Archivi categoria: words from the book’s world

Confessioni di un lettore nevrotico

Un formidabile saggio spagnolo può ridestare la “sindrome dei libri a frammentazione”

di GUIDO DE FRANCESCHI

Ero convinto di esserne uscito. Mi sentivo ormai sicuro di poter leggere uno di quei libri che sono costruiti come un grande viaggio letterario — e addirittura uno molto bello fra questi libri — senza finire con una scimmia di carta sulla spalla. Senza rischiare il dissesto finanziario nel tentativo di sfamarla. E senza dover affrontare quella miscela di compassione e riprovazione che vedo allargarsi negli occhi di chi ha appena sbirciato nel sacchetto in cui qualche pusher ha appena infilato qualche volume improbabile.

Ero davvero convinto di esserne uscito. Poi ho iniziato La España vacíadi Sergio del Molino. E mi sono ritrovato di nuovo vittima della sindrome del libro a frammentazione, cioè di un libro che a ogni giro di pagina, come le omonime bombe, fa partire una scheggia e cioè l’insopprimibile e immediata necessità di leggere un altro libro e poi un altro e poi un altro ancora soltanto per il fatto che sono citati in un testo così appassionante. Libri, sia ben chiaro, che quasi mai, fino a un secondo prima, avrebbero potuto suscitare in me il benché minimo interesse. Mi si perdoni l’autobiografismo: chissà che la gogna autoinflitta non funzioni come terapia.

Tutto è iniziato molto tempo fa con La Svizzera degli scrittori, una bella raccolta di saggi di Peter von Matt (sì, è vero, se questa è la premessa, vuol dire che uno se le va a cercare). Al tempo, di elvetico, avevo letto soltanto un paio di romanzi brevi di Friedrich Dürrenmatt e, credo, Homo faber di Max Frisch. Forse anche qualcosa di Robert Walser? Può essere. In ogni caso, dopo aver tracannato in un solo sorso 159 delle 414 pagine del libro di von Matt, ecco la domanda: «Ma che senso ha leggere un libro, pur così interessante e ben scritto, se non si ha idea alcuna degli autori di cui parla?». In sé, il quesito appare innocuo. Anzi, sano. Una lettura ne stimola un’altra. È il criterio con cui moltissimi hanno costruito le loro biblioteche fisiche o immateriali. Poi, però, c’è la variabile “nevrosi”. Per almeno un paio di anni ho letto soltanto libri svizzeri. Decine di libri svizzeri. No, se come tutti i tossici inizio a mentire, la terapia non funzionerà: ho letto più di duecento romanzi di autori svizzeri, uno dietro l’altro.

Mentre cercavo di rendermi degno di proseguire nella lettura de La Svizzera degli scrittori, ho incontrato vere meraviglie: Maria Rosaria Valentini (che è italiana, ma vive da molto tempo in Canton Ticino), Arno Camenisch, Friedrich Glauser e Charles-Ferdinand Ramuz, per citare un solo scrittore per ciascuna delle quattro lingue della Confederazione. Ma ho anche compilato e spuntato lunghe liste di cui mi vergogno, ho letto una montagna di robaccia immonda (certo, che fosse robaccia lo si capiva già dalla copertina, ma nella quarta di quella stessa copertina c’era scritto «È nato a Gambarogno» o «Vive nel Canton Sciaffusa», quindi…) e ho speso un patrimonio. Sono certo che se Armando Dadò, editore locarnese de La Svizzera degli scrittori, avesse sospettato di aver pubblicato un tanto sanguinario libro a frammentazione, con correttezza elvetica, sulla mia copia non avrebbe scritto il prezzo «24 franchi», ma «24+circa 2.500 franchi» (il calcolo si basa sul ricordo di aver molto sfruttato il canale remainders).

La sindrome mi ha poi colpito molte altre volte. Fino a quella che sembrava una graduale guarigione. In tempi più recenti, ad esempio, lo strepitoso Anime baltiche di Jan Brokken (Iperborea) aveva avuto un effetto collaterale modesto e piacevole: la lettura degli otto romanzi tradotti in italiano di Eduard von Keyserling che sono molto brevi e in realtà sono nove — ma l’ultimo, pubblicato da Bietti nel 1932 e poi mai più, si intitola Case crepuscolari e questo mi ha fatto un po’ paura. In ogni caso, il prezzo corretto da stampigliare sulla mia copia di Anime baltiche avrebbe quindi dovuto essere, quantomeno, «19,50+80 euro».

Ma la vera illusione è poi arrivata con Galizia di Martin Pollack (Keller). Questa quasi frastornante scorribanda letteraria nell’Europa orientale (sì, si parla di quella Galizia, non di quell’altra, iberica, in cui sgorgano le torme di turisti che si fingono pellegrini sul Camino de Santiago) è un libro bellissimo. E la traduzione di Fabio Cremonesi è scintillante. E c’è addirittura una bibliografia finale. Ma questa volta niente. Nessuna scheggia. Nessun acquisto supplementare. «Certo che almeno Le botteghe color cannella di Bruno Schulz…». «No, neanche Bruno Schulz! Sono guarito. Guarito perfettamente».

Poi, ecco La España vacía — la traduzione di questo saggio narrativo sarà prossimamente pubblicata da Sellerio, che di Sergio del Molino ha già in catalogo il potente romanzo Nell’ora violetta. Per chi è appassionato di cose iberiche La España vacía, cioè “la Spagna vuota”, è un capolavoro. È un ibrido di perlustrazione letteraria, saggio antropologico, racconto storico, memoir, reportage giornalistico, atlante sentimentale. E parla della Spagna interna, aspra e sempre più disabitata, cioè di tutta quella Spagna che si sente davvero tale — le due Castiglie, l’Aragona, l’Estremadura, la Rioja — e che è appunto vuota e dimenticata. Il nume tutelare del libro è Don Chisciotte. La Spagna vacía, infatti, è la sua terra.

Per un po’ ho resistito. «No, Gustavo Adolfo Bécquer non lo leggo!». Eppure del Molino ne parla, e come ne parla!, per molte pagine… «No, il poeta romantico spagnolo dell’Ottocento non lo leggerò!». E così è stato. Ma quell’Adam Zagajewski che è irresistibilmente citato mentre parla di Leopoli? «La Galizia, un’altra volta! Ma non eravamo nella Spagna vuota? Ma è una provocazione!». Comunque, Tradimento di Zagajewski l’ho comprato e letto. Ma quel Juan Benet a cui si fa riferimento del tutto en passant, ma proprio nella stessa riga in cui è citato en passant anche Thomas Bernhard — dico, Thomas Bernhard! — con cui peraltro non c’entra nulla? Già autoinflitti due romanzi seducenti e del tutto illeggibili di Benet, comprati sussurrando a un libraio come durante l’acquisto di un porno zoofilo: passi per Nella penombra (Adelphi), ma non si chiede ad alta voce un volume di 480 pagine, Ritornerai a Región, che è noto come una specie di Finnegans Wake spagnolo e che è pubblicato dall’editore mestrino Amos, sconosciuto ma evidentemente spericolato. E Ramón del Valle-Inclán, che non avevo mai affrontato? Già comprato (quattro titoli) e letto (solo due, finora). E Miguel de Unamuno, che va ulteriormente approfondito? E Julio Llamazares? E un saggio sul carlismo? L’unico sollievo nasce dall’aver già letto, a suo tempo, le mille pagine de Il giorno del Watusso di Francisco Casavella, che con la Spagna vuota non ha niente a che fare — è ambientato in Catalogna — ma è citato ne La España vacía con un paio di frasi incuriosenti e quindi sarebbe stato a rischio.

Naturalmente, se avessi ceduto davanti ai molti riferimenti a Benito Pérez Galdós — che, sì, è uno degli imprescindibili della letteratura spagnola, ma ha scritto, tra le altre cose, un famoso “ciclo” (gli Episodios nacionales) composto da quarantasei romanzi — mi sarei sentito in pieno diritto di trascinare in tribunale, per circonvenzione di incapace, l’editore de La España vacía. Che comunque mi ha già fatto spendere almeno il sestuplo dei 23 euro dichiarati come prezzo di copertina. In ogni caso, visto che il diavolo si nasconde nei dettagli, e quindi nelle note a piè di pagina, no, non ho mai letto il Don Chisciotte. E, tra l’altro, ora che ci penso, non ho più finito neanche La Svizzera degli scrittori.

http://24ilmagazine.ilsole24ore.com/2017/08/confessioni-di-un-lettore-nevrotico/

Annunci

Le persone potenti leggono e ci tengono a farlo sapere

Le Monde riflette sull’importanza di mostrarsi lettori nella comunicazione di sé, quando si ha un ruolo importante

(AP Photo/Charles Dharapak)

Un recente articolo di Le Monde si è chiesto quale sia l’attuale ruolo del libro – inteso come oggetto di carta – nel modo in cui le persone potenti comunicano i loro gusti e le loro attitudini intellettuali, che si parli di politici o di grandi dirigenti d’azienda.
Un tempo per queste categorie era importante leggere ogni mattina un gran numero di articoli ed editoriali da vari quotidiani, ricevuti quotidianamente nella cosiddetta “mazzetta” o nella rassegna stampa. Poi, con internet, nella maggior parte dei casi questo rito è scomparso, e oggi è più normale leggere gli articoli in vari momenti della giornata – anche la sera precedente alla loro uscita sulle edizioni cartacee – su tablet e smartphone. Ma la foto di un politico che legge dal suo iPhone non comunica le stesse cose di un’altra che lo ritrae immerso nella lettura del Wall Street Journal: ed è per questo che il libro è diventato invece un oggetto che «incarna la capacità di resistere alle distrazioni immediate, a restare concentrati su una cosa per più di due ore. È l’antidispersione».

Nel suo ritratto ufficiale, il presidente francese Emmanuel Macron ha posizionato sulla scrivania una copia aperta delle Memorie di guerra di Charles De Gaulle, e altre due copie – chiuse – di opere di Stendhal e André Gide. Nella stessa foto però si vedono due smartphone, per affiancare l’immagine tradizionale e intellettuale dei libri a un’altra più contemporanea. Parlando delle sue abitudini di lettura, l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha detto al New York Times che non è soddisfatto dalle cose superficiali, riferendosi all’approfondimento e alla concentrazione necessari per leggere un libro. Come molti altri politici, ha detto che ama leggere le biografie: dice che lo aiutano a ricordarsi che l’epoca in cui viviamo non è poi così complicata. Ma gli piacciono anche i romanzi, perché allenano una parte del cervello poco stimolata dal lavoro di presidente, e gli permettono di «sentire e capire le molte voci del paese». Si è divertito a leggere il romanzo di fantascienza The three body problem di Liu Cixin, sul “destino dell’universo”, perché «i miei problemi quotidiani con il Congresso sembravano in confronto piuttosto frivoli, qualcosa di cui non preoccuparsi».
Tra i dirigenti delle più grandi società al mondo, Bill Gates è uno dei più conosciuti per la sua passione per i libri: ogni estate consiglia quelli che gli sono piaciuti di più. Nel 2015, invece, Mark Zuckerberg disse che come proposito per l’anno nuovo avrebbe cercato di leggere un libro ogni 15 giorni, creando una pagina Facebook che funzionò per tutto l’anno come club del libro, per discutere dei libri che leggeva. La pagina raccolse oltre 700mila “mi piace”. Dei libri, Zuckerberg ha detto che permettono di «esplorare un tema e immergersi con più profondità rispetto alla maggior parte dei media di oggi».
Timothy Ferriss, autore di un libro di interviste a 250 persone di successo, ha detto di avere smesso di chiedere loro quali sono i loro libri preferiti, perché troppo frequentemente citano i libri che hanno letto più di recente o al contrario quando erano giovani. È più interessante chiedere loro quali libri consigliano più spesso, ha detto Ferriss. Gates per esempio gli ha raccontato che il milionario Warren Buffett gli consigliò Business Adventures di John Brooks, durante il loro primo incontro nel 1991. L’anno scorso invece Elon Musk, l’amministratore delegato di SpaceX e di Tesla e tra i più visionari imprenditori del mondo, ha detto a Bloomberg che stava leggendo Twelve Against the Gods di William Bolitho Ryall, una raccolta di dodici biografie di personaggi che vanno da Alessandro Magno a Casanova a Napoleone, le cui vendite sono successivamente aumentate moltissimo. Le biografie vanno appunto forte, tra le persone di potere, secondo Le Monde forse perché «vogliono vedere se c’è ancora qualcosa che possono inventare o qualche paese da governare».
Il nuovo primo ministro francese Édouard Philippe ha detto che «ha Marguerite Yourcenar che mi accompagna nelle decisioni di bilancio», visto che sta leggendo Memorie di Adriano. Philippe ha criticato il fatto che i politici non leggano più, facendo riferimento agli ex presidenti Nicholas Sarkozy, che ha detto di aver letto il 70 per cento di Guerra e Pace, e Francois Hollande, «che non legge e non se ne vergogna». «Ci aspettiamo che i politici abbiano una visione del mondo. Dove la trovano? Soltanto dalla quotidianità?». Tony Schwartz, autore della più famosa biografia sul presidente degli Stati Uniti Donald Trump, uscita nel 1987, l’anno scorso ha raccontato al New Yorker che nei diciotto mesi in cui aveva seguito Trump non aveva mai visto un libro sulla sua scrivania, nel suo ufficio o a casa sua. Secondo Schwartz, Trump «non ha mai letto un libro nella sua vita adulta».

http://www.ilpost.it/2017/08/09/libri-persone-potenti/


“I social renderanno i nostri figli analfabeti in 20 anni. Non vorranno più leggere. Riaccendiamo la luce sulle pagine dei libri”

Il controverso pensiero dello scrittore Howard Jacobson

di Silvia Renda

little girl watching something interesting on the mobile device.

35007 via Getty Images
little girl watching something interesting on the mobile device.

 

 

 

 

Una popolazione dominata da smartphone e social network è destinata a diventare analfabeta entro i prossimi ven’tanni, perché l’utilizzo di questi mezzi sta annientando il desiderio di leggere libri: questo il controverso pensiero dello scrittore britannico Howard Jacobson, che in un’intervista al Times ha pronosticato le possibili derive di una generazione che, assorbita dalla tecnologia, ha smarrito l’amore per la letteratura.

I social network, dice Jacobson, hanno modificato il nostro livello di attenzione, non più avvezza a concentrarsi su scritti cartacei. L’interazione via social, la cultura in pillole, la rapida fruizione di informazioni ai quali dedicare anche solo pochi secondi hanno assorbito tutto il tempo dedicato alla lettura.

“Nel giro di 20 anni avremo bambini che non sapranno leggere, che non vorranno leggere”, ha dichiarato nell’intervista, “Io stesso non riesco più a farlo come un tempo. La mia concentrazione viene catturata da quel dannato schermo. Voglio più spazio, più pagine bianche, luci accese ad illuminarle”.

Il vincitore del Man Booked Prize ha aggiunto che Twitter è una piattaforma quasi esclusivamente di “affermazione”, che permette a personaggi politici, come il presidente Trump, di rilasciare dichiarazioni senza contraddittorio, che diventano fatti per chi legge.

“I pensieri e le conversazioni migliori non sono dichiarazioni, stati. Sono approfondimenti, indagini, ironia”, continua Jacobson, secondo cui troppo sterile è la cultura veicolata dalla rete, troppe insidie si celano nella sua semplicità.
Il suo pensiero è stato accolto in una duplice maniera: se molti si sono detti d’accordo, citando ricerche che confermano l’allontanamento delle nuove generazioni dai libri, altri – compresi colleghi dello scrittore – hanno definito la sua visione “snob, noiosa e sbagliata”.
L’autore britannico ignorerebbe i benefici che la tecnologia può svolgere nello sviluppo dell’alfabetizzazione dei bambini, secondo l’associazione National Literacy Trust, che ha svolto una ricerca per comprovare questa tesi.
“I bambini di oggi sono circondati da nuove tecnologie, incorporate nella loro vita quotidiana”, ha dichiarato il direttore Jonathan Douglas, “La nostra ricerca dimostra che la tecnologia digitale, quando usata nel modo giusto, può svolgere un ruolo di grande importanza per l’alfabetizzazione. L’importante è non sostituirla a interazioni con le persone, i luoghi e i libri”.

http://www.huffingtonpost.it/2017/08/24/i-social-renderanno-i-nostri-figli-analfabeti-in-20-anni-non-vorranno-piu-leggere-riaccendiamo-la-luce-sulle-pagine-dei-libri_a_23159614/?utm_hp_ref=it-culture


Troppi scrittori, pochi lettori

Trovare nuovi talenti è un‘ impresa (quasi) disperata

Tanti autori, pochi lettori. E le case editrici devono trovare modi alternativi di fare scouting letterario. Parlano Carlo Carabba (Mondadori), Vanni Santoni (Tunué), Giulio Mozzi, e Giulio Milani (Transeuropa)

Paese di santi e poeti. Ma soprattutto di autori. Tanti, tantissimi. Con una caratteristica in comune: (quasi) tutti inediti. E così, mentre la crescita dei lettori ristagna – secondo l’ISTAT nel 2016 il 57,6 % degli italiani sopra i 6 anni non hai mai aperto un libro in 12 mesi -, gli operatori editoriali nuotano sempre più a fatica nel mare magnum delle proposte di pubblicazione. Caselle di posta prese d’assalto, telefonate, mattoni impubblicati spediti a mezzo raccomandata, centinaia di concorsi letterari indetti da Nord a Sud della Penisola. Anche grazie al web, si moltiplicano i canali di contatto tra case editrici e scrittori, eppure i meccanismi di selezione rischiano di ingolfarsi. E scovare la qualità, soprattutto tra gli esordienti, diventa difficile.

E pensare che, per almeno dieci anni, proprio di esordienti il mercato era ghiotto. Essere uno sconosciuto rappresentava quasi un marchio di fabbrica, una premessa di successo. Vedasi Roberto Saviano, Silvia Avallone o Paolo Giordano. Pioggia di premi, serie tv e opere tradotte in decine di paesi in tutto il mondo. “Una bolla – la definisce Carlo Carabba, direttore editoriale della Narrativa Mondadori – scoppiata nel 2005 con Le peggiori intenzioni di Piperno e poi esaurita. Resi ebbri da questo piccolo miracolo letterario, diversi editori cominciarono a trattare i libri d’esordio come un ‘genere’ a sé, confondendo una condizione esistenziale dell’autore con una caratteristica quasi contenutistica del libro. L’abuso di questa pratica ha portato, come gli abusi tendono a fare, a una diffidenza di pubblico e critica davanti ai nuovi ‘esordienti’, simmetrica all’entusiasmo di qualche anno prima”.

Resi ebbri da questo piccolo miracolo letterario, diversi editori cominciarono a trattare i libri d’esordio come un ‘genere’ a sé, confondendo una condizione esistenziale dell’autore con una caratteristica quasi contenutistica del libro
Carlo Carabba, direttore editoriale della Narrativa Mondadori
Impossibile farsi pubblicare, dunque, se non ti sei già fatto un nome? “Gli editori di tutte le dimensioni ricevono una grande mole di manoscritti da valutare – spiega Carabba -. Una mole talmente grande che spesso mancano le risorse per valutarli tutti al meglio e probabilmente sono sempre mancate all’editoria. Ma chi, per lavoro, sceglie i libri che verranno pubblicati, non può non vivere nella costante speranza di imbattersi per puro caso in un capolavoro della letteratura. E, per quanto statisticamente improbabile, non può allontanare dal suo animo il pensiero che quel manoscritto sarà il suo Gattopardo, che l’anziano signore incontrato al bar sia il nuovo Tomasi di Lampedusa”. Casualità, certo,senza però abdicare ai canali dello scouting ‘strutturato’. “I concorsi letterari per esordienti – cita il direttore editoriale della Mondadori -, poi le scuole di scrittura, le riviste letterarie, cartacee o online (Nazione Indiana o Minima et Moralia, ad esempio), i blog, i social network, e chi lavora per un editore di medie o grandi dimensioni segue con grande attenzione anche l’attività dei piccoli editori che fanno un lavoro straordinario e capillare nella ricerca di nuovi talenti”.

Modelli tradizionali di ricerca, dunque, arricchiti dainuovi canali offerti dalla rete. La pensa così anche Vanni Santoni, che dal 2012 dirige la Tunué, piccola casa editrice che dà alle stampe poche e selezionatissime opere (appena otto romanzi in due anni, ma per due volte di fila nella rosa dei dodici finalisti dello Strega). “Recentemente mi è capitato di fare il punto sull’origine dei romanzi selezionati da Tunué e da questa sorta di censimento è emerso che le riviste letterarie continuano a essere il primo luogo dello scouting”, dichiara Santoni. “Difficilmente una nuova voce arriva dai manoscritti che giungono a flusso continuo in casa editrice; è molto più probabile scovarla su qualche rivista e da lì chiedergli se ha un romanzo pronto, o almeno un’idea da sviluppare. Nel decennio 2005-2015 le case editrici, in particolare le major, hanno puntato forte sugli esordi, tanto che il marchio di debuttante era divenuto addirittura un valore aggiunto – aggiunge abbracciando la tesi di Carabba -. Oggi questa fase è conclusa e quindi la funzione di ricerca e sviluppo è tornata compito delle piccole e medie case editrici, oltre che delle riviste”.
Difficilmente una nuova voce arriva dai manoscritti che giungono a flusso continuo in casa editrice; è molto più probabile scovarla su qualche rivista e da lì chiedergli se ha un romanzo pronto
Vanni Santoni, direttore editoriale della Tunué
In controtendenza ai modelli classici di scouting c’è Giulio Mozzi, scrittore e consulente letterario di lungo corso (Einaudi, Sironi, oggi Marsilio), che descrive uno scenario condizionato dal marketing e dal crollo dei fatturati degli ultimi anni: “Lo scout classico seguiva le riviste, leggeva quanto prodotto dai piccoli editori, e così via. Lo scout attuale segue le riviste in rete, i blog e i social media; e butta l’occhio nelle scuole di scrittura. E, ultimamente, controlla le statistiche di vendita degli ebook in Amazon. Le proprietà chiedono alle aziende editoriali di generare più profitto. Questo cambiamento è avvenuto subito prima che iniziasse la grande crisi. Pertanto oggi allo scout editoriale si chiede di trovare autori già fatti e finiti, che non necessitino di grandi investimenti, e – possibilmente – che abbiano già un loro pubblico. Il lavoro editoriale si ribalta: l’editore smette di trovare o inventare prodotti e cercare di imporli, e si limita a mettere in circolazione a livelli più alti (e più profittevoli) prodotti che hanno già, per così dire, il loro marketing incorporato”.

Da qui il proliferare di autori “prestati” dal mondo della televisione e più in generale dal mondo dello spettacolo.I vari Fabio Volo, Giovanni Floris e Daria Bignardi. “In questo contesto, gli scout classici ormai non servono più tanto. Servono statistici”, conclude amareggiato Mozzi. Come uscirne? Con un appello: “Editori, mettete in piedi dei vivai. Delle cantere, se vi piace di più la parola. Create una scuola (seria). Create una rivista che non sia promozionale ma di letteratura). Create delle collane di tentativi ed esperimenti. L’importante non avere un buono scout, ma che lo scout abbia dei luoghi sensati dove cercare”.
Oggi allo scout editoriale si chiede di trovare autori già fatti e finiti, che non necessitino di grandi investimenti, e – possibilmente – che abbiano già un loro pubblico
Giulio Mozzi, scrittore e consulente letterario
E questo luogo dove andare a cercare, forse, l’ha individuato Giulio Milani, editore di Transeuropa, altra piccola casa editrice che ha lanciato autori come Enrico Brizzi e, più di recente, Giuseppe Catozzella (premio Strega Giovani 2014). Ed è il luogo meno virtuale che si conosca: la strada. Milani infatti ha deciso di rompere con i vecchi schemi di ricerca e di scoprire nuovi autori passando al setaccio l’Italia. Con il Transeuropa Discovery Tour, sta andando su e giù per la Penisola a bordo di un bibliovan mettendo in piedi un laboratorio di scrittura itinerante. “Cambiare il metodo di ricerca letteraria significa anche modificare il percorso – spiega Milani – rendendolo più rapido, orizzontale, democratico, senza per questo perdere in qualità: a ogni tappa del mio passaggio apro un vero e proprio laboratorio di lettura e di scrittura dei testi narrativi, ossia trasmetto i miei saperi allo scopo di contribuire alla formazione del nuovo scrittore. Qui, infatti, si apre il secondo problema della questione: che percorso deve frequentare uno scrittore per potenziare il proprio talento? Lo fanno la scuola, l’università, le riviste letterarie? Ricevo una media di 4/5 manoscritti al giorno: il tasso di improvvisazione è spaventoso.

Perfino quando apro i libri dei grossi editori, ne trovo conferme. E la disperazione aumenta. Se continuiamo in questo modo, il ricambio generazionale dei lettori ci metterà 35 o 40 anni a mostrarsi”. Ma per Milani il problema è più grosso: non si tratta tanto di scovare nuovi talenti, quanto di “intercettare una voce, una sensibilità sconosciuta, e trovare il modo perché il suo esordio sia davvero innovativo, ossia produca un innesco con una nuova generazione di lettori”. E così conclude: “Le grandi case editrici, come d’altra parte le medie e le piccole, in questo senso hanno un deficit di partenza: anche quando fanno ricerca, si limitano a recepire l’esistente e a rilanciare sempre gli stessi temi e gli stessi generi, perché la distribuzione chiede sempre lo stesso libro, lo stesso autore, lo stesso tema di successo.
​A questo punto ho avuto l’idea: provare ad accorciare il tempo di maturazione di un nuovo genere letterario rovesciando i termini del rapporto: non sono solo gli autori, i temi, che devono trovare l’editore, è l’editore che deve mettersi a caccia di autori e contenuti andandoli a scovare nei territori delle ‘cento città d’Italia”.

http://www.linkiesta.it/it/article/2017/08/21/troppi-scrittori-pochi-lettori-trovare-nuovi-talenti-e-un-impresa-quas/35249/

 

 

 

 

 


disamoramento

Perché il disamoramento è la cosa più terribile che ci sia: l’istante in cui l’altro smette di amarti, in cui capisci che non c’è appello, non c’è pietà, che non sei più niente, che non esisti più nel suo sguardo, né in terra, né nello sguardo di Dio, per chi ci crede. E’ la cosa che tutti temono di più al mondo, e non c’è chi sia disposto a tutto pur di evitarla o di rimandarla – perché quel giorno fatalmente arriva, credo che prima o poi arrivi per tutti, e che tutti siano condannati a sostenere un giorno una parte o l’altra, una parte e l’altra, e che la parte di chi non ama più non sia in fondo più desiderabile di quella di chi non è più amato.

Emmanuel Carrère