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Adriano Sofri, due nostalgie

Due nostalgie

sofriC’è una categoria essenziale per chi voglia capire la radicalizzazione xenofoba dell’Europa e, reciprocamente, la radicalizzazione identitaria di migranti extraeuropei in Europa. E’ la nostalgia. E’ fin troppo scontato che la nostalgia sia un sentimento fondamentale della destra politica, e specialmente dell’estrema destra, caratterizzata da un lutto antimoderno e dalla paura che persone straniere ed estranee profanino, deridano e devastino l’eredità del passato. Questa nostalgia ha un rapporto stretto con la devozione alla natura, alla sua lunga durata e alla sua vagheggiata purezza, e attraversa così il ruralismo reazionario come una vasta corrente ecologista. Si sa che lo stesso neologismo di “nostalgia” fece ingresso nel 1688 a nominare la vera e propria malattia che colpiva e faceva cantare i soldati svizzeri troppo a lungo lontani dalla propria casa e dai propri posti. Prima di allora, nella guerra dei Trent’anni una malinconica patologia analoga dei soldati spagnoli venica chiamata “el mal de corazòn”. In Italia l’età immediatamente successiva al fascismo regalò a chi gli restava legato l’epiteto di “nostalgici”, ridotto a un’accezione miseramente politica. E non è un caso che nelle formazioni demagogiche di estrema destra che si vanno gonfiando in Europa l’ingrediente della nostalgia politica più ottusa e scandalosa, fino all’esplicito neonazismo e al culto di uniformi e gesti, sia così vistoso. Tuttavia il problema con la nostalgia è molto più grosso e coinvolgente che non la sua relegazione a sinonimo di neofascismo. La nostalgia è un sentimento nobile e universale. Oggi, riempire quel sentimento col richiamo a un passato politicamente compromesso e spesso infame è un errore consolante e velleitario. La nostalgia tiene il campo non per il rimpianto di un mondo perduto, reale o immaginario, ma per la paura incombente di un presente minacciato di perdersi. E’ questo a spiegare il successo della cristallizzazione elettorale della nostalgia in luoghi simbolici della tradizione e insieme radi di stranieri: una proiezione dell’antisemitismo senza ebrei, che riesce a essere così fremente. Oggi si ha nostalgia non del mondo di ieri perduto e illusoriamente richiamato ma del mondo presente che si sente insidiato e minacciato e comunque votato alla fine. I migranti, in carne e ossa o nel fantasma, incarnano il nemico che la globalizzazione altrimenti dissolve in una nuvola losca e anonima. Paradossale se non ridicolo com’è, il migrante più disgraziato e spogliato passa per un emissario della finanza sovranazionale. Per questo i protocolli antisemiti servono ancora così bene alla bisogna. La nostalgia, l’attaccamento ai luoghi e alla storia, alle date incise sui monumenti e sui portoni delle case, sa anche sfuggire al ricatto della xenofobia e della chiusura, ma fa fatica. Sente che la minaccia è vera, sceglie di non cederle anteponendole il valore prevalente della fraternità umana e dell’accoglienza, non di rado tenta di anestetizzare la propria ferita persuadendosi della colpa antica e attuale della propria parte di mondo e del proprio modo di vivere nella tragedia delle vittime di oggi. Si rassegna a passare sopra, se non a vergognarsi delle date scolpite sulle proprie cattedrali e sui portoni delle proprie case. Oppure sente il cuore spezzato fra l’attaccamento alla lunga eredità di cose e di affetti e il ripudio inumano del prossimo che gli ingombra la strada. Una sottile frontiera psicologica separa le avanguardie della nostalgia mutata in cattiveria e aggressione, che supera il 21 per cento elettorale nel Meclemburgo, e sfiora o prende la maggioranza altrove, da un vasto e vario centro renitente all’aggressività e all’odio, ma sensibile alla paura e al dolore per la perdita, alla nostalgia grata agli antenati e premurosa coi figli.
Questa è solo una faccia del dilemma. La nostalgia colora infatti anche il destino dei nuovi arrivati. Siamo abituati alla distinzione, spesso un rovesciamento, fra le prime generazioni e le successive. Impegnate, le prime, a farsi accettare e dunque ad accettare con docilità se non con entusiasmo il nuovo mondo cui sono arrivate. Inclini, le seconde e le terze, a ripudiare la mezza integrazione ricevuta in concessione e a cercarsi radici alternative, secondo l’offerta del mercato delle identità dei bigottismi e del senso della vita. Anche i più convinti fautori e collaboratori dell’integrazione, anche quelli che confidano nella ricchezza promossa dall’incontro e dalla mescolanza, non possono aspettarsi che siano i nuovi arrivati a difendere un retaggio di memorie e tradizioni che la velocità prepotente del mondo globale distrattamente spazza via. L’amore per Amatrice che fa dire a tanti svaligiati di non voler abbandonare quelle pietre, magari contro la ragionevolezza; mentre un uomo afghano è venuto a piangere su quelle pietre in cui è sepolto il suo giovane fratello, che non aveva più il suo paese, e non ne aveva ancora un altro, morto in una terra di nessuno, morto nessuno in terra d’altri. Anche i nuovi arrivati delle guerre, delle persecuzioni e delle carestie che oggi fanno saltare i nervi d’Europa saranno disposti, nonostanti i muri, i fili spinati, gli sgambetti, le botte, le minacce, le derisioni, le umiliazioni, anche questi nuovi arrivati si affanneranno a mostrarsi grati, a imparare a somigliare ai loro ospiti, a cantare con più fervore gli inni nazionali. Molti l’hanno già fatto quando ancora erano a casa e avevano una casa, indossando magliette delle squadre di Barcellona e di Monaco, e continueranno a farlo una volta arrivati davvero a Monaco o Barcellona. Si può diventare presto romanisti o ferraristi, altra cosa è visitar chiese come chi vi ha camminato da bambino come a casa propria, leggere la storia sulle mura di un palazzo comunale, avvertire un’eco dantesca nella loquela di un venditore ambulante. I nuovi arrivati, alla seconda e alla terza generazione –già alla generazione dei bambini che partoriscono nelle stive dei barconi, che si portano in braccio dalla Macedonia alla Serbia all’Ungheria al Brennero- saranno invasi dalla nostalgia di luoghi e case e lingue e costumi che hanno perduto violentemente, da cui sono stati espulsi e braccati, che erano la terra promessa loro prima del massacro e della cacciata. Impareranno forse la storia del rinascimento fiorentino e dell’illuminismo parigino e delle libertà degli svizzeri, ma conosceranno certo nei dettagli il rifiuto e la paura che l’Europa oppose al loro rifugio, i partiti che se ne impadronirono e ne dissolsero l’unione, i dirigenti provvisori che vollero comprare in soldi la loro estromissione. Avranno nostalgia del proprio mondo perduto, non solo per dare un fondamento e un mito alla propria rivalsa, ma perché negli umani, come negli altri animali, resta una memoria dei luoghi, del vento che vi soffia, dell’aria che vi si respira, di suoni e canzoni. Due nostalgie crescono e si fanno prepotenti nell’Europa di oggi, e si contrappongono fino ad aggredirsi ed escludersi, confiscando e svuotando la nostalgia comune per la terra cui tutti apparteniamo e che da tutti e per tutti è minacciata. Divisi dalle nostre nostalgie, le stiamo rendendo opposte e nemiche, e ci ammazzeremo a vicenda in loro nome. Se sapessimo fraternizzare in nome della nostalgia comune per la terra minacciata, per la nostalgia del futuro che è la vera terra promessa e rubata delle generazioni cui affidiamo il senso del nostro passaggio, diventeremmo un buon partito.

Adriano Sofri, 6 settembre 2016


ragazzino anche lui

sofriQuando scrivo, agenzie e giornali riferiscono che il fratello del ragazzino attentatore suicida catturato a Kirkuk e spogliato della sua cintura esplosiva, ragazzino anche lui, si era fatto saltare contemporaneamente in una moschea sciita di Mosul, facendo due feriti. Letta così la notizia lascia interdetti: padrone di Mosul dal giugno 2014, l’Isis ha bisogno di sacrificare un suo ragazzo-suicida per un attentato, nemmeno micidiale, in una moschea sciita della metropoli sunnita? L’Isis è capace, oltre che di ogni spietatezza, di ogni imbecillità, e tuttavia bisogna interrogarsi. O la notizia è arronzata, e “Mosul” vuol dire una qualche cittadina attorno a Mosul ma in mano a curdi o iracheni, o vuol dire che l’Isis esibisce i suoi campioni da aneddoto, i fratellini che regolano gli orologi e si fanno esplodere in due città distanti per raggiungere lo stesso pezzo di paradiso. Oggi si spiega tutto con l’Isis “in difficoltà”, compreso il ricorso ai bambini. Ma il ricorso ai bambini significa semplicemente che un addestramento di anni, un curriculum scolastico regolare, è arrivato a sfornare i suoi diplomati nell’arte della morte. Non c’entra quasi niente, ma vengono in mente i due gemelli britannici appena visti nella gara di triathlon. In testa uno a fianco all’altro, finché uno dice all’altro che va più forte, e se ne va, Arriva primo, supera il traguardo e si butta a terra con la sua bandiera. Dopo un po’ arriva il gemello, supera il traguardo e si butta a terra accanto all’altro. E i due, con la testa al cielo, allungano il braccio l’uno verso l’altro, per trovarsi e darsi la mano. I greci ne facevano delle costellazioni. I disgraziati ragazzini dell’Isis fanno solo sentire l’infamia dei loro padri o dei loro sequestratori adulti.

Adriano Sofri 24 agosto 2016


Due piccole poste in una

sofriNon credo che arriverei a vietare il burkini. Però manderei volentieri in galera chi ha inventato il nome e la cosa. Va be’, ieri una mia amica prendeva il sole a seno nudo sulla sua sdraio, e il figlio di sua nipote, 5 anni, continuava a chiamarla perché giocasse con lui sulla spiaggia. La mia amica alla fine ha ceduto, si è alzata e ha chiesto alla mamma del bambino: “Posso giocare nuda con tuo figlio?” “Ma certo”. E il bambino: “Mamma, devo mettermi nudo anch’io per giocare con la zia?”

Ieri ho scritto che non avrei vietato il burkini ma avrei mandato in galera l’inventore del nome e della cosa. Una mia amica mi fa notare che l’invenzione del nome e della cosa appartiene a una donna che voleva così permettere a sua nipote di nuotare e in genere di fare sport. Mi dispiace, ma confermo il mio sentimento. Una bambina deve poter nuotare con un costumo da bagno e fare sport con un abito sportivo. E allora, direte, che ne sarà dei regimi i cui alle bambine è vietato indossare un costumo da bagno e perfino guardare le olimpiadi? dovranno scomparire nell’infamia dalla faccia della terra, foss’anche per questa sola ragione.

Adriano Sofri

Il tram di Opicina è azzurro

sofriIl tram di Opicina è azzurro e collega Trieste col Carso con una pendenza del 26 per cento. Di tutta la grandezza dell’impero asburgico è il lascito più umile e glorioso. Ogni tanto ha qualche incidente o qualche sospensione per manutenzione. Ne ebbe uno famoso poco dopo l’inaugurazione, 1902: una carrozza ruppe i freni nel tratto ripidissimo di Scorcola e andò dritto contro la casa del signor Francesco Spehar, distruggendola. Le assicurazioni asuburgiche di allora funzionavano e la casa fu ricostruita. I tre passeggeri che erano a bordo saltarono giù e non si fecero niente. Il guidatore, Antonio Sossich, si fratturò una gamba e morì dopo aver compiuto 101 anni. Ne fu fatta una celebre canzone, che dice così:
E anche el tram de Opcina xe nato disgrazià
vignindo zò de Scorcola una casa’l ga ribaltà
Bona de Dio che jera giorno de lavor
che dentro no ghe jera che’l povero frenador.
Notevole è il ritornello, che mostrava già come alle sorti del tram de Opcina (accento sulla O) fosse legato il destino del mondo.
E come la bora che vien e che va
i disi che’l mondo se ga ribaltà
E come la bora che vien e che va
i disi che’l mondo se ga ribaltà.
Ecco, ieri c’è stato un frontale fra due vagoni del tram di Opicina, quello che saliva e quella che scendeva. Otto feriti, tutti leggeri. Ma il bello del tram è che quando uno sale l’altro scende, in un geniale esercizio di fiducia e reciprocità funicolare. Dunque, quando si deve decidere se le sorti del mondo autorizzino ancora un barlume di ottimismo, si pensa al tram di Opicina e si va avanti. Ma se il tram di Opicina fa un frontale, e si è un vecchio triestino che studia i presagi e brontola a testa bassa contro il vento, è proprio il mondo che si è ribaltato.

Adriano Sofri


Quel sasso tirato contro la vita: la morte barbara di Rokhshana

In Afghanistan la lapidazione di una ragazza dimostra che la legge dei fondamentalisti trionfa ancora

di ADRIANO SOFRI La Repubblica

Notizie sull’età della pietra. Rokhshana è una ragazza di 19 anni, lapidata in un villaggio afgano nella provincia di Ghor.

I siti di tutto il mondo ne sono pieni, qualcuno sceglie un fermo immagine, qualcuno – migliaia – posta il video. Mentre alcuni uomini, senza fretta, senza emozione, scagliano le loro pietre, altri stanno accoccolati a guardare, altri riprendono col telefono. I siti avvertono che le immagini sono “graphic”, crude. Del resto in rete se ne trovano a volontà, di lapidazioni.

Ho guardato il video. Avevamo tanto letto e ascoltato la meravigliosa parabola dell’adultera senza capire davvero. Il fotogramma di Rokhshana e dei lapidatori è raccapricciante, ma è giusto sentire il suo pianto basso come un lamento, la voce tremula che prega e implora, e man mano che le sassate si infittiscono e si fanno più rapide la voce si alza e diventa un guaito e poi un grido alto, non più una preghiera a Dio e nemmeno un’implorazione agli assassini – e poi si interrompe.

Anche se lei ha chiesto pietà, è impossibile che abbia chiesto aiuto. Non c’è nessuno cui chiedere aiuto, da quella buca.

Da noi che, grazie ai carnefici vanesi, guardiamo e ascoltiamo, non viene aiuto. La provincia ha una governatrice, che si barcamena, disgraziata anche lei, fra la legge che vieta la lapidazione e la
shari’a che, secondo lei, la prescrive.

Le autorità accusano i Taliban, qualcuno obietta che i capi tribali fanno lo stesso.

Rokhshana era scappata con il Mohammed che amava, 23 anni. Con lui sono stati clementi, si sono accontentati di frustarlo. L’adultera è per eccellenza femmina.

Mi sono ricordato del carcere femminile di Herat, costruito dagli italiani, dove le recluse erano donne accusate di adulterio anche solo immaginato, messe in salvo nelle celle dalle vendette omicide di uomini e famiglie.

A Kabul, a marzo, Farkhunda, una giovane accusata falsamente da un lurido mullah di aver bruciato pagine del Corano, era stata trucidata da una folla di giovani uomini che lottarono per calpestarla, saltare sul suo corpo, infierire coi bastoni, infine darle fuoco. C’è il video, meticoloso. Ci fu una ribellione mirabile di donne, vollero, contro ogni tradizione, caricarsi sulle spalle la bara della loro sorella.

Il potere se ne spaventò, recitò qualche punizione. A distanza di pochi mesi tribunali superiori riportarono le cose all’ordine maschile. Alla “differenza culturale”.

La questione afgana ha infatti questo di peculiare, rispetto all’intervento internazionale: che le donne lo chiedono, in nome dell’incolumità e dei diritti più elementari.

Ora c’è una gran vicenda fra Afghanistan e Stati Uniti. Nel 2011 due Berretti verdi, un ufficiale e un sottufficiale, trovarono il capo della polizia di un paese, nominato da loro, che aveva tenuto per giorni un bambino incatenato al letto per abusarne, e picchiato la madre. Gli diedero una lezione e denunciarono la cosa. La cosa rivelò che quella tradizione, si chiama bacha bazi , “giocare coi bambini”, è diffusa: capi della polizia o dell’esercito afgano, i “nostri”, si prendono dei bambini per farli danzare vestiti da femmine e abusarne. I due americani furono rispediti in America, e lo scandalo è scoppiato ora (grazie a un articolo del New York Times ), quando uno si è congedato, e l’altro non accetta di esser congedato.

Vengono fuori circolari militari che insegnano ai marines che lo stupro di bambini e donne in Afghanistan è “una questione culturale” dalla quale devono astenersi. Sono molti in America a dire che “i veri americani” sono quelli che non hanno voltato la testa dall’altra parte. Finché il comandante delle forze Usa in Afghanistan ha dichiarato: “Voglio che sia assolutamente chiaro che ogni abuso sessuale

o analogo maltrattamento, chiunque ne sia l’autore o la vittima, è del tutto inaccettabile e riprovevole”.

Un po’ di americani e di italiani resteranno in Afghanistan. Avranno capito che la “questione culturale” è la solita questione maschile.

http://www.repubblica.it/esteri/2015/11/05/news/quel_sasso_tirato_contro_la_vita_la_morte_barbara_di_rokhshana-126659794/?ref=HREC1-14