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Magris: la mia scrittura fra Trieste, Torino e l’incontro con Borges

Articolo apparso originariamente su linkiesta.it che ringraziamo.

Dal libro “Per strade maestre” di Stefano Regondi, il Friuli del secondo dopoguerra, l’università e la collaborazione con il Corriere della Sera e i libri di Claudio Magris

Strade

Pubblichiamo un estratto del libro Per strade maestre di Stefano Regondi, un viaggio lungo lo Stivale per conversare con i grandi della cultura italiana e addentrarsi nelle loro vite e nei segreti del loro mestiere. Come nasce la vocazione di uno scrittore, di un architetto, di un musicista, di uno scultore, di un attore? Quali lampi di genio attraversano la biografia di donne e uomini simili? Quale posto merita la cultura umanistica in una società che vive la terza rivoluzione industriale? Ecco alcuni degli interrogativi che trovano risposta in quest’affascinante esplorazione della creatività. Tra gli intervistati, Erri De Luca, Antonia Arslan, Carla Sozzani, Giacomo Poretti, Francesco Guccini. E, in questo estratto, Claudio Magris.

La bora non soffia su Trieste, l’amletica città portuale incuneata al capo di una sottile lingua di terra tra l’Adriatico e il confine italiano con la Slovenia. Al pari di ogni frontiera la commistione di lingue e culture qui è una presenza quotidiana ed è semplice capire come grandi scrittori della statura di Italo Svevo, Umberto Saba, Ranier Maria Rilke, Scipio Slataper, James Joyce vi abbiano attinto l’ispirazione letteraria. Claudio Magris è seduto al tavolino del Caffè San Marco cui ha dedicato il primo capitolo del libro Microcosmi vincitore del Premio Strega. L’arredamento del Caffè è rimasto immutato dall’inaugurazione del 1914, al medesimo tavolino ha concepito e scritto a mano alcuni tra i suoi più celebri libri, qui riceve la posta e lavora.

«Mi concentro più che a casa dove i libri affastellati sono più interessanti di quelli che potrei scrivere io, poi questo tavolo è come una zattera in cui ho lo stretto necessario per scrivere, stando in mezzo al brusìo della gente; in più è un formidabile antidoto al delirio di onnipotenza che ti accompagna quando scrivi e credi di mettere a posto il mondo: alzi la testa e vedi gente che se ne frega e allora ti passa la grandeur».

«Fin da ragazzino ho amato scrivere, ho cominciato copiando e leggendo i libri di Emilio Salgari e le Enciclopedie paterne. Esaminavo le voci di trichechi, di orsi bianchi, le riportavo meticolosamente e aggiungevo particolari». Il professore allontana e avvicina ritmicamente la ciotola di olive».

«A 7 anni ho persino trascritto i trattati stipulati tra Francia e Spagna – pensi l’insensatezza – perché si citavano tra le righe del Corsaro nero di Salgari». «Ritagliavo brani dall’Enciclopedia e li collazionavo nel mio quaderno, mio padre si ritrovò intere opere rintuzzate e monche, tuttavia vedeva che il libro era ben fatto e ne aveva piacere nonostante stessi di struggendo la libreria. Il suo atteggiamento marcò un segno indelebile nel mio rapporto con i maestri: compresi il senso di autorevolezza e libertà, al punto che quando ebbi occasione di conoscere altri maestri non fui intimidito e mi misi in dialogo con loro». Al Liceo Classico incontra una comunità di amici, compagni e compagne di studio, dove impara ad amare e rispettare le cose di cui contemporaneamente ride: «Capitava con i professori e con lo studio più in generale, credo che questo sia fondamentale perché sviluppa un rispetto non passivo, non succube». Insieme all’amico Gabrieli all’esame di maturità si porta un ritratto che colloca in modo furtivo sotto il banco: «Io di Garibaldi, lui di Mazzini. Durante il compito fingevamo di copiare, mentre guardavamo i rispettivi ritratti, finché il presidente di commissione si avvicinò per smascherare l’inganno e ironicamente comunicammo che traevamo conforto da questi personaggi». Il commissionario cambiò poi la sua vita portandolo all’Università di Torino.

La Torino universitaria di Magris è al centro delle tensioni: «Arrivavano i mattoidi, la popolazione in città raddoppiava per l’immigrazione meridionale e l’ateneo era epicentro di contestazioni». Il professor Getto gli insegna tecnicamente il mestiere, di lì in poi si orienta verso la letteratura tedesca, approdando per alcuni periodi di studio a Freiburg. Poi un anno come assistente universitario a Trieste, al termine del quale diventa professore a Torino. «L’alternanza fra Torino e Trieste è il cuore della mia biografia. Trieste ti faceva respirare una libertà gipsy, zingaresca; mentre Torino era frontiera d’immigrazione».

In termini di formazione reputa maestri Getto, Vincenti, Marin, Mittner, Baioni, Bevilacqua, ma anche il “Corriere della Sera”: «Sono il più anziano collaboratore della testata perché scrivo da 48 anni. È stata una scuola importante, in specie quando il mondo mi ha rovesciato addosso temi che nel correggere le tesi, non contemplavo e su cui ho scritto i giudizi che sento più miei». Poi i maestri indiretti, come Bobbio da cui ha appreso la capacità di sceverare i valori caldi (amore e amicizia) da quelli freddi (legge e democrazia), imparando ad amare anche quest’ultimi. «Vado sempre a votare, nonostante sia contro la mia natura che sarebbe quella di andare al mare; tuttavia sono consapevole che perché più gente possa andare al mare bisogna andare a votare. Si tratta a mio parere di una virtù che va smarrendosi e che manifesta l’incapacità di quella logica che è la premessa alla morale».

Claudio Magris prosegue con voce cristallina, mentre in sottofondo le note blues del Caffè San Marco scandiscono le ordinazioni: «Il vero rapporto tra maestro e allievo è quello che ho raccontato nel capitolo “Maestri e scolari” di Utopia e Disincanto: Isaac Deutscher, rivoluzionario e biografo di Trockij e di Stalin racconta una storia che aveva letto da ragazzo in un Midrash dove si parlava di Rabbi Meir, caposcuola dell’ortodossia ebraica, allievo dell’eretico Elisha Ben Abiyu. Un sabato i due discutevano accanitamente di questioni religiose, presi dalla conversazione erano giunti al limite del cammino che, di Sabato, un pio ebreo non può oltrepassare. Rabbi Meir, distratto, stava per scavalcarlo, quando il suo maestro eretico lo fermò dicendogli che era il suo confine e non doveva superarlo. Questa storia è uno dei più intensi apologhi del rapporto fra maestro e allievo». Le parole pronunciate le riferisce anche al rapporto con i propri allievi che tuttoggi vede e che sono diventati docenti universitari in diversi atenei italiani o professori liceali».

«Il mio insegnamento, nel bene e nel male, credo non sia consistito tanto in un metodo, quanto piuttosto nella medesima capacità che ha uno di saper aprire una finestra nel punto in cui si può veder meglio il golfo di Trieste, nell’aver fatto capire come e che cosa vuol dire affacciarsi su un paesaggio o su un libro». «Poi, certamente, sono stato anche pignolissimo nel correggere le tesi, ma si tratta di un momento necessario di scrupolo e precisione che viene dopo, quando bisogna procedere con un’arida verifica del possesso delle nozioni necessarie».

«Con i miei studenti ho sempre mirato a questo. A mostrare loro le rotte su cui indirizzare la propria e personale navigazione. Un giorno uno studente mi spiegò che non veniva a un seminario che pure gli interessava perché non dava crediti, gli ho chiesto: “Hai mai baciato gratis una ragazza?”. Il senso dello studiare sta qui».

La stesura del Mito asburgico, pubblicazione accademica, è stata basilare per il suo percorso, tuttavia la prima opera narrativa è Illazioni su una sciabola del 1984, scaturita da un’esperienza di frontiera perduta e ritrovata risalente al 1944/1945 quando si trova a Udine con la madre perché il padre giace malato all’ospedale. La città è occupata da tedeschi e cosacchi di Krasnov, i tedeschi hanno promesso loro la collocazione dello Stato cosacco situato nel progetto originale dentro l’URSS, ciononostante tedeschi e loro alleati si ritirano e la patria promessa viene spostata sempre più a ovest finché per qualche mese è in Friuli, in Carnia. «La leggittima aspirazione ad avere una patria veniva pervertita, mediante l’alleanza nazista, nel contrario: nel venire a rubare la patria di altri. I cosacchi si arresero agli inglesi con la promessa che non li avrebbero consegnati ai sovietici, gli inglesi non mantennero la parola e così i cosacchi morirono gettandosi con le famiglie nel fiume Drava». Di questa vicenda Magris rimane esterrefatto dal modo con cui si è voluto far credere che Krasnov fosse morto durante la fuga travestito da soldato semplice: «Mentre sappiamo che fu consegnato ai sovietici e impiccato nel 1947 a Mosca». «Anche quando la verità storica è stata ristabilita si è voluta anteporre la verità poetica. Avrei voluto regalare questa storia a Jorge Luis Borges, perché in linea con la sua poetica, ma quando gliela raccontai un giorno a Venezia mi fece una carezza sul braccio e mi disse: “No, questa è la storia della sua vita, la deve scrivere lei”. Di lì in poi ho cominciato a scrivere seriamente ed è arrivato Danubio nel 1986».

«Un libro nasce con qualcosa di molto incerto; io e mia moglie Marisa eravamo in gita e discorrevamo lungo il Danubio, Marisa dice: “Se andassimo avanti a bighellonare”». Danubio è nato così, avanzando e indietreggiando in territorio sconosciuto sino a che poco alla volta i pensieri si sono con-
densati in idee.
«La prima stesura è di getto ed è selvaggia, impugno la penna e scrivo. Non lo faccio per civetteria, ma perché con il computer non ho dimestichezza e la musica della frase ce l’ho nella mano. Nella prima fase non ho preoccupazione e lascio scorrere il fiume, se trovo dei sentieri interrotti, frasi che non girano, torno indietro e ricomincio. Poi lascio stare. Mollo il colpo. Quando ritorno sono meticoloso e viene il momento del pignolissimo controllo in cui ho la stessa meticolosità di un banchiere che verifica le cedole. Devo verificare che il nome del fiore sia corretto, che il civico corrisponda ancora a quell’abitazione». «Mia moglie Marisa leggeva sempre e aveva la grande arte di eliminare le once di grasso del mio periodare», ricorda con affetto. Per la scrittura che nasce da ragioni politiche o giornalistiche la storia cambia e avendo una calligrafia pessima gli tocca dettare quanto scritto: «Un giorno al Corriere mancava l’unico dipendente preposto a questa attività e ho dovuto dettare l’articolo al direttore in persona».

Quando insegnava in Università il periodo d’oro della giornata dedicata alla scrittura era il pomeriggio, tra le 15 e le 20, seduto al Caffè. Oggi gli è più difficile ritagliarsi tanto tempo impegnato com’è su diversi fronti: «Ricevo ogni giorno 4-5 dattiloscritti e devo rispondere a tutti per cortesia, ma non posso leggerli. Potrebbe capitarmi sotto mano Tolstoj ma non avrei il tempo di guardarlo. Quando mi metto a scrivere non ho la smania di dover pubblicare, pensi che l’ultimo romanzo Non luogo a procedere è uscito a dieci anni dal precedente».

Per essere tale uno scrittore deve saper cogliere un che di attuale. «Lo scrittore vuole condividere, Mario Vargas Llosa ha appuntato una frase molto bella: “Lo scrittore spesso sente che la vita è un’infermità incurabile, però poi come uomo deve cercare di curarla”». Trieste è una città crocevia impreziosita nel proprio tessuto da migrazioni e mescolanze di sangue, domando la sua lettura dinanzi ai fenomeni di profughi e migranti economici dal Medio Oriente e dall’Africa in Europa avendoli commentati diffusamente dalle colonne del “Corriere della Sera”: «Todorov ha scritto una pagina bellissima affermando che bisogna ottenere il massimo di relativismo in quanto apertura alla ricerca della verità, pur stabilendo una frontiera invalicabile di alcuni valori. Molto belle sono anche le pagine di Tito Perlini del libro Attraverso il nichilismo, pubblicato postumo; lui distingue il relativismo come necessaria correzione nella ricerca della verità da quello che è il più abbietto totalitarismo aberrante. Anche per questo tema tornerei a parlare di mancanza di logica che può condurre ad amnesie della ragione, al momento non vedo e non leggo soluzioni, certo è che rimane un dato di fatto: i nostri ospedali possono ospitare centinaia di pazienti non decine di migliaia».

«La contrapposizione di identità genera cortocircuiti e incandescenze di ogni sorta, in città il rapporto con il mondo degli Sloveni è risultato inizialmente difficile, alla stregua di una maledizione, anche per via dei torti commessi dai fascisti nei loro confronti. Molti dei miei allievi sono Sloveni e ho visto in loro e nelle loro famiglie che cosa produce un eccesso di costrizione».

Magris è convinto che l’identità sia un dato in perenne movimento, così come è capitato ai tempi dei patrioti italiani: «Slataper scriveva alla moglie: “Sai che sono slavo, tedesco, italiano”. Anche perché nella nostra identità nazionale si mescolano già identità linguistiche, culturali». La frontiera, tuttavia, è stata più di sovente barriera, crocicchio di incomprensioni e violenze.

«Un paio di righe di uno scrittore nero di Parigi illuminano il mio pensiero in proposito, la prima dice che: “Le radici non devono sprofondare nel buio ata-
vico delle origini ma devono allargarsi in superficie come i rami di un albero per entrare in contatto con altri rami, mantenendo la propria origine e aprendosi ad una relazione”; la seconda afferma che: “Il discendente di schiavi che pretende le scuse del discendente degli schiavisti si fa piccolo; entrambi devono conoscere le proprie origini”.
Credo che al mondo serva questo tipo di signorilità, non bisogna continuare a essere minori».

Prende un’altra oliva e medita su quanto detto, poi riconquista il punto: «Papa Giovanni Paolo II fu criticato a lungo e bollato di pacifismo per la sua posizione contro l’intervento in Iraq, oggi la storia dimostra la sua genialità e la lungimiranza delle sue parole». Claudio Magris ha avuto modo di incontrare e dialogare personalmente con un altro pontefice, Papa Benedetto XVI. Per il secondo libro firmato da Joseph Ratzinger è stato invitato a presenziare come relatore in sala stampa vaticana insieme al Cardinale Ouellet; a conferenza terminata il responsabile della comunicazione padre Lombardi gli riferisce che c’è la possibilità durante il mattino seguente di incontrare il Pontefice: «Abbiamo parlato della Germania e del libro, durante il dialogo ha avuto un momento di ingenuità e improvvisamente ha esclamato: “Ma allora lei hai letto davvero il mio libro?”. Mi ha sorpreso la sua gioia fanciullesca e vedere come un libro scritto con ardimento e desiderio su ciò che sta a cuore si ponga l’unico obiettivo di condividere. Ho capito nuovamente che scrivere è condividere». Scrivere di storia è un’impresa ardua: «È difficile, ma possibile; nonostante siano continuamente messi in discussione tutti gli accadimenti; continuando a scrivere storie ci si approssima alla verità, solo una prospettiva divina conosce tutto».

Nel primo capitolo di Microcosmi Claudio Magris scava ancor di più in questa direzione: «Scrivere significa sapere di non essere nella Terra Promessa e di non potervi arrivare, ma di continuare tenacemente il cammino nella sua direzione attraverso il deserto».

http://www.linkiesta.it/it/article/2016/06/24/magris-la-mia-scrittura-fra-trieste-torino-e-lincontro-con-borges/30925/

 

 

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Il rischio della citazione

Spesso la paternità di alcune frasi celebri è falsa. Come spiega un cacciatore di bufale

Da «eppur si muove» a «madame Bovary sono io», gli errori scovati da Adriano Ausilio

di Claudio Magris per Il Corriere della Sera

Roland Reiss (Chicago, Usa, 1929), A garden for Sally (2010, installazione realizzata con 375 fiori finti, particolare)
Roland Reiss (Chicago, Usa, 1929), A garden for Sally (2010, installazione realizzata con 375 fiori finti, particolare)

I Balcani, ha detto Churchill, producono più storia di quanta ne possano digerire. Un bell’inizio per un articolo. Poche cose come una citazione aiutano a cominciare uno scritto o comunque a rafforzarlo. La citazione è una specie di chiave musicale, dà un’intonazione al discorso e conferisce autorità a quanto si scrive e alle tesi che si sostengono. Inoltre è una sintesi che semplifica ed esprime con chiarezza le idee che vengono espresse. È anche rischiosa, perché spesso viene tirata in ballo senza controllarla, risuona nella mente e nella memoria con una sicurezza che esime dallo scrupolo di verificarne l’esattezza; nessuno va a rileggersi Giulio Cesare per accertarsi che egli abbia detto esattamente «veni, vidi, vici». I giornali e ancor più i dibattiti pubblici, con la fretta che impongono all’espressione delle opinioni, accentuano il ricorso alla citazione incisiva. Quando si discute, non si può consultare l’enciclopedia. Sotto questo profilo, la citazione è l’opposto del plagio: si cita senza talora copiare alla lettera, mentre nel plagio si copia senza citare l’autore del testo rubato e anzi attribuendosi la paternità di quest’ultimo.

Ma la citazione si presta all’inconsapevole falsificazione. La paternità di molte delle più famose fra esse è data per scontata, ma spesso è falsa. Voltaire non ha mai detto «non condivido quello che dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo». Questa frase è certo fedele al pensiero di Voltaire, ma a dirla o meglio a scriverla è stata Evelyn Beatrice Hall, scrittrice britannica e autrice di una biografia del filosofo del 1906 intitolata Gli Amici di Voltaire. Non è stato Goebbels a dire «quando sento la parola cultura tolgo la sicura alla mia Browning», bensì, in un suo testo teatrale, Hanns Johst, drammaturgo tedesco nazista. Maria Antonietta non ha mai detto «se non hanno pane mangino brioche». La frase è sicuramente precedente perché già nota ai tempi di Jean Jacques Rousseau, epoca in cui l’arciduchessa austriaca non era ancora nata. L’aneddoto da cui è tratta la frase è contenuto nel libro VI delle sue Confessioni, pubblicate peraltro postume. Machiavelli non ha mai detto esplicitamente «Il fine giustifica i mezzi», parole che certo riflettono il suo pensiero ma da lui mai proferite.

Gli esempi potrebbero continuare. A elencarmeli, non senza qualche rimprovero per alcuni miei cedimenti in questo campo, è Adriano Ausilio, accanito cacciatore di bufale d’ogni genere e implacabile soprattutto con le attribuzioni inesatte di frasi celebri. Di formazione giuridica, Ausilio è un appassionato lettore e studioso di filosofia, in particolare del pensiero di Augusto Del Noce, il geniale filosofo cattolico di cui ho avuto la fortuna di essere amico, grande critico dell’ateismo e della società opulenta, avversario inesorabile e affascinato del marxismo. Perché, gli chiedo, tale ostinata caccia proprio a questo tipo di errore? «Perché — risponde — con l’avvento di Internet e dei media sociali si è diffusa una nuova tendenza. L’uso incontrollato della citazione. Si prendono per buoni passi o frasi famose solo perché li si è letti da qualche parte o per sentito dire, senza preoccuparsi di controllare se provengano effettivamente da una fonte veritiera. La Rete è piena di siti che contengono sillogi di citazioni storiche e letterarie. Ed è lì che si annida l’errore, perché le citazioni non provengono più da una conoscenza diretta dei testi, bensì da raccolte compilatorie non molto affidabili. Del resto già Hegel diceva che “il noto in genere, proprio perché noto, non è conosciuto”. A Lei è mai capitato di incorrere in errori del genere?». Non ricordo, gli dico, crederei di no; ho fatto altri, per fortuna piccoli ma errori veri e propri e dunque più gravi, come quando ho citato un verso di Shelley attribuendolo a Tennyson o quando ho confuso, penso anche causa la grafia del nome, una cittadina russa con un’altra, dov’erano accaduti rilevanti fatti storici.

Intelligente, generoso e amabile, Ausilio rischia di contagiare, grazie alla simpatia e al suo modo di essere e di parlare, il suo interlocutore e di lanciarlo come un cane da caccia sulle piste degli errori e delle imprecisioni. Non si rischia tuttavia, gli chiedo, di cadere in una mania della precisione, in un gusto di cogliere tutti in fallo, sia pure minimale? Anche la verità può diventare un fanatismo, scadere in un formalismo che perde di vista la sostanza, dato che quelle citazioni sbagliate non falsificano il pensiero dell’autore citato bensì ne ribadiscono l’essenziale? (Voltaire era un campione della tolleranza, la pistola di Johst messa in mano a Goebbels corrisponde all’atteggiamento nazista verso la cultura). Inoltre c’è il peso, l’autorità della storia che ha fatto entrare magari da secoli nella testa delle persone l’identificazione di una frase famosa con un autore sia pure sbagliato. Naturalmente se si trattasse di uno sbaglio che adultera un’opera o un autore, ad esempio una falsa citazione dei Vangeli che attribuisse a Cristo un’espressione malvagia, sarebbe doveroso smascherarla anche dopo millenni, cosa non necessaria se la bufala non altera la sostanza. Il peso della storia è così forte, che si continua ad attribuire una frase a chi non l’ha detta anche quando il presunto autore lo ha dichiarato lui stesso: la famosa, grande espressione «pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà», non è di Gramsci, come tutti ripetiamo, bensì di Romain Rolland ed è stato Gramsci stesso a precisarlo. Ma ormai è entrata nel mondo come frase di Gramsci e tutti lo ripetono, anche chi sa — grazie a Gramsci — che è di Rolland…

«Concordo con Lei — replica Ausilio — che ogni eccesso debba essere evitato. Se, per esempio, dopo una partita a carte, qualcuno dicesse “l’importante non è vincere ma partecipare” per consolare i perdenti, mi sembrerebbe inopportuno chiedergli chi ne sia l’autore per poi correggerlo. Ma, al contrario, riterrei doveroso intervenire nel caso di un uso strumentale della citazione. Chi non ricorda la celebre frase “eppur si muove”, attribuita a Galileo Galilei che volle così rispondere, ci viene detto, alla condanna dei giudici dell’Inquisizione per le sue scoperte scientifiche? Quella frase mai pronunciata da Galileo fu inventata, come ormai è risaputo, dallo scrittore italiano Giuseppe Baretti nel 1757, con lo scopo di creare il mito di una Chiesa oscurantista e incapace di aprirsi alle nuove scoperte scientifiche».

A proposito, gli dico alla fine della nostra chiacchierata, ho appreso di recente da Pierre Assouline, autorevole scrittore e biografo francese, che Flaubert non ha mai detto «madame Bovary c’est moi, madame Bovary sono io». Spero che sia stato veramente Churchill a dire quelle parole sui Balcani…

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OLTRE IL NICHILISMO E NEL DELIRIO

magris

LEGGENDO L’ULTIMO ROMANZO DI CLAUDIO MAGRIS

di Edoardo Pisani

Siamo figli dell’epoca,
l’epoca è politica.
Wisława Szymborska, Figli dell’epoca

L’ultimo romanzo di Claudio Magris, Non luogo a procedere, racconta e affronta la Storia e il suo riflesso, la memoria, fra le voci e le colpe e le rabbie dei superstiti e dei dimenticati e le ossessioni del protagonista, un professore triestino che raccoglie e scheda e vaglia armi e strumenti bellici di ogni tipo, fra sottomarini e carri armati e lance azteche e cannoni e manifesti e via di seguito, riesumando storie e orrori e testimonianze e dedicando la propria esistenza alla realizzazione di un terribile Museo della Guerra, rimasto incompiuto. Un rogo porrà infatti fine alla sua opera, al museo, divampando mentre dorme in una bara aperta, come era solito fare, finché una donna di nome Luisa, figlia di un’ebrea sopravvissuta alla Risiera di San Sabba e di un soldato americano nero (e forse vera protagonista del romanzo), non riprenderà i suoi taccuini e le sue ossessioni e darà inizio al racconto, alla memoria.

La storia di Diego de Henriquez – che nel libro resta un narratore senza nome, come in molte opere magrisiane, ossia più un Odisseo che un Achille – aveva mosso la penna di Magris già nel 1988, in un racconto apparso sulCorriere della Sera: “Il segreto di Diego de Henriquez, voleva chiudere la guerra in un museo”. L’ossessione donchisciottesca del professore è dunque una galleria che contenga e esponga l’orrore della guerra nella sua totalità, di sala in sala, maniacalmente, un elenco interminabile della violenza e della morte che Luisa ripercorre e rivive nei taccuini, a Trieste, in quella sorta di presente fluviale che caratterizza la scrittura più visionaria di Claudio Magris, dal passato verso il futuro e viceversa. Bisogna giocare alla guerra per porvi fine, pensa il professore da bambino, vagando in un negozio di giocattoli, “un teatro, un mondo”, fra soldatini e bambole e cinturoni e sciabole, e da adulto vivrà (e morirà) per la ricreazione reale di quel luogo fittizio, di guerra simulata, trasfigurando un negozio di balocchi amato durante l’infanzia in un “Museo totale della Guerra per l’avvento della Pace e la disattivazione della Storia”, come scrive solennemente nei taccuini.

Le manie e i quaderni del professore, intrecciati alla complessa e tragica storia familiare di Luisa, compongono così una sequela di voci e di racconti che travolgono il lettore e sconvolgono il tempo, ogni tempo, nel delirio della Storia, trasponendosi in altre epoche e mutando vite e oggetti in altrettante memorie, in altrettanti flussi d’acqua – come la stupefacente vicenda di Luisa de Navarrete, una nera accusata di stregoneria dall’Inquisizione, con la quale un’altra Luisa, secoli dopo, rimestando i taccuini del professore e interrogandosi sul potere della parola e del silenzio, entrerà in simbiosi, fino a riscriverne la storia, giacché “ogni testo è un palinsesto, carta raschiata per scrivervi ancora, sempre la stessa storia ma sovrapposta a un’altra precedente, una scrittura che ne copre altre con correzioni difficilmente leggibili ma che non la cancellano, destinata anch’essa a venire ritoccata e riscritta ma non annullata, passando di bocca in bocca e di foglio in foglio…”

E di foglio in foglio, o di sala in sala, ovvero di racconto in racconto, con la forza della memoria e nella realtà del romanzo, Magris usa la parola quale un corso d’acqua che tende all’infinito o che intorno a esso e in esso evolve, come un fiume che ritorna perpetuamente su se stesso e che non trova sbocchi e si agita e si innalza e si riabbassa e si e ci sconvolge. Il progetto del professore è quindi utopico, destinato a rimanere incompiuto, perché nessun museo, e così nessun romanzo, nessun fiume, potranno mai esporre l’orrore nella sua totalità, raccogliendolo e comprendendolo, per estinguerlo. Il collezionismo maniacale di Diego de Henriquez non è altro che un rifiuto del niente e del caos, un velo; lo schedare per anni e anni strumenti di violenza e di terrore è un tanto nobile quanto vano rifugio contro l’incoercibilità della vita, della violenza, e se non fosse stato per Luisa e per la Risiera di San Sabba, centro nevralgico della narrazione, questo romanzo di Claudio Magris avrebbe dovuto essere infinito, sconclusionato, un mero e mostruoso catalogo dell’orrore, senza capo né coda, o forse, più semplicemente, non avrebbe potuto e dovuto essere scritto – e proprio in questo sta la sua grandezza.

Nella Risiera di San Sabba, dove migliaia di persone sono state imprigionate e uccise o smistate e spedite in altri campi di concentramento europei, annullandone prima le individualità e poi le vite, il professore troverà un significato alla propria esistenza, oltre il nulla e il nichilismo e contro la misera immobilità del suo museo; la scintilla di un amore creduto perduto, un “inalterabile incanto”, all’improvviso diventerà chiarezza, amore, corpo, vita, e catalogare armi non avrà più alcun senso. “Una maschera si scioglieva” racconta il professore “e lasciava intravvedere il naso sottile e le labbra delicate di una volta, gli occhi lievemente sporgenti per un accenno di Basedow rientravano nelle sponde del lago verde come il mare in cui affondavo, morivo, rinascevo…” E in tale rinascita, nel sesso e nella verità dei corpi e nell’incanto e nello sgomento dell’amore, il velo della vita finalmente si squarcerà, salvandolo. “La Risiera era davanti a me, rossa, tozza, nera, mortale. Là dentro erano passati tanti volti di Dio, torturati, massacrati. Mi sono incamminato verso il cupo edificio e da quel giorno, ogni giorno…”

Da quel giorno il professore è preso da una furia di giustizia; dimentico delle armi e del museo decifra e trascrive nei quaderni i graffiti tracciati dalle vittime della Risiera, rivestiti di calce o raschiati, cancellati, ignorati per decenni dalla Trieste del dopoguerra, cercando nomi e collegandoli al presente, a una città (a un paese?) che non può o non vuole fare i conti con il proprio incancellabile passato, con le colpe e il silenzio contro cui si dibattono i morti della Risiera, nell’orrore, tracciando sui muri l’ultima e forse l’unica resistenza possibile – laparola. Nel Lager il corso del fiume si ferma, improvvisamente il tempo cessa di ritornare su se stesso e di contorcersi e trova infine il suo sbocco, un senso univoco, la testimonianza dei morti, la memoria. Bisogna dare voce alle vittime della Storia, questo insegna Diego de Henriquez, un fool scespiriano che svela al mondo la sua inenarrabile e orrifica realtà; bisogna essere consapevoli del passato e ascoltare gli sconfitti e i perseguitati di ogni tempo, i reietti, anche se ci ricordano le nostre ferite o le nostre colpe taciute o rimosse o persino ignorate, rivelandoci all’orrore. Il professore riempie i taccuini e si sente braccato, minacciato, e tuttavia insiste nella sua lucida ossessione, annotando nomi e cercando tracce, accuse, sui muri della Risiera, fino a entrare in simbiosi con i perseguitati, come Luisa con la sua omonima cinqucentesca, Luisa de Navarrete. E allora – nel rogo finale – la punteggiatura salta e la prosa magrisiana rompe finalmente gli argini, con lucidità e disperazione, le visioni si accavallano e le fiamme diventano un fiume, l’ultimo fiume possibile, la morte, il rogo, annegando il professore nel suo museo, nel fumo, come le vittime della Risiera, e forse l’incendio è doloso ma i giudici dichiareranno di non farsi luogo a procedere, e nessuno appurerà mai la verità.

“È di quel fumo che vado alla ricerca, di quei nomi fatti cenere” ha lasciato scritto il professore, e se ogni scrittura ne copre e ne nasconde altre anche Magris cerca la cenere del suo personaggio, il fumo del suo rogo. “Non lotto contro l’oblio, ma contro l’oblio dell’oblio, contro la colpevole inconsapevolezza di aver dimenticato, di aver voluto dimenticare, di non voler e di non poter sapere che c’è un orrore che si è voluto – dovuto? – dimenticare. A Trieste vedo in ogni strada il fumo che non si è voluto vedere.”

Vedere il fumo dei morti, quindi, dei Lager, aprire gli occhi su ciò che è stato e non negare la violenza e la forza estetica del male, svelandone l’idiozia e l’impestata banalità, se necessario attraversarlo e viverlo, pur non lasciandosene corrompere – anche questo insegnano le opere di Claudio Magris. In una memorabile pagina diDanubio, che era e resterà una delle massime espressioni artistiche del Novecento, il capolavoro per così dire “diurno” di Magris, a un certo punto il narratore scende letteralmente nell’inferno, nell’orrore, quale un Dante senza guida, nel Lager di Mauthausen. “Scendo la scala della morte, che conduceva alla cava di pietra di Mauthausen” scrive. “Su questi 186 alti gradini gli schiavi portavano macigni, cadevano per la fatica o perché le SS li facevano inciampare o rotolare sotto i sassi, venivano abbattuti a bastonate o a fucilate. I gradini sono blocchi ineguali e impervi, il sole scotta; il massacro è ancora vicino, vengono in mente divinità arcaiche avide di sacrifici umani, le piramidi di Teotihuacán e idoli aztechi, anche se dèi più moderni e civili non hanno impedito ai torturatori di torturare. […] Gli scalini sono alti, sono stanco e sudato. Adorno ha detto che dopo i campi di sterminio è impossibile scrivere poesia. Quella sentenza è falsa – e infatti è stata smentita dalla poesia, per esempio da Saba, che sapeva cosa significasse scrivere “dopo Maidanek”, altro terribile Lager, ma che ha scritto “dopo Maidanek”; è falsa anche perché non c’è stato soltanto il nazionalsocialismo, e pure dopo i Conquistadores, la tratta dei negri, i gulag o Hiroshima la rima fiore-amore era – è – altrettanto problematica. La sentenza è tuttavia paradossalmente vera, perché il Lager è un esempio estremo di annullamento dell’individuo – di quell’individualità senza la quale non c’è poesia. Su questa scala di Mauthausen si sente, fisicamente, la superfluità dell’individuo, il suo annichilimento, la sua sparizione; come se egli fosse un dinosauro o un okapi, un animale estinto o in via di estinzione.”

Sulla scala di Mauthausen il linguaggio del viaggiatore danubiano, altrove più leggero e spesso ironico, si fa improvvisamente alto, saldo, conscio dell’enormità del luogo in cui si inabissa, un Lager; e in questa terribile ma consapevole discesa agli inferi può riflettersi, seppure per opposizione, in uno specchio concavo, l’estetica espressionista e a tratti orrida delle opere più notturne di Claudio Magris, con passi talmente disperati e visionari o atroci da far chiedere, per esempio, a uno sbalordito Eugenio Scalfari quali traumi e nevrosi si siano impadroniti della mente e della penna dell’autore, in Alla cieca, fra pagine grondanti di sangue e pus e violenze e atrocità, distanti anni luce dallo stile controllato e colto di Danubio o di Microcosmi o dei maggiori saggi magrisiani, che pure si raffrontano all’orrore, da Mauthausen a Goli Otok. Magris sarebbe dunque un posseduto, un Dottor Jekyll di giorno e un signor Hyde di notte, nel furore delle voci, ne La mostra o in Alla cieca o in Non luogo a procedere, irrompendo fra i taccuini del professore? In effetti lo sdoppiamento, posto che di sdoppiamento si tratti e non di un complesso e multiplo camaleontismo narrativo, è più sottile e forse inafferrabile – è “un modo di vivere e di sentire, una struttura psicologica e poetica”, suggerisce Magris inTrieste, un’identità di frontiera, a proposito degli scrittori triestini ma anche un po’ di se stesso, delle sue opere presenti e future, a cominciare da Danubio, che ancora oggi fatica a trovare un reparto fisso nelle librerie, una terra di appartenenza, con i librai che lo spostano continuamente fra la saggistica e i libri di viaggio e la critica letteraria e la narrativa e i lettori che non sanno se si tratta di un romanzo o di un saggio o di un romanzo camuffato da saggio o viceversa, però che seguitano imperterriti a leggerlo e amarlo, a trent’anni dalla sua pubblicazione.

Se non di incertezza identitaria, la frontiera sembra implicare per Magris un senso di fluidità e di inafferrabilità, stilisticamente, facendo dell’inappartenenza e dello sconfinamento letterario un vero e proprio genere; e tuttavia vivere e attraversare (e amare) una o più frontiere territoriali o linguistiche o culturali o psicologiche significa anche capirne l’importanza, se non nell’arte di certo nella vita, talora la necessità. Di fronte alla politica baraccona e cialtronesca dell’ultimo ventennio italiano, per esempio, Magris ha più volte difeso il proprio territorio etico e le proprie frontiere morali, intervenendo con forza nel dialogo pubblico e impegnandosi addirittura in prima persona, nel 1994, con grandi difficoltà personali e andando contro la sua natura “impolitica” (nel senso dato a questo termine da Thomas Mann, precisa spesso Magris, ossia di chi non si sente chiamato a rappresentare ma che pure deve o ha dovuto farlo); e dinanzi a quello che ne La letteratura è la mia vendetta definisce il problema del nostro tempo, cioè l’incontro o scontro fra e con culture diverse, Magris dichiara che il dialogo deve e può avvenire soltanto se coesiste con le non scritte leggi degli dèi affermate da Antigone, poiché “non è possibile mettere in discussione alcuni valori che consideriamo definitivamente acquisiti”, e la fermezza di queste parole, che non negano il dialogo ma ne stabiliscono le frontiere invalicabili, è infinitamente più responsabile e efficace delle parolacce di chi aizza paure e pregiudizi (e violenze) in nome dell’Occidente o della cristianità, magari cianciando di “bastardi islamici” sulle prime pagine dei giornali, il 14 novembre, dopo gli attentati terroristici a Parigi, come se assimilare milioni e milioni di musulmani praticanti alle poche migliaia di islamici appartenenti all’Isis sia una tattica intelligente per fronteggiare e sconfiggere il terrore – che pure va combattuto.

Siamo in piena Quarta guerra mondiale, ha scritto Claudio Magris dopo la strage francese, a caldo, in un pezzo esemplarmente “diurno”, politico, che mette in guardia sia dai nuovi razzismi in voga in tutta Europa (razzismi e partiti politici che guardano alla Russia di Putin o a Putin stesso quale faro e modello di potere – se non quale finanziatore!) sia dai complessi di colpa e dagli ipercorrettismi buonisti di chi dimostra troppa cautela nella lotta al terrore, giacché, sebbene sia necessario distinguere l’Isis dalla cultura islamica, che come ogni cultura ci ha arricchito e seguiterà a farlo, “abbiamo continuato ad ascoltare Beethoven e Wagner e a leggere Goethe e Kant anche quando la melma sanguinosa nazista stava sommergendo il mondo, però è stato necessario distruggere quella melma”, ricorda Magris, e così bisogna difendersi con forza dalle barbarie avvenute in Francia e in Africa e dalla feroce avanzata in Siria dell’autoproclamatosi Stato Islamico, che non può in alcun modo essere considerato un interlocutore – siamo in guerra.

Quest’ultimo e altri articoli civili di Magris, in gran parte raccolti in Utopia e disincanto, ne La storia non è finita e in Livelli di guardia, possono sembrare a taluni inconciliabili con i passi più estremi delle sue opere, quali ad esempio i deliri del commissario Rainer in Non luogo a procedere, che fra il tanfo di carne bruciata della Risiera e le flatulenze di Hitler (“Il mondo è solo una puzza, una scorreggia di Hitler” pensa il professore nel rogo) e lo sperma e il sangue e i suoi incubi antisemiti si chiede se le donne provino un orgasmo durante l’impiccaggione, se la vertebra spezzata mandi un segnale pure al clitoride; nondimeno è proprio in quest’orrore, o meglio nel contrasto estetico fra l’impegno “diurno” e le voci e i demoni più notturni e indicibili di Claudio Magris, che si cela il profondo senso morale delle sue opere – diurne e notturne, posto che la frontiera fra le due scritture sia così netta.

“Nella scrittura notturna” spiega lo stesso Magris in una lettera ai traduttori di Alla cieca, ripresa da Ernesta Pellegrini in Claudio Magris o dell’identità plurale, “lo scrittore fa i conti con qualcosa che emerge improvvisamente dentro di lui e che forse non sapeva di avere: sentimenti, pulsioni inquietanti e anche orribili che ci stupiscono, ci inorridiscono, ci pongono davanti a un nostro volto che non sapevamo di avere, ci dicono quello che potremmo essere, che temiamo o speriamo di essere, che forse per puro caso non siamo stati. Ci troviamo di fronte a un volto della vita che ci turba, ci travolge, talora ci mette perfino al rogo. È il Vangelo a dire che il sole splende sui giusti come sui malvagi. Noi vorremmo che splendesse diversamente su Mengele e sulle sue vittime cui egli strappava i genitali nel Lager, ma dobbiamo fare i conti con questa terribile indifferenza, talora crudeltà della vita. Non certo per accettarla, anzi per continuare a combatterla, nel nostro buon combattimento quotidiano, ma senza distogliere per timore il nostro sguardo da essa. Ci si trova faccia a faccia con la Medusa della vita e in quel momento non la si può mandare dal parrucchiere affinché metta a posto la sua testa di serpenti per renderla presentabile; quando uno scrittore incontra questo suo sosia, magari preferirebbe che quel sosia dicesse delle cose diverse da quelle che sta dicendo, ma se è onesto deve lasciarlo parlare e dire anche sgradevoli verità, deve insomma lasciare la penna alla scrittura notturna, ma senza civettare con quelle tenebre, senza lasciarsene ideologicamente o moralmente abbagliare, ma anzi continuando, nel nostro impegno diurno, a combatterle…”

Per Claudio Magris la letteratura è testimonianza e impegno, quindi, però anche – e innanzitutto – visione e verità e viaggio nelle profondità più inquietanti della Storia e della psiche umana. Non è un caso che gran parte dei suoi narratori siano degli ossessionati, dei maniaci che si raccontano dal guscio protettivo delle loro ossessioni o dal magma dispersivo e caotico ma reale dei loro incubi, talvolta delle loro perversità. La vita è “una storia raccontata da un idiota, piena di urlo e furore, che non significa nulla”, dice Macbeth, e le opere più estreme e naufraganti di Claudio Magris ci conducono proprio negli abissi di questo nulla – che pure significa qualcosa. In Alla cieca, per esempio, il narratore è uno schizofrenico monologante rinchiuso in un manicomio di Trieste, Salvatore Cippico, un ex partigiano vittima delle persecuzioni naziste e titoiste, dai Lager della seconda guerra mondiale a Goli Otok, e tuttavia è anche l’avventuriero danese Jorgen Jorgensen, re d’Islanda e poi prigioniero in un’isola sperduta, è Tore, è Giasone, è Jan Jansen, è insomma un uomo multiplo e universale, un Ulisse che agogna alla sua Itaca e il cui viaggio è un continuo frantumarsi e ricomporsi di piani temporali e volti e voci e tempeste e atrocità, nel delirio della Storia.

“Avevo cominciato a scrivere, molti anni prima, il romanzo in modo lineare” ha dichiarato Magris ne La letteratura è la mia vendetta, “ma quella scrittura non ha funzionato, proprio perché in un romanzo il “cosa” deve essere analogo o identico al “come”, ovvero il tema deve essere analogo allo stile; ebbene, in quel caso la vicenda è così frantumata, così idealmente intessuta di idealità ed errore, di verità e menzogna, di sacrificio e oppressione, da diventare un delirio insostenibile per chi l’ha vissuta dedicando e sacrificando ad essa tutta la propria vita. Il romanzo dunque può essere narrato soltanto in un modo rotto, spezzato, agglutinante e disperso, che faccia sentire che cosa è stata questa vicenda, questa storia…”

L’incrociarsi e il sovrapporsi di voci e sguardi e stili e tempi è una costante delle maggiori opere magrisiane, non solo notturne. Nella terza sezione di Danubio, a Linz, dopo aver ripreso il Canetti di Hitler secondo Speer, che racconta di come la Linz amata dal Führer dovesse diventare “una seconda Budapest, con grandiosi edifici su ambedue le sponde del Danubio”, ospitando la vecchiaia e il mausoleo del dittatore e sovrastando in tal modo Vienna, città che lo aveva umiliato, Magris si spinge più in là nella sua lotta al male, paragonando le manie di grandezza e le fantasie di Adolf Hitler alla vita e alle opere di Adalbert Stifter, che un secolo prima osservava quello stesso fiume, fra le cui onde era morta sua figlia, con uno sguardo molto più coraggioso, stoico, non ignorando il caos dell’esistenza e anzi raffrontandovisi con forza, attraverso la disperata quotidianità delle sue opere. Hitler invece vela la propria terribile e innegabile realtà con il sogno di un futuro vuoto, immaginando una quieta vecchiaia nella Linz dei propri sogni, dopo aver conquistato infantilmente il mondo, rifuggendo il nulla e l’atrocità della sua vita – e perciò negandosi. Il coraggio, sembra pertanto suggerirci il viaggiatore danubiano, non sta nella pavida e cieca ferocia di un Adolf Hitler bensì nella consapevolezza e nelle opere di Adalbert Stifter – che però finirà a sua volta suicida, come sua figlia o Hitler stesso, con un colpo di rasoio, nel naufragio della Storia…

“La Storia è un elettroshock; ecco perché siamo divenuti tutti pazzi, anche gli insorti.” Così scrive il professore diNon luogo a procedere, furiosamente, visionariamente, ravvivandosi nei taccuini e raccontando di don Marzari, assassinato dai titoisti, scrivendo in vece sua, come Magris fa con lui, in un continuo accavallarsi di vite e sguardi e voci e disperazioni, di arma in arma e di sala in sala, senza infingimenti, fra meduse marce ammucchiate su una spiaggia (nella stessa pagina l’atroce commissario Rainer si masturba guardando lo stemma di Auschwitz) e filmati di polipi proiettati nel Museo della Guerra, come a voler fermare (o ricreare) il tempo, la memoria, in un’istantanea del terrore – giacché, come scrive il professore, “la memoria di ciò che è successo non c’è, non c’è mai stata, non si sa che c’era e che è stata asportata, perché si è portata via con sé tutto quello che era avvenuto e che dunque non è mai avvenuto…” E nel romanzo, nella ricreazione immaginaria di fatti realmente accaduti, contro l’oblio e la “colpevole inconsapevolezza di aver dimenticato”, combatte lo scrittore – e chi lo legge.

In quest’epoca barbarica della Storia, ha scritto George Steiner, le opere e la presenza di Claudio Magris sono indispensabili. Ogni suo libro, dai saggi ai romanzi ai testi teatrali alle raccolte di articoli letterari e/o civili, risponde di fatto a una necessità tanto artistica quanto morale, etica, che sia di testimonianza o di memoria o più semplicemente di espressione – espressione talvolta orrida e delirante, poiché “in tutti gli eventi c’è una profonda verità e dunque anche un profondo ordine, che però, per essere colto, deve passare attraverso il delirio”, e di delirio in delirio, di visione in visione, si approda a un nuovo senso della realtà e quindi a un nuovo linguaggio, a una nuova parola, stracciando il velo delle ossessioni e della follia e ponendo i narratori magrisiani di fronte al caos dell’esistenza, al nulla, un nulla da combattere e superare e persino travolgere, sconvolgere, per un’esplosione psichica dell’Io e del tempo, del romanzo.

Così il professore di Non luogo a procedere vedrà la propria Medusa nei graffiti della Risiera, grazie alla scintilla di un amore creduto perduto, a una “gloriosa resurrezione della carne”, o forse grazie a un contraccolpo psichico, inconsciamente, come lo scrittore e psichiatra Robert Flinker in Danubio, un ebreo scampato allo sterminio nazista eppure stanco di vivere, di resistere, incapace di rassegnarsi all’idea che l’alternativa a Hitler sia Stalin e dunque suicida per amore, nel 1945, ammutinandosi alla Storia e all’esistenza con una “spintarella sentimentale”, immagina Magris, con un’infatuazione vissuta in modo tragico.

Analogamente, il professore de Henriquez si ribella non solo “all’oblio dell’oblio” e al colpevole silenzio che circondano la Risiera ma anche e soprattutto a se stesso, al nichilismo e all’aridità che hanno pervaso la sua vita – e rinasce nell’amore, nel sesso, in quel “precipitare aggrovigliati in un mare oscuro e ardente” che è l’inizio e la fine di ogni tempo, pensa invece Luisa, nel presente di ogni voce, controcanto e lettrice del professore, sola quanto lui.
L’umanità di Non luogo a procedere è sempre o quasi disperata e sola, stravolta dai tentacoli della Storia e destinata perpetuamente all’oblio e alla morte o alla sventura e al delirio, a una “battaglia sempre perduta”, riflette Luisa nel suo buio, nel disamore, sdraiata accanto a un uomo che ha amato e che non ama più – una battaglia che tuttavia può essere stata vinta proprio dal professore, scavalcando il nulla e approdando a una nuova forma di consapevolezza, nella Risiera, e trovando in lei, Luisa, ovvero in Magris e nel lettore stesso, in noi, anni dopo il rogo e trasmutandosi nel tempo, il suo senso ultimo, compiuto. Luisa infatti è il professore, oltre alle decine di vite e voci che ne scandiscono gli appunti, tanto che le pagine finali del romanzo potrebbero essere un suo incubo, la sua ultima e più tragica visione: un incendio senza colpevoli e senza giustizia, nel fumo, il soffocante non luogo a procedere della Storia.

Ma la Storia, come ogni realtà, in letteratura può essere malleabile, viva, persino ribelle, un ammutinamento del reale, e così il professore ritratto da Magris è un io senza nome e non il “vero” Diego de Henriquez, da cui pure trae ispirazione – e senza il quale Non luogo a procedere non sarebbe stato scritto. Magris infatti ha rivendicato più volte la libertà dell’invenzione letteraria, del romanzo, giacché, come afferma in Letteratura e ideologia, “lo scrittore non è un responsabile padre di famiglia, ma è piuttosto un figlio ribelle che obbedisce al suo demone; la letteratura ama il gioco, la libertà di inventare la vita, di rendere la realtà leggera come un palloncino colorato che scappa di mano e se ne va per conto suo” – e quindi Non luogo a procedere è anche un gioco prospettico fra realtà e finzione, un trompe l’oeil tanto ottico quanto temporale fra le disperazioni e i sentimenti (o i deliri e gli orrori) dei personaggi e il contorcersi e il naufragare della Storia, che in teoria dovrebbe annullare ogni individualità, come nell’inferno di Mauthausen, ma che nel romanzo può essere attraversata e rivissuta dalle voci, dagli appunti del professore e dalla lettura e riscrittura di Luisa, incaricata di progettare il Museo.

Nella Risiera di San Sabba però il tempo si ferma; “la vita è stata fatta a pezzi, sbrindellata”, fra le parole tracciate sui muri e sbiancate con la calce nel dopoguerra, riesumando nomi e accuse e colpevolezze, responsabilità, fino alla morte del professore, al rogo finale, che è un auto da fé della storia umana ma anche un luogo di eterno ritorno, nel sottomarino che apre il romanzo – riavvolgendo la narrazione. “Nessuno di noi può rivendicare la propria innocenza per l’inferno della Risiera” ha dichiarato infine Claudio Magris, e difatti Non luogo a procedere non è un atto di accusa verso qualcuno bensì di testimonianza verso tutti, nel buco nero della Storia; è un’opera polifonica di consapevolezza e di resistenza all’oblio, all’oblio dell’oblio, in tempi in cui la parola, ossia il racconto, sembra aver perduto (o star perdendo) il suo senso più dilaniante e profondo – la memoria.


La (ri)conquista dell’identità

Marina Jarre, scrittrice riservata che ha indagato le frontiere geografiche e del cuore
Un volume in Spagna analizza l’opera dell’autrice di origine lettone

di CLAUDIO MAGRIS

«Borders», installazione dell’artista islandese Steinunn Thórarinsdóttir a Grant Park, Chicago«
Borders», installazione dell’artista islandese Steinunn Thórarinsdóttir a Grant Park, Chicago
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L’estero, questa posterità contemporanea, diceva il grande critico e saggista Charles Du Bos. C’è spesso dissimmetria tra la fama di uno scrittore nel suo Paese e quella aldilà delle frontiere di quest’ultimo; ci sono autori celebri a casa loro e ignorati o quasi da altre culture o viceversa. Quando, più di trent’anni fa, mi trovavo con Umberto Eco nella Romania di Ceausescu, l’autore italiano più popolare, rappresentato in tutti i teatri e di cui molti ci parlavano, era uno scrittore che, forse per nostra colpevole ignoranza, non avevamo mai sentito nominare (e di cui, forse per ancor più colpevole invidia, non riusciamo a ricordare il nome). Pure oltre i confini del proprio Paese e della propria lingua ci sono talvolta, per quel che riguarda la fortuna di uno scrittore, notevoli differenze fra un Paese e l’altro, anche vicini. Inoltre c’è talora uno scarto temporale tra la fortuna di un autore nel proprio Paese e all’estero, dove tale fortuna arriva magari in ritardo ma rimbalza a sua volta nel Paese d’origine dello scrittore, riproponendolo ai suoi connazionali in una luce nuova, che forse nel frattempo si era lievemente offuscata nel bombardamento e nei fuochi d’artificio di un’offerta culturale invasiva e abrasiva di tutto ciò che appartiene al giorno prima.

Qualche mese fa mi trovavo in Spagna, a Murcia, in occasione di un convegno dedicato da quell’università, per iniziativa di Pedro Luis Ladrón de Guevara, alla letteratura italiana e in particolare a Marisa Madieri. Victoriano Peña, professore all’ateneo di Granada, ha tenuto una splendida relazione, un saggio essenziale partecipe e incalzante, sulla narrativa di Marina Jarre, saggio che spero venga pubblicato pure in Italia. Marina Jarre è una originale, forte e incisiva scrittrice. È certo nota e apprezzata, ha avuto riconoscimenti fin dai primi libri usciti quasi mezzo secolo fa, quali Un lieve accento straniero; da I padri lontani a Ritorno in Lettonia, veri piccoli essenziali capolavori, le sue opere hanno trovato lettori e critici appassionati ed hanno un posto ormai indiscutibile nella letteratura italiana degli ultimi cinquant’anni. Forse anche a causa del duro riserbo dell’autrice, non esente da qualche tomo risentito, quei libri non sono tuttavia oggi presenti come dovrebbero nel dibattito culturale e come mediterebbero ancor più di quando erano usciti, perché affrontano — con intensità vissuta, asciutta maestria linguistica e rigore poetico e morale — i temi oggi sempre più pressanti e sempre più dibattuti, anche se spesso con meccanica stereotipia: l’identità, la sua incertezza e la sua polivalenza; la frontiera o meglio le frontiere e il loro rapporto con la scrittura; la continua perdita o riconquista della propria persona.

Come dice il titolo di un suo testo, l’interrogativo di Marina Jarre e dei suoi libri è «Quale patria per chi non ne ha nessuna o ne ha più di una». È questo il tema che Peña analizza e presenta nel suo saggio, che mi pare giusto riassumere e quasi parafrasare sperando di farlo conoscere ai lettori italiani e di indurre questi ultimi a rileggere o a leggere Marina Jarre. Nessuna patria, più di una, perduta o ritrovata: il saggista spagnolo parte dal crogiolo plurinazionale di Riga – lettone ma anche tedesco, russo, polacco, svedese e l’elemento ebraico presente in ogni gruppo nazionale – dove Marina Gersoni più tardi sposata Jarre nasce da padre ebreo lettone e madre italiana valdese e, come dice lei stessa, trova il suo «primo consapevole sentimento di appartenenza» nella sua lingua d’infanzia ossia la lingua tedesca. Questa multiculturalità – parola oggi ripetuta come uno slogan pubblicitario – è intessuta, come osserva Peña ricostruendo il percorso dell’autrice, di fratture e di tragedie. Il divorzio dei genitori, che divide anche le figlie e segna la perdita di quella pluralità baltica col trasferimento di Marina Jarre e della madre in Italia. Drammi famigliari innestati su crimini e tragedie storiche: la simbiosi ebraico-tedesca che diviene la Shoah, il crogiolo pluriculturale lettone che – a dimostrare che la multiculturalità è spesso pure culla di odi e di violenza – è anche terreno fecondo per l’antisemitismo omicida, come rivelano la partecipazione a quest’ultimo di formazioni nazisteggianti lettoni e il negazionismo o il silenzio più risentito che imbarazzato che, a guerra finita, si cercherà di opporre all’orribile colpa.

L’arrivo in Italia della giovane mezza ebrea lettone di lingua tedesca che diverrà una notevole scrittrice italiana non è ancora, come sottolinea Peña, acquisizione dell’Italia come patria, perché Torre Pellice, dove madre e figlia s’insediano, è il mondo valdese dei Padri lontani (come s’intitola un forte libro) che in un passato ancora bruciante hanno dovuto difendersi con le armi dalla persecuzione degli italiani cattolici, oltre al fatto che l’Italia fascista, alleata di Hitler, può essere una patria problematica per un’ebrea di Riga. È lei stessa a dire di aver trovato «L’Italia» un po’ più tardi, a Torino, quando si è sposata.

Il senso dell’arte di Marina Jarre risiede, si potrebbe dire, nella stratificazione della Storia nella sua memoria, talora in un suo fondo di oblio. È straordinario ad esempio il rapporto con il padre – cattivo marito, buon papà e personaggio irresponsabilmente e simpaticamente vitale – perito nella Shoah, sepolto nell’interiorità dell’autrice insieme a tante altre persone e cose ma portato alla luce da quel lavoro di disseppellimento che è la narrativa di Marina Jarre, ritrovamento e creazione di vita che è anche costruzione di se stessa, come dice splendidamente la scrittrice in un passo messo in evidenza da Peña: «Come donna sono dovuta nascere da me stessa, mi sono partorita insieme ai miei figli».

Il peso della pena, di una storia che è essenzialmente mutilazione e opacità stesa sull’orrore, è come un buco nero che rapprende il tempo, il quale «non batte più le sue ore», ma la scrittura di Marina Jarre è anche varia ed ariosa, aperta ai colori e alle cose, capace di infanzia e di gaiezza, di vita non rimasta soffocata dalle ceneri della Storia. Sono grato allo studioso di Granada che mi ha fatto riprendere in mano i suoi libri.

http://www.corriere.it/cultura/15_novembre_03/magris-marina-jarre-a46b7b6c-8212-11e5-aea2-6c39fc84b136.shtml


Vivere senza l’ansia del domani La lezione di Giuseppe Sgarbi

«Non chiedere cosa sarà il futuro», per capire che non conta fare ma essere

di CLAUDIO MAGRIS

Norman Rockwell (1894-1978), manifesto per The Watchmakers of Switzerland, 1953
Norman Rockwell (1894-1978), manifesto per The Watchmakers of Switzerland, 1953
La copertina del libro (pp.144, 15 euro)
C’è un passo che sento particolarmente mio, quando Giuseppe Sgarbi scrive che ciò che conta non è fare, quanto essere. Lo dice un uomo operoso e attento al lavoro, ma giustamente critico nei confronti di quella crescente smania di fare che distrugge la vita – la persuasione, per usare il termine di Michelstaedter – perché vuole sempre aver già fatto e brucia il presente, l’unica vita che abbiamo, sperando che la settimana prossima arrivi più presto possibile, perché si attende con ansia di conoscere il risultato delle analisi cliniche o delle elezioni, del premio cui si concorre, della gara cui si partecipa, e si vive bramosi che il tempo passi, che passi presto, e dunque bramosi di essere più vicini alla morte. Questo è un piccolo grande libro che non solo dissipa l’ansia del futuro, ma vive e aiuta a vivere l’esistenza, il presente.
 La vecchiaia, scrive Sgarbi, è la stagione più libera dalla rettorica – ancora il termine definitivo di Michelstaedter per indicare la perversione del vivere – degli assilli, dei doveri, del dovere di avere successo. La vecchiaia – Svevo ha scritto su questo tema pagine di grandezza incomparabile – permette di vivere più a fondo il presente ossia la vita, meno sminuzzata e triturata dagli assilli e dagli affanni. Condivido a fondo questa pienezza, questa persuasione trovata là dove l’esistenza sembra invece affievolirsi.
Giuseppe Sgarbi
Giuseppe Sgarbi

La vecchiaia, scrive Giuseppe Sgarbi, arriva e «prende da dentro, un poco alla volta. E quando fuori si cominciano a vedere i primi segni, dentro è già tutto fatto». Una sorpresa che si fa a se stessi, ma non è detto sia solo brutta, se si accompagna alla possibilità di vivere più a fondo il presente, ossia di vivere più pienamente. Certo, la vecchiaia – come ogni stagione della vita, come la vita in sé – può essere orribile, tragica, degradata e degradante e fa spesso sentire la verità di quel detto dell’antico Sileno, secondo il quale sarebbe meglio non essere mai nati.

Ma credo che Sgarbi si senta più vicino ai concreti e robusti latini, maestri nel coltivare un campo e nel costruire uno Stato, che ai greci con le loro vertiginose domande sul tutto e sul niente. E credo che Sgarbi – certo per tante ragioni fortunato, ma in parte anche spiritualmente artefice di quella sua fortuna – sia contento, senza enfasi, di essere nato e di vivere. I toni tragici non si addicono alla ferma dignità di un vecchio signore familiare con la ruvida terra e l’acqua del fiume, ma sempre attento alle buone maniere. Sarebbe bello potergli assomigliare, almeno un pochino…

http://www.corriere.it/cultura/15_settembre_30/magris-giuseppe-sgarbi-libro-fe11371e-6760-11e5-9bc4-2d55534839fc.shtml