuadendosi della colpa antica e attuale della propria parte di mondo e del proprio modo di vivere nella tragedia delle vittime di oggi. Si rassegna a passare sopra, se non a vergognarsi delle date scolpite sulle proprie cattedrali e sui portoni delle proprie case. Oppure sente il cuore spezzato fra l’attaccamento alla lunga eredità di cose e di affetti e il ripudio inumano del prossimo che gli ingombra la strada. Una sottile frontiera psicologica separa le avanguardie della nostalgia mutata in cattiveria e aggressione, che supera il 21 per cento elettorale nel Meclemburgo, e sfiora o prende la maggioranza altrove, da un vasto e vario centro renitente all’aggressività e all’odio, ma sensibile alla paura e al dolore per la perdita, alla nostalgia grata agli antenati e premurosa coi figli.
Questa è solo una faccia del dilemma. La nostalgia colora infatti anche il destino dei nuovi arrivati. Siamo abituati alla distinzione, spesso un rovesciamento, fra le prime generazioni e le successive. Impegnate, le prime, a farsi accettare e dunque ad accettare con docilità se non con entusiasmo il nuovo mondo cui sono arrivate. Inclini, le seconde e le terze, a ripudiare la mezza integrazione ricevuta in concessione e a cercarsi radici alternative, secondo l’offerta del mercato delle identità dei bigottismi e del senso della vita. Anche i più convinti fautori e collaboratori dell’integrazione, anche quelli che confidano nella ricchezza promossa dall’incontro e dalla mescolanza, non possono aspettarsi che siano i nuovi arrivati a difendere un retaggio di memorie e tradizioni che la velocità prepotente del mondo globale distrattamente spazza via. L’amore per Amatrice che fa dire a tanti svaligiati di non voler abbandonare quelle pietre, magari contro la ragionevolezza; mentre un uomo afghano è venuto a piangere su quelle pietre in cui è sepolto il suo giovane fratello, che non aveva più il suo paese, e non ne aveva ancora un altro, morto in una terra di nessuno, morto nessuno in terra d’altri. Anche i nuovi arrivati delle guerre, delle persecuzioni e delle carestie che oggi fanno saltare i nervi d’Europa saranno disposti, nonostanti i muri, i fili spinati, gli sgambetti, le botte, le minacce, le derisioni, le umiliazioni, anche questi nuovi arrivati si affanneranno a mostrarsi grati, a imparare a somigliare ai loro ospiti, a cantare con più fervore gli inni nazionali. Molti l’hanno già fatto quando ancora erano a casa e avevano una casa, indossando magliette delle squadre di Barcellona e di Monaco, e continueranno a farlo una volta arrivati davvero a Monaco o Barcellona. Si può diventare presto romanisti o ferraristi, altra cosa è visitar chiese come chi vi ha camminato da bambino come a casa propria, leggere la storia sulle mura di un palazzo comunale, avvertire un’eco dantesca nella loquela di un venditore ambulante. I nuovi arrivati, alla seconda e alla terza generazione –già alla generazione dei bambini che partoriscono nelle stive dei barconi, che si portano in braccio dalla Macedonia alla Serbia all’Ungheria al Brennero- saranno invasi dalla nostalgia di luoghi e case e lingue e costumi che hanno perduto violentemente, da cui sono stati espulsi e braccati, che erano la terra promessa loro prima del massacro e della cacciata. Impareranno forse la storia del rinascimento fiorentino e dell’illuminismo parigino e delle libertà degli svizzeri, ma conosceranno certo nei dettagli il rifiuto e la paura che l’Europa oppose al loro rifugio, i partiti che se ne impadronirono e ne dissolsero l’unione, i dirigenti provvisori che vollero comprare in soldi la loro estromissione. Avranno nostalgia del proprio mondo perduto, non solo per dare un fondamento e un mito alla propria rivalsa, ma perché negli umani, come negli altri animali, resta una memoria dei luoghi, del vento che vi soffia, dell’aria che vi si respira, di suoni e canzoni. Due nostalgie crescono e si fanno prepotenti nell’Europa di oggi, e si contrappongono fino ad aggredirsi ed escludersi, confiscando e svuotando la nostalgia comune per la terra cui tutti apparteniamo e che da tutti e per tutti è minacciata. Divisi dalle nostre nostalgie, le stiamo rendendo opposte e nemiche, e ci ammazzeremo a vicenda in loro nome. Se sapessimo fraternizzare in nome della nostalgia comune per la terra minacciata, per la nostalgia del futuro che è la vera terra promessa e rubata delle generazioni cui affidiamo il senso del nostro passaggio, diventeremmo un buon partito.

Adriano Sofri, 6 settembre 2016


ragazzino anche lui

sofriQuando scrivo, agenzie e giornali riferiscono che il fratello del ragazzino attentatore suicida catturato a Kirkuk e spogliato della sua cintura esplosiva, ragazzino anche lui, si era fatto saltare contemporaneamente in una moschea sciita di Mosul, facendo due feriti. Letta così la notizia lascia interdetti: padrone di Mosul dal giugno 2014, l’Isis ha bisogno di sacrificare un suo ragazzo-suicida per un attentato, nemmeno micidiale, in una moschea sciita della metropoli sunnita? L’Isis è capace, oltre che di ogni spietatezza, di ogni imbecillità, e tuttavia bisogna interrogarsi. O la notizia è arronzata, e “Mosul” vuol dire una qualche cittadina attorno a Mosul ma in mano a curdi o iracheni, o vuol dire che l’Isis esibisce i suoi campioni da aneddoto, i fratellini che regolano gli orologi e si fanno esplodere in due città distanti per raggiungere lo stesso pezzo di paradiso. Oggi si spiega tutto con l’Isis “in difficoltà”, compreso il ricorso ai bambini. Ma il ricorso ai bambini significa semplicemente che un addestramento di anni, un curriculum scolastico regolare, è arrivato a sfornare i suoi diplomati nell’arte della morte. Non c’entra quasi niente, ma vengono in mente i due gemelli britannici appena visti nella gara di triathlon. In testa uno a fianco all’altro, finché uno dice all’altro che va più forte, e se ne va, Arriva primo, supera il traguardo e si butta a terra con la sua bandiera. Dopo un po’ arriva il gemello, supera il traguardo e si butta a terra accanto all’altro. E i due, con la testa al cielo, allungano il braccio l’uno verso l’altro, per trovarsi e darsi la mano. I greci ne facevano delle costellazioni. I disgraziati ragazzini dell’Isis fanno solo sentire l’infamia dei loro padri o dei loro sequestratori adulti.

Adriano Sofri 24 agosto 2016


Magris: la mia scrittura fra Trieste, Torino e l’incontro con Borges

Articolo apparso originariamente su linkiesta.it che ringraziamo.

Dal libro “Per strade maestre” di Stefano Regondi, il Friuli del secondo dopoguerra, l’università e la collaborazione con il Corriere della Sera e i libri di Claudio Magris

Strade

Pubblichiamo un estratto del libro Per strade maestre di Stefano Regondi, un viaggio lungo lo Stivale per conversare con i grandi della cultura italiana e addentrarsi nelle loro vite e nei segreti del loro mestiere. Come nasce la vocazione di uno scrittore, di un architetto, di un musicista, di uno scultore, di un attore? Quali lampi di genio attraversano la biografia di donne e uomini simili? Quale posto merita la cultura umanistica in una società che vive la terza rivoluzione industriale? Ecco alcuni degli interrogativi che trovano risposta in quest’affascinante esplorazione della creatività. Tra gli intervistati, Erri De Luca, Antonia Arslan, Carla Sozzani, Giacomo Poretti, Francesco Guccini. E, in questo estratto, Claudio Magris.

La bora non soffia su Trieste, l’amletica città portuale incuneata al capo di una sottile lingua di terra tra l’Adriatico e il confine italiano con la Slovenia. Al pari di ogni frontiera la commistione di lingue e culture qui è una presenza quotidiana ed è semplice capire come grandi scrittori della statura di Italo Svevo, Umberto Saba, Ranier Maria Rilke, Scipio Slataper, James Joyce vi abbiano attinto l’ispirazione letteraria. Claudio Magris è seduto al tavolino del Caffè San Marco cui ha dedicato il primo capitolo del libro Microcosmi vincitore del Premio Strega. L’arredamento del Caffè è rimasto immutato dall’inaugurazione del 1914, al medesimo tavolino ha concepito e scritto a mano alcuni tra i suoi più celebri libri, qui riceve la posta e lavora.

«Mi concentro più che a casa dove i libri affastellati sono più interessanti di quelli che potrei scrivere io, poi questo tavolo è come una zattera in cui ho lo stretto necessario per scrivere, stando in mezzo al brusìo della gente; in più è un formidabile antidoto al delirio di onnipotenza che ti accompagna quando scrivi e credi di mettere a posto il mondo: alzi la testa e vedi gente che se ne frega e allora ti passa la grandeur».

«Fin da ragazzino ho amato scrivere, ho cominciato copiando e leggendo i libri di Emilio Salgari e le Enciclopedie paterne. Esaminavo le voci di trichechi, di orsi bianchi, le riportavo meticolosamente e aggiungevo particolari». Il professore allontana e avvicina ritmicamente la ciotola di olive».

«A 7 anni ho persino trascritto i trattati stipulati tra Francia e Spagna – pensi l’insensatezza – perché si citavano tra le righe del Corsaro nero di Salgari». «Ritagliavo brani dall’Enciclopedia e li collazionavo nel mio quaderno, mio padre si ritrovò intere opere rintuzzate e monche, tuttavia vedeva che il libro era ben fatto e ne aveva piacere nonostante stessi di struggendo la libreria. Il suo atteggiamento marcò un segno indelebile nel mio rapporto con i maestri: compresi il senso di autorevolezza e libertà, al punto che quando ebbi occasione di conoscere altri maestri non fui intimidito e mi misi in dialogo con loro». Al Liceo Classico incontra una comunità di amici, compagni e compagne di studio, dove impara ad amare e rispettare le cose di cui contemporaneamente ride: «Capitava con i professori e con lo studio più in generale, credo che questo sia fondamentale perché sviluppa un rispetto non passivo, non succube». Insieme all’amico Gabrieli all’esame di maturità si porta un ritratto che colloca in modo furtivo sotto il banco: «Io di Garibaldi, lui di Mazzini. Durante il compito fingevamo di copiare, mentre guardavamo i rispettivi ritratti, finché il presidente di commissione si avvicinò per smascherare l’inganno e ironicamente comunicammo che traevamo conforto da questi personaggi». Il commissionario cambiò poi la sua vita portandolo all’Università di Torino.

La Torino universitaria di Magris è al centro delle tensioni: «Arrivavano i mattoidi, la popolazione in città raddoppiava per l’immigrazione meridionale e l’ateneo era epicentro di contestazioni». Il professor Getto gli insegna tecnicamente il mestiere, di lì in poi si orienta verso la letteratura tedesca, approdando per alcuni periodi di studio a Freiburg. Poi un anno come assistente universitario a Trieste, al termine del quale diventa professore a Torino. «L’alternanza fra Torino e Trieste è il cuore della mia biografia. Trieste ti faceva respirare una libertà gipsy, zingaresca; mentre Torino era frontiera d’immigrazione».

In termini di formazione reputa maestri Getto, Vincenti, Marin, Mittner, Baioni, Bevilacqua, ma anche il “Corriere della Sera”: «Sono il più anziano collaboratore della testata perché scrivo da 48 anni. È stata una scuola importante, in specie quando il mondo mi ha rovesciato addosso temi che nel correggere le tesi, non contemplavo e su cui ho scritto i giudizi che sento più miei». Poi i maestri indiretti, come Bobbio da cui ha appreso la capacità di sceverare i valori caldi (amore e amicizia) da quelli freddi (legge e democrazia), imparando ad amare anche quest’ultimi. «Vado sempre a votare, nonostante sia contro la mia natura che sarebbe quella di andare al mare; tuttavia sono consapevole che perché più gente possa andare al mare bisogna andare a votare. Si tratta a mio parere di una virtù che va smarrendosi e che manifesta l’incapacità di quella logica che è la premessa alla morale».

Claudio Magris prosegue con voce cristallina, mentre in sottofondo le note blues del Caffè San Marco scandiscono le ordinazioni: «Il vero rapporto tra maestro e allievo è quello che ho raccontato nel capitolo “Maestri e scolari” di Utopia e Disincanto: Isaac Deutscher, rivoluzionario e biografo di Trockij e di Stalin racconta una storia che aveva letto da ragazzo in un Midrash dove si parlava di Rabbi Meir, caposcuola dell’ortodossia ebraica, allievo dell’eretico Elisha Ben Abiyu. Un sabato i due discutevano accanitamente di questioni religiose, presi dalla conversazione erano giunti al limite del cammino che, di Sabato, un pio ebreo non può oltrepassare. Rabbi Meir, distratto, stava per scavalcarlo, quando il suo maestro eretico lo fermò dicendogli che era il suo confine e non doveva superarlo. Questa storia è uno dei più intensi apologhi del rapporto fra maestro e allievo». Le parole pronunciate le riferisce anche al rapporto con i propri allievi che tuttoggi vede e che sono diventati docenti universitari in diversi atenei italiani o professori liceali».

«Il mio insegnamento, nel bene e nel male, credo non sia consistito tanto in un metodo, quanto piuttosto nella medesima capacità che ha uno di saper aprire una finestra nel punto in cui si può veder meglio il golfo di Trieste, nell’aver fatto capire come e che cosa vuol dire affacciarsi su un paesaggio o su un libro». «Poi, certamente, sono stato anche pignolissimo nel correggere le tesi, ma si tratta di un momento necessario di scrupolo e precisione che viene dopo, quando bisogna procedere con un’arida verifica del possesso delle nozioni necessarie».

«Con i miei studenti ho sempre mirato a questo. A mostrare loro le rotte su cui indirizzare la propria e personale navigazione. Un giorno uno studente mi spiegò che non veniva a un seminario che pure gli interessava perché non dava crediti, gli ho chiesto: “Hai mai baciato gratis una ragazza?”. Il senso dello studiare sta qui».

La stesura del Mito asburgico, pubblicazione accademica, è stata basilare per il suo percorso, tuttavia la prima opera narrativa è Illazioni su una sciabola del 1984, scaturita da un’esperienza di frontiera perduta e ritrovata risalente al 1944/1945 quando si trova a Udine con la madre perché il padre giace malato all’ospedale. La città è occupata da tedeschi e cosacchi di Krasnov, i tedeschi hanno promesso loro la collocazione dello Stato cosacco situato nel progetto originale dentro l’URSS, ciononostante tedeschi e loro alleati si ritirano e la patria promessa viene spostata sempre più a ovest finché per qualche mese è in Friuli, in Carnia. «La leggittima aspirazione ad avere una patria veniva pervertita, mediante l’alleanza nazista, nel contrario: nel venire a rubare la patria di altri. I cosacchi si arresero agli inglesi con la promessa che non li avrebbero consegnati ai sovietici, gli inglesi non mantennero la parola e così i cosacchi morirono gettandosi con le famiglie nel fiume Drava». Di questa vicenda Magris rimane esterrefatto dal modo con cui si è voluto far credere che Krasnov fosse morto durante la fuga travestito da soldato semplice: «Mentre sappiamo che fu consegnato ai sovietici e impiccato nel 1947 a Mosca». «Anche quando la verità storica è stata ristabilita si è voluta anteporre la verità poetica. Avrei voluto regalare questa storia a Jorge Luis Borges, perché in linea con la sua poetica, ma quando gliela raccontai un giorno a Venezia mi fece una carezza sul braccio e mi disse: “No, questa è la storia della sua vita, la deve scrivere lei”. Di lì in poi ho cominciato a scrivere seriamente ed è arrivato Danubio nel 1986».

«Un libro nasce con qualcosa di molto incerto; io e mia moglie Marisa eravamo in gita e discorrevamo lungo il Danubio, Marisa dice: “Se andassimo avanti a bighellonare”». Danubio è nato così, avanzando e indietreggiando in territorio sconosciuto sino a che poco alla volta i pensieri si sono con-
densati in idee.
«La prima stesura è di getto ed è selvaggia, impugno la penna e scrivo. Non lo faccio per civetteria, ma perché con il computer non ho dimestichezza e la musica della frase ce l’ho nella mano. Nella prima fase non ho preoccupazione e lascio scorrere il fiume, se trovo dei sentieri interrotti, frasi che non girano, torno indietro e ricomincio. Poi lascio stare. Mollo il colpo. Quando ritorno sono meticoloso e viene il momento del pignolissimo controllo in cui ho la stessa meticolosità di un banchiere che verifica le cedole. Devo verificare che il nome del fiore sia corretto, che il civico corrisponda ancora a quell’abitazione». «Mia moglie Marisa leggeva sempre e aveva la grande arte di eliminare le once di grasso del mio periodare», ricorda con affetto. Per la scrittura che nasce da ragioni politiche o giornalistiche la storia cambia e avendo una calligrafia pessima gli tocca dettare quanto scritto: «Un giorno al Corriere mancava l’unico dipendente preposto a questa attività e ho dovuto dettare l’articolo al direttore in persona».

Quando insegnava in Università il periodo d’oro della giornata dedicata alla scrittura era il pomeriggio, tra le 15 e le 20, seduto al Caffè. Oggi gli è più difficile ritagliarsi tanto tempo impegnato com’è su diversi fronti: «Ricevo ogni giorno 4-5 dattiloscritti e devo rispondere a tutti per cortesia, ma non posso leggerli. Potrebbe capitarmi sotto mano Tolstoj ma non avrei il tempo di guardarlo. Quando mi metto a scrivere non ho la smania di dover pubblicare, pensi che l’ultimo romanzo Non luogo a procedere è uscito a dieci anni dal precedente».

Per essere tale uno scrittore deve saper cogliere un che di attuale. «Lo scrittore vuole condividere, Mario Vargas Llosa ha appuntato una frase molto bella: “Lo scrittore spesso sente che la vita è un’infermità incurabile, però poi come uomo deve cercare di curarla”». Trieste è una città crocevia impreziosita nel proprio tessuto da migrazioni e mescolanze di sangue, domando la sua lettura dinanzi ai fenomeni di profughi e migranti economici dal Medio Oriente e dall’Africa in Europa avendoli commentati diffusamente dalle colonne del “Corriere della Sera”: «Todorov ha scritto una pagina bellissima affermando che bisogna ottenere il massimo di relativismo in quanto apertura alla ricerca della verità, pur stabilendo una frontiera invalicabile di alcuni valori. Molto belle sono anche le pagine di Tito Perlini del libro Attraverso il nichilismo, pubblicato postumo; lui distingue il relativismo come necessaria correzione nella ricerca della verità da quello che è il più abbietto totalitarismo aberrante. Anche per questo tema tornerei a parlare di mancanza di logica che può condurre ad amnesie della ragione, al momento non vedo e non leggo soluzioni, certo è che rimane un dato di fatto: i nostri ospedali possono ospitare centinaia di pazienti non decine di migliaia».

«La contrapposizione di identità genera cortocircuiti e incandescenze di ogni sorta, in città il rapporto con il mondo degli Sloveni è risultato inizialmente difficile, alla stregua di una maledizione, anche per via dei torti commessi dai fascisti nei loro confronti. Molti dei miei allievi sono Sloveni e ho visto in loro e nelle loro famiglie che cosa produce un eccesso di costrizione».

Magris è convinto che l’identità sia un dato in perenne movimento, così come è capitato ai tempi dei patrioti italiani: «Slataper scriveva alla moglie: “Sai che sono slavo, tedesco, italiano”. Anche perché nella nostra identità nazionale si mescolano già identità linguistiche, culturali». La frontiera, tuttavia, è stata più di sovente barriera, crocicchio di incomprensioni e violenze.

«Un paio di righe di uno scrittore nero di Parigi illuminano il mio pensiero in proposito, la prima dice che: “Le radici non devono sprofondare nel buio ata-
vico delle origini ma devono allargarsi in superficie come i rami di un albero per entrare in contatto con altri rami, mantenendo la propria origine e aprendosi ad una relazione”; la seconda afferma che: “Il discendente di schiavi che pretende le scuse del discendente degli schiavisti si fa piccolo; entrambi devono conoscere le proprie origini”.
Credo che al mondo serva questo tipo di signorilità, non bisogna continuare a essere minori».

Prende un’altra oliva e medita su quanto detto, poi riconquista il punto: «Papa Giovanni Paolo II fu criticato a lungo e bollato di pacifismo per la sua posizione contro l’intervento in Iraq, oggi la storia dimostra la sua genialità e la lungimiranza delle sue parole». Claudio Magris ha avuto modo di incontrare e dialogare personalmente con un altro pontefice, Papa Benedetto XVI. Per il secondo libro firmato da Joseph Ratzinger è stato invitato a presenziare come relatore in sala stampa vaticana insieme al Cardinale Ouellet; a conferenza terminata il responsabile della comunicazione padre Lombardi gli riferisce che c’è la possibilità durante il mattino seguente di incontrare il Pontefice: «Abbiamo parlato della Germania e del libro, durante il dialogo ha avuto un momento di ingenuità e improvvisamente ha esclamato: “Ma allora lei hai letto davvero il mio libro?”. Mi ha sorpreso la sua gioia fanciullesca e vedere come un libro scritto con ardimento e desiderio su ciò che sta a cuore si ponga l’unico obiettivo di condividere. Ho capito nuovamente che scrivere è condividere». Scrivere di storia è un’impresa ardua: «È difficile, ma possibile; nonostante siano continuamente messi in discussione tutti gli accadimenti; continuando a scrivere storie ci si approssima alla verità, solo una prospettiva divina conosce tutto».

Nel primo capitolo di Microcosmi Claudio Magris scava ancor di più in questa direzione: «Scrivere significa sapere di non essere nella Terra Promessa e di non potervi arrivare, ma di continuare tenacemente il cammino nella sua direzione attraverso il deserto».

http://www.linkiesta.it/it/article/2016/06/24/magris-la-mia-scrittura-fra-trieste-torino-e-lincontro-con-borges/30925/

 

 


Due piccole poste in una

sofriNon credo che arriverei a vietare il burkini. Però manderei volentieri in galera chi ha inventato il nome e la cosa. Va be’, ieri una mia amica prendeva il sole a seno nudo sulla sua sdraio, e il figlio di sua nipote, 5 anni, continuava a chiamarla perché giocasse con lui sulla spiaggia. La mia amica alla fine ha ceduto, si è alzata e ha chiesto alla mamma del bambino: “Posso giocare nuda con tuo figlio?” “Ma certo”. E il bambino: “Mamma, devo mettermi nudo anch’io per giocare con la zia?”

Ieri ho scritto che non avrei vietato il burkini ma avrei mandato in galera l’inventore del nome e della cosa. Una mia amica mi fa notare che l’invenzione del nome e della cosa appartiene a una donna che voleva così permettere a sua nipote di nuotare e in genere di fare sport. Mi dispiace, ma confermo il mio sentimento. Una bambina deve poter nuotare con un costumo da bagno e fare sport con un abito sportivo. E allora, direte, che ne sarà dei regimi i cui alle bambine è vietato indossare un costumo da bagno e perfino guardare le olimpiadi? dovranno scomparire nell’infamia dalla faccia della terra, foss’anche per questa sola ragione.

Adriano Sofri

Il tram di Opicina è azzurro

sofriIl tram di Opicina è azzurro e collega Trieste col Carso con una pendenza del 26 per cento. Di tutta la grandezza dell’impero asburgico è il lascito più umile e glorioso. Ogni tanto ha qualche incidente o qualche sospensione per manutenzione. Ne ebbe uno famoso poco dopo l’inaugurazione, 1902: una carrozza ruppe i freni nel tratto ripidissimo di Scorcola e andò dritto contro la casa del signor Francesco Spehar, distruggendola. Le assicurazioni asuburgiche di allora funzionavano e la casa fu ricostruita. I tre passeggeri che erano a bordo saltarono giù e non si fecero niente. Il guidatore, Antonio Sossich, si fratturò una gamba e morì dopo aver compiuto 101 anni. Ne fu fatta una celebre canzone, che dice così:
E anche el tram de Opcina xe nato disgrazià
vignindo zò de Scorcola una casa’l ga ribaltà
Bona de Dio che jera giorno de lavor
che dentro no ghe jera che’l povero frenador.
Notevole è il ritornello, che mostrava già come alle sorti del tram de Opcina (accento sulla O) fosse legato il destino del mondo.
E come la bora che vien e che va
i disi che’l mondo se ga ribaltà
E come la bora che vien e che va
i disi che’l mondo se ga ribaltà.
Ecco, ieri c’è stato un frontale fra due vagoni del tram di Opicina, quello che saliva e quella che scendeva. Otto feriti, tutti leggeri. Ma il bello del tram è che quando uno sale l’altro scende, in un geniale esercizio di fiducia e reciprocità funicolare. Dunque, quando si deve decidere se le sorti del mondo autorizzino ancora un barlume di ottimismo, si pensa al tram di Opicina e si va avanti. Ma se il tram di Opicina fa un frontale, e si è un vecchio triestino che studia i presagi e brontola a testa bassa contro il vento, è proprio il mondo che si è ribaltato.

Adriano Sofri