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disamoramento

Perché il disamoramento è la cosa più terribile che ci sia: l’istante in cui l’altro smette di amarti, in cui capisci che non c’è appello, non c’è pietà, che non sei più niente, che non esisti più nel suo sguardo, né in terra, né nello sguardo di Dio, per chi ci crede. E’ la cosa che tutti temono di più al mondo, e non c’è chi sia disposto a tutto pur di evitarla o di rimandarla – perché quel giorno fatalmente arriva, credo che prima o poi arrivi per tutti, e che tutti siano condannati a sostenere un giorno una parte o l’altra, una parte e l’altra, e che la parte di chi non ama più non sia in fondo più desiderabile di quella di chi non è più amato.

Emmanuel Carrère

 


il lettore

Emil Cioran

I grandi lettori sono gente voluttuosa, pigra, abulica, gente che semplicemente fugge la responsabilità.

Il vero lettore è quello che non scrive. Soltanto lui è capace di leggere ingenuamente – unico modo di sentire un libro.

La lettura è nemica del pensiero. È meglio annoiarsi che leggere; perché la noia è pensiero in germe (o vizio o qualsiasi cosa) – mentre le idee degli altri sono soltanto ostacoli; nel migliore dei casi, rimorsi.

La lettura – il più grande piacere passivo.

Ogni lettore è un parassita che non sa di esserlo.


Editoria, siamo sommersi di libri che nessuno legge

Continuiamo a ripeterci da anni che il settore editoriale è in crisi perché gli italiani non sono un popolo di lettori, ma non è così vero, perché a vedere i numeri i lettori sono più o meno gli stessi da quarant’anni. Il problema è un altro e assomiglia a una obesità

Salone Libro

Anche quest’anno, come da consolidata tradizione, ci troviamo a commentare i dati aggregati dall’Associazioni Italiana Editori, dalla percentuale dei lettori forti sul totale dei lettori, fino al numero delle copie vendute e al giro di affari. Un sacco di cifre cifrette, cifrone, alcune assolute, altre relative, qualcuna fortemente in positivo, qualcuna fortemente in negativo, altre invece sostanzialmente stabili.

La fotografia dell’Italia che legge, insomma, è più o meno sempre la stessa: i lettori forti sono stabili sui 3 milioni, come sempre; quelli deboli oscillano in dipendenza del successo o meno del best sellerone, come sempre; le fasce forti sono i vecchi e i giovanissimi, come sempre, e via dicendo. Ma la popolazione, in fondo, sembra sempre più o meno la stessa, stabile da quasi quarant’anni: tra i 22 e i 24 milioni di persone.

Tra le cifre pubblicate dall’AIE quest’anno, però, un dato interessante sul serio c’è. E curiosamente è uno dei pochi per il quale la statistica non c’entra nulla, perché è un fatto misurabile e riguarda la produzione di libri nel nostro paese, non il consumo. Eh sì, a guardare i dati dalla giusta distanza lo si nota: di fronte a un pubblico dal corpo sostanzialmente stabile nella sua magrezza rachitica, il mercato editoriale è diventato letteralmente obeso.

Il fenomeno è macroscopico: nel 2016 il mercato ha visto entrare in libreria più di 66mila nuovi titoli, di cui 18mila di sola narrativa. Nel 1980, sempre secondo l’AIE, quegli stessi numeri parlavano di un mercato totalmente diverso, fatto di sole 13mila novità, di cui soltanto 1000 erano di narrativa. Se andiamo a vedere le stime del numero di lettori fatte dall’ISTAT in quegli anni, il numero assoluto che troviamo è, indovinate un po’, sempre lo stesso, circa 24milioni. All’epoca erano il 46 per cento del Paese, ora sono il 41, ma il numero assoluto è sempre più o meno stabile.

Quindi, ricapitolando: in quarant’anni circa, a lettori grosso modo stabili, abbiamo assistito a un aumento della produzione di circa il 600 per cento, un aumento che, nel solo campo della narrativa, è di circa il 1800 per cento. Ovvero, se fino agli anni Ottanta per ogni lettore uscivano circa 3 libri all’anno, ora ne escono 10. Una vera e propria marea di carta che viene rovesciata nel mercato, un mercato che però non si è allargato, è rimasto più o meno della stessa grandezza. Le conseguenza sono molteplici: più libri vuol dire meno tempo per sceglierli, lavorarli e promuoverli. Ma anche meno tempo a disposizione di ogni libro per trovare i propri lettori. Il risultato? Abbassamento della qualità, crollo del tempo di permanenza sullo scaffale, ridotto a volte a poche settimane, vendite medie sempre più basse.

Negli ultimi dieci anni l’industria editoriale ha chiamato tutto ciò “Crisi dell’editoria”, dando la responsabilità ai lettori. Già, perché l’industria editoriale è parecchio brava a scaricare le colpe sui propri clienti: “in Italia stanno sparendo i lettori”, si dice sempre, tanto che ormai è diventato un ritornello, un mantra che ci siamo ripetuti di continuo negli ultimi anni. Eppure, a vedere i numeri, non è esattamente così. O meglio, è vero che la maggior parte degli italiani non leggono, ma non è una novità. Era così anche quando l’industria editoriale era sana, negli anni Ottanta, per esempio, quando non c’era la Crisi.

Ma se il crollo dei lettori non c’è, allora qual è l’anello che non tiene? La domanda non è di quelle semplici da risolvere. La sensazione però è che una parte della risposta sia proprio in questa dieta all’ingrasso, iniziata proprio nel pieno degli anni Ottanta, esattamente quando l’editoria italiana è diventata una vera e propria industria, quando sono cominciate le concentrazioni editoriali, quando ha iniziato a svilupparsi la grande distribuzione organizzata (la modalità di distribuzione più in crisi negli ultimi anni). È questa industrializzazione che ha trasformato il campo di gioco dell’editoria italiana in una giungla affollata, in cui ogni anno vengono fatti piovere 66mila libri — sei volte la quantità che si pubblicava quarant’anni fa — libri che però, più che arrivare ai propri lettori elettivi, assomigliano a una moneta di scambio. Una moneta in forte svalutazione che alimenta il circolo vizioso delle rese, che permetterà anche alle case editrici più grandi di tenere in piedi i propri fatturati, ma che, non essendo prodotta per soddisfare nessuna esigenza particolare dei lettori, sta soffocando l’intero settore.


Come si leggono le classifiche dei libri

questo articolo è stato pubblicato su IL POST che ringraziamo

Escono sui giornali nel weekend e le posizioni sono chiare a tutti, ma pochi – anche tra gli addetti ai lavori – hanno le idee chiare sul significato degli altri numerini

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Le classifiche dei libri sono una tradizione giornalistica del weekend. Il sabato esce quella di Tuttolibri della Stampa, basata sui dati Nielsen, e la domenica escono quelle diRepubblica e della Lettura del Corriere della sera, entrambe su elaborazione di GFK. La scelta dei giorni d’uscita – probabilmente importata dalla tradizione anglosassone e in particolare dai bestseller del New York Times – si deve alla convinzione che durante il weekend i lettori abbiano più tempo per leggere i giornali e più attenzione per cose che non hanno un’utilità diretta e un legame specifico con il denaro, la politica o la violenza: come i libri, appunto.

Le classifiche sono il luogo in cui le lettere stampate si trasformano in numeri, quindi in soldi e lettori: sono l’informazione che misura il successo economico, e quindi in qualche misura anche culturale, di un testo pubblicato in forma di libro. Per questo le classifiche alimentano se stesse: sono fondamentali per indurre gli editori a nuove ristampe, i librai a nuovi ordini e i lettori a nuovi acquisti. Di come funzionano abbiamo già scritto: le rilevazioni si fondano su librerie campione, quindi non dicono l’esatto numero di copie effettivamente vendute: sono stime che peraltro non tengono in considerazione le vendite della grande distribuzione, cioè di autogrill e supermercati, quelle di eBook e soprattutto di Amazon, che ha deciso di non fornire dati ma che negli Stati Uniti ha superato il 50 per cento del totale delle vendite e in Italia nel 2015 – al netto degli eBook, e compresi tutti i negozi online – ha un peso stimato poco sotto il13,9 per cento. Come si leggano le classifiche, invece, è meno chiaro. Per conoscere i titoli che vendono di più e quelli di cui si parla – di cui, quindi, è bene conoscere per non fare brutte figure – è sufficiente dare un’occhiata. Gli altri numeri invece sono un mistero per la maggior parte dei lettori, ma anche dei giornalisti culturali e degli editori interpellati dal Post.

Indice di vendita
L’indicatore fondamentale è l’indice di vendita, quel numerino normalmente a due cifre che compare di solito in alto a destra di ogni titolo. Il primo libro in classifica ha sempre un indicatore 100, indipendentemente da quante copie abbia venduto la settimana precedente a quella di uscita del giornale (le classifiche si riferiscono sempre alla settimana che va dal lunedì alla domenica della settimana precedente alla pubblicazione: quindi quando vengono pubblicate, sono già passate). Gli indicatori non esprimono numeri assoluti, ma valori relativi rispetto agli altri libri della settimana: un indicatore 100 nel periodo di Natale vale incomparabilmente di più dello stesso indicatore che appare per esempio nella classifica della terza settimana di gennaio, periodo in cui il mercato dei libri tradizionalmente attraversa uno dei momenti peggiori. Semplificando, un indicatore 100 nel periodo di Natale corrisponde a 40-50 mila copie, nelle altre settimane è intorno alle 10 mila.

E viceversa: un indicatore 10 nel periodo di Natale potrebbe valere in termini di copie più di un indicatore 100 in un altro periodo dell’anno. Le vendite stimate degli altri libri in classifica sono tutte definite in rapporto al valore 100 attribuito al primo. I libri nelle classiche di settore – oltre alla Top Ten, i quotidiani pubblicano tutti anche classifiche per genere – hanno spesso indicatori minimi rispetto al più venduto, anche di poche unità. Il primo libro in classifica normalmente è intorno alle 10 mila copie a settimana, questo significa che bastano 3 mila/3.500 copie per entrare nei primi 10.

Indicatori sull’andamento
Oltre all’indice di vendita, di fianco ai titoli spesso compare un triangolo o una freccia con la punta rivolta verso il basso o verso l’alto, oppure orizzontale: indica l’andamento del libro rispetto alla settimana precedente, cioè se le vendite stanno crescendo o sono in diminuzione, un dato essenziale per fare decidere a un libraio o a un editore se riordinarlo o ristamparlo in base alle copie ancora in magazzino (librai ed editori dispongono di solito di classifiche più dettagliate, fogli Excel dove sono indicate le settimane in classifica, e le copie stimate di vendita nelle varie settimane).

Nella Top Ten di Repubblica, sotto l’indice di vendita compare un altro numero, di cui in pochi – anche tra chi si occupa professionalmente di editoria – sanno indicare la natura: dice da quante settimane quel libro è nei primi dieci. Dalla classifica qui sotto, per esempio, si capisce che i primi due libri – Io prima di te di Jojo Moyes e07/07/2007 di Antonio Manzini – sono tra i primi dieci da cinque settimane, mentreLa ragazza del treno di Paula Hawkins è nella Top Ten da 32 settimane e che quella settimana nei primi dieci è entrato un solo nuovo libro – Mai più senza di te. Bad Boy di Blair Holden – al nono posto. Il dato sulla permanenza in classifica non compare, invece, nelle classifiche di genere che riportano solo l’indice di vendita e che tutti i quotidiani suddividono secondo la classica scansione: Narrativa italiana, Narrativa straniera, Saggistica, Varia, Tascabili, Ragazzi.

repubblica

Non dà informazioni sul numero di settimane in classifica neppure la Top Ten dellaLettura del Corriere della Sera. Il numero piccolo tra parentesi, che compare sotto quello della posizione in classifica dell’ultima settimana, dice che posizione occupava la settimana precedente, precisa cioè l’entità del triangolo, che è azzurro se il libro è in salita e rosso se è in discesa. Sul significato dell’indicatore R – che compare all’ottavo posto, sotto L’amica geniale di Elena Ferrante – si possono fare solo ipotesi, mentre di certo il trattino significa che il libro ha venduto più o meno lo stesso numero di copie e occupa la stessa identica posizione della settimana precedente.

corriereLa classifica dei Primi dieci di Tuttolibri – che è realizzata da Nielsen su un campione di 900 librerie – non dice nulla né sulla posizione della settimana precedente, né sulla permanenza in classifica, informazione che invece viene data con molta precisione nelle classifiche di settore. L’indicatore che compare tra parentesi nelle classifiche di settore di fianco all’indice di vendita – per esempio il (13) per L’altro capo del filo di Camilleri al primo posto della Narrativa italiana, il (91) per Il Piccolo Principe al terzo della Varia e il (171) della Dieta del dottor Mozzi (qui chi diavolo è il Dottor Mozzi) – dice da quante settimane il libro è nella classifica complessiva, anche se non è chiaro fino a quale posizione venga considerata tale (le classifiche totali, quelle che ricevono editori e giornalisti abbonati, arrivano a elencare i 2.500 libri più venduti di ogni settimana).
lastampa

fonte http://www.ilpost.it/2016/09/16/come-leggere-classifiche-libri/


non è tempo perso colorare

COMBATTERE LO STRESS CON I LIBRI DA COLORARE

Articolo pubblicato su agoranews.it che ringraziamo

colorare

Se alcuni riempiono la casa di oggetti, altri provano un irrefrenabile bisogno di occupare ogni minuto del loro tempo. Dopo essersi sfiancati al lavoro, praticano due o tre sport ogni settimana, altrettante attività culturali e completano con un intero sabato di shooping. E la domenica? Bisogna muoversi, fare qualcosa a tutti i costi, prendere la macchina, uscire…Insomma un altro tipo di bulimia, altrettanto pericolosa.

E il tempo libero? La siesta? La lettura di un bel libro? La sdraio in giardino? Questo non è tempo perso. Come non è tempo perso colorare. Già colorare. Credete che sia un’attività pensate solo per i bambini? E invece è un modo creativo per combattere lo stress causato dalla vita frenetica. Quando un bambino colora è concentrato esclusivamente sull’attività che sta svolgendo. Così anche per gli adulti: colorare è un’attività manuale che rilassa il corpo e elimina ansie e tensioni. Sensibili a questa attività che stimola l’immaginazione e trasforma la noia in creatività, le case editrici propongono libri da colorare di vario genere. Interessante il volume L’Arte da colorare- I capolavori della pittura (Sassi).Che raccoglie trenta delle più importanti opere della storia dell’arte tra il XIII e il XX secolo. Illustrata l’attività di ciascun pittore e la sua tecnica, il volume approfondisce il contesto storico e le influenze artistiche dell’epoca di riferimento. Come la famosa tela di Pierre- Auguste Renoir, La Colazione dei Canottieri. Un’opera da riprodurre e colorare secondo il vostro estro e la vostra creatività. Per qualche ora sarete contagiati dal buonumore e dall’atmosfera gioiosa che emana dall’opera del grande pittore impressionista.

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fonte: http://www.agoranews.it/combattere-lo-stress-libri-colorare.html